Poesie di questo tema
Emozioni e sentimenti
Gabriele D'Annunzio
L’imagine
Tristezza atroce de la carne immonda
quando la fiamma del desìo nel gelo
del disgusto si spegne e nessun velo
d’amor l’inerte nudità circonda!
(E tu sorgi ne l’anima profonda,
pura Imagine. Come su lo stelo
èsile piega un fùnebre asfodelo,
su ’l collo inclini la tua testa bionda.)
Tristezza immensa de la carne bruta
quando nel petto il cor fievole batte
lontano e solo come in una tomba!
(E tu guardi, tu sempre guardi, o muta
Imagine, tu pura come il latte,
con i tuoi teneri occhi di colomba.)
quando la fiamma del desìo nel gelo
del disgusto si spegne e nessun velo
d’amor l’inerte nudità circonda!
(E tu sorgi ne l’anima profonda,
pura Imagine. Come su lo stelo
èsile piega un fùnebre asfodelo,
su ’l collo inclini la tua testa bionda.)
Tristezza immensa de la carne bruta
quando nel petto il cor fievole batte
lontano e solo come in una tomba!
(E tu guardi, tu sempre guardi, o muta
Imagine, tu pura come il latte,
con i tuoi teneri occhi di colomba.)
Gabriele D'Annunzio
La lotta
Ella a l’ebro d’amor lenta si niega;
con un perfido invito ella si abbatte.
E l’iride nel bianco le si annega
simile a un fiore glauco nel latte.
Come vampa la faccia le si piega
in dietro luminando, e le scarlatte
labbra feroci mostrano una sega
di denti acuti a lui che in van combatte.
Ma si divincola in un serpentino
guizzo e s’allunga e resta irrigidita
con un riso terribile ne gli occhi,
se l’uom, livido in faccia, a capo chino,
ebro d’ira, tenendola a la vita,
su ’l collo i baci aridi alfin le scocchi.
con un perfido invito ella si abbatte.
E l’iride nel bianco le si annega
simile a un fiore glauco nel latte.
Come vampa la faccia le si piega
in dietro luminando, e le scarlatte
labbra feroci mostrano una sega
di denti acuti a lui che in van combatte.
Ma si divincola in un serpentino
guizzo e s’allunga e resta irrigidita
con un riso terribile ne gli occhi,
se l’uom, livido in faccia, a capo chino,
ebro d’ira, tenendola a la vita,
su ’l collo i baci aridi alfin le scocchi.
Gabriele D'Annunzio
La sera
Rimanete, vi prego, rimanete
qui. Non vi alzate! Avete voi bisogno
di luce? No. Fate che questo sogno
duri ancora. Vi prego: rimanete!
Ci ferirebbe forse, come un dardo,
la luce. Troppo lungo è stato il giorno:
oh, troppo! Ed io già penso al suo ritorno
con orrore. La luce è come un dardo.
Anche voi non l’amate; è vero? Gli occhi
vostri, nel giorno, sono stanchi. Pare
quasi che non possiate sollevare
le pàlpebre, su quei dolorosi occhi;
e nulla, veramente, nulla è più
triste de l’ombra che le ciglia immote
fanno talvolta a sommo de le gote
quando la bocca non sorride più.
II.
Ma chi vide più larghi e più profondi
occhi dei vostri, se incominci il sole
a morire? Quale anima si duole
fascinata da abissi più profondi?
Io non conosco, veramente, cosa
che somigli a quel lento dilatarsi
ne la sera: — non gli astri in alto apparsi,
non i fiori. Non so nessuna cosa.
E quale cosa eguaglia ne la vita
del mio spirito l’estasi e il terrore
che m’invadono? Il mio corpo non muore,
e pur sembra ch’io viva oltre la vita!
Sembra che in ciel l’innaturale forma
con la sera divina si congiunga,
poi che l’immensa ombra del ciel prolunga
i tuoi capelli in una sola forma,
in una sola onda, in un sol fiume
misterioso che con un suo largo
giro m’avvolge e trae nel suo letargo
dando l’oblìo come l’antico fiume.
qui. Non vi alzate! Avete voi bisogno
di luce? No. Fate che questo sogno
duri ancora. Vi prego: rimanete!
Ci ferirebbe forse, come un dardo,
la luce. Troppo lungo è stato il giorno:
oh, troppo! Ed io già penso al suo ritorno
con orrore. La luce è come un dardo.
Anche voi non l’amate; è vero? Gli occhi
vostri, nel giorno, sono stanchi. Pare
quasi che non possiate sollevare
le pàlpebre, su quei dolorosi occhi;
e nulla, veramente, nulla è più
triste de l’ombra che le ciglia immote
fanno talvolta a sommo de le gote
quando la bocca non sorride più.
II.
Ma chi vide più larghi e più profondi
occhi dei vostri, se incominci il sole
a morire? Quale anima si duole
fascinata da abissi più profondi?
Io non conosco, veramente, cosa
che somigli a quel lento dilatarsi
ne la sera: — non gli astri in alto apparsi,
non i fiori. Non so nessuna cosa.
E quale cosa eguaglia ne la vita
del mio spirito l’estasi e il terrore
che m’invadono? Il mio corpo non muore,
e pur sembra ch’io viva oltre la vita!
Sembra che in ciel l’innaturale forma
con la sera divina si congiunga,
poi che l’immensa ombra del ciel prolunga
i tuoi capelli in una sola forma,
in una sola onda, in un sol fiume
misterioso che con un suo largo
giro m’avvolge e trae nel suo letargo
dando l’oblìo come l’antico fiume.
Gabriele D'Annunzio
La sera
Piangi, tu che hai nei grandi occhi la mia
anima ed in cui palpita il mio cuore
segreto, o tu, sorella del Dolore,
sorella de la Sera, unica mia.
Per consolarmi in ore di tristezza
io ti creai de la più pura essenza,
fantasma immarcescibile, ma senza
consolare la mia vera tristezza!
anima ed in cui palpita il mio cuore
segreto, o tu, sorella del Dolore,
sorella de la Sera, unica mia.
Per consolarmi in ore di tristezza
io ti creai de la più pura essenza,
fantasma immarcescibile, ma senza
consolare la mia vera tristezza!
Gabriele D'Annunzio
Morgana
Or tremule, su i mari e su le arene,
crescon ne la lunare alba le imagi:
materïati d’oro alti palagi
e torri ingenti assai più che Pirene.
Salgono scale in luminose ambagi
con inteste di fior lunghe catene.
Come navi in balìa de le sirene,
ondeggiano le pendule compagi;
poi che Morgana, in dolce atto giacente
ne ’l letto de la nube solitaria,
quasi ebra di quel suo divin lavoro,
ama, seguendo un carme ne la mente,
cullare de le man languide a l’aria
la città da le mille scale d’oro.
crescon ne la lunare alba le imagi:
materïati d’oro alti palagi
e torri ingenti assai più che Pirene.
Salgono scale in luminose ambagi
con inteste di fior lunghe catene.
Come navi in balìa de le sirene,
ondeggiano le pendule compagi;
poi che Morgana, in dolce atto giacente
ne ’l letto de la nube solitaria,
quasi ebra di quel suo divin lavoro,
ama, seguendo un carme ne la mente,
cullare de le man languide a l’aria
la città da le mille scale d’oro.
Gabriele D'Annunzio
Preludio
Va il bruno cammelliero pe’ vasti deserti d’Arabia:
stendonsi l’arene fulve ondulate innanzi.
Il sole gli saetta le fiamme maligne sul capo,
gli brucia a’ polsi ’l sangue, gli empie di giallo gli occhi.
Ghignano per la via orribili teschi insepolti
tra le candide tibie, tra le ricurve coste,
teschi di schiavi neri là morti in feroci agonie,
a la solitudine muta imprecanti invano.
Cercavan cercavan con l’occhio languente via lunge,
cercavan essi palme da le benigne chiome;
rivoli d’acque vive il labbro riarso anelava:
via lunge non altro che arene nude e sole! ...
O cammelliero bruno, —e’ pare che ghignin que’ teschi
—non val che t’affatichi: questo destin t’attende!—
Va il bruno cammelliero, va, va; uno stanco disìo
ne ’l cuore ei sente de le dolcezze antiche...
—Oh Namuna, Namuna, la fulgida figlia di Nagdo,
da li occhi di gazella, da ’l refluente crine ...
Oh i dolci colloquî tra gli alti palmeti di Gada
ne’ plenilunii bianchi, ne’ bei tramonti d’oro! ...
Va, va: il cammello spossato rallenta la corsa:
sole sopra il capo, arene arene innanzi.
—Oh, Allah è grande! ... —All’occhio riarso ecco ride
co’ lieti verdi una vicina oàsi,
ove slanciansi palme superbe di fronde e di frutti,
e mille fiori vividi s’intrecciano;
ove augelli mescono canzoni di gioia e d’amore
e scorron freschi rivi con mormorii suavi;
ove gazelle gentili si pascono a l’ombre
e insetti a torme brillano com’iridi.
L’occhio abbagliato su’ molli color si riposa
e placida frescura per l’arse vene scorre...
Va il bruno cammelliero ridesto; e men lungo il viaggio
a lui sembra, men dura la via, men igneo il sole.
Tale, Musa divina, se volgi benigni i grandi occhi,
di gioie un’iri brilla a me nova in cuore;
a me fantasimi lucidi ridono in festa
per cieli di cobalto, per incantati mari,
ove perdonsi lente con l’aura le nuvole d’oro,
ove le vele bianche perdonsi lente via...
E tu salve, o mia diva! ... Goda altri de ’l verso che russa
ne le canzoni grasse da la languente rima;
a me la strofa breve concedi, che balza, rilutta,
e freme domata sotto la forte mano.
stendonsi l’arene fulve ondulate innanzi.
Il sole gli saetta le fiamme maligne sul capo,
gli brucia a’ polsi ’l sangue, gli empie di giallo gli occhi.
Ghignano per la via orribili teschi insepolti
tra le candide tibie, tra le ricurve coste,
teschi di schiavi neri là morti in feroci agonie,
a la solitudine muta imprecanti invano.
Cercavan cercavan con l’occhio languente via lunge,
cercavan essi palme da le benigne chiome;
rivoli d’acque vive il labbro riarso anelava:
via lunge non altro che arene nude e sole! ...
O cammelliero bruno, —e’ pare che ghignin que’ teschi
—non val che t’affatichi: questo destin t’attende!—
Va il bruno cammelliero, va, va; uno stanco disìo
ne ’l cuore ei sente de le dolcezze antiche...
—Oh Namuna, Namuna, la fulgida figlia di Nagdo,
da li occhi di gazella, da ’l refluente crine ...
Oh i dolci colloquî tra gli alti palmeti di Gada
ne’ plenilunii bianchi, ne’ bei tramonti d’oro! ...
Va, va: il cammello spossato rallenta la corsa:
sole sopra il capo, arene arene innanzi.
—Oh, Allah è grande! ... —All’occhio riarso ecco ride
co’ lieti verdi una vicina oàsi,
ove slanciansi palme superbe di fronde e di frutti,
e mille fiori vividi s’intrecciano;
ove augelli mescono canzoni di gioia e d’amore
e scorron freschi rivi con mormorii suavi;
ove gazelle gentili si pascono a l’ombre
e insetti a torme brillano com’iridi.
L’occhio abbagliato su’ molli color si riposa
e placida frescura per l’arse vene scorre...
Va il bruno cammelliero ridesto; e men lungo il viaggio
a lui sembra, men dura la via, men igneo il sole.
Tale, Musa divina, se volgi benigni i grandi occhi,
di gioie un’iri brilla a me nova in cuore;
a me fantasimi lucidi ridono in festa
per cieli di cobalto, per incantati mari,
ove perdonsi lente con l’aura le nuvole d’oro,
ove le vele bianche perdonsi lente via...
E tu salve, o mia diva! ... Goda altri de ’l verso che russa
ne le canzoni grasse da la languente rima;
a me la strofa breve concedi, che balza, rilutta,
e freme domata sotto la forte mano.
Gabriele Frasca
Tutto perché s’annichili
tutto perché s’annichili. di poco
in poco. meglio subito. via. al niente.
no. occorre che si sgretoli. che fioco
l’uno all’altro s’arrenda. ognuno agente
d’altrui rimpianti. lutti. abrasi! nomi
per vite senza ostacoli. nei vomiti
in poco. meglio subito. via. al niente.
no. occorre che si sgretoli. che fioco
l’uno all’altro s’arrenda. ognuno agente
d’altrui rimpianti. lutti. abrasi! nomi
per vite senza ostacoli. nei vomiti
Giacomo Leopardi
A Silvia
quel ch’io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?
