Giovanni Prati

Giovanni Prati

1814–1884 · visse 70 anni IT IT

n. 1814-01-27, Campo Lomaso · m. 1884-05-09, Roma

Canto d’Igea

A chi la zolla avita
ara co’ propri armenti,
e le vigne fiorenti
al fresco olmo marita,
e, i casalinghi dèi
bene invocando, al sole
mette gagliarda prole
da’ vegeti imenei;

a chi le capre snelle
sparge sul pingue clivo,
o pota il sacro olivo
sotto clementi stelle;
a chi, le braccia ignude,
nel ciclopeo travaglio,
picchia il paterno maglio
sulla fiammante incude;

a questi Igea dispensa
giocondi operatori
i candidi tesori
del sonno e della mensa:
le poderose spalle
e i validi toraci
io formo a questi audaci
del monte e della valle.

Né men chi si periglia
coi flutti e le tempeste
del nostro fior si veste,
se il mar non se lo piglia:
né men chi suda in guerra
porta le mie corone,
se, innanzi il dì, nol pone
lancia nemica in terra.

Ma guai chi tenta il volo
per vie senza ritorni!
Languono i rosei giorni
al vagabondo e solo.
Perche, mal cauti, il varco
dare alla mente accesa?
Corda che troppo è tesa
spezza se stessa e l’arco.

Dal dì che il mondo nacque,
io, ch’ogni ben discerno,
scherzo col riso eterno
degli árbori e dell’acque;
e dalla bocca mia
spargo, volenti i numi,
aure di vita e fiumi
di forza e d’allegria.

Sul tramite beato
però piú d’uno è vinto
per doloroso istinto
o iniquitá del Fato:
ma può levarsi pieno
di gagliardia divina,
s’ei la sua testa china
nel mio potente seno.

Dal sol che spunta e cade
a voi nella pupilla,
dall’aria che vi stilla
il ben delle rugiade,
dai rivi erranti e lieti,
dal rude fior dei vepri,
dal fumo dei ginepri,
dal pianto degli abeti,

da ogni virtú che il sangue
e il corpo vi compose,
rispunteran le rose
sul cespite che langue;
e i liberi bisogni,
che risentir si fanno,
nell’ombra uccideranno
le amare veglie e i sogni.

Salvate, oimè! le membra
dal tarlo del pensiero.
A voi daccanto è il vero
piú che talor non sembra.
L’uom, che lo chiese altrove,
dannato è sul macigno,
e lo sparvier maligno
fa le vendette a Giove.

In voi, terrestri, mesce
vario vigor Natura;
ma chi non tien misura,
alla gran madre incresce.
Destrier che l’ira invade,
fatto demente al corso,
sui piè barcolla, il morso
bagna di sangue... e cade.

Perché affrettar l’arrivo
della giornata negra?
Ne’ baci miei t’allegra,
o brevemente vivo!
Progenie impoverita,
che cerchi un ben lontano,
nella mia rosea mano
è il nappo della vita.
Leggi la poesia completa

Poesie

2

Canto d’Igea

A chi la zolla avita
ara co’ propri armenti,
e le vigne fiorenti
al fresco olmo marita,
e, i casalinghi dèi
bene invocando, al sole
mette gagliarda prole
da’ vegeti imenei;

a chi le capre snelle
sparge sul pingue clivo,
o pota il sacro olivo
sotto clementi stelle;
a chi, le braccia ignude,
nel ciclopeo travaglio,
picchia il paterno maglio
sulla fiammante incude;

a questi Igea dispensa
giocondi operatori
i candidi tesori
del sonno e della mensa:
le poderose spalle
e i validi toraci
io formo a questi audaci
del monte e della valle.

Né men chi si periglia
coi flutti e le tempeste
del nostro fior si veste,
se il mar non se lo piglia:
né men chi suda in guerra
porta le mie corone,
se, innanzi il dì, nol pone
lancia nemica in terra.

Ma guai chi tenta il volo
per vie senza ritorni!
Languono i rosei giorni
al vagabondo e solo.
Perche, mal cauti, il varco
dare alla mente accesa?
Corda che troppo è tesa
spezza se stessa e l’arco.

Dal dì che il mondo nacque,
io, ch’ogni ben discerno,
scherzo col riso eterno
degli árbori e dell’acque;
e dalla bocca mia
spargo, volenti i numi,
aure di vita e fiumi
di forza e d’allegria.

Sul tramite beato
però piú d’uno è vinto
per doloroso istinto
o iniquitá del Fato:
ma può levarsi pieno
di gagliardia divina,
s’ei la sua testa china
nel mio potente seno.

Dal sol che spunta e cade
a voi nella pupilla,
dall’aria che vi stilla
il ben delle rugiade,
dai rivi erranti e lieti,
dal rude fior dei vepri,
dal fumo dei ginepri,
dal pianto degli abeti,

da ogni virtú che il sangue
e il corpo vi compose,
rispunteran le rose
sul cespite che langue;
e i liberi bisogni,
che risentir si fanno,
nell’ombra uccideranno
le amare veglie e i sogni.

