Lorenzo Venier

Lorenzo Venier

1510–1550 · visse 40 anni IT IT

n. 1510-09-11, Veneza · m. 1550-10-28, Veneza

Dal Trentuno della Zaffetta

Il giovin nuntio del trentun gentile,
ch’a la libera vive per natura,
la conforta al far animo virile,
tal che la Zaffa stringe, entra in bravura,
e chiama un atto di persona vile
chi vendetta di far con donne cura;
ond’ei, ch’entreria in collera con Dio,
disse: «Voltati in là, potta di Dio».
Voltossi in là col capo umile e basso
Sua Signoria, et ei, rizzato ’l stocco,
dietro la porta glie ’l messe per spasso,
non da lussuria, ma da un grizzol tocco;
e qui è, Signor, da notar un bel passo,
per cui a Chioggia invidia ha Malamocco.
Non so s’è tacerlo o meglio dirlo,
ma serri gli occhi chi non vuole udirlo.
Lo stocco di quel giovane ch’io dico,
essendo duro, parea proprio un sasso;
l’ostreghe ch’inghiottì la Zaffa, amico,
andando vive pel suo corpo a spasso,
a quello s’aggrappar con forte intrico.
Sentendo questo il gentil’uomo, un passo
tirossi in dietro, e ’l stocco dischiavato,
d’ostreghe ’l vide tutto ricamato.
E così, com’egli, uscendo fuora,
il miracolo a i suoi dimostrò chiaro.
Le risa che di ciò fur fatte allora,
non ve le conterebbe un calendaro;
e mentre le reliquie la Signora
tenea scoperte, e facea pianto amaro,
eccoti un pescator pazzo e bestiale,
ch’un mezzo braccio ha lungo il pastorale.
E senza dir: cor mio, né dar conforto,
a lei s’avventa e la gran lancia arresta,
e con un guardo villanesco e torto
le cosce l’apre, ed incartolla a sesta.
Grida la Zaffa: «Matti, tu m’hai morto»;
e su la sponda inchinando la testa,
stette tanto in angoscia ed in dolore,
che venne un altro, in cambio al pescatore.
Questo quarto a chiavarla parse a lei
pur pescator, ma di natura pia,
e inginocchioni lanciosegli a i piei,
dicendo: «Uomo da ben chi tu ti sia,
se mi scampi di man de i farisei,
facendomi fuggir per qualche via,
queste gioie e catene vo donarti,
et diece e venti volte contentarti».
«Non voglio gioie, non voglio catene:
vo’ fottér», disse Marcon, «a la pace»;
et voltatala in giuso con le schiene,
la balestra scarcò due volte in pace.
Dopo costui un barcaruol ne viene,
che la merenda non fa su la barca,
se bee senz’acqua al boccal vin di Marca.
Mentre che ’l barcaruol facea i suoi fatti,
ecco a la porta una quistione appare,
de la camera dico, perché ratti
i chioggiotti son corsi per chiavare,
come su i tetti di genaro i gatti
corron con iscazzito sgaolare
e la Zaffa infelice ahimè dicea,
e ’l gentiluom di fuor le rispondea:
«Madonna mia, il mondo è fatto a scale.
Sempre non ride del ladro la moglie.
A Chioggia scende chi a Venetia sale,
e pur talor la volpe ben si coglie.
Voi rideste di me di carnevale,
quando ch’i’ avea del vostro amor le doglie;
or di quaresima io mi rido di voi,
e così pari il gioco va fra noi».
«Ah! Crudele! Ah! Ingrato, ove, ove sono
le berte date a me, quando volevi
l’arrosto, che parendoti ognor buono:
dammelo, cara mammina, mi dicevi?
E se mi concedete ch’io mi levi
questo trentun daddosso, che m’accora,
vi sarò sempre schiava e servitora.»
Rispose il gentiluom da lei tradito:
«Adesso vien ampia commissione,
ch’avrà il vostro voto esaudito.
State col cor contrito in oratione».
In questo, un ch’avea, com’un romito,
la conscientia senza discretione,
da traditor, da turco e da giudeo,
aprì con la sua chiave il culiseo.
Con il carbon stava un, segnando al muro
tutte le botte ch’eran date a lei:
e quando a lei sei volte giunte furo,
gridò colui ad alta voce: «E sei».
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Poesie

