Giuseppe Giusti

Giuseppe Giusti

1809–1850 · visse 40 anni IT IT

n. 1809-05-13, Monsummano Terme · m. 1850-03-31, Florença

Il Brindisi di Girella

dedicato al signor di talleyrand buon’anima sua.

—

Girella (emerito,
Di molto merito),
Sbrigliando a tavola
L’umor faceto,
Perdè la bussola
E l’alfabeto;
E nel trincare
Cantando un brindisi,
Della sua cronaca
Particolare
Gli uscì di bocca
La filastrocca.

Viva Arlecchini
E burattini
Grossi e piccini:
Viva le maschere
D’ogni paese;
Le Giunte, i Club, i Principi e le Chiese.

Da tutti questi
Con mezzi onesti
Barcamenandomi
Tra il vecchio e il nuovo,
Buscai da vivere,
Da farmi il covo.
La gente ferma,
Piena di scrupoli,

Non sa coll’anima
Giocar di scherma;
Non ha pietanza
Dalla Finanza.

Viva Arlecchini
E burattini;
Viva i quattrini!
Viva le maschere
D’ogni paese,
Le imposizioni e l’ultimo del mese.

Io, nelle scosse
Delle sommosse,
Tenni, per áncora
D’ogni burrasca,
Da dieci a dodici
Coccarde in tasca.
Se cadde il prete,
Io feci l’ateo,
Rubando lampade,
Cristi e pianete,
Case e poderi
Di monasteri.

Viva Arlecchini
E burattini,
E Giacobini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Loreto e la Repubblica francese.

Se poi la coda
Tornò di moda,
Ligio al Pontefice
E al mio Sovrano,
Alzai patiboli

Da buon cristiano.
La roba presa
Non fece ostacolo;
Chè col difendere
Corona e Chiesa,
Non resi mai
Quel che rubai.

Viva Arlecchini
E burattini,
E birichini;
Briganti e maschere
D’ogni paese,
Chi processò, chi rese e chi non rese.

Quando ho stampato,
Ho celebrato,
E troni e popoli,
E paci e guerre;
Luigi, l’Albero,
Pitt, Robespierre,
Napoleone,
Pio sesto e settimo,
Murat, Fra Diavolo,
Il Re Nasone,
Mosca e Marengo;
E me ne tengo.

Viva Arlecchini
E burattini,
E Ghibellini,
E Guelfi, e maschere
D’ogni paese;
Evviva chi salì, viva chi scese.

Quando tornò
Lo statu quo

Feci baldorie;
Staccai cavalli,
Mutai le statue
Sui piedestalli.
E adagio adagio
Tra l’onde e i vortici,
Su queste tavole
Del gran naufragio,
Gridando evviva
Chiappai la riva.

Viva Arlecchini
E burattini;
Viva gl’inchini,
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva il gergo d’allora e chi l’intese.

Quando volea
(Che bell’idea!)
Uscito il secolo
Fuor de’ minori,
Levar l’incomodo
Ai suoi tutori,
Fruttò il carbone,
Saputo vendere,
Al cor di Cesare
D’un mio padrone
Titol di Re,
E il nastro a me.

Viva Arlecchini
E burattini
E pasticcini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La candela di sego e chi l’accese.

Dal trenta in poi,
A dirla a voi,
Alzo alle nuvole
Le tre giornate,
Lodo di Modena
Le spacconate;
Leggo Giornali
Di tutti i generi;
Piango l’Italia
Coi liberali;
E se mi torna
Ne dico corna.

Viva Arlecchini
E burattini,
E il Re Chiappini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La Carta, i tre colori e il crimen læsæ.

Ora son vecchio;
Ma coll’orecchio
Per abitudine
E per trastullo,
Certi vocaboli
Pigliando a frullo,
Placidamente
Qua e là m’esercito;
E sotto l’egida
Del Presidente
Godo il papato
Di pensionato.

