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Dialogo del poeta e del messaggero
I piaceri, chi può dirli più vani
della vita stessa, del dolore?
I piaceri, i frutti sui rami
dei peschi dei fichi
la zuppa detta harina, che
si mangia con i datteri,
i profumi di incenso e di sandalo
il mantello di lana del Kashmir
i sapori dei pesci di mare
e di lago, i colori del vino
porpora, oro, bordeaux,
le carezze del mattino
e della notte, i baci, chi può
dirli vani?
Come chi volesse in una mano
chiusa a coppa, prendere una spiaggia
di sabbia e un oceano, grano
a grano, goccia a goccia,
come chi volesse sulla fronte
reggere il sole dell’alba
chiuderlo sull’orizzonte
dentro a una foschia scialba,
è chi tenta di sentire
in sé l’essenza della vita,
meglio viaggiare, fuggire
come fa lei, l’infinita-
mente mutevole.
Un Capitano di mare, un suonatore
di jazz. Erano 1 miei amori
le traversate e i transatlantici
e gli ottoni, i clarini, la vita
allora aveva di una musica
intuita appena il tiepido
cuore. Quelli che io non sono
che non sono diventato
ancora li amo. Li sento
in me, mancati, non più sognabili,
un Capitano, un suonatore di jazz,
come se di un destino la parte
non compiuta equivalesse
a quella che si compie, e insieme fossero
vane e vere, inoppugnabili.
Democrazia, ti ho odiato nelle iridi dei ragazzi
abbandonate dal vino dei sogni
nella tua pretesa che sia il numero a decidere il destino
nel tuo adorare al Tempio soltanto la mercanzia e la
carta moneta
io ti ho odiata quando hai calpestato la poesia tua ma-
dre segreta
quando hai spento il canto foglie-onde dell’universo
quando hai disarmato i forti, hai lasciato lo spirito
morire
ti ho odiata per il tuo diffondere l’invidia imbelle, il
profittare, il mentire.
Ma tu democrazia vera, fioriture
tu democrazia nuova, che ancora possiamo generare
che Whitman voleva, grande d’alberi, laghi, desideri,
corpi, viaggi, insieme e canti, compagni, gioie,
democrazia nuova stirpe
oggi io Giuseppe nato nel 1945
a quarantacinque anni, varcato il limite
né cieco né profeta
contro chi uccide con un editto gli dei
contro chi governa attraverso i carri e le spade
contro chi non ha pietà per chi cade
contro chi esilia, stermina, imprigiona
contro l’immobilità, l’uniformità, l’ordine
la voce delle spie fatta padrona
io ti scelgo.
Non è vero che la libertà può fare a meno di foglie e
di onde, e tu di eroi.
Democrazia, stabiliamo commercio tra noi.
Vorresti la certezza, la verità
- e sai che la verità non è che Luce -
ma vai cieco dove vanno 1 desideri
e i piaceri, dove ti conduce
troppo umano un destino. Cerca ancora.
Scegli il tuo cammino. Cerca, esplora
tutte le vie del finito, come chi
ha fame dell’infinito forse deve
fare, sempre veloce, sempre immemore.
Ho infranto un ordine. Il più severo.
Sono stato generato per possedere
terre e donne, per sottomettere,
per costruire, per avere
figli. Questo era il nesso.
Per questo fui chiamato Giuseppe
e fui chiamato al mondo.
Ma io ho tradito. Ad altro
non ho dedicato me stesso
che a scrivere alberi, lune, onde,
alla sterile arte di versi e dei sogni,
all’angoscia, ai piaceri suoi complici.
Non sono stato mai così solo.
So che non ho ubbidito
a una legge che mi prefigurava:
non sono niente, non ho niente, io.
Ma l’ordine che ho infranto era Dio?
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Dialogo del poeta e del messaggero · Giuseppe Conte
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