Tu, pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dí festivi
ragionavan d’amore.
Anche pería fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negâro i fati
la giovanezza. Ahi, come,
come passata sei,
cara compagna dell’etá mia nova,
mia lacrimata speme!
questo è quel mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?
Tu, pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dí festivi
ragionavan d’amore.
Anche pería fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negâro i fati
la giovanezza. Ahi, come,
come passata sei,
cara compagna dell’etá mia nova,
mia lacrimata speme!
questo è quel mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.
Giacomo Leopardi
Bruto minore
Poi che divelta, nella tracia polve
giacque, ruina immensa,
l’italica virtute, onde alle valli
d’Esperia verde e al tiberino lido
il calpestio de’ barbari cavalli
prepara il fato, e dalle selve ignude,
cui l’Orsa algida preme,
a spezzar le romane inclite mura
chiama i gotici brandi;
sudato, e molle di fraterno sangue,
Bruto per l’atra notte in erma sede,
fermo giá di morir, gl’inesorandi
numi e l’averno accusa,
e di feroci note
invan la sonnolenta aura percote.
Stolta virtú, le cave nebbie, i campi
dell’inquiete larve
son le tue scòle, e ti si volge a tergo
il pentimento. A voi, marmorei numi,
(se numi avete in Flegetonte albergo
o su le nubi) a voi ludibrio e scherno
è la prole infelice
a cui templi chiedeste, e frodolenta
legge al mortale insulta.
Dunque tanto i celesti odii commove
la terrena pietá? dunque degli empi
siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
per l’aere il nembo, e quando
il tuon rapido spingi,
ne’ giusti e pii la sacra fiamma stringi?
Preme il destino invitto e la ferrata
necessitá gl’infermi
schiavi di morte: e se a cessar non vale
gli oltraggi lor, de’ necessari danni
si consola il plebeo. Men duro è il male
che riparo non ha? dolor non sente
chi di speranza è nudo?
Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
teco il prode guerreggia,
di cedere inesperto; e la tiranna
tua destra, allor che vincitrice il grava,
indomito scrollando si pompeggia,
quando nell’alto lato
l’amaro ferro intride,
e maligno alle nere ombre sorride.
Spiace agli dèi chi violento irrompe
nel Tartaro. Non fôra
tanto valor ne’ molli eterni petti.
Forse i travagli nostri, e forse il cielo
i casi acerbi e gl’infelici affetti
giocondo agli ozi suoi spettacol pose?
Non fra sciagure e colpe,
ma libera ne’ boschi e pura etade
natura a noi prescrisse,
reina un tempo e diva. Or poi ch’a terra
sparse i regni beati empio costume,
e il viver macro ad altre leggi addisse;
quando gl’infausti giorni
virile alma ricusa,
riede natura, e il non suo dardo accusa?
Di colpa ignare e de’ lor propri danni
le fortunate belve
serena adduce al non previsto passo
la tarda etá. Ma se spezzar la fronte
ne’ rudi tronchi, o da montano sasso
dare al vento precipiti le membra,
lor suadesse affanno
al misero desio nulla contesa
legge arcana farebbe
o tenebroso ingegno. A voi, fra quante
stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
figli di Prometèo, la vita increbbe;
a voi le morte ripe,
se il fato ignavo pende,
soli, o miseri, a voi Giove contende.
E tu dal mar cui nostro sangue irriga,
candida luna, sorgi,
e l’inquieta notte e la funesta
all’ausonio valor campagna esplori.
Cognati petti il vincitor calpesta,
fremono i poggi, dalle somme vette
Roma antica ruina;
tu sí placida sei? Tu la nascente
lavinia prole, e gli anni
lieti vedesti, e i memorandi allori;
e tu su l’alpe l’immutato raggio
tacita verserai, quando, ne’ danni
del servo italo nome,
sotto barbaro piede
rintronerá quella solinga sede.
Ecco, tra nudi sassi o in verde ramo
e la fèra e l’augello,
del consueto obblio gravido il petto,
l’alta ruina ignora e le mutate
sorti del mondo: e come prima il tetto
rosseggerá del villanello industre,
al mattutino canto
quel desterá le valli, e per le balze
quella l’inferma plebe
agiterá delle minori belve.
Oh casi! oh gener vano! abbietta parte
siam delle cose; e non le tinte glebe,
non gli ululati spechi
turbò nostra sciagura,
né scolorò le stelle umana cura.
Non io d’Olimpo o di Cocito i sordi
regi, o la terra indegna,
e non la notte moribondo appello;
non te, dell’atra morte ultimo raggio,
conscia futura etá. Sdegnoso avello
placâr singulti, ornâr parole e doni
di vil caterva? In peggio
precipitano i tempi; e mal s’affida
a putridi nepoti
l’onor d’egregie menti e la suprema
de’ miseri vendetta. A me d'intorno
le penne il bruno augello avido roti;
prema la fèra, e il nembo
tratti l’ignota spoglia;
e l’aura il nome e la memoria accoglia.
giacque, ruina immensa,
l’italica virtute, onde alle valli
d’Esperia verde e al tiberino lido
il calpestio de’ barbari cavalli
prepara il fato, e dalle selve ignude,
cui l’Orsa algida preme,
a spezzar le romane inclite mura
chiama i gotici brandi;
sudato, e molle di fraterno sangue,
Bruto per l’atra notte in erma sede,
fermo giá di morir, gl’inesorandi
numi e l’averno accusa,
e di feroci note
invan la sonnolenta aura percote.
Stolta virtú, le cave nebbie, i campi
dell’inquiete larve
son le tue scòle, e ti si volge a tergo
il pentimento. A voi, marmorei numi,
(se numi avete in Flegetonte albergo
o su le nubi) a voi ludibrio e scherno
è la prole infelice
a cui templi chiedeste, e frodolenta
legge al mortale insulta.
Dunque tanto i celesti odii commove
la terrena pietá? dunque degli empi
siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
per l’aere il nembo, e quando
il tuon rapido spingi,
ne’ giusti e pii la sacra fiamma stringi?
Preme il destino invitto e la ferrata
necessitá gl’infermi
schiavi di morte: e se a cessar non vale
gli oltraggi lor, de’ necessari danni
si consola il plebeo. Men duro è il male
che riparo non ha? dolor non sente
chi di speranza è nudo?
Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
teco il prode guerreggia,
di cedere inesperto; e la tiranna
tua destra, allor che vincitrice il grava,
indomito scrollando si pompeggia,
quando nell’alto lato
l’amaro ferro intride,
e maligno alle nere ombre sorride.
Spiace agli dèi chi violento irrompe
nel Tartaro. Non fôra
tanto valor ne’ molli eterni petti.
Forse i travagli nostri, e forse il cielo
i casi acerbi e gl’infelici affetti
giocondo agli ozi suoi spettacol pose?
Non fra sciagure e colpe,
ma libera ne’ boschi e pura etade
natura a noi prescrisse,
reina un tempo e diva. Or poi ch’a terra
sparse i regni beati empio costume,
e il viver macro ad altre leggi addisse;
quando gl’infausti giorni
virile alma ricusa,
riede natura, e il non suo dardo accusa?
Di colpa ignare e de’ lor propri danni
le fortunate belve
serena adduce al non previsto passo
la tarda etá. Ma se spezzar la fronte
ne’ rudi tronchi, o da montano sasso
dare al vento precipiti le membra,
lor suadesse affanno
al misero desio nulla contesa
legge arcana farebbe
o tenebroso ingegno. A voi, fra quante
stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
figli di Prometèo, la vita increbbe;
a voi le morte ripe,
se il fato ignavo pende,
soli, o miseri, a voi Giove contende.
E tu dal mar cui nostro sangue irriga,
candida luna, sorgi,
e l’inquieta notte e la funesta
all’ausonio valor campagna esplori.
Cognati petti il vincitor calpesta,
fremono i poggi, dalle somme vette
Roma antica ruina;
tu sí placida sei? Tu la nascente
lavinia prole, e gli anni
lieti vedesti, e i memorandi allori;
e tu su l’alpe l’immutato raggio
tacita verserai, quando, ne’ danni
del servo italo nome,
sotto barbaro piede
rintronerá quella solinga sede.
Ecco, tra nudi sassi o in verde ramo
e la fèra e l’augello,
del consueto obblio gravido il petto,
l’alta ruina ignora e le mutate
sorti del mondo: e come prima il tetto
rosseggerá del villanello industre,
al mattutino canto
quel desterá le valli, e per le balze
quella l’inferma plebe
agiterá delle minori belve.
Oh casi! oh gener vano! abbietta parte
siam delle cose; e non le tinte glebe,
non gli ululati spechi
turbò nostra sciagura,
né scolorò le stelle umana cura.
Non io d’Olimpo o di Cocito i sordi
regi, o la terra indegna,
e non la notte moribondo appello;
non te, dell’atra morte ultimo raggio,
conscia futura etá. Sdegnoso avello
placâr singulti, ornâr parole e doni
di vil caterva? In peggio
precipitano i tempi; e mal s’affida
a putridi nepoti
l’onor d’egregie menti e la suprema
de’ miseri vendetta. A me d'intorno
le penne il bruno augello avido roti;
prema la fèra, e il nembo
tratti l’ignota spoglia;
e l’aura il nome e la memoria accoglia.
Giacomo Leopardi
Il passero solitario
D’in su la vetta della torre antica,
passero solitario, alla campagna
cantando vai finché non more il giorno;
ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
brilla nell’aria, e per li campi esulta,
sí ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri,
pur festeggiando il lor tempo migliore:
tu pensoso in disparte il tutto miri;
non compagni, non voli,
non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
canti, e cosí trapassi
dell’anno e di tua vita il piú bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
della novella etá dolce famiglia,
e te german di giovinezza, amore,
sospiro acerbo de’ provetti giorni,
non curo, io non so come; anzi da loro
quasi fuggo lontano;
quasi romito, e strano
al mio loco natio,
passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
odi spesso un tonar di ferree canne,
che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
la gioventú del loco
lascia le case, e per le vie si spande;
e mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Io solitario in questa
rimota parte alla campagna uscendo,
ogni diletto e gioco
indugio in altro tempo: e intanto il guardo
steso nell’aria aprica
mi fere il Sol che tra lontani monti,
dopo il giorno sereno,
cadendo si dilegua, e par che dica
che la beata gioventú vien meno.
Tu, solingo augellin, venuto a sera
del viver che daranno a te le stelle,
certo del tuo costume
non ti dorrai; che di natura è frutto
ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
la detestata soglia
evitar non impetro,
quando muti questi occhi all’altrui core,
e lor fia vòto il mondo, e il dí futuro
del dí presente piú noioso e tetro,
che parrá di tal voglia?
che di quest’anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
ma sconsolato, volgerommi indietro.
passero solitario, alla campagna
cantando vai finché non more il giorno;
ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
brilla nell’aria, e per li campi esulta,
sí ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri,
pur festeggiando il lor tempo migliore:
tu pensoso in disparte il tutto miri;
non compagni, non voli,
non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
canti, e cosí trapassi
dell’anno e di tua vita il piú bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
della novella etá dolce famiglia,
e te german di giovinezza, amore,
sospiro acerbo de’ provetti giorni,
non curo, io non so come; anzi da loro
quasi fuggo lontano;
quasi romito, e strano
al mio loco natio,
passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
odi spesso un tonar di ferree canne,
che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
la gioventú del loco
lascia le case, e per le vie si spande;
e mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Io solitario in questa
rimota parte alla campagna uscendo,
ogni diletto e gioco
indugio in altro tempo: e intanto il guardo
steso nell’aria aprica
mi fere il Sol che tra lontani monti,
dopo il giorno sereno,
cadendo si dilegua, e par che dica
che la beata gioventú vien meno.
Tu, solingo augellin, venuto a sera
del viver che daranno a te le stelle,
certo del tuo costume
non ti dorrai; che di natura è frutto
ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
la detestata soglia
evitar non impetro,
quando muti questi occhi all’altrui core,
e lor fia vòto il mondo, e il dí futuro
del dí presente piú noioso e tetro,
che parrá di tal voglia?
che di quest’anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
ma sconsolato, volgerommi indietro.