Viva Arlecchini
E burattini,
E teste fini;
Viva le maschere

D’ogni paese,
Viva chi sa tener l’orecchie tese.

Quante cadute
Si son vedute!
Chi perse il credito,
Chi perse il fiato,
Chi la collottola
E chi lo Stato.
Ma capofitti
Cascaron gli asini;
Noi valentuomini
Siam sempre ritti,
Mangiando i frutti
Del mal di tutti.

Viva Arlecchini
E burattini,
E gl’indovini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva Brighella che ci fa le spese.
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Poesie

4

Il Brindisi di Girella

dedicato al signor di talleyrand buon’anima sua.

—

Girella (emerito,
Di molto merito),
Sbrigliando a tavola
L’umor faceto,
Perdè la bussola
E l’alfabeto;
E nel trincare
Cantando un brindisi,
Della sua cronaca
Particolare
Gli uscì di bocca
La filastrocca.

Viva Arlecchini
E burattini
Grossi e piccini:
Viva le maschere
D’ogni paese;
Le Giunte, i Club, i Principi e le Chiese.

Da tutti questi
Con mezzi onesti
Barcamenandomi
Tra il vecchio e il nuovo,
Buscai da vivere,
Da farmi il covo.
La gente ferma,
Piena di scrupoli,

Non sa coll’anima
Giocar di scherma;
Non ha pietanza
Dalla Finanza.

Viva Arlecchini
E burattini;
Viva i quattrini!
Viva le maschere
D’ogni paese,
Le imposizioni e l’ultimo del mese.

Io, nelle scosse
Delle sommosse,
Tenni, per áncora
D’ogni burrasca,
Da dieci a dodici
Coccarde in tasca.
Se cadde il prete,
Io feci l’ateo,
Rubando lampade,
Cristi e pianete,
Case e poderi
Di monasteri.

Viva Arlecchini
E burattini,
E Giacobini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Loreto e la Repubblica francese.

Se poi la coda
Tornò di moda,
Ligio al Pontefice
E al mio Sovrano,
Alzai patiboli

Da buon cristiano.
La roba presa
Non fece ostacolo;
Chè col difendere
Corona e Chiesa,
Non resi mai
Quel che rubai.

Viva Arlecchini
E burattini,
E birichini;
Briganti e maschere
D’ogni paese,
Chi processò, chi rese e chi non rese.

Quando ho stampato,
Ho celebrato,
E troni e popoli,
E paci e guerre;
Luigi, l’Albero,
Pitt, Robespierre,
Napoleone,
Pio sesto e settimo,
Murat, Fra Diavolo,
Il Re Nasone,
Mosca e Marengo;
E me ne tengo.

Viva Arlecchini
E burattini,
E Ghibellini,
E Guelfi, e maschere
D’ogni paese;
Evviva chi salì, viva chi scese.

Quando tornò
Lo statu quo

Feci baldorie;
Staccai cavalli,
Mutai le statue
Sui piedestalli.
E adagio adagio
Tra l’onde e i vortici,
Su queste tavole
Del gran naufragio,
Gridando evviva
Chiappai la riva.

Viva Arlecchini
E burattini;
Viva gl’inchini,
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva il gergo d’allora e chi l’intese.

Quando volea
(Che bell’idea!)
Uscito il secolo
Fuor de’ minori,
Levar l’incomodo
Ai suoi tutori,
Fruttò il carbone,
Saputo vendere,
Al cor di Cesare
D’un mio padrone
Titol di Re,
E il nastro a me.

Viva Arlecchini
E burattini
E pasticcini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La candela di sego e chi l’accese.

Dal trenta in poi,
A dirla a voi,
Alzo alle nuvole
Le tre giornate,
Lodo di Modena
Le spacconate;
Leggo Giornali
Di tutti i generi;
Piango l’Italia
Coi liberali;
E se mi torna
Ne dico corna.

Viva Arlecchini
E burattini,
E il Re Chiappini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La Carta, i tre colori e il crimen læsæ.