1

Dal Trentuno della Zaffetta

Il giovin nuntio del trentun gentile,
ch’a la libera vive per natura,
la conforta al far animo virile,
tal che la Zaffa stringe, entra in bravura,
e chiama un atto di persona vile
chi vendetta di far con donne cura;
ond’ei, ch’entreria in collera con Dio,
disse: «Voltati in là, potta di Dio».
Voltossi in là col capo umile e basso
Sua Signoria, et ei, rizzato ’l stocco,
dietro la porta glie ’l messe per spasso,
non da lussuria, ma da un grizzol tocco;
e qui è, Signor, da notar un bel passo,
per cui a Chioggia invidia ha Malamocco.
Non so s’è tacerlo o meglio dirlo,
ma serri gli occhi chi non vuole udirlo.
Lo stocco di quel giovane ch’io dico,
essendo duro, parea proprio un sasso;
l’ostreghe ch’inghiottì la Zaffa, amico,
andando vive pel suo corpo a spasso,
a quello s’aggrappar con forte intrico.
Sentendo questo il gentil’uomo, un passo
tirossi in dietro, e ’l stocco dischiavato,
d’ostreghe ’l vide tutto ricamato.
E così, com’egli, uscendo fuora,
il miracolo a i suoi dimostrò chiaro.
Le risa che di ciò fur fatte allora,
non ve le conterebbe un calendaro;
e mentre le reliquie la Signora
tenea scoperte, e facea pianto amaro,
eccoti un pescator pazzo e bestiale,
ch’un mezzo braccio ha lungo il pastorale.
E senza dir: cor mio, né dar conforto,
a lei s’avventa e la gran lancia arresta,
e con un guardo villanesco e torto
le cosce l’apre, ed incartolla a sesta.
Grida la Zaffa: «Matti, tu m’hai morto»;
e su la sponda inchinando la testa,
stette tanto in angoscia ed in dolore,
che venne un altro, in cambio al pescatore.
Questo quarto a chiavarla parse a lei
pur pescator, ma di natura pia,
e inginocchioni lanciosegli a i piei,
dicendo: «Uomo da ben chi tu ti sia,
se mi scampi di man de i farisei,
facendomi fuggir per qualche via,
queste gioie e catene vo donarti,
et diece e venti volte contentarti».
«Non voglio gioie, non voglio catene:
vo’ fottér», disse Marcon, «a la pace»;
et voltatala in giuso con le schiene,
la balestra scarcò due volte in pace.
Dopo costui un barcaruol ne viene,
che la merenda non fa su la barca,
se bee senz’acqua al boccal vin di Marca.
Mentre che ’l barcaruol facea i suoi fatti,
ecco a la porta una quistione appare,
de la camera dico, perché ratti
i chioggiotti son corsi per chiavare,
come su i tetti di genaro i gatti
corron con iscazzito sgaolare
e la Zaffa infelice ahimè dicea,
e ’l gentiluom di fuor le rispondea:
«Madonna mia, il mondo è fatto a scale.
Sempre non ride del ladro la moglie.
A Chioggia scende chi a Venetia sale,
e pur talor la volpe ben si coglie.
Voi rideste di me di carnevale,
quando ch’i’ avea del vostro amor le doglie;
or di quaresima io mi rido di voi,
e così pari il gioco va fra noi».
«Ah! Crudele! Ah! Ingrato, ove, ove sono
le berte date a me, quando volevi
l’arrosto, che parendoti ognor buono:
dammelo, cara mammina, mi dicevi?
E se mi concedete ch’io mi levi
questo trentun daddosso, che m’accora,
vi sarò sempre schiava e servitora.»
Rispose il gentiluom da lei tradito:
«Adesso vien ampia commissione,
ch’avrà il vostro voto esaudito.
State col cor contrito in oratione».
In questo, un ch’avea, com’un romito,
la conscientia senza discretione,
da traditor, da turco e da giudeo,
aprì con la sua chiave il culiseo.
Con il carbon stava un, segnando al muro
tutte le botte ch’eran date a lei:
e quando a lei sei volte giunte furo,
gridò colui ad alta voce: «E sei».

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