Giacomo Leopardi
L’infinito
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
ro
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le motti stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio;
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
ro
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le motti stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio;
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Giacomo Leopardi
La sera del dì di festa
Doncg e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
già tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi che t’accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze, e non ti morde
cura nessuna; e già non sai nè pensi
quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel che sì benigno
appare in vista, a salutar m’affaccio,
che mi fece all’affanno. A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non già chio speri,
al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi
in così verde etate! Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto
dell’artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
al pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dì festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov’è il suono
di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
de” nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l’armi e il fragorio
che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia
ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto che s’udia per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
già similmente mi stringeva il core.
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
già tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi che t’accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze, e non ti morde
cura nessuna; e già non sai nè pensi
quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel che sì benigno
appare in vista, a salutar m’affaccio,
che mi fece all’affanno. A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non già chio speri,
al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi
in così verde etate! Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto
dell’artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
al pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dì festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov’è il suono
di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
de” nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l’armi e il fragorio
che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia
ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto che s’udia per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
già similmente mi stringeva il core.
Giacomo Leopardi
La vita solitaria
La mattutina pioggia, allor che l’ale
battendo esulta nella chiusa stanza
la gallinella, ed al balcon s’affaccia
l’abitator de’ campi, e il Sol che nasce
i suoi tremuli rai fra le cadenti
stille saetta, alla capanna mia
dolcemente picchiando, mi risveglia;
e sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo
degli augelli susurro, e l’aura fresca,
e le ridenti piagge benedico:
poiché voi, cittadine infauste mura,
vidi e conobbi assai, lá dove segue
odio al dolor compagno; e doloroso
io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna
benché scarsa pietá pur mi dimostra
natura in questi lochi, un giorno oh quanto
verso me piú cortese! E tu pur volgi
dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando
le sciagure e gli affanni, alla reina
felicitá servi, o natura. In cielo,
in terra amico agl’infelici alcuno
e rifugio non resta altro che il ferro.
Talor m’assido in solitaria parte,
sovra un rialto, al margine d’un lago
di taciturne piante incoronato.
Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
la sua tranquilla imago il Sol dipinge,
ed erba o foglia non si crolla al vento,
e non onda incresparsi, e non cicala
strider, né batter penna augello in ramo,
né farfalla ronzar, né voce o moto
da presso né da lunge odi né vedi.
Tien quelle rive altissima quiete;
ond’io quasi me stesso e il mondo obblio
sedendo immoto; e giá mi par che sciolte
giaccian le membra mie, né spirto o senso
piú le commova, e lor quiete antica
co’ silenzi del loco si confonda.
Amore, amore, assai lungi volasti
dal petto mio, che fu sí caldo un giorno,
anzi rovente. Con sua fredda mano
lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto
nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo
che mi scendesti in seno. Era quel dolce
e irrevocabil tempo, allor che s’apre
al guardo giovanil questa infelice
scena del mondo, e gli sorride in vista
di paradiso. Al garzoncello il core
di vergine speranza e di desio
balza nel petto; e giá s’accinge all’opra
di questa vita come a danza o gioco
il misero mortal. Ma non sí tosto,
amor, di te m’accorsi, e il viver mio
fortuna avea giá rotto, ed a questi occhi
non altro convenia che il pianger sempre.
Pur se talvolta per le piagge apriche,
su la tacita aurora o quando al sole
brillano i tetti e i poggi e le campagne,
scontro di vaga donzelletta il viso;
o qualor nella placida quiete
d’estiva notte, il vagabondo passo
di rincontro alle ville soffermando,
l’erma terra contemplo, e di fanciulla
che all’opre di sua man la notte aggiunge
odo sonar nelle romite stanze
l’arguto canto; a palpitar si move
questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna
tosto al ferreo sopor; ch’è fatto estrano
ogni moto soave al petto mio.
O cara luna, al cui tranquillo raggio
danzan le lepri nelle selve; e duolsi
alla mattina il cacciator, che trova
l’orme intricate e false, e dai covili
error vario lo svia; salve, o benigna
delle notti reina. Infesto scende
il raggio tuo fra macchie e balze o dentro
a deserti edifici, in su l’acciaro
del pallido ladron ch’a teso orecchio
il fragor delle rote e de’ cavalli
da lungi osserva o il calpestio de’ piedi
su la tacita via; poscia improvviso
col suon dell’armi e con la rauca voce
e col funereo ceffo il core agghiaccia
al passegger, cui semivivo e nudo
lascia in breve tra’ sassi. Infesto occorre
per le contrade cittadine il bianco
tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
va radendo le mura e la secreta
ombra seguendo, e resta, e si spaura
delle ardenti lucerne e degli aperti
balconi. Infesto alle malvage menti,
a me sempre benigno il tuo cospetto
sará per queste piagge, ove non altro
che lieti colli e spaziosi campi
m’apri alla vista. Ed ancor io soleva,
bench’innocente io fossi, il tuo vezzoso
raggio accusar negli abitati lochi,
quand’ei m’offriva al guardo umano, e quando
scopriva umani aspetti al guardo mio.
Or sempre loderollo, o ch’io ti miri
veleggiar tra le nubi, o che serena
dominatrice dell’etereo campo,
questa flebil riguardi umana sede.
Me spesso rivedrai solingo e muto
errar pe’ boschi e per le verdi rive,
o seder sovra l’erbe, assai contento
se core e lena a sospirar m’avanza.
battendo esulta nella chiusa stanza
la gallinella, ed al balcon s’affaccia
l’abitator de’ campi, e il Sol che nasce
i suoi tremuli rai fra le cadenti
stille saetta, alla capanna mia
dolcemente picchiando, mi risveglia;
e sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo
degli augelli susurro, e l’aura fresca,
e le ridenti piagge benedico:
poiché voi, cittadine infauste mura,
vidi e conobbi assai, lá dove segue
odio al dolor compagno; e doloroso
io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna
benché scarsa pietá pur mi dimostra
natura in questi lochi, un giorno oh quanto
verso me piú cortese! E tu pur volgi
dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando
le sciagure e gli affanni, alla reina
felicitá servi, o natura. In cielo,
in terra amico agl’infelici alcuno
e rifugio non resta altro che il ferro.
Talor m’assido in solitaria parte,
sovra un rialto, al margine d’un lago
di taciturne piante incoronato.
Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
la sua tranquilla imago il Sol dipinge,
ed erba o foglia non si crolla al vento,
e non onda incresparsi, e non cicala
strider, né batter penna augello in ramo,
né farfalla ronzar, né voce o moto
da presso né da lunge odi né vedi.
Tien quelle rive altissima quiete;
ond’io quasi me stesso e il mondo obblio
sedendo immoto; e giá mi par che sciolte
giaccian le membra mie, né spirto o senso
piú le commova, e lor quiete antica
co’ silenzi del loco si confonda.
Amore, amore, assai lungi volasti
dal petto mio, che fu sí caldo un giorno,
anzi rovente. Con sua fredda mano
lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto
nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo
che mi scendesti in seno. Era quel dolce
e irrevocabil tempo, allor che s’apre
al guardo giovanil questa infelice
scena del mondo, e gli sorride in vista
di paradiso. Al garzoncello il core
di vergine speranza e di desio
balza nel petto; e giá s’accinge all’opra
di questa vita come a danza o gioco
il misero mortal. Ma non sí tosto,
amor, di te m’accorsi, e il viver mio
fortuna avea giá rotto, ed a questi occhi
non altro convenia che il pianger sempre.
Pur se talvolta per le piagge apriche,
su la tacita aurora o quando al sole
brillano i tetti e i poggi e le campagne,
scontro di vaga donzelletta il viso;
o qualor nella placida quiete
d’estiva notte, il vagabondo passo
di rincontro alle ville soffermando,
l’erma terra contemplo, e di fanciulla
che all’opre di sua man la notte aggiunge
odo sonar nelle romite stanze
l’arguto canto; a palpitar si move
questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna
tosto al ferreo sopor; ch’è fatto estrano
ogni moto soave al petto mio.
O cara luna, al cui tranquillo raggio
danzan le lepri nelle selve; e duolsi
alla mattina il cacciator, che trova
l’orme intricate e false, e dai covili
error vario lo svia; salve, o benigna
delle notti reina. Infesto scende
il raggio tuo fra macchie e balze o dentro
a deserti edifici, in su l’acciaro
del pallido ladron ch’a teso orecchio
il fragor delle rote e de’ cavalli
da lungi osserva o il calpestio de’ piedi
su la tacita via; poscia improvviso
col suon dell’armi e con la rauca voce
e col funereo ceffo il core agghiaccia
al passegger, cui semivivo e nudo
lascia in breve tra’ sassi. Infesto occorre
per le contrade cittadine il bianco
tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
va radendo le mura e la secreta
ombra seguendo, e resta, e si spaura
delle ardenti lucerne e degli aperti
balconi. Infesto alle malvage menti,
a me sempre benigno il tuo cospetto
sará per queste piagge, ove non altro
che lieti colli e spaziosi campi
m’apri alla vista. Ed ancor io soleva,
bench’innocente io fossi, il tuo vezzoso
raggio accusar negli abitati lochi,
quand’ei m’offriva al guardo umano, e quando
scopriva umani aspetti al guardo mio.
Or sempre loderollo, o ch’io ti miri
veleggiar tra le nubi, o che serena
dominatrice dell’etereo campo,
questa flebil riguardi umana sede.
Me spesso rivedrai solingo e muto
errar pe’ boschi e per le verdi rive,
o seder sovra l’erbe, assai contento
se core e lena a sospirar m’avanza.
Giacomo Leopardi
Le ricordanze
Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi
sul paterno giardino scintillanti,
e ragionar con voi dalle finestre
di questo albergo ove abitai fanciullo,
e delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
creommi nel pensier l’aspetto vostro
e delle luci a voi compagne! allora
che, tacito, seduto in verde zolla,
delle sere io solea passar gran parte
mirando il cielo, ed ascoltando il canto
della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
e in su l’aiuole, susurrando al vento
i viali odorati, ed i cipressi
lá nella selva; e sotto al patrio tetto
sonavan voci alterne, e le tranquille
opre de’ servi. E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicitá fingendo al viver mio!
ignaro del mio fato, e quante volte
questa mia vita dolorosa e nuda
volentier con la morte avrei cangiato.
Né mi diceva il cor che l’etá verde
sarei dannato a consumare in questo
natio borgo selvaggio, intra una gente
zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
argomento di riso e di trastullo,
son dottrina e saper; che m’odia e fugge,
per invidia non giá, che non mi tiene
maggior di sé, ma perché tale estima
ch’io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
a persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
senz’amor, senza vita; ed aspro a forza
tra lo stuol de’ malevoli divengo:
qui di pietá mi spoglio e di virtudi,
e sprezzator degli uomini mi rendo,
per la greggia ch’ho appresso: e intanto vola
il caro tempo giovanil; piú caro
che la fama e l’allor, piú che la pura
luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
senza un diletto, inutilmente, in questo
soggiorno disumano, intra gli affanni,
o dell’arida vita unico fiore.
Viene il vento recando il suon dell’ora
dalla torre del borgo. Era conforto
questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
quando fanciullo, nella buia stanza,
per assidui terrori io vigilava,
sospirando il mattin. Qui non è cosa
ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per sé; ma con dolor sottentra
il pensier del presente, un van desio
del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
Quella loggia colá, volta agli estremi
raggi del dí; queste dipinte mura,
quei figurati armenti, e il Sol che nasce
su romita campagna, agli ozi miei
porser mille diletti allor che al fianco
m’era, parlando, il mio possente errore
sempre, ov’io fossi. In queste sale antiche,
al chiaror delle nevi, intorno a queste
ampie finestre sibilando il vento,
rimbombaro i sollazzi e le festose
mie voci al tempo che l’acerbo, indegno
mistero delle cose a noi si mostra
pien di dolcezza; indelibata, intera
il garzoncel, come inesperto amante,
la sua vita ingannevole vagheggia,
e celeste beltá fingendo ammira.
O speranze, speranze; ameni inganni
della mia prima etá! sempre, parlando,
ritorno a voi; che per andar di tempo,
per variar d’affetti e di pensieri,
obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
son la gloria e l’onor; diletti e beni
mero desio; non ha la vita un frutto,
inutile miseria. E sebben vòti
son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
il mio stato mortal, poco mi toglie
la fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
a voi ripenso, o mie speranze antiche,
ed a quel caro immaginar mio primo;
indi riguardo il viver mio sí vile
e sí dolente, e che la morte è quello
che di cotanta speme oggi m’avanza;
sento serrarmi il cor, sento ch’al tutto
consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte
sarammi allato, e sará giunto il fine
della sventura mia; quando la terra
mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
fuggirá l’avvenir; di voi per certo
risovverrammi; e quell’imago ancora
sospirar mi fará, farammi acerbo
l’esser vissuto indarno, e la dolcezza
del dí fatal tempererá d’affanno.
