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Sovraimpressioni
Andrea Zanzotto
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Sovraimpressioni

Dintorni natalizi

Natale, bambino o ragnetto o pennino
che fa radure limpide ovunque
e scompare e scomparendo appare
come candore e blu
delle pieghe montane
in soprassalti e lentezze
in fini turbamenti e più

Bambino e vuoto e campanelle e tivù
nel paesetto. Alle cinque della sera
la colonnina della meteo della farmacia
scende verso lo zero, in agonia.
Ma galleggia sul buio
con sue ciprie di specchi.
Natale mordicchia gli orecchi
glissa ad affilare altre altre radure.
Lascia le luminarie
a darsi arie
sulla piazza abbandonata
col suo presepio di agenzie bancarie.
Natali così lontani
da bloccarci occhi e mani
come dentro fatate inesistenze
dateci ancora di succhiare
degli infantili geli le inobliate essenze

Dirti “natura”

poterti chiamare Natura —
ultima, ultime letture
in chiave di natura,
Su ciò che fu detto natura
e di cui sparì il nome
natura che poté avere nome e nomi
che fu folla di nomi in un sol nome
che non era nome

possibilità di
ditti natura —

mai fu natura —
mai fu — ma vieni
gocciola o lacrima scaturisci
dal labbro-natura
tu pura impura
pertinenza dis-pertinenza
di nomenclatura
ardente e vana
spenta e sacramentana
tu sbagliata lettura

ora travolta in visura di loschi affari
fatta da bulbi oculari
incendiati
dal re di denari

La maestra Morchet vive?

In una seghettata, oscillante incertezza
di prenovembre, un luccichio
come lancia venne, come dall’occhio di una casupola?
La maestra Morchet forse
ci fa segnali con lo specchio?
Aggirandosi nei guadi
della nonagesima età
o forse in gradi più in là?
Dà lei segnali senza saperlo
come una madrenatura ormai
perché è il distillato più ebrio
di tutte le pulsioni prospettive
di queste bellerive?
O liofilizzazioni di miliardi
di sguardi e sospiri in sabbie ed
aure tutto ciò che fu,
cipria attivissima in cui
Essa — la sua — la nostra storia
ridiventata crisalide instabile
è più prossima a multivocali
alterità?
In paesi posati come farfalle
che ai già esistenti s’inalano e ne riesalano?
Ad essi allude, Maestra, ci risveglia
come a un dovere, ma da dove?
Ed esiste davvero
questo punto X del magistero?
Chi davvero saprà darcene informazione,
introducendoci, in marcia, grazie a Lei
in un’Ipperstoria più che per umani per dèi
che d’ogni storia è l’ultima passione?

Medusa
in un freddo luglio

Ma ieri, mentre un poco
di sole, in meteogioco
scintillò su nell’alto,
qualcuno ricordò:
«Domani si fa la festa
è il 14/7»
e la tua voce estrania
d’improvviso intonò:
«Allons enfants de la patrie»;
cantammo insieme a te

e più versi che 1 nostri
la tua vivida gola partì.
Allons enfants — affrettati o vittoria
su un carro d’astrociti e di neuroni,
rifiorisci memoria
su tutte le tue dannazioni.
hanno accarezzato”, “mani di preti di zie di ortolani”, “mano del compa-
99 e
gno di scuola”, “mani di Berta asciugate dal vento se appendeva il buca-
9” 66
””
ce
Da IL PRATO VERDE

Sere del dì festivo

non v’è nulla, nel tuo tutto, che si chiami sera.

Sera che scende da se stessa come
purissima immemore autoctonia del gelo.

Sera che è festa di tratti unicizzanti
hàpax di unicità qui implicate
per orrore errore splendore 31-1, e poi
dannata euforia di guerriglie del gelo

Sera del dì di festa: e ogni vena, infine,
voluttà in lei ristagna
e poi rimbalza e scivola
e ogni grido-bisbiglio precipita
in luce umana scavata dentro vetri
in cui Beltà chances frammenti già ipèrmetri
sotto ogni grado zero
sotto la cuspide 31-1
vibrano allùcinano.

Sera che non vuole, anche se onnipotente,
che abbandonaaccantona futuro e passato
e pur nega il presente
ma
sera che non tradisce, sparge
duri perdoni, durissime consolazioni,
lacrime gloriosamente
folli-fossili.

Sera, immensa ti fai di suoni nani
di tossici juke-box
che nessuno mai rinvenne, udì, sostenne;
31-1, domenica, sera del dì di festa,
‘passione ghiacciooscura
nota e maisempre ignota,
sera fuori figura
sutura.

Visura

Il mondo è puro dispetto
è puro dispetto a se stesso
non è oggi né ieri né domani
è un “mai” stizzoso
stizzito stinto sterpo
che non riesce, ma forse
fuoriesce a irretire
un suo intimo
de-finire
sdefinirsi da sé
da me da ogni una
delle ubique oblique
ubiquità
Il mondo è l’altissimo o il bassissimo
che si fa scritta incisa su una stenta panchina
è il capoverso che spezza
tutto l’esclamare ESCLAMARE
qui dentro qui fuori diffuso —
il falso dire, udire, ardire
trafigge e frigge in ire
di arsi e tesi sconnesse
tutte le tue vecchie scommesse

ma
forse
indizi-tizzi-fumi
di sue convulsioni-stazioni
propone in uno scemo
memo
freddo e freddura che vedilà s’espande
e affiora e figlia
ancora in mille autismi, o se si vuole, trismi.
❦ Sovraimpressioni · Andrea Zanzotto
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