Ora son vecchio;
Ma coll’orecchio
Per abitudine
E per trastullo,
Certi vocaboli
Pigliando a frullo,
Placidamente
Qua e là m’esercito;
E sotto l’egida
Del Presidente
Godo il papato
Di pensionato.

Viva Arlecchini
E burattini,
E teste fini;
Viva le maschere

D’ogni paese,
Viva chi sa tener l’orecchie tese.

Quante cadute
Si son vedute!
Chi perse il credito,
Chi perse il fiato,
Chi la collottola
E chi lo Stato.
Ma capofitti
Cascaron gli asini;
Noi valentuomini
Siam sempre ritti,
Mangiando i frutti
Del mal di tutti.

Viva Arlecchini
E burattini,
E gl’indovini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva Brighella che ci fa le spese.

La molla magnetica

Amore è morto al mondo, e par che dorma,
per quello che ne pensano parecchi:
io poi so che prepara una riforma,
e che, noiato degli arnesi vecchi,
buttò nel fuoco il solit’arco, e invece
udite, donne mie, che diavol fece.

Piccola molla immaginò, che mossa
scatta veloce e lungamente oscilla,
propagando quel moto e quella scossa,
come se fosse elettrica scintilla,
e per virtù simpatica o magnetica
il sistema nervoso urta e solletica.

Questa poi qua e là nel corpo umano
in mille parti, in mille modi ascose,
nei piedi a questo, a quello in una mano,
a chi più su, a chi più giù la pose;
uno l’ebbe di dentro, uno di fuori,
uno davanti, un altro a posteriori.

Poi legar seppe e combinar sì bene
le fibre con la molla in armonia,
che come il sangue al cuor va per le vene
e refluisce per contraria via,
così da quella il moto ai sensi dentro
passa, e ritorna dalle parti al centro.

Scatta la molla, e una dolcezza, un tremito
serpe occulto per l’ossa e per la fibra
e lieve lieve con soave fremito
le corde del piacere allenta e vibra;
e il cor che in tanta voluttà si scuote
si palesa per gli occhi e per le gote.

Il segreto d’amore, il talismano
che gli effetti fa sorgere ad un tratto,
e della simpatia tutto l’arcano,
consiste unicamente in quello scatto;
in quello scatto magico gradito,
che non si’ntende se non è sentito.

Tocchi la molla all’idolo adorato,
chi desia dell’amor gustare il frutto;
la donna ama quel tocco, ed è provato
che toccata la molla, è fatto tutto;
ma docile in amor non la sperate,
se la molla fatal non le toccate.

E a dirla, questa molla è un certo arnese,
che quando non è messa in pelle in pelle,
non si può venir subito alle prese,
e si dà facilmente in ciampanelle;
spesse volte trovandosi a contrasto
è meglio chiuder gli occhi e andare al tasto.

Gran destrezza ci vuole, e un po’ di flemma,
e mano esercitata e faccia tosta,
entrando in giuoco, usar lo strattagemma
colle figure di tentar la posta:
scartare i setti: se il profitto è poco,
passar la mano ed aspettar buon giuoco.

Vi narrerò il casetto d’un amico,
che non è punto uno stinco di santo;
lo dice a tutti, e anch’io però lo dico;
poi finirò, per non noiarvi tanto:
con le parole sue lo metto qui.
Gliel’ho sentito raccontar così:

«Vado al ballo una sera, e trovo pieno
di gente d’ogni risma e d’ogni conio:
v’era Gigia fra le altre, un capo ameno,
più armeggiona e più furba del demonio:
tale insomma, e lo sa chi la conobbe,
da far perder la flemma ancora a Giobbe.

Era la sala il consueto buco:
ed io che non so stare a quella pigia,
mi ritiro in un canto e m’introduco
a un tavolino di bambara: Gigia,
confusa fra quel turbine di gente,
ballava e schiamazzava allegramente.