E giá nel primo giovanil tumulto
di contenti, d’angosce e di desio,
morte chiamai piú volte, e lungamente
mi sedetti colá su la fontana
pensoso di cessar dentro quell’acque
la speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
malor, condotto della vita in forse,
piansi la bella giovanezza, e il fiore
de’ miei poveri dí, che sí per tempo
cadeva: e spesso all’ore tarde, assiso
sul conscio letto, dolorosamente
alla fioca lucerna poetando,
lamentai co’ silenzi e con la notte
il fuggitivo spirto, ed a me stesso
in sul languir cantai funereo canto.
Chi rimembrar vi può senza sospiri,
o primo entrar di giovinezza, o giorni
vezzosi, inenarrabili, allor quando
al rapito mortal primieramente
sorridon le donzelle; a gara intorno
ogni cosa sorride; invidia tace,
non desta ancora ovver benigna; e quasi
(inusitata maraviglia!) il mondo
la destra soccorrevole gli porge,
scusa gli errori suoi, festeggia il novo
suo venir nella vita, ed inchinando
mostra che per signor l’accolga e chiami?
Fugaci giorni! a somigliar d’un lampo
son dileguati. E qual mortale ignaro
di sventura esser può, se a lui giá scorsa
quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?
O Nerina! e di te forse non odo
questi luoghi parlar? caduta forse
dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
che qui sola di te la ricordanza
trovo, dolcezza mia? Piú non ti vede
questa Terra natal: quella finestra,
ond’eri usata favellarmi, ed onde
mesto riluce delle stelle il raggio,
è deserta. Ove sei, che piú non odo
la tua voce sonar, siccome un giorno,
quando soleva ogni lontano accento
del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto
scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
il passar per la terra oggi è sortito,
e l’abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
la gioia ti splendea, splendea negli occhi
quel confidente immaginar, quel lume
di gioventú, quando spegneali il fato,
e giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
l’antico amor. Se a feste anco talvolta,
se a radunanze io movo, infra me stesso
dico: o Nerina, a radunanze, a feste
tu non ti acconci piú, tu piú non movi.
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
van gli amanti recando alle fanciulle,
dico: Nerina mia, per te non torna
primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
tornare ancor per uso a contemplarvi
sul paterno giardino scintillanti,
e ragionar con voi dalle finestre
di questo albergo ove abitai fanciullo,
e delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
creommi nel pensier l’aspetto vostro
e delle luci a voi compagne! allora
che, tacito, seduto in verde zolla,
delle sere io solea passar gran parte
mirando il cielo, ed ascoltando il canto
della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
e in su l’aiuole, susurrando al vento
i viali odorati, ed i cipressi
lá nella selva; e sotto al patrio tetto
sonavan voci alterne, e le tranquille
opre de’ servi. E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicitá fingendo al viver mio!
ignaro del mio fato, e quante volte
questa mia vita dolorosa e nuda
volentier con la morte avrei cangiato.
Né mi diceva il cor che l’etá verde
sarei dannato a consumare in questo
natio borgo selvaggio, intra una gente
zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
argomento di riso e di trastullo,
son dottrina e saper; che m’odia e fugge,
per invidia non giá, che non mi tiene
maggior di sé, ma perché tale estima
ch’io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
a persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
senz’amor, senza vita; ed aspro a forza
tra lo stuol de’ malevoli divengo:
qui di pietá mi spoglio e di virtudi,
e sprezzator degli uomini mi rendo,
per la greggia ch’ho appresso: e intanto vola
il caro tempo giovanil; piú caro
che la fama e l’allor, piú che la pura
luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
senza un diletto, inutilmente, in questo
soggiorno disumano, intra gli affanni,
o dell’arida vita unico fiore.
Viene il vento recando il suon dell’ora
dalla torre del borgo. Era conforto
questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
quando fanciullo, nella buia stanza,
per assidui terrori io vigilava,
sospirando il mattin. Qui non è cosa
ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per sé; ma con dolor sottentra
il pensier del presente, un van desio
del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
Quella loggia colá, volta agli estremi
raggi del dí; queste dipinte mura,
quei figurati armenti, e il Sol che nasce
su romita campagna, agli ozi miei
porser mille diletti allor che al fianco
m’era, parlando, il mio possente errore
sempre, ov’io fossi. In queste sale antiche,
al chiaror delle nevi, intorno a queste
ampie finestre sibilando il vento,
rimbombaro i sollazzi e le festose
mie voci al tempo che l’acerbo, indegno
mistero delle cose a noi si mostra
pien di dolcezza; indelibata, intera
il garzoncel, come inesperto amante,
la sua vita ingannevole vagheggia,
e celeste beltá fingendo ammira.
O speranze, speranze; ameni inganni
della mia prima etá! sempre, parlando,
ritorno a voi; che per andar di tempo,
per variar d’affetti e di pensieri,
obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
son la gloria e l’onor; diletti e beni
mero desio; non ha la vita un frutto,
inutile miseria. E sebben vòti
son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
il mio stato mortal, poco mi toglie
la fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
a voi ripenso, o mie speranze antiche,
ed a quel caro immaginar mio primo;
indi riguardo il viver mio sí vile
e sí dolente, e che la morte è quello
che di cotanta speme oggi m’avanza;
sento serrarmi il cor, sento ch’al tutto
consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte
sarammi allato, e sará giunto il fine
della sventura mia; quando la terra
mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
fuggirá l’avvenir; di voi per certo
risovverrammi; e quell’imago ancora
sospirar mi fará, farammi acerbo
l’esser vissuto indarno, e la dolcezza
del dí fatal tempererá d’affanno.
E giá nel primo giovanil tumulto
di contenti, d’angosce e di desio,
morte chiamai piú volte, e lungamente
mi sedetti colá su la fontana
pensoso di cessar dentro quell’acque
la speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
malor, condotto della vita in forse,
piansi la bella giovanezza, e il fiore
de’ miei poveri dí, che sí per tempo
cadeva: e spesso all’ore tarde, assiso
sul conscio letto, dolorosamente
alla fioca lucerna poetando,
lamentai co’ silenzi e con la notte
il fuggitivo spirto, ed a me stesso
in sul languir cantai funereo canto.
Chi rimembrar vi può senza sospiri,
o primo entrar di giovinezza, o giorni
vezzosi, inenarrabili, allor quando
al rapito mortal primieramente
sorridon le donzelle; a gara intorno
ogni cosa sorride; invidia tace,
non desta ancora ovver benigna; e quasi
(inusitata maraviglia!) il mondo
la destra soccorrevole gli porge,
scusa gli errori suoi, festeggia il novo
suo venir nella vita, ed inchinando
mostra che per signor l’accolga e chiami?
Fugaci giorni! a somigliar d’un lampo
son dileguati. E qual mortale ignaro
di sventura esser può, se a lui giá scorsa
quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?
O Nerina! e di te forse non odo
questi luoghi parlar? caduta forse
dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
che qui sola di te la ricordanza
trovo, dolcezza mia? Piú non ti vede
questa Terra natal: quella finestra,
ond’eri usata favellarmi, ed onde
mesto riluce delle stelle il raggio,
è deserta. Ove sei, che piú non odo
la tua voce sonar, siccome un giorno,
quando soleva ogni lontano accento
del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto
scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
il passar per la terra oggi è sortito,
e l’abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
la gioia ti splendea, splendea negli occhi
quel confidente immaginar, quel lume
di gioventú, quando spegneali il fato,
e giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
l’antico amor. Se a feste anco talvolta,
se a radunanze io movo, infra me stesso
dico: o Nerina, a radunanze, a feste
tu non ti acconci piú, tu piú non movi.
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
van gli amanti recando alle fanciulle,
dico: Nerina mia, per te non torna
primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
Giacomo Leopardi
Ultimo canto di Saffo
Placida notte, e verecondo raggio
della cadente luna; e tu che spunti
fra la tacita selva in su la rupe,
nunzio del giorno; oh dilettose e care
mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
sembianze agli occhi miei; giá non arride
spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l’insueto allor gaudio ravviva
quando per l’etra liquido si volve
e per li campi trepidanti il flutto
polveroso de’ Noti, e quando il carro,
grave carro di Giove a noi sul capo,
tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto
fiume alla dubbia sponda
il suono e la vittrice ira dell’onda.
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
infinita beltá parte nessuna
alla misera Saffo i numi e l’empia
sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
vile, o natura, e grave ospite addetta,
e dispregiata amante, alle vezzose
tue forme il core e le pupille invano
supplichevole intendo. A me non ride
l’aprico margo, e dall’eterea porta
il mattutino albor; me non il canto
de’ colorati augelli, e non de’ faggi
il murmure saluta: e dove all’ombra
degl’inchinati salici dispiega
candido rivo il puro seno, al mio
lubrico piè le flessuose linfe
disdegnando sottragge,
e preme in fuga l’odorate spiagge.
Qual fallo mai, qual sí nefando eccesso
macchiommi anzi il natale, onde sí torvo
il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
in che peccai bambina, allor che ignara
di misfatto è la vita, onde poi scemo
di giovanezza, e disfiorato, al fuso
dell’indomita Parca si volvesse
il ferrigno mio stame? Incaute voci
spande il tuo labbro: i destinati eventi
move arcano consiglio. Arcano è tutto,
fuor che il nostro dolor. Negletta prole
nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
de’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
de’ piú verd’anni! Alle sembianze il Padre,
alle amene sembianze eterno regno
diè nelle genti; e per virili imprese,
per dotta lira o canto,
virtú non luce in disadorno ammanto.
Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
rifuggirá l’ignudo animo a Dite,
e il crudo fallo emenderá del cieco
dispensator de’ casi. E tu cui lungo
amore indarno, e lunga fede, e vano
d’implacato desio furor mi strinse,
vivi felice, se felice in terra
visse nato mortal. Me non asperse
del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perîr gl’inganni e il sogno
della mia fanciullezza. Ogni piú lieto
giorno di nostra etá primo s’invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
della gelida morte. Ecco di tante
sperate palme e dilettosi errori,
il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno
han la tenaria Diva,
e l’atra notte, e la silente riva.
della cadente luna; e tu che spunti
fra la tacita selva in su la rupe,
nunzio del giorno; oh dilettose e care
mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
sembianze agli occhi miei; giá non arride
spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l’insueto allor gaudio ravviva
quando per l’etra liquido si volve
e per li campi trepidanti il flutto
polveroso de’ Noti, e quando il carro,
grave carro di Giove a noi sul capo,
tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto
fiume alla dubbia sponda
il suono e la vittrice ira dell’onda.
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
infinita beltá parte nessuna
alla misera Saffo i numi e l’empia
sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
vile, o natura, e grave ospite addetta,
e dispregiata amante, alle vezzose
tue forme il core e le pupille invano
supplichevole intendo. A me non ride
l’aprico margo, e dall’eterea porta
il mattutino albor; me non il canto
de’ colorati augelli, e non de’ faggi
il murmure saluta: e dove all’ombra
degl’inchinati salici dispiega
candido rivo il puro seno, al mio
lubrico piè le flessuose linfe
disdegnando sottragge,
e preme in fuga l’odorate spiagge.
Qual fallo mai, qual sí nefando eccesso
macchiommi anzi il natale, onde sí torvo
il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
in che peccai bambina, allor che ignara
di misfatto è la vita, onde poi scemo
di giovanezza, e disfiorato, al fuso
dell’indomita Parca si volvesse
il ferrigno mio stame? Incaute voci
spande il tuo labbro: i destinati eventi
move arcano consiglio. Arcano è tutto,
fuor che il nostro dolor. Negletta prole
nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
de’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
de’ piú verd’anni! Alle sembianze il Padre,
alle amene sembianze eterno regno
diè nelle genti; e per virili imprese,
per dotta lira o canto,
virtú non luce in disadorno ammanto.
Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
rifuggirá l’ignudo animo a Dite,
e il crudo fallo emenderá del cieco
dispensator de’ casi. E tu cui lungo
amore indarno, e lunga fede, e vano
d’implacato desio furor mi strinse,
vivi felice, se felice in terra
visse nato mortal. Me non asperse
del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perîr gl’inganni e il sogno
della mia fanciullezza. Ogni piú lieto
giorno di nostra etá primo s’invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
della gelida morte. Ecco di tante
sperate palme e dilettosi errori,
il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno
han la tenaria Diva,
e l’atra notte, e la silente riva.
