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La stella del libero arbitrio
Squillano le medaglie delle foglie
sciabola autunno il mare.
Terra, urna di odori in cui germoglia
il seme del futuro.
La mia vita, incompiuta cattedrale,
aspetta l’arco ovest.
Lo sogna, oscuramente lo campisce,
sa che è il pilone-pilastro del passato.
Angeli-muratori a notte sfiorano
il porticato da finire: frusciano
come memorie nella tramontana,
oltre un sudario di palpebre e zero.
Sangue patito, lacrime e pensiero
cementano le pietre. Adesso posso
assolvere e inglobare l’arco est
che ridendo si è eretto da solo.
Quando stavo a Milano il Duomo aveva trent’anni di meno,
valchiria folle marzo galoppava,
un cielo di struggente acquamarina
mi rideva in pupille di pochi ricordi.
Ragazzetta la quercia del collegio
stringeva sul cuore trenta cerchi di meno,
la torre Velasca brillava nuova zecca
riflettendo tramonti da isole papuasiche.
Come un cero la linguetta di fuoco,
ogni guglia scalare reggeva il suo santo.
Li vedevo sorridere, con la mia vista d’aquila,
palpebrare e ripetermi di sì.
Sotto tre lune piene ruotanti tutte insieme
per me fioriva fitto sul sagrato
un prato di narcisi su cui danzava Rimbaud.
Avevo qualche aureola in più, nel marzo di Milano.
Il gabbiano minuscolo sulla nave che gli somiglia
(un puntino sull’i della chiglia)
per gli emigrati è solo un fazzoletto,
un altro addio che sventola a lungo.
Nei loro occhi a lungo sventolante
per anni durerà: struggente candidezza
contro quel nero di scialli allineati
nel paradiso terrestre della riva che s’allontana.
Morta da un anno, ancora qualche visita mi giunge,
smuove a grandi bracciate la primavera —
polline, incenso e nuvole si mischiano danzando
a parole impigliate ai miei rami —
Telefona messaggi il picchio verde.
Il cuore perde colpi e non lo sa.
Ramo secco, ricorda.
Questa la tua dannazione.
A Montale
Il 12 settembre 1981
Tu ti cancelli e subito in altre forme ti annunci,
falsetto sapienziale di nebbia allegra,
antica pala adolescente, tremula
in un bemolle di acque strane.
La tua scomparsa è scandalo, è messaggio
che sconvolge interi meridiani,
coinvolge il futuro e trascina
pitésfori, bufere e termitai —
Potrà mai dileguarsi il tuo passo
per chi eredità quegli impervi segreti?
Il meglio della seppia è l’osso.
Il resto è per i cuochi.
Da I FASTI DELL’ORTICA
Se uso la parola è per pregarti
di ascoltare il mio fondo silenzio.
Non c’è ancora un linguaggio (o s’è dimenticato)
per tradurre ciò che a te ho da dire.
Un pagliaccio batteva su un tamburo.
Era musica d’angeli, secondo il suo cuore.
E non vedeva più nemmeno l’orso
che gli zompava accanto
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La stella del libero arbitrio · Maria Luisa Spaziani
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