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La luce del distacco
Maurizio Cucchi
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La luce del distacco

Da miserabile ebbe il momento

Da miserabile ebbe il momento di sublime gloria.
La portavano via su una carretta,
come un pacco di morte.
L’aspettava un palco di pietra, carico di legna,
nel mercato.
I soldati avevano asce e mazze,
e un boia l’aspettava.
C’erano monaci viola
che biascicavano dei paternoster.
Ti ergevi ancora.

Tu mi ascolti, dall’alto delle tue fascine,
e la tua forma bianca, tra le fiamme,
riverbera nella mia mente.
Chiedevi una croce e un inglese
ne fece una con due pezzetti di legno
e te la diede.

Il corpo era lassù

Il corpo era lassù,
era come planasse sulla folla.
Osservava le cime degli alberi, i campanili, il cielo,
sentiva il poco vento nella primavera.
Gridava, poi, nel soffoco, nel fumo:
“erano vere, erano Dio,
le mie luci, le voci !”.
Quelle lingue leccavano
i suoi piedi, la camicia,
salivano ai capelli.
Attorcigliata, gli occhi rovesciati,
la fiamma mangiava spalle e mani, le gambe...
cercava di chiudere sul petto
le braccia in croce,
ma le cadevano.
Si inabissava
tutto il suo corpo formidabile...

Ma c’è chi osserva atterrito

Ma c’è chi osserva atterrito la sua tenebra ogni notte,
e madido
annichilisce col capo sul cuscino
e per calmarsi si accarezza il viso,
sfiora incerto il corpo più vicino
e resta lì, capisce
il suo graduale trascolorare lento
fino a un biancore senza nome.
“All’incubo non c’è mai risveglio,
ma 10 lo guardo dritto.
Forse c’è un senso
di più docile armonia, che ti disfa sereno”,
pensa.
E trova casa in un altrove vagante,
sì tramuta e si sparge nell’aria.
❦ La luce del distacco · Maurizio Cucchi
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