Salvate, oimè! le membra
dal tarlo del pensiero.
A voi daccanto è il vero
piú che talor non sembra.
L’uom, che lo chiese altrove,
dannato è sul macigno,
e lo sparvier maligno
fa le vendette a Giove.

In voi, terrestri, mesce
vario vigor Natura;
ma chi non tien misura,
alla gran madre incresce.
Destrier che l’ira invade,
fatto demente al corso,
sui piè barcolla, il morso
bagna di sangue... e cade.

Perché affrettar l’arrivo
della giornata negra?
Ne’ baci miei t’allegra,
o brevemente vivo!
Progenie impoverita,
che cerchi un ben lontano,
nella mia rosea mano
è il nappo della vita.

Incantesimo

La maga entro la rena
girò, cantando, l’orma :
con frasca di vermena
m’ha tócco in sull’occipite
ed io mi veggio appena in questa forma.
Si picciolo mi fei
per arte della maga,
che in veritá potrei
nuotar sopra diáfane
ale di scarabei per l’aura vaga.
O fili d’erba, io provo
un’allegria superba
d’essere altrui si novo,
si strano a me. Deh! fatemi,
fatemi un po’ di covo, o fili d’erba.

Minuscola formica
o ruchetta d’argento
sará mia dolce amica
nell’odoroso e picciolo
nido che il sol nutrica e sfiora il vento.
E della curva luna
al freddo raggio, quando
nella selvetta bruna
le mille frasche armoniche
si vanno ad una ad una addormentando;
e dentro gli arboscelli
si smorza la confusa
canzon de’ filinguelli,
e sotto i muschi e l’eriche
l’anima dei ruscelli in sonno è chiusa;
noi, cinta in bianca vesta,
la piccioletta fata
vedrem dalla foresta
venir nei verdi ombracoli,
di bianchi fior la testa incoronata.
E dormirem congiunti
sotto l’erbetta molle;
mentre alla luna i punti
toglie l’attento astrologo,
e danzano i defunti in cima al colle.
I magi d’Asia han detto
che, quanto il corpo è meno,
piú vasto è l’intelletto,
e il mondo degli spiriti
gli raggia piú perfetto e piú sereno.

Infatti, io sento Tonde
cantar di lá dal mare,
odo stormir le fronde
di lá dal bosco; e un transito
d’anime vagabonde il ciel mi pare
Da un calamo di veccia
qua un satirin germoglia,
da un pruno, a mo’ di freccia,
lá sbalza un’amadriade:
è in parto ogni corteccia ed ogni foglia.
Lampane graziose
giran la verde stanza;
e, strani amanti e spose,
i gnomi e le mandragore
coi gigli e con le rose escono in danza.
Del mondo ameno o tetro
coni’è che ai sensi tardi
mi piove il raggio e il metro?
e né cornetta acustica
mi soccorre né vetro orecchi e sguardi?
Com’è che le mie colpe
non anco alTolmo e al pino
latra la iniqua volpe?
né il truculento mártoro
mi succhiella le polpe a mattutino?
Sono un granel di pepe
non visto: ecco il mistero.
L’erba sul crin mi repe,
ed è minor che lucciola
nell’ombra d’una siepe il mio pensiero.

O fata bianca, come
un nevicato ramo,
dagli occhi e dalle chiome
piú bruni della tenebra,
e dal soave nome in ch’io ti chiamo;
o Azzarelina, in pegno
dell’amor mio, ricevi
questo morente ingegno,
tu che puoi far continovi
nel tuo magico regno i miei di brevi.
L’erbetta, ov’io m’ascondo,
so ch’è incantata anch’ella;
né vampa o furibondo
refolo o gel mortifica
lo smeraldo giocondo in ch’è si bella.
So che, d’amor rapita,
in un perpetuo ballo
mi puoi mutar la vita
o su fra gli astri, o in nitide
case di margherita e di corallo.
Sien acque, o stelle, o venti,
dove abitar degg’io,
per primo don m’assenti
il bacio tuo; per ultimo,
dei rissosi viventi il pieno oblio.
Ascolta, Azzarelina:
la scienza è dolore,
la speranza è ruina,
la gloria è roseo nugolo,
la bellezza è divina ombra d’un fiore.

Cosí la vita è un forte
licor ch’ebbri ci rende,
un sonno alto è la morte;
e il mondo un gran fantasima
che danza con la Sorte e il fine attende.
Vieni ed amiam. L’aurora
non spunta ancor; gli steli
ancor son curvi; ancora
il focherei di Venere
malinconico infiora i glauchi cieli.
Vieni ed amiam. Chi vive,
naturalmente guada
alle tenarie rive:
ma chi è prigion nel circolo,
che la tua man descrive, a ciò non bada.

Libri

2

Commenti (0)

Condividi
Accedi per pubblicare un commento.

Ancora nessun commento. Sia il primo a commentare.