«Che debbo far? che mi consigli amore?»
di primavera volano novelle.
Vaghi augelletti cantano a le stelle,
e cani e cagne sentono l’odore.
Le potte quasi scoppiano d’ardore,
né capir ponno i cazzi ne la pelle:
«e per boschi allegre fere e snelle»
tutte vanno per fottere a rumore.
Ond’ i’ pover mi macero in sospiri,
per la memoria di quel dì cagnazzo,
«che fu principio a sì lunghi martiri».
E per vedermi privo di sollazzo,
do per questo orto mille passi e giri,
tanto ch’è forza ch’io mi meni il cazzo.
Chi può negar, che quel soave umore
che l’una lingua trae dall’altra, quando
si sta l’uomo e la femmina abbracciando,
non sia gioire all’uno e all’altro core?
E quello star per lunghe assai dimore
e bocca a bocca, e labbri a labbri urtando,
è altro ch’andar l’anime serrando,
che di dolcezza non se n’escan fuore?
E quel dolce mormorìo ad udire,
puossi egli chiamar altro ch’un volere
della dolcezza insieme conferire?
Or, se ’l suggere un cazzo sia piacere
maggiore, e vuommi alcuno contraddire
dica mo’ l’Aretino il suo parere.
Gran cosa è ’l cazzo, se ’l vogliam guardare
che non ha piedi, ed entra ed esce fuore,
ch’è disarmato ed ha così gran core,
che non ha taglio, e puote insanguinare.
Gran cosa è poi, e gran miracol pare,
ch’è senza orecchi e sente ogni rumore,
che non ha naso e piacegli l’odore,
che non ha occhi, e vede dove andare.
Gran cosa, e ben da croniche e da annali,
che non ha mani e cerca di ferire,
che non ha gambe e vuole gli stivali.
Ma cosa più mirabile a sentire,
ch’entrando in corpo a furie infernali,
e sano e salvo se ne sappia uscire.
Magro piacer, per animar le rene
eran di molti antichi, che chiavando
s’andavan negli specchi riguardando,
sol per vedersi dimenar le schiene.
Perché poco è l’ajuto che ne viene,
mentre vò questa cosa rimirando,
se da guardar han gli uomini ficcando,
guardino solo che si ficchi bene.
Meglio fa l’Aretino i suoi bocconi,
che pur che tutti i diti se ne lecchi,
non cerca tante contemplazioni.
E’ purch’egli abbia fini apparecchi,
idest buon culi ed ottimi cazzoni,
lascia alle donne scriminali e specchi.
O donna sciocca, di che cosa ridi?
ridi tu forse perch’ i’ son di legno,
né Fidia di sua man m’ha fatto degno,
né gli altri mastri di sì chiari gridi?
Dunque, perch’ i’ sia rozzo, tu ti sfidi,
che in me non sia attitudine né ingegno
da farti, in un bisogno, il ventre pregno,
onde così ridendo te ne occidi?
Ma se ben di mia bocca ti confesso,
che ’l Divin Buonarruoti o ’l Sansovino
non mi fer mai di marmo, né di gesso;
resta per questo ch’i’ non sia divino,
se più di mille volte, e pur adesso,
son uscito di culo a l’Aretino?
Vuole alcun, che ’l cazzetto piccinino
piaccia alla donna, pur che sia saccente,
e sappia con destrezza e finamente
fregar la spazzatura del camino.
Dice altri, ch’ella il vuole cavallino,
e che in grossezza non gli manchi niente,
e sia terribilissimo e possente
più ch’oggi in Roma il cazzo d’Antonino.
È tal lingua che chiacchiera e cicala,
ch’ella nol voglia se non è sì forte,
che faccia di due camere una sala.
Ma le son baje e ciance poco accorte,
che o grossi o corti o lunghi come scala,
aman le donne cazzi d’ogni sorte.
❦
Priapea · Niccolò Franco
Libri