Inghilfredi

Inghilfredi

n. , Lucca

Caunoscenza penosa e angosciosa

Caunoscenza penosa e angosciosa,
assai sei più che morte naturale,
al mio parire;
fussi gioiosa tanto e amorosa,
cum cui tu gissi, mai sentiria male
senza fallire;
seria gaio e giocondo,
averia gioi e tutta beninanza,
nulla già mai vedria contar lianza,
c’a la sua fosse a pare in onne loco.

Li qual deriano honore mantenere
e fermi stare in alto paragio
son più sfallenti;
regensi in servitute per avere
auro e argento e non gentil coragio
d’esser piacenti.
Grandezza si consuma;
l’erbe derian granire e non fiorire,
né arbori foglire — né fare frutto,
veder lo male più che ’l ben saglire.
Non pare di barnagio in nulla parte
che si peni gradire né avanzare
i
però cordoglio;
ciascuno ’n tal mistieri si comparte
’
lo meo cor parte vedendo regnare
follia ed orgoglio.
Risguardando m’ammiro:
donne e donzelle vegio di gran dire
senza sostegno tornare niente,
sì malamente gentilezza spare.

Non deveria lucer luna né stelle,
devria lo sol freddare e non calire,
l’aigue turbare,
né mai auselli posare in ramelle,
giachiti a terra tristar e languire,
“più non vernare.
Contasi mal per meglio,
vedesi il pegio tuttora avanzare,
per contra fare — vince malenanza;
è l’onoranza — natural perita.

Cavalier non cognosco da metcieti,
né gentildonna da altra burgese,
— peno sovente —
né bon donzello da altro lainieti;
45 non è leanza ver ciò è palese
veracemente.
Dico lo meo parvente
per exempli: chiara ven l’aire scuta,
lo vil ausel sovrasaglie il falcone,
50 pres’à leon natura di taupino..
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Poesie

2

Caunoscenza penosa e angosciosa

Caunoscenza penosa e angosciosa,
assai sei più che morte naturale,
al mio parire;
fussi gioiosa tanto e amorosa,
cum cui tu gissi, mai sentiria male
senza fallire;
seria gaio e giocondo,
averia gioi e tutta beninanza,
nulla già mai vedria contar lianza,
c’a la sua fosse a pare in onne loco.

Li qual deriano honore mantenere
e fermi stare in alto paragio
son più sfallenti;
regensi in servitute per avere
auro e argento e non gentil coragio
d’esser piacenti.
Grandezza si consuma;
l’erbe derian granire e non fiorire,
né arbori foglire — né fare frutto,
veder lo male più che ’l ben saglire.
Non pare di barnagio in nulla parte
che si peni gradire né avanzare
i
però cordoglio;
ciascuno ’n tal mistieri si comparte
’
lo meo cor parte vedendo regnare
follia ed orgoglio.
Risguardando m’ammiro:
donne e donzelle vegio di gran dire
senza sostegno tornare niente,
sì malamente gentilezza spare.

Non deveria lucer luna né stelle,
devria lo sol freddare e non calire,
l’aigue turbare,
né mai auselli posare in ramelle,
giachiti a terra tristar e languire,
“più non vernare.
Contasi mal per meglio,
vedesi il pegio tuttora avanzare,
per contra fare — vince malenanza;
è l’onoranza — natural perita.

Cavalier non cognosco da metcieti,
né gentildonna da altra burgese,
— peno sovente —
né bon donzello da altro lainieti;
45 non è leanza ver ciò è palese
veracemente.
Dico lo meo parvente
per exempli: chiara ven l’aire scuta,
lo vil ausel sovrasaglie il falcone,
50 pres’à leon natura di taupino..

Del meo voler dir l’ombra

Del meo voler dir l’ombra
cominzo scura rima.
Como di dui congiunti Amor m’inungla,
sì natural m’adombra
5 in lavoreo e rima,
essendo due, semo un com’ carne ed ungla.
Ed è rason, poi membra
la Scriptura le membra
che di tal guisa tale Amor congiunge,
10 si che, quando l’agiunge,
tal dritto amor v’aiunge,
chi lo manten, null’altra gioi li membra.

Ed eo, c’a provar miro
sono, salvando sperdo,

valente da un altro spregevole; non si ha lealtà verso ciò che è I
lesemente verace, Dico la mia opinione per mezzo di esempi:
tempo scuro diviene sereno, l’uccello vile assale il falco, il leone
preso natura di topo.
sì che concriomi ’n amate spunza:
doglio quando più miro
lo guadagno che perdo,
ché più mi pura ca l’aigua la spunza.
E ciò mi fa cui sono,
c’al cor m’à miso un sono
di ben voler si fotte, che m’abatto
in tai pene, che batto
le mani e git m’abatto
e son giocondo e di pianger fo sono.

Stringe lo core e gronda
lo viso di condutto
dell’aigua, che tale fonte tisurge;
non ò coverta a gronda,
che lo mal che m’è adutto
covrir potesse, se el non risurge.
Tal è 1 disio c’ònde
che si spesso mi conde
d’un aghiacciato pensier crudo e resto,
und’eo di duol no resto
quand’a pensar m’aresto
là w’ il disio lo mio mal nasconde.
Seo tegno il dritto a inverso
e di lei il cor m’incambra,
tal la sento non maraviglia parmi
tant’ao nascoso in verso
del meo core la cambra,
ché nullo amante di ciò non è par mi,
d’essere amato a punto
da lei, per cui son punto
da lungi più che quando le son presso;
und’eo a dir m’apresso
qual eo nd’agio lo presso,
e non di tutto posso dire un punto.

Del meo disir non novo
chiuso parlare spargo,
ca chiusamente doglio sopra cima:
nullo par di me novo,
ché tal porto lo cargo
in dritto amor, per c’ogn’altro dicima.
La mia fede è più casta
e più diritta c’asta,
che ’n segnoria s’è regata a serva
e più lealtà serva
i
che ’l suo dir non conserva
lo bon Tristano al cui pregio s’adasta.
Lo mio buon dir s’avasta,
va a lei, per cui se vasta
la mia persona, c’à governar nerv’à
la nave di Minerva,
(65 che sì fotte m’inerva
a sofrir pena c’ogn’altro divasta.

Guittone d’ Arezzo

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