Stanca poi di ballar, questa monella
entra in gioco e si pianta a canto a me;
io restava sull’angolo, e la bella
a destra mi sedea sul canapè,
di modo che fra l’uno e l’altro posto
un piè del tavolino era frapposto.

Io la guardava attento e almanaccava,
cercando un mezzo d’entrare in materia:
accorta della ragia, essa giocava
squadrandomi sott’occhio, e seria seria
tirava avanti come niente fosse.
Io non potendo più stare alle mosse:

‘Madama’, cominciai, ‘come le va?’
‘Male, ma male assai: da questa parte
c’è proprio la sperpetua. Eh! già si sa,
chi ha fortuna in amor non giochi a carte.’
‘Che! come c’entra? Eppur sarà così,
animo, lesto, scarti e badi lì.’

‘Mi creda’, seguitai, ‘tanta beltà…’
‘La prego a risparmiarsi il complimento.’
‘Oh non è complimento, è verità.’
‘Sarà come le piace; animo, attento.’
‘Se non bado a giuocar son compatibile.
Così vicino a lei com’è possibile?

Ma Gigia a muso duro, attenta al giuoco,
o delle frasi mie non soddisfatta,
non mi volea badar punto né poco;
parlava agli altri, faceva l’astratta.
Piccato da quell’aria altera e stramba,
strinsi l’assedio ed allungai la gamba.

Trovai duro e pigiai: bene, per bacco!
dissi dentro di me, dunque ci sta;
e replicando l’amoroso attacco,
ci messi tanta forza ed ansietà,
che il tavolin si mosse e fece cricche,
ed io rimasi lì come Berlicche.

Tremarono i doppieri e le candele,
e dimandaron tutti: o cos’è stato?
Io confuso mi vôlsi alla crudele,
confessando cogli occhi il mio peccato,
e vidi che si scosse e si riscosse,
coi labbri bianchi e colle gote rosse.

Tossì, m’urtò col gomito sinistro,
e brontolando non so che parola,
volle sdegnarsi, ma mutò registro,
perché le prese il rantolo alla gola;
la bussola perdette, e dal piacere
gettava a monti i goffi e le primiere».

Signori, io non ne sto mallevadore,
sarà vero, sarà una spacconata;
ma in sostanza, s’ei fece il bell’umore,
quella restò lì quasi incantata,
d’amor fu tutto il merito o la colpa,
che le pose la molla in una polpa.

È pur la bella cosa un tavolino!
Di sopra carte in mano e indifferenza,
si giuoca di sottecche a ginocchino,
e il ginocchio contiene un’eloquenza,
che non riesce a prender la migliore
in tutta la Rettorica d’Amore.

Sicché, tornando a quel che vi dicea,
non è la molla un sogno o un ammennicolo;
anzi, donne mie care, ho nell’idea,
che guardando la cosa a perpendicolo,
voi pur gli scatti, senza far misteri,
ne risentiste spesso e volentieri.

Ma a dir la verità, trovarne il guado
non è impresa sì facile e ordinaria.
Io pure ho la mia molla e non di rado
qualcuna me la fa saltare all’aria.
O il posto? Oh il posto, a dirvela, lo so,
ma non voglio insegnarvi dove l’ho.

Forse taluno non vedrà, perché
debba costar sì gran difficoltà
l’occulta molla a indovinar dov’è:
al primo cercator s’asconderà;
ma se una volta ritrovata fu,
a chi vien dopo non si cela più.

Sappiate che al mutar della stagione
si soffre di vertigini, e nel male
la macchina patisce e si scompone;
la molla del conquasso universale
scatta violentemente e di nascosto
o si storce, o si rompe, o muta posto.

Nel loco ov’era, indura la cotenna,
e ne riman la fibra intorpidita,
e se l’urta taluno o la tentenna,
non si fa viva al tocco delle dita.
Oh quanti, oh quanti han fatta la frittata,
perché la molla a un tratto è ritirata!

