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L’ubriaco
Massimo Bontempelli
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L’ubriaco

Nervi

Se il cielo tosse di motori lontani e sputa
sull’aria corsa da serpentelli in foia
tu invece di battere il piede e spiegazzare carta
lanciami il tuo odio, femmina dello zenit,
una volta per sempre, maligna.

Basta oh basta per sempre. E là
dal boschetto bruciato
due poi due
fischi paralitici fanno tre passi muoiono
col loro secreto nell’aria molle piena
di silenzi accovacciati sotto i voli delle viole.
Da spàmpani e mazzi di fiori bianchissimi orlati di rosso
i serpentelli invisibili scivolano via tremolando dal cielo
a coppie si gettano a dormire sui letti d’oriente
uno è rimasto solo va per i fatti suoi.

Ma tu non sorriderne tanto, femminaserpe, non senti
che i petali bianchi si aggrinzano in ghigni
e le gengive ti sanguinano
masticando le nuvolette del veleno dolciastro?
Oh ti vedo
brancicare gli ultimi azzurri del cielo
mordere
a tradimento le prime stelle verdi nel cielo.

Cielofemmina imbellettato di blu
non sa odiare
né amare
più.

Paesaggio

In un’età lunare la campagna deserta a perdita d’occhio
[ha germinato
una boscaglia nana fitta di luci d’acciaio senza rami né foglie
grigi filari intricati viticci di filo contorto – vi sbatte le ali
[morendo
qualche palla sfinita – s’affloscia
sopra i ciuffi molli ove tra sasso e sasso
vegliano disperatamente le violette
pallide senza profumo con un rancore muto contro uomini
[e dei.
Bisbigliano al vento su verso gli arbusti di ferro i grovigli
[strambi
che fioriscono a mille a mille le spine. Verrà un’estate di rose?
Chiedi il futuro domani al cerchio lontano
delle montagne violastre che leticano di fumi ed echi tra loro.
S’aprono sperdendosi i fumi vaniscono – sul turchino profondo
un dracken osceno dondola governa il cielo e la terra.
❦ L’ubriaco · Massimo Bontempelli
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