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Cumae
Michele Sovente
1985
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Cumae

1985

Acqua mediterranea

Chiedo quiete all’acqua
lacustre e marina, mi seducono
i laghi, mi stordiscono
i mari: rami d’ombra sotto
il tufo, spire infinite di luce
oltre la costa. Non ha sosta
il correre mio sulla sabbia
in cerca di un fossile, di un
volto, proprio sotto le scarpe, ecco,
impronte si sfaldano nomi. Tutto
ciò che non ho, l’albero e il frutto,
contiene l’acqua in sé
che sempre circonda
la torre, la casa. Acqua, mia
acqua antica e contemporanea, sii
tu il punto fermo, la via
che porta al miscuglio di lingue,
acqua mediterranea.

Dilà

Di là, stretta nella sua pelle, come la
pietra antica e la clessidra che si ostina
a misurare 1] trascorrere rovinoso

dei venti, dei pensieri, nel lattiginoso
silenzio, nell’immensa brina, di là
sta Cuma, la Sibilla che delira.

In flatu

In flatu, nunc est
Nel fiato, è ora nell’ingranaggio,
in machina, nunc
ora è piccola l’ombra
umbra est parvula
nell’unghia del fiato. “Perché
in ungula flatus. “Cur
nei millenni per l’aria si espande
per saecula vox per aethera
la voce dei volatili?”’. Dal mio, è
volucrum patet?”. De meo,
dal mio corpo soltanto, come
solum de corpore meo, sicut
dalla terra la ruggine, che
de humo robigo, nascitur
rotola vortica
frangitur flatus
il fiato si spappola

Luna in circulo

Luna in circulo adfixa
Luna in un cerchio fissa
suam lucem algidam scandit
che la sua luce gelida
trans vacuas temporum rimas
emana per le fessure
silens est oculus luna
del tempo è occhio zitto
campos desertos adspiciens
la luna che guarda i deserti
at latet in cinere
campi e di cenere splende
at patet in itinere
e nel transito traspare
sola luna solissima
sola luna solissima
mater quae gignit animam
madre che crea l’anima
de spherica eius natura
della sua sferica natura
descendit omnis pictura
discende ogni pittura
in qua terra transparet
dove la terra freme
luna in lacu reflexa
luna nel lago riflessa
luna in axe convexa
luna sull’asse convessa
i sassi la luna cinge
saxa luna cingit
gli amori la luna finge
amores luna fingit
dovunque i sogni stringe
ubique somnia stringit
crudele luna nudissima...
cruda luna nudissima...

Né ci giova

Tenaci m’inghiottono tenebre,
la sete è la mia taverna
e la fame è la mia lucerna,
fremono le foglie, sibila
la freccia del desiderio al crepuscolo,
sulle tavole scorre la polvere
d’inverno -, questo è lo scherno
della vita né si può vincere -,
le mie vertebre mordono
la melma dell’ Averno, l’ultima
salvezza mia non è il tuo amore,
oh, se il mare i nostri ignudi
nomi sbriciolasse! - è questo
il culmine della morte né
ci giova -, forse le novelle
stelle estingueranno ogni dolo?

Da CARBONES

Neapolis

Fittamente colloquiando sotto
l’arco rumoroso di Portalba
nel luccichio delle librerie, io
e un’amica di università - qualche
ruga ne sottolinea gli anni - ricordiamo
l’antico fuoco del sapere quando
l’illustre cattedratico nutriva
con succulente parole i centomila
fantasmi letterari, gli amari
sottintesi della storia. Ci pare, ora,
ridotto a cenere quel fuoco dacché
la vita ben altre verità ci impone
e la città, questa mai troppo
intossicata Neapolis, murata
nelle sublimi sue rovine, la nostra
voce spinge verso la buia feritoia
di un palazzo assai glorioso
che muffe e larve ingoia. Eppure
su noi due il sole dilaga.

Prato e naufragio

Di strani pulviscoli stridono
le pareti, la nuca
intirizzita. Un perdersi occhiuto
per le pietre, le astute siepi di Cuma
- voci d’acqua, di buio, zampe
che frugano in botole d’azzurro -, un
beato non sapere chi
attizza il fuoco, spinge la ruota.
Fuggono gli anni, piste
incrociate, si addensano notizie, anche
le più improbabili, risaltano
ferite da archi e colombari, senza
nome balenano galassie. Nel vuoto
un muoversi, uno scuotersi allarmato.
Cumae: prato e naufragio.

Ti amai

Ti amai, cara compagna,
d’infantili giochi, moscacieca
e prato in fiore
in un turbinio di allodole,
di margherite sul
filo della tramontana,
avido ti amai, caro
addome lungamente perlustrato
con labbra umide
nella schermata luce
di un notturno faro, tu
al mio brusio sospesa tu
vento intermittente tu, si era
nell’incanto a un passo
da un’ebbra rivelazione, io
ariete, tu scorpione, lo zodiaco
sarebbe stato la nostra
beffa, la nostra illusione, vai
tuttora da un’isola
all’altra inseguendomi
blandendomi, caro dado,
amaro guado, non sai
quanto ti amai.
❦ Cumae · Michele Sovente · 1985
Libri