Ecco, donne, la causa, ecco il motivo
delle vostre pretese infedeltà:
quando un uomo non tocca più sul vivo,
via, confessiamo il ver, che se ne fa?
Esso al destino si rassegni, e poi
s’inquieti con la molla e non con voi.

Inoltre quella molla non ha sempre,
operando lo scatto, un’egual norma;
anzi varia ogni poco, ed alle tempre
del corpo ov’è celata s’uniforma;
e da questo fenomeno deriva
che in certi corpi è più o meno attiva.

V’è ancor chi non ha molla, o se pur l’ha
si muove appena e i nervi non irrita;
questo poi non so dirvi come va:
di certo sarà fessa o arrugginita:
ognuno al nascer suo l’ha salda e netta,
ma se si guasta poi non si rassetta.

C’è Crezia che n’ha due. Vi guardi Iddio
da Crezia; gira, strepita, gestisce,
e ognun dice: Crezina è tutta brio;
e la cagione poi non si capisce;
è quel doppio scattar la vera causa
che alla Crezia non dà requie né pausa.

E qui, come in parentesi, si osservi,
che nelle donne i brividi, le smanie,
i pallori, le scosse, il mal di nervi,
e isterismi e sbadigli ed emicranie,
attribuite un tempo a Silfi e Gnomi,
son di molla diagnostici e sintòmi.

Conosco finalmente alcune tali
che n’hanno per lo meno una dozzina;
ma nello scatto son deboli e frali;
altrimenti sarebbe una rovina:
servono a mantener l’animo desto,
ma gli effetti che fanno passan presto.

O giovinetti, che in amor bramate
di far breccia alle prime e senza pene,
queste che han tante molle stuzzicate,
e vi assicuro che farete bene;
perché senza timore e gelosia
si dà una toccatina e si va via.

Qui se mi dice alcun: come si fa
dunque a trovar la macchina fatale?
Risponderò che io stesso in verità
sudo a trovarla e ci riesco male:
solo ho sentito dir che dal colore
se ne giudica il moto ed il valore.

Le bianche l’hanno debole; le rosse
così così; le pallide incrinata,
ma buona per resistere alle scosse;
le brune hanno una molla indiavolata,
che non c’è versi di farle andar piano,
da far proprio cascar il pan di mano.

Sicché nel petto l’abbiano o nell’anche,
o interna, o a fior di pelle, o sopra o sotto,
bisogna andar di passo colle bianche,
colle rosse anderai di mezzo trotto;
va’ di galoppo con quelle di cera
pallida, e con le brune di carriera.

Ma non solo alle donne in questo mondo
giova toccar la molla, e corre voce
che spesso un ciarlatano, un vagabondo
toccò la molla e guadagnò la croce:
io però non l’ho visto, e in questo caso
seguo la teoria di San Tommaso.

Ma ho visto un cameriere ignudo e bruco,
toccar la molla e diventar patrizio;
toccarla agli scrocconi un ricco ciuco,
e passar per un uomo di giudizio;
toccarla l’abatino a Monsignore,
e doventar Canonico o Priore.

Da queste anomalie sovente è nato
il vincolo d’amor, la simpatia
che lega l’imbecille al letterato,
che ravvicina il nobile alla spia,
che unisce bacchettoni e sensuali,
e accorda sanfedisti e liberali.

Però se misti e dispari coi pari
vedrete casualmente alla giornata,
deh! non fate giudizi temerari:
è la molla toccata e ritoccata
che produce così, senza malizia,
la reciproca fede e l’amicizia.

Tocchiam la molla, il resto non importa.
Beati quelli che la molla imbroccano!
Che in somma delle somme, a farla corta,
o si tocca la molla o ce la toccano.
Donne mie belle, se pietose siete,
diteci in carità dove l’avete.

La Rassegnazione

Dite un po’, Padre mio, sarebbe vero
Che ci volete tanto rassegnati
Da giulebbarci in casa il forestiero
Come un cilizio a sconto de’ peccati,
E a Dio lasciare la cura del poi,
Come se il fatto non istesse a noi?