Giacomo Noventa
‘Na lodola zogava su motivi di Lermontov
‘Na lodola zogava.
‘Na lodola volava.
‘Na lodola cantava.
Ma no’ la xé più qua.
Dove sìstu lodoleta?
Dove sìstu incantadòra?
O sìstu qua, viçin de mì,
Fra ste rame, e imaginando,
Dopo tanto cantar,
Solo tuo el to silenzio?
Lodoleta, no’ xé vero.
‘Na lodola volava.
‘Na lodola cantava.
Ma no’ la xé più qua.
Dove sìstu lodoleta?
Dove sìstu incantadòra?
O sìstu qua, viçin de mì,
Fra ste rame, e imaginando,
Dopo tanto cantar,
Solo tuo el to silenzio?
Lodoleta, no’ xé vero.
Giacomo Noventa
Un giorno o l’altro...
Un giorno o l’altro mi tornarò,
No’ vùi tra zénte strània morir,
Un giorno o l’altro mi tornarò
Nel me paese.
Dentro le pière che i gà inalzà
Su le rovine, mi cercarò,
Dentro le pière che i gà inalzà,
Le vecie case.
Sarò pai zóveni un forestier,
Che varda dove che i altri passa,
Sarò pai zóveni un forestier,
No’ lori a mi.
Carghi dei sogni dei me vint’ani,
Vedarò i burci partir ancora,
Carghi dei sogni dei me vint’ani,
Dal Piave al mar.
Cussì che in ultimo mi no’ starò,
Coi altri vèci intorno al fògo,
Cussì che in ultimo mi no’ starò
A dir «noialtri...».
E a un dei tósi che andarà via,
Voltando i òci de nòvo al porto,
E a un dei tósi che andarà via,
Ghe darò el cuor.
No’ vùi tra zénte strània morir,
Un giorno o l’altro mi tornarò
Nel me paese.
Dentro le pière che i gà inalzà
Su le rovine, mi cercarò,
Dentro le pière che i gà inalzà,
Le vecie case.
Sarò pai zóveni un forestier,
Che varda dove che i altri passa,
Sarò pai zóveni un forestier,
No’ lori a mi.
Carghi dei sogni dei me vint’ani,
Vedarò i burci partir ancora,
Carghi dei sogni dei me vint’ani,
Dal Piave al mar.
Cussì che in ultimo mi no’ starò,
Coi altri vèci intorno al fògo,
Cussì che in ultimo mi no’ starò
A dir «noialtri...».
E a un dei tósi che andarà via,
Voltando i òci de nòvo al porto,
E a un dei tósi che andarà via,
Ghe darò el cuor.
Giaime Pintor
Eros
Eros! Eros! Maschere, accecate
Eros. Chi sostiene il suo fiammante
viso? Come il soffio dell’estate
alla primavera spegne i canti
di preludio. E nelle voci ascolta
ora l’ombra, e si fa cupo... Un grido...
Egli getta il brivido indicibile
su di loro come un’ampia volta.
O perduto, o subito perduto!
Breve il bacio degli dèi ci sfiora.
Altro è il tempo, e il destino è cresciuto.
Ma una fonte piange e ti accora.
Eros. Chi sostiene il suo fiammante
viso? Come il soffio dell’estate
alla primavera spegne i canti
di preludio. E nelle voci ascolta
ora l’ombra, e si fa cupo... Un grido...
Egli getta il brivido indicibile
su di loro come un’ampia volta.
O perduto, o subito perduto!
Breve il bacio degli dèi ci sfiora.
Altro è il tempo, e il destino è cresciuto.
Ma una fonte piange e ti accora.
Giambattista Casti
L’arcangelo Gabriello
È solito costume degli amanti
di lodar sempre ed adular le belle:
chi dice lor mille cose galanti
chi al sole le assomiglia e chi alle stelle,
e chi sparge per lor sospiri e pianti,
e chi giura che pena o muor per quelle;
e con sì fatte iperboli e sì strane
vie più le rendono orgogliose e vane.
Che se tutte, per altro, o Donne mie,
fosser savie così come voi siete,
in mezzo a tai svenevoli follie
sarebber più prudenti e più discrete,
e saprebbero il ver dalle bugie
distinguer, come voi lo distinguete,
né al suon di lusinghevoli parole
si aggirerebber come banderuole.
Di tal fatta una donna era in Venezia
che di beltà credeasi un modello,
e si chiamava madonna Lucrezia,
né visto erasi ancor viso più bello;
ma ora con una, or con un’altra inezia
gli adulator le avean guasto il cervello
e come che non sian gli esempi rari,
in lei beltà e sciocchezza ivan del pari.
Contro il Turco il marito a segnalarsi
era ito sopra una squadra navale,
quando ella per mangiar, come suol farsi,
poscia in grazia d’Iddio l’uovo pasquale,
andò un sabato santo a confessarsi
da un tal padre Pasqual conventuale,
che avea nella città credito e loda,
ed era allora il confessor di moda.
Questo fior di virtù nacque in Urbino,
e dall’età più giovane era stato
famoso incorreggibil libertino,
sentina d’ogni vizio e scapestrato,
seguace delle femmine e del vino;
e al fin fu dalla patria esiliato,
perché il loco mettea tutto a soqquadro,
e fama avea di spia, falsario e ladro.
Onde volendo con pietà mentita
continuar le sfrenatezze usate,
ricovrossi in Venezia, e cangiar vita
astutamente finse, e si fe’ frate,
e all’esterno mostrando alma contrita,
devozion spirava e santitate.
Solea scacciar da corpi ossessi il diavolo,
e accendersi di zel come un san Pavolo.
Detto l’avresti alla faccia dimessa
di san Francesco il più perfetto figlio,
quando in publico orava o dicea messa
gli cadevan le lagrime dal ciglio;
monachella non v’era né badessa,
che da lui non bramasse aver consiglio.
Ogni opra sua creduta era un miracolo,
ogni detto stimato era un oracolo.
Oh madre d’ogni vizio, oh maledetta,
oh iniqua e scellerata ipocrisia!
Per te ogni opra più santa e più perfetta,
per te solo divien malvagia e ria;
tu l’anima di mille colpe infetta
sotto apparenza ascondi umile e pia,
tu la pura virtù guasti e deturpi,
né il nome sol, ma il premio anche n’usurpi.
Ma finché vi sarà santità vera,
santità vi sarà falsa e apparente;
e con questa tuttor l’iniquo spera
la divota ingannar credula gente.
Colla buona moneta in tal maniera
la non buona veggian correr sovente;
e finché al mondo vi saran danari,
vi saran sempre falsi monetari.
Ma riprendendo il fil, sua riverenza
le colpe udendo di Lucrezia bella,
prese cotal diletto e compiacenza
d’intrattenersi a favellar con ella,
che per seco contrar più confidenza
le domandò se vedova o zitella
o maritata fosse: e alla fin poi
le disse: «Un cicisbeo l’avete voi?»
Lucrezia bruscamente a tal richiesta
rispose: «Eh! messer frate, in fede mia
voi non avete tanti peli in testa
quanti amatori avrei se bramosìa
me ne prendesse pur: ma vi par questa
beltà che un uom mortal degno ne sia?
Veramente potria questo mio
viso aggiungere ornamento al paradiso».
Il furbo ipocriton conventuale
con man si copre il viso e tronfia e sghigna,
udendo quella zucca senza sale,
che bella si credea più di Ciprigna:
e in sé conclude, e non conclude male,
esser quello terren da piantar vigna;
ma vuol per questa volta apparir santo,
e finge zelo e l’avvertisce intanto:
che Dio non vuol superbia e vanagloria,
ma l’umiltà comanda e la modestia.
Ella s’empie ognor più di folle boria,
e sostien tuttavia ch’egli è una bestia;
ond’ei che vuol continuar l’istoria
in miglior tempo e non le dar molestia,
non se le oppon, curva le spalle e tace,
indi l’assolve e la rimanda in pace.
E con scuse e pretesti impazïente
dall’altre donne poi si disimpegna.
Medita il giorno e la notte seguente
come far opra illustre e di sé degna;
alfin nobil pensier gli cade in mente,
ed eseguirlo l’altro dì disegna;
e giunta l’ora ch’egli attende e brama,
dette principio all’ideata trama.
E tolto seco un fraticel, che a parte
era de’ suoi pensieri, andò a madonna,
e finse arcani e, trattala in disparte,
a lei prostrossi e le baciò la gonna:
e lacrime e sospir piangendo ad arte:
«Perdon» le disse «o incomparabil donna,
perdon, vi chiedo, o stella mattutina.
Perdon, bellezza angelica e divina».
Ella a sì strana inaspettata scena,
che mai ciò fosse interrogava il frate,
ed egli: «Ave Lucrezia, grazia plena!
Se voi il mio fallo non mi perdonate,
io troppo, ohimè! ne pagherò la pena:
ma perché meglio la cosa intendiate,
tutta per mio rossor per vostra gloria,
vi narrerò la dolorosa istoria.
La scorsa notte, com’è mio costume,
standomi in cella orando in ginocchione,
balenar vidi un improvviso lume;
mi volgo e appo mi veggo un bel garzone;
le lucid’ali e le dorate piume
avea sul dorso; e in mano avea un bastone;
minaccioso mi guarda e per la cappa
con isdegno e con impeto mi chiappa.
Indi a’ suoi piè mi trasse, e con quel legno
conciommi sì, che n’ebbi gli ossi pesti.
‘Perché,’ gli domando ‘cotanto sdegno?’
‘Perché,’ rispose quei, ‘tu presumesti
riprender di Lucrezia, o frate indegno,
le bellezze serafiche e celesti,
quai sopra ogni altra cosa amar sogl’io,
eccetto sol messer Domeneddio?’
‘Ma voi chi siete!’ io gli soggiungo. ‘Io sono’,
colui riprese, ‘io son l’agnol Gabriello.’
Colla faccia per terra allor: ‘Perdono,
perdon, vi chiedo’, esclamo, ‘agnolo bello…’
‘Vanne,’ ei mi disse in autorevol tuono,
‘vanne a Lucrezia, unico mezzo è quello
onde calmar tu possa i sdegni miei,
che pria cerchi ottener perdon da lei.
Ma se da lei perdon non otterrai,
qui a ritrovarti tornerò ogni notte,
né di punirti resterò giammai,
se l’ossa non t’avrò fiaccate e rotte.’
Queste mi disse ed altre cose assai,
ed altre ragion da lui mi furo addotte,
che per altro da me voi non saprete
se pria del fallo mio non mi assolvete».
Madonna zucca vuota un gran diletto
provava entro sé stessa a un parlar tale,
e disse: «Inver mi spiace, poveretto!
d’esser stata cagion del vostro male;
ma Dio v’aiuti, io ve l’aveva pur detto
ch’era la beltà mia celestiale.
Orsù, via, vi perdono, purché voi
mi diciate ciò ch’ei vi disse poi».
«Un grande arcano», ei disse allor, «figliuola,
a svelarti m’accingo, or che son certo
che mi assolvete, e d’una cosa sola
per lo ben vostro vi prevengo e avverto,
che, se di ciò farete altrui parola,
tutto dell’opra perderete il merto;
che non lice ai mortali ed ai profani
entrare a parte de’ celesti arcani.
Sappiate che quest’agnolo beato,
benché a cose divine avvezzo sia,
è di voi per tal guisa innamorato,
ché non altro che voi cerca e desia,
e da gran tempo ha di passar bramato
alcuna notte in vostra compagnia;
ma per non vi recar tema o sorpresa,
per mezzo mio far ve ne volle intesa.
E poiché per cagion di metafisica
un angiol non si vede e non si tocca,
pensa a voi presentarsi in forma fisica
e farsi un uom con piè, mani, occhi e bocca;
ma di farlo per altro ei non si risica
senza il consenso vostro; onde a voi tocca
dir quando ei venir deggia e in qual figura,
e a un vostro cenno ei cangerà natura.»
Ed ella: «Un amator sdegno infra gli uomini,
ma un Gabrïel, se l’amor suo mi svela,
l’accetto amante: ei sul mio cor predomini.