Eh via, Padre, parliamo da Cristiani:
Se vi saltasse un canchero a ridosso,
Lascerete là là d’oggi in domani
Che col comodo suo v’arrivi all’osso?
Aspetterete lì senza Chirurgo
Che vi levi da letto un Taumaturgo?

Uno che nasce qui nel suo paese,
Che di nessuno non invidia il covo,
Se non fa posto, se non fa le spese
A chi gli entra nel nido e ci fa l’ovo,
Se non gli fa per giunta anco buon viso,
Secondo voi, si gioca il Paradiso?

LA RASSEGNAZIONE

Noi siam venuti su colla credenza
Che il mondo è largo da bastare a tutti:
E ci pare una bella impertinenza,
Che una ladra genía di farabutti
Venga a imbrogliar le parti di lontano
Che fa Domine Dio di propria mano.

Questa dottrina di succhiarsi in pace
Uno che ci spelliccia allegramente,
Padre, non è in natura, e non ci piace
Appunto perchè piace a certa gente:
Caro Padrino mio, questa dottrina,
Secondo noi, non è schietta farina.

Vedete? Ognuno di scansar molestia
Si studia a più non posso e s’arrabatta:
E morsa e tafanata, anco una bestia
Vedo che si rivolta e che si gratta:
E noi staremo qui come stivali
Senza grattarci quest’altri animali?

«Siamo fratelli, siam figli d’Adamo,
» Creati tutti a immagine d’Iddio;
» Siam pellegrini sulla terra; siamo,
» Senza distinzïon di tuo nè mio,
» Una famiglia di diverse genti...»
Bravo, grazie, non fate complimenti;

E facciamo piuttosto in carità
Tanti fratelli, altrettanti castelli!
Di quella razza di fraternità
Anco Abele e Caino eran fratelli!
Finchè ci fanno il pelo e il contrappelo,
Che c’entra stiracchiare anco il Vangelo?

Questo vostro dolciume umanitario,
Questa fraternità tanto esemplare,
Che di santa che fu là sul Calvario
L’hanno ridotta ad un intercalare,
Vo’ l’usereste, ditemi, appuntino
Tanto al ladro diritto che al mancino?

Oh io, per ora, a dirvela sincera,
Mi sento paesano paesano:
E nel caso, sapete in qual maniera
Sarei fratello del genere umano?
Come dice il proverbio: amici cari,
Ma patti chiari e la borsa del pari.

Prima, padron di casa in casa mia;
Poi, cittadino nella mia città;
Italiano in Italia, e così via
Discorrendo, uomo nell’umanità:
Di questo passo do vita per vita,
E abbraccio tutti e son cosmopolita.

La Carità l’è santa, e tra di noi
Che siamo al sizio venga e si trattenga;
Ma verso chi mi scortica, po’ poi,
Io non mi sento carità che tenga:
Padrino, chi mi fa tabula rasa,
Pochi discorsi, non lo voglio in casa.

Questa marmaglia di starci sul collo
Non si contenta, ma tira a dividere,
Tira a castrare e a pelacchiare il pollo,
Come suol dirsi, senza farlo stridere:
E la pazienza in questo struggibuco
La mi doventa la virtù del ciuco.

L’ira è peccato! Sì, quando per l’ira
Se ne va la giustizia a gambe all’aria:
Ma se le cose giuste avrò di mira,
L’ira non sento alla virtù contraria.
Fossi Papa, scusatemi, a momenti
L’ira la metterei tra’ Sacramenti.

Cristo, a questo proposito, ci ha dato,
Dolce com’era, un bellissimo esempio
(E lo lasciò perchè fosse imitato),
Quando, come sapete, entrò nel Tempio
E sbarazzò le soglie profanate
A furia di santissime funate.

Fino a non far pasticci, e all’utopie
Tenere aperto l’occhio e l’uscio chiuso;
Fino a sfidare il carcere, le spie,
L’esilio, il boia, e ridergli sul muso;
Fino a dar tempo al tempo, oh Padre mio,
Fin qui ci sono, e mi ci firmo anch’io.

Ma la prudenza non fu mai pigrizia.
Vosignoria se canta o sesta o nona,
Canta: Servite Domino in lætitia;
E non canta: servitelo in poltrona.

Sant’Ambrogio

Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco
Per que’ pochi scherzucci di dozzina,
E mi gabella per anti-tedesco
Perchè metto le birbe alla berlina,
O senta il caso avvenuto di fresco,
A me che girellando una mattina,
Capito in Sant’Ambrogio di Milano,
In quello vecchio, là, fuori di mano.

M’era compagno il figlio giovinetto
D’un di que’ capi un po’ pericolosi,
Di quel tal Sandro, autor d’un Romanzetto
Ove si tratta di Promessi Sposi......
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi,
In tutt’altre faccende affaccendato,
A questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
Di que’ soldati settentrïonali,
Come sarebbe Boemi e Croati,
Messi qui nella vigna a far da pali:
Difatto se ne stavano impalati,
Come sogliono in faccia a’ Generali,
Co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
Davanti a Dio diritti come fusi.

Mi tenni indietro; chè piovuto in mezzo
Di quella maramaglia, io non lo nego
D’aver provato un senso di ribrezzo
Che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo;
Scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
In quella bella casa del Signore,
Fin le candele dell’altar maggiore.

Ma in quella che s’appresta il Sacerdote
A consacrar la mistica vivanda,
Di subita dolcezza mi percuote
Su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
Come di voce che si raccomanda,
D’una gente che gema in duri stenti
E de’ perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri assetati;
Quello: O Signore, dal tetto natio,
Che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io;
E come se que’ côsi doventati
Fossero gente della nostra gente,
Entrai nel branco involontariamente.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
Poi nostro, e poi suonato come va;
E coll’arte di mezzo, e col cervello
Dato all’arte, l’ubbíe si buttan là.
Ma cessato che fu, dentro, bel bello
Io ritornava a star, come la sa;
Quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
Da quelle bocche che parean di ghiro,

Un cantico tedesco lento lento
Per l’äer sacro a Dio mosse le penne:
Era preghiera, e mi parea lamento,
D’un suono grave, flebile, solenne,
Tal, che sempre nell’anima lo sento:
E mi stupisco che in quelle cotenne,
In que’ fantocci esotici di legno,
Potesse l’armonia fino a quel segno.

Sentía nell’inno la dolcezza amara
De’ canti uditi da fanciullo: il core
Che da voce domestica gl’impara,
Ce li ripete i giorni del dolore:
Un pensier mesto della madre cara,
Un desiderio di pace e d’amore,
Uno sgomento di lontano esilio,
Che mi faceva andare in visibilio.

E quando tacque, mi lasciò pensoso
Di pensieri più forti e più soavi.
Costor, dicea tra me, Re pauroso
Degl’italici moti e degli slavi,
Strappa a’ lor tetti, e qua senza riposo
Schiavi gli spinge per tenerci schiavi;
Gli spinge di Croazia e di Boemme,
Come mandre a svernar nelle Maremme.

A dura vita, a dura disciplina,
Muti, derisi, solitari stanno,
Strumenti ciechi d’occhiuta rapina
Che lor non tocca e che forse non sanno:
E quest’odio che mai non avvicina
Il popolo lombardo all’alemanno,
Giova a chi regna dividendo, e teme
Popoli avversi affratellati insieme.

Povera gente! lontana da’ suoi,
In un paese qui che le vuol male,
Chi sa che in fondo all’anima po’ poi
Non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi. —
Qui, se non fuggo, abbraccio un Caporale,
Colla su’ brava mazza di nocciuolo,
Duro e piantato lì come un piolo.

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