Qualor pinto il vid’io su muro o tela,
sempre gli recitai l’Angelus Domini,
o gli accesi davanti una candela;
perché a dirla, con lui ci ho simpatia,
e mi piace la sua fisonomia.
Or voi pertanto gli potrete dire
che complimenti meco egli non faccia,
che può liberamente a me venire
ogni qual volta di venir gli piaccia,
mi troverà soletta; e allor gioire
potrà dell’amor suo fra le mie braccia;
e venga pure in qualsiasi figura,
ma badi di non mettermi paura.
Per mia cagion per altro io non vorrei
che lasciasse la vergine Maria
perché sempre lo vedo avanti a lei,
e credo innamorato egli ne sia.
Altrui toglier non bramo i cicisbei,
né mi piace a verun dar gelosia,
né vo’ che ella perciò meco si sdegni;
in somma, parlo chiaro, io non vo’ impegni».
«Questo è parlar con senno», esclamò il frate,
«questo si chiama aver timor di Dio;
ma fidatevi a me, non dubitate,
che seco il tutto aggiusterò ben io.
Una grazia però vo’ mi facciate,
ed è, ch’ei venga a voi col corpo mio,
cosa che a voi non reca pregiudizio.
E a me rende un grandissimo servizio.
Poiché per far che nel mio cor egli entre
con unione ipostatica, m’avviso
che pria dovrà l’anima trarne, e mentre
il corpo mio sarà da lei diviso,
in fin ch’ella di nuovo ci rientre
l’angiolo metteralla in paradiso,
ove potrà di quel felice stato
godere intanto un saggio anticipato.
E ben merita un qualche guiderdone,
il fare ad un arcangelo il mezzano,
mentre veggonsi ognor tante persone,
sensali vili di commercio umano,
di ricchezze ottener profusïone;
ed io, che già no ’l fo per uom profano,
ma per un angiol del supremo stuolo,
dell’anima il vantaggio io cerco solo.»
«Or via, tali ragion m’avete addotte»,
ella rispose, «che la grazia avrete
e così intendo compensar le botte
che a mio riguardo ricevute avete.»
«Or bene», il frate replicò, «stanotte
l’uscio di vostra casa non chiudete;
perché un angiol fatt’uomo (son cose note)
altronde che per l’uscio entrar non puote.»
E ciò detto, da lei congedo prese
e tornosse ratto al monastero,
ove con droghe a ristorar s’attese
per uscir valente cavaliero,
e procurò di star bene in arnese;
ché a gran cammin spronar vuole il corsiero,
e mostrar che, se un uomo nell’opre sue
fa per un uomo, un angiol fa per due.
Tutto il dì attende, e non sì tosto annotta
che se ne andò da monna Cornificia
sua confidente assai perita e dotta
in facoltà lenonia e meretricia,
qui candida si pon lucida cotta
invece di mutande e di camicia,
ai piè s’adatta i sandali, e posticci
ponsi i biondi capelli e fassi i ricci.
Si sbraccia infino ai gomiti; e si fascia
con trasparente velo alla cintura,
si liscia, si profuma, e la bagascia
consapevol di già dell’avventura,
si sbellica di risa e si sganascia,
rimirando com’ei si trasfigura;
e in un tabarro all’uso di Venezia
alfin s’involse e vassene a Lucrezia.
E l’uscio mezzo aperto e mezzo chiuso
trova, guarda d’intorno, e incontanente
entra, appiatta il tabarro e sale suso,
ed improvviso fassi a lei presente,
che di tema un piacer misto e confuso
all’apparir dell’angiolo risente,
e inginocchiossi, ed ei la benedisse,
la man le porse, sollevolla e disse:
«Sorgete, e a coricarvi ite, madonna,
cerimonie fra noi non debbon farsi».
Ella ben tosto si levò la gonna
e andò obbediente a coricarsi.
Poiché nuda restò la bella donna,
al frate il cintolino ebbe a strapparsi:
cominciato ex abrupto avrìa il lavoro,
ma il ritenne l’angelico decoro.
Onde frenò i lascivi desideri,
e sorridendo: «Figlia mia», le dice,
«a che pro tanti lumi e candelieri?
Nella notturna oscurità felice
del nostro amor si ascondano i misteri,
che alla luce profana espor non lice»,
e i lumi smorza, indi si spoglia e anch’ei
tosto in letto si corica con lei.
Era padre Pasquale un cotal fusto
di corpo e di persona assai ben fatto,
ben complesso di membra, agil, robusto,
e in lussuria vinceva il miccio e il gatto,
e niun dare alle femmine più gusto
sapea con libertin lascivo tatto;
in somma, a tutta prova era un campione
per scuotere alle donne il pelliccione,
ed a Lucrezia lo provò in letto,
ché tutta notte non istette in ozio,
e più e più volte replicò il diletto;
onde conobbe quanto buon negozio
stato fosse per lei di aver in letto
un angiolo carnal per drudo e sozio:
e assaporato l’angelico arnese,
maggior disgusto per gli uomini prese.
In quei momenti in cui si riposava
per riprendere più lena e vigoria,
fra Pasquale i misteri a lei svelava
della celestiale tëologia.
«Veramente gran danno»; ella esclamava,
«gran danno veramente che non sia
quel soave diletto in ciel premesso
che nasce solo dal diverso sesso.»
«Ecco il giudizio uman come spess’erra!»
sclamò il frate con enfasi di zelo,
«quando l’uom ragionar presume in terra
de’ misteri ineffabili del cielo,
che l’eterno voler involge e serra
dentro un oscuro impenetrabil velo.
Ma tu ascoltami, donna, e udrai cose
a noi sol note e a voi mortali ascose.
A suo piacer, e quand’ei vuol di sesso
cangia uno spirto e fassi maschio o femina,
oppur femmina o maschio, a un tempo stesso
in sé due qualità raddoppia e gemina;
né per quanto ne sia continuo e spesso
l’uso, non mai l’illanguidisce o effemina,
che anzi quella piacevole abitudine
forma parte di lor beatitudine:
che non commissione materiale,
né si usano sensibili maniere,
ma un atto puro ed intellettuale
e conforme reciproco volere.
Atto cotale a generar non vale,
ma dato è sol per procurar piacere;
ché né nasce uno spirto, né muore,
né esser può generato o genitore.
Poiché fatti non siam d’ossi e di ciccia,
né sangue e vene abbiam, né fibre e nervi,
né altra materia inviluppa e impiccia
che avvinti suol ne’ lacci suoi tenervi.
Ma voi che avete l’anima posticcia,
siete del corpo ognor sudditi e servi:
noi sesso alcun non lega, e io sono un angiolo
che amo uno e l’altro sesso, e spesso cangiolo.
Tempo verrà, come fu a voi predetto
cho i corpi a nuova vita sorgeranno,
e di felicità stato perfetto
anch’essi allora avran che ora non hanno;
gli animi avranno spiritual diletto,
e diletto corporeo i corpi avranno,
e sarà pienamente soddisfatto
gusto, vista, odorato, udito e tatto.
E ben color che usque ab Ecclesiae initio
il regno predicâr dei millenari,
par che avesser di ciò sentore e indizio;
ma non piacque a Giovanni e a’ suoi scolari,
che gente si credean di più giudizio;
onde Cerinto colli suoi settari
dal ceto de’ fedeli ebber l’esilio,
e fur dannati in non so qual concilio.»
Così più volte ripigliò a vicenda
or qualche suo teologale assunto,
od or la dilettevole faccenda,
e al fin cessò dall’opera e fe’ punto;
poiché è pur d’uopo che congedo prenda,
essendo della notte il termin giunto,
e sorgean dell’aurora i primi rai
gli orli a indorar dell’orizzonte omai.
E a ripigliar se ’n va tonaca e manto
da Cornificia, e frettolosamente
fece ritorno al monastero santo
pria che più rischiarasse il dì nascente.
La donna in letto ancor rimase alquanto,
poiché di riposar bisogno sente:
dopo un placido sonno alfin si leva,
che il dïurno pianeta alto luceva.
E al buon frate in zendal solo e in pianelle
andò a narrar come stat’era in letto
tutta la notte in braccia a Gabrïelle,
e siccome quell’angiol benedetto
in confidenza mille cose belle
della gloria del cielo aveale detto;
e di più aggiunse immaginaria e sciocca
di fandonie una lunga filastrocca.
«Di voi non so», padre Pasqual rispose;
«di me so bene che del corpo fuore
l’angiol mi trasse l’anima, e la pose
in mezzo d’un chiarissimo splendore,
ov’eran tanti gigli e tante rose
che diffondean maraviglioso odore.
E suoni in oltre e canti udii sì belli,
come vi fosser mille Farinelli.
Quel che allor divenisse il corpo mio
in verità non ve ’l saprei ridire.»
Ed ella: «O che baggeo! non ve ’l dich’io?
Nel corpo vostro l’angiolo a gioire
meco si stette per grazia di Dio.
Finché cominciò l’alba a comparire,
e per torvi ogni dubbio, un segno espresso
voi ne portate ancor sopra di voi stesso:
perocché mentre io me andavo in brodo
per piacer cui simil non ebbi mai,
cotal baciozzo e sì solenne e sodo
sotto la manca poppa v’appiccai,
che vi restò l’impronta in modo
che restar vi dovrà per giorni assai,
e se meglio chiarirvene volete,
guardate ove v’ho detto, e lo vedrete».
Ed ei: «Quantunque io non ebbi usanza
di nuda rimirar la carne umana,
pur questa sera spoglierommi in stanza
per osservar la stimmata sì strana».
Intanto alla monastica pietanza
frati chiama il suon della campana;
onde sortendo fuor del parlatorio
l’una andò a casa e l’altro al refettorio.
E vedendo sì ben la vaga idea
riuscire della sua metempsicosi,
padre Pasqual già stabilito avea
principii proseguir sì avventurosi.
«Sia benedetto pur», fra sé dicea,
«quando a tal stratagemma il pensier posi,
e benedetta cento volte sia
la balordaggin della donna mia.»
Ed alla sua mezzana e confidente
del giorno all’imbrunir se ’n correa subito,
e trasformato in Gabrïel sovente
iva a monna Lucrezia, ed io non dubito
ch’ella seguito avria tranquillamente
a goder tale angelico concubito,
se non avesse per poco giudizio
di quell’affar dato ella stessa indizio.
Dopo aver colle amiche un dì ciarlato
di trine e nastri e d’abiti e di mode,
e della sua toletta e del bucato,
e di creste con code e senza code,
e de’ fatti di tutto il vicinato,
come far dalle femmine ognor s’ode,
d’un in altro discorso andando avanti,
vennero a ragionar de’ loro amanti.
Chi disse averne due, chi tre, chi più,
e su gli altri ciascuna i suoi lodò.
Lucrezia allor, tocca da orgoglio fu,
e disse: «Un sol che va per mille io n’ho».
Tutte a dir l’incitaro; ed ella: «Orsù,
se tacer promettete, io ve ’l dirò:
sappiate che l’arcangel Gabrïello
arde per me d’amor il poverello».
Credean le donne in pria ch’ella scherzasse,
ma poiché vider che dicea da senno,
ebber forte timor che vaneggiasse;
e l’una all’altra coll’occhio fe’ cenno,
sogghignando fra i labbri, e a voci basse
disser fra lor: «Costei perduto ha il senno».
Se n’avvid’ella, ed onta il cor le punse,
e con riso sardonico soggiunse:
«Oh! se una volta sol gustar poteste
con un angiolo in carne, in ossa e in pelle,
le dolcezze del coïto celeste,
son certa, le mie care semplicelle,
che tutt’altro piacer lo credereste
insipido trastullo e bagattelle:
ben io lo so che tanto all’angiol piacqui,
e seco tante notti in letto giacqui».
La cosa immaginar più o men com’era
le donne allor, che conoscean la sciocca;
sicché disserlo ad altre, e in tal maniera
quella storia passò di bocca in bocca;
ché arcano in cor di femmina ciarliera
non resta, e fuor per la lingua trabocca,
e in breve se n’empì tutta Venezia,
e l’intese il cognato di Lucrezia.
Ei la custodia avea dell’arsenale,
uom pronto e scaltro, e si nomò Tommaso,
faceto sì, ma in zucca avea del sale,
e le mosche sapea tôrsi dal naso.
Costui narrar sentendo istoria tale,
non mostrò darle fede o farne caso,
perché volea, send’egli un buon umore,
coll’inganno punir l’ingannatore.
Più d’un disegno fé, ma sempre in forse
stette se proprio ed eseguibil era;
quando dell’arsenal le chiavi scòrse
che a lui portar solevansi ogni sera
ciò pensier nuovo e nuova idea gli porse,
e già divisa i mezzi e la maniera,
che con quelle mandar vuole ad effetto
un suo capricciosissimo progetto.
Di San Pietro la figura prende,
come l’immagin sua vediam dipinta;
il giudaico manto a piè gli scende,
in mano ha due gran chiavi, e dalla cinta
al manco lato la coltella pende,
tosi ha i capelli e la barbetta finta;
e a ben guardarlo dinanzi e di dietro
detto avresti: «Per Dio! questi è san Pietro».
E poscia a casa andò della cognata
intabarrato in così strano arnese,
e trovando che aperta era l’entrata,
guardò d’intorno, e poscia su v’ascese,
e nascostosi in parte inosservata
l’apparizion di Gabrïello attese,
qual fra boscaglie collo schioppo carco
attende il cacciator la lepre al varco.
Gran calpestio su per le scale sente,
e vede Gabrïel che se ne viene,
che spinto da carnal stimolo ardente
negli occhi impresse avea le voglie oscene.
Se gli fa avanti, ed improvvisamente
per un braccio l’afferra e forte il tiene,
e con sdegno scotendolo, gli affisse
in volto il guardo minaccioso, e disse:
«Tu qui? Tu ancor senza il permesso mio
ardisti uscir dalle celesti porte?
Guardami in volto ben: Pietro son io,
il portinaio dell’eterea corte;
ma se non fo che tu ne paghi il fio,
disonor dell’angelica coorte,
vo’ questa volta che mi mangi l’orco,
angiolo puttaniero, angiolo porco!»
Le chiavi in questo dir gli dié sul muso
con forza tal che l’ebbe a sbalordire;
indi replica il colpo, e quel confuso
scappar voleva, e non sapeva ov’ire,
ché ogni passaggio da colui gli è chiuso:
or qua s’aggira, or là, né può fuggire
dal tempestar delle sonore e gravi
percosse ree delle terribil chiavi.
Quale in agosto alla campagna aprica
l’industrioso e provvido villano,
lieto il frutto in veder di sua fatica,
di doppio legno arma la dura mano,
e dà frequenti colpi in sulla spica,
acciò la paglia separi dal grano;
tal con fieri percosse replicate
messer Tommaso percoteva il frate.
Pel naso e per la bocca il sangue spande,
l’ossa e la carne in ogni parte ha pesta,
ed inutile è ch’ei si raccomande;
ché colui non l’ascolta e non s’arresta.
D’un veron che sporgea sul canal grande
alfin s’avvede, e poiché ornai non resta
altro scampo, altra via, là corre in fretta,
e disperatamente giù si getta.
Allora andò l’apostolo benedetto
là dove udendo il suon delle percosse
stava Lucrezia rannicchiata in letto,
né potendo capir che mai ciò fosse,
timido il cor le palpitava in petto.
Vèr lei con faccia burbera si mosse
dicendo: «E tu non te n’andrai impunita
d’aver gli angioli indotti a mala vita».
E nuda la discopre, indi la chiappa,
la rivolge sul letto in giù boccone:
frem’ella e si contorce e si rattrappa,
ma colui senz’usar compassïone
mena le chiavi, e or l’una or l’altra chiappa,
or le reni le scuote, or il groppone.
«Misericordia!» con amaro pianto,
«misericordia!» ella gridava intanto.
E poscia ch’egli l’ebbe concia a segno
che mezza morta è per dolor rimasa;
avendo a fin condotto il suo disegno,
se ne tornò tranquillamente, a casa,
lieto d’avere con astuto ingegno
convinta la cognata e persuasa
di san Pietro per sempre a ricordarsi,
né più a voler con angioli impacciarsi.
Or quivi, o Conte, generoso e degno,
cui venerare io mi compiaccio e vanto,
so ben che a voi non piace e avete a sdegno
un tratto di rigore aspro cotanto,
che giustamente lo credete indegno
d’alma ben nata e molto più di un santo;
ché fare offesa e torto al gentil sesso
dalla terra e dal ciel non è permesso.
E ben conviene a voi simil pensiero,
che siete di bontà, di cortesia,
e di ogni gentilezza esempio vero,
né vi fa d’uopo della lode mia,
e odiar solete ogn’incivil severo
atto di crudeltà, di villania:
onde a riguardo vostro, ad ogni patto
meglio mi volli assicurar del fatto.
E vidi i manoscritti tutti quanti,
consultai le persone illuminate
nelle materie lubriche e galanti,
e sulle nozïon da me acquistate
tutte collazionai le varianti.
Chi dice che colui, sparito il frate,
data a Lucrezia una tremenda occhiata,
partì, e lasciolla tutta spaventata.
Chi dice che in scoprir le belle e bianche
membra di lei che piange e si desola,
l’ira ammorzò, s’intenerì pur anche
della beltà che a riguardar consola.
Le nude cosce, il corpo, il petto e l’anche
sbirciò lascivo e gliene venne gola:
ma si vinse e partì, né la toccò:
chi dice ch’altre chiavi adoperò.
Di queste lezïon ch’io ritrovai,
qual vi aggrada, signor, sceglier potrete
che al vostro gusto son conformi assai,
perché più moderate e più discrete.
Se il fatto altramente io raccontai,
spero che voi scusar me ne vorrete,
ché in materia cotanto dilicata,
credei meglio tenermi alla volgata.
Ma ritorniamo al nostro fra Pasquale
che nel canal caduto era dall’alto,
e per fuggir più periglioso male
erasi posto al disperato salto.
Cadde giù a piombo, e benché avesse l’ale,
non si potette equilibrar in alto,
poiché per sollevare umana ciccia
o poco o nulla giova ala posticcia.
Non altrimenti che Icaro nel mare
al certo il frate nel canal periva,
ma buon per lui che sapea ben nuotare;
onde il coraggio quanto può ravviva,
che a maggior uopo non gli può giovare;
e tanto fe’ che alfin si trasse a riva,
e con lena affannata ed a gran stento
bel bel si ricondusse indi al convento.
A riprender le vesti e la sottana
da monna Cornificia ei sarebb’ito,
ma la sua casa troppo era lontana,
ed egli è sì mal concio e rifinito
che miracol sarà se ne risana;
onde credette l’unico partito
drittamente al convento andar ben tosto,
che non era di là molto discosto.
Lasciato ha strani segni, ovunque ha colto
la grandine de’ colpi a cui soggiacque;
livido, pesto e sfigurato ha il volto.
L’alta caduta a contrastar coll’acque
le vesti e ciò che indosso avea gli ha tolto,
onde rimasto è nudo come nacque;
e del convento la chiave ha perduta,
che avea seco infin allor tenuta.
Onde suonò la campanella, e a un tratto
venne ad aprirgli il portinar fra Elia,
che a prima vista lo credette un matto;
l’osserva poi, né sa capir chi sia,
perch’egli è sì malconcio e contraffatto
che par non abbia d’uom fisonomia;
ond’ei che toglier di stupor lo vuole,
gli favella con fievoli parole:
«Non mi riconosci? Fra Pasqual son io,
sì, quel purtroppo son, fratello in Cristo,
io quel servo indegnissimo di Dio.
Il Diavolo per far di me l’acquisto,
come vedi ha ridotto il corpo mio
in questo stato doloroso e tristo;
e perché sii di ciò più persuaso,
narrar ti voglio il deplorabil caso.
Mentre guari non è, come ogni sera
far soglio, di cristian gli obblighi adempio,
e fisso son nella mental preghiera,
il nemico comun perverso ed empio
me nudo, e non so dirti in qual maniera,
portò sopra il pinnacolo del tempio,
come allo stesso Salvator già feo,
secondo scrisser già Marco e Matteo.
E di lassù tutte al mio guardo espose
le venete ricchezze insiem ridutte,
in oltre le più belle e più vezzose
vedove donne e maritate e putte;
e disse: ‘Vedi tutte queste cose?
Se tu m’adori te le vo’ dar tutte’,
io con disprezzo e collera lo guardo,
poi gli dico: ‘Eh! va via, che sei bugiardo!’
Ma quei non fece a me come a Gesù,
né volle come a lui riguardi usarmi.
‘Così’, riprese, ‘mi rispondi tu?’
E gran pugno avventommi indi col darmi
un calcio in cul precipitommi giù.
Un angiol, cred’io, venne a sollevarmi,
poiché, a terra cadendo dal pinnacolo
io viver non potea senza un miracolo.
Nondimen la caduta e le percosse
mi han ridotto così, caro fratello».
Frate Elia che a pietà di lui si mosse,
lo ricoprì col proprio suo mantello,
poi nella cella sua seco portosse
e sopra il letto l’adagiò bel bello.
Sparsasi pel convento la novella,
tutti a vederlo corsero alla cella.
Facevangli corona i frati attorno:
un frate gli dicea: «Beato te
che ti protegge il ciel!» «Beato, un corno!»
tacitamente ei rispondea fra sé.
L’altro: «Vedrem te sugli altari un giorno,
la palma del martirio ti si de’».
«Ma se tu», disse alcun, «martire invitto,
battevi la collottola, eri fritto.»
E in guisa tal il giusto premio ottenne
l’ipocrisia del frate e l’impostura,
e poscia infin che visse ei si sovvenne
di quella memorabile avventura,
e non mai più la fantasia gli venne
di usurparsi l’angelica figura:
e le sue falsità fattesi note,
più non poté ingannar l’alme divote.
Ché il fatto, come avvien, si divulgò
in pochi giorni per tutta Venezia,
e per gran pezzo ciaschedun parlò
dell’angiol, di san Pietro e di Lucrezia,
e altamente da tutti si lodò
di Tommaso la provvida facezia,
con che dell’un l’inganno a un tempo volle,
e dell’altra punir l’orgoglio folle.
Benedette pur voi, che m’ascoltate,
il di cui cor quanta superbia abbomini
io sollo, e quanta, o Donne mie garbate,
modestia e saviezza in voi predomini;
né per amanti gli angioli cercate,
ma siete paghe dell’amor degli uomini.
Sì, Donne care, stiam quaggiù fra noi,
gli Angioli li godremo in cielo poi.
di lodar sempre ed adular le belle:
chi dice lor mille cose galanti
chi al sole le assomiglia e chi alle stelle,
e chi sparge per lor sospiri e pianti,
e chi giura che pena o muor per quelle;
e con sì fatte iperboli e sì strane
vie più le rendono orgogliose e vane.
Che se tutte, per altro, o Donne mie,
fosser savie così come voi siete,
in mezzo a tai svenevoli follie
sarebber più prudenti e più discrete,
e saprebbero il ver dalle bugie
distinguer, come voi lo distinguete,
né al suon di lusinghevoli parole
si aggirerebber come banderuole.
Di tal fatta una donna era in Venezia
che di beltà credeasi un modello,
e si chiamava madonna Lucrezia,
né visto erasi ancor viso più bello;
ma ora con una, or con un’altra inezia
gli adulator le avean guasto il cervello
e come che non sian gli esempi rari,
in lei beltà e sciocchezza ivan del pari.
Contro il Turco il marito a segnalarsi
era ito sopra una squadra navale,
quando ella per mangiar, come suol farsi,
poscia in grazia d’Iddio l’uovo pasquale,
andò un sabato santo a confessarsi
da un tal padre Pasqual conventuale,
che avea nella città credito e loda,
ed era allora il confessor di moda.
Questo fior di virtù nacque in Urbino,
e dall’età più giovane era stato
famoso incorreggibil libertino,
sentina d’ogni vizio e scapestrato,
seguace delle femmine e del vino;
e al fin fu dalla patria esiliato,
perché il loco mettea tutto a soqquadro,
e fama avea di spia, falsario e ladro.
Onde volendo con pietà mentita
continuar le sfrenatezze usate,
ricovrossi in Venezia, e cangiar vita
astutamente finse, e si fe’ frate,
e all’esterno mostrando alma contrita,
devozion spirava e santitate.
Solea scacciar da corpi ossessi il diavolo,
e accendersi di zel come un san Pavolo.
Detto l’avresti alla faccia dimessa
di san Francesco il più perfetto figlio,
quando in publico orava o dicea messa
gli cadevan le lagrime dal ciglio;
monachella non v’era né badessa,
che da lui non bramasse aver consiglio.
Ogni opra sua creduta era un miracolo,
ogni detto stimato era un oracolo.
Oh madre d’ogni vizio, oh maledetta,
oh iniqua e scellerata ipocrisia!
Per te ogni opra più santa e più perfetta,
per te solo divien malvagia e ria;
tu l’anima di mille colpe infetta
sotto apparenza ascondi umile e pia,
tu la pura virtù guasti e deturpi,
né il nome sol, ma il premio anche n’usurpi.
Ma finché vi sarà santità vera,
santità vi sarà falsa e apparente;
e con questa tuttor l’iniquo spera
la divota ingannar credula gente.
Colla buona moneta in tal maniera
la non buona veggian correr sovente;
e finché al mondo vi saran danari,
vi saran sempre falsi monetari.
Ma riprendendo il fil, sua riverenza
le colpe udendo di Lucrezia bella,
prese cotal diletto e compiacenza
d’intrattenersi a favellar con ella,
che per seco contrar più confidenza
le domandò se vedova o zitella
o maritata fosse: e alla fin poi
le disse: «Un cicisbeo l’avete voi?»
Lucrezia bruscamente a tal richiesta
rispose: «Eh! messer frate, in fede mia
voi non avete tanti peli in testa
quanti amatori avrei se bramosìa
me ne prendesse pur: ma vi par questa
beltà che un uom mortal degno ne sia?
Veramente potria questo mio
viso aggiungere ornamento al paradiso».
Il furbo ipocriton conventuale
con man si copre il viso e tronfia e sghigna,
udendo quella zucca senza sale,
che bella si credea più di Ciprigna:
e in sé conclude, e non conclude male,
esser quello terren da piantar vigna;
ma vuol per questa volta apparir santo,
e finge zelo e l’avvertisce intanto:
che Dio non vuol superbia e vanagloria,
ma l’umiltà comanda e la modestia.
Ella s’empie ognor più di folle boria,
e sostien tuttavia ch’egli è una bestia;
ond’ei che vuol continuar l’istoria
in miglior tempo e non le dar molestia,
non se le oppon, curva le spalle e tace,
indi l’assolve e la rimanda in pace.
E con scuse e pretesti impazïente
dall’altre donne poi si disimpegna.
Medita il giorno e la notte seguente
come far opra illustre e di sé degna;
alfin nobil pensier gli cade in mente,
ed eseguirlo l’altro dì disegna;
e giunta l’ora ch’egli attende e brama,
dette principio all’ideata trama.
E tolto seco un fraticel, che a parte
era de’ suoi pensieri, andò a madonna,
e finse arcani e, trattala in disparte,
a lei prostrossi e le baciò la gonna:
e lacrime e sospir piangendo ad arte:
«Perdon» le disse «o incomparabil donna,
perdon, vi chiedo, o stella mattutina.
Perdon, bellezza angelica e divina».
Ella a sì strana inaspettata scena,
che mai ciò fosse interrogava il frate,
ed egli: «Ave Lucrezia, grazia plena!
Se voi il mio fallo non mi perdonate,
io troppo, ohimè! ne pagherò la pena:
ma perché meglio la cosa intendiate,
tutta per mio rossor per vostra gloria,
vi narrerò la dolorosa istoria.
La scorsa notte, com’è mio costume,
standomi in cella orando in ginocchione,
balenar vidi un improvviso lume;
mi volgo e appo mi veggo un bel garzone;
le lucid’ali e le dorate piume
avea sul dorso; e in mano avea un bastone;
minaccioso mi guarda e per la cappa
con isdegno e con impeto mi chiappa.
Indi a’ suoi piè mi trasse, e con quel legno
conciommi sì, che n’ebbi gli ossi pesti.
‘Perché,’ gli domando ‘cotanto sdegno?’
‘Perché,’ rispose quei, ‘tu presumesti
riprender di Lucrezia, o frate indegno,
le bellezze serafiche e celesti,
quai sopra ogni altra cosa amar sogl’io,
eccetto sol messer Domeneddio?’
‘Ma voi chi siete!’ io gli soggiungo. ‘Io sono’,
colui riprese, ‘io son l’agnol Gabriello.’
Colla faccia per terra allor: ‘Perdono,
perdon, vi chiedo’, esclamo, ‘agnolo bello…’
‘Vanne,’ ei mi disse in autorevol tuono,
‘vanne a Lucrezia, unico mezzo è quello
onde calmar tu possa i sdegni miei,
che pria cerchi ottener perdon da lei.
Ma se da lei perdon non otterrai,
qui a ritrovarti tornerò ogni notte,
né di punirti resterò giammai,
se l’ossa non t’avrò fiaccate e rotte.’
Queste mi disse ed altre cose assai,
ed altre ragion da lui mi furo addotte,
che per altro da me voi non saprete
se pria del fallo mio non mi assolvete».
Madonna zucca vuota un gran diletto
provava entro sé stessa a un parlar tale,
e disse: «Inver mi spiace, poveretto!
d’esser stata cagion del vostro male;
ma Dio v’aiuti, io ve l’aveva pur detto
ch’era la beltà mia celestiale.
Orsù, via, vi perdono, purché voi
mi diciate ciò ch’ei vi disse poi».
«Un grande arcano», ei disse allor, «figliuola,
a svelarti m’accingo, or che son certo
che mi assolvete, e d’una cosa sola
per lo ben vostro vi prevengo e avverto,
che, se di ciò farete altrui parola,
tutto dell’opra perderete il merto;
che non lice ai mortali ed ai profani
entrare a parte de’ celesti arcani.
Sappiate che quest’agnolo beato,
benché a cose divine avvezzo sia,
è di voi per tal guisa innamorato,
ché non altro che voi cerca e desia,
e da gran tempo ha di passar bramato
alcuna notte in vostra compagnia;
ma per non vi recar tema o sorpresa,
per mezzo mio far ve ne volle intesa.
E poiché per cagion di metafisica
un angiol non si vede e non si tocca,
pensa a voi presentarsi in forma fisica
e farsi un uom con piè, mani, occhi e bocca;
ma di farlo per altro ei non si risica
senza il consenso vostro; onde a voi tocca
dir quando ei venir deggia e in qual figura,
e a un vostro cenno ei cangerà natura.»
Ed ella: «Un amator sdegno infra gli uomini,
ma un Gabrïel, se l’amor suo mi svela,
l’accetto amante: ei sul mio cor predomini.
Qualor pinto il vid’io su muro o tela,
sempre gli recitai l’Angelus Domini,
o gli accesi davanti una candela;
perché a dirla, con lui ci ho simpatia,
e mi piace la sua fisonomia.
Or voi pertanto gli potrete dire
che complimenti meco egli non faccia,
che può liberamente a me venire
ogni qual volta di venir gli piaccia,
mi troverà soletta; e allor gioire
potrà dell’amor suo fra le mie braccia;
e venga pure in qualsiasi figura,
ma badi di non mettermi paura.
Per mia cagion per altro io non vorrei
che lasciasse la vergine Maria
perché sempre lo vedo avanti a lei,
e credo innamorato egli ne sia.
Altrui toglier non bramo i cicisbei,
né mi piace a verun dar gelosia,
né vo’ che ella perciò meco si sdegni;
in somma, parlo chiaro, io non vo’ impegni».
«Questo è parlar con senno», esclamò il frate,
«questo si chiama aver timor di Dio;
ma fidatevi a me, non dubitate,
che seco il tutto aggiusterò ben io.
Una grazia però vo’ mi facciate,
ed è, ch’ei venga a voi col corpo mio,
cosa che a voi non reca pregiudizio.
E a me rende un grandissimo servizio.
Poiché per far che nel mio cor egli entre
con unione ipostatica, m’avviso
che pria dovrà l’anima trarne, e mentre
il corpo mio sarà da lei diviso,
in fin ch’ella di nuovo ci rientre
l’angiolo metteralla in paradiso,
ove potrà di quel felice stato
godere intanto un saggio anticipato.
E ben merita un qualche guiderdone,
il fare ad un arcangelo il mezzano,
mentre veggonsi ognor tante persone,
sensali vili di commercio umano,
di ricchezze ottener profusïone;
ed io, che già no ’l fo per uom profano,
ma per un angiol del supremo stuolo,
dell’anima il vantaggio io cerco solo.»
«Or via, tali ragion m’avete addotte»,
ella rispose, «che la grazia avrete
e così intendo compensar le botte
che a mio riguardo ricevute avete.»
«Or bene», il frate replicò, «stanotte
l’uscio di vostra casa non chiudete;
perché un angiol fatt’uomo (son cose note)
altronde che per l’uscio entrar non puote.»
E ciò detto, da lei congedo prese
e tornosse ratto al monastero,
ove con droghe a ristorar s’attese
per uscir valente cavaliero,
e procurò di star bene in arnese;
ché a gran cammin spronar vuole il corsiero,
e mostrar che, se un uomo nell’opre sue
fa per un uomo, un angiol fa per due.
Tutto il dì attende, e non sì tosto annotta
che se ne andò da monna Cornificia
sua confidente assai perita e dotta
in facoltà lenonia e meretricia,
qui candida si pon lucida cotta
invece di mutande e di camicia,
ai piè s’adatta i sandali, e posticci
ponsi i biondi capelli e fassi i ricci.
Si sbraccia infino ai gomiti; e si fascia
con trasparente velo alla cintura,
si liscia, si profuma, e la bagascia
consapevol di già dell’avventura,
si sbellica di risa e si sganascia,
rimirando com’ei si trasfigura;
e in un tabarro all’uso di Venezia
alfin s’involse e vassene a Lucrezia.
E l’uscio mezzo aperto e mezzo chiuso
trova, guarda d’intorno, e incontanente
entra, appiatta il tabarro e sale suso,
ed improvviso fassi a lei presente,
che di tema un piacer misto e confuso
all’apparir dell’angiolo risente,
e inginocchiossi, ed ei la benedisse,
la man le porse, sollevolla e disse:
«Sorgete, e a coricarvi ite, madonna,
cerimonie fra noi non debbon farsi».
Ella ben tosto si levò la gonna
e andò obbediente a coricarsi.
Poiché nuda restò la bella donna,
al frate il cintolino ebbe a strapparsi:
cominciato ex abrupto avrìa il lavoro,
ma il ritenne l’angelico decoro.
Onde frenò i lascivi desideri,
e sorridendo: «Figlia mia», le dice,
«a che pro tanti lumi e candelieri?
Nella notturna oscurità felice
del nostro amor si ascondano i misteri,
che alla luce profana espor non lice»,
e i lumi smorza, indi si spoglia e anch’ei
tosto in letto si corica con lei.
Era padre Pasquale un cotal fusto
di corpo e di persona assai ben fatto,
ben complesso di membra, agil, robusto,
e in lussuria vinceva il miccio e il gatto,
e niun dare alle femmine più gusto
sapea con libertin lascivo tatto;
in somma, a tutta prova era un campione
per scuotere alle donne il pelliccione,
ed a Lucrezia lo provò in letto,
ché tutta notte non istette in ozio,
e più e più volte replicò il diletto;
onde conobbe quanto buon negozio
stato fosse per lei di aver in letto
un angiolo carnal per drudo e sozio:
e assaporato l’angelico arnese,
maggior disgusto per gli uomini prese.
In quei momenti in cui si riposava
per riprendere più lena e vigoria,
fra Pasquale i misteri a lei svelava
della celestiale tëologia.
«Veramente gran danno»; ella esclamava,
«gran danno veramente che non sia
quel soave diletto in ciel premesso
che nasce solo dal diverso sesso.»
«Ecco il giudizio uman come spess’erra!»
sclamò il frate con enfasi di zelo,
«quando l’uom ragionar presume in terra
de’ misteri ineffabili del cielo,
che l’eterno voler involge e serra
dentro un oscuro impenetrabil velo.
Ma tu ascoltami, donna, e udrai cose
a noi sol note e a voi mortali ascose.
A suo piacer, e quand’ei vuol di sesso
cangia uno spirto e fassi maschio o femina,
oppur femmina o maschio, a un tempo stesso
in sé due qualità raddoppia e gemina;
né per quanto ne sia continuo e spesso
l’uso, non mai l’illanguidisce o effemina,
che anzi quella piacevole abitudine
forma parte di lor beatitudine:
che non commissione materiale,
né si usano sensibili maniere,
ma un atto puro ed intellettuale
e conforme reciproco volere.
Atto cotale a generar non vale,
ma dato è sol per procurar piacere;
ché né nasce uno spirto, né muore,
né esser può generato o genitore.
Poiché fatti non siam d’ossi e di ciccia,
né sangue e vene abbiam, né fibre e nervi,
né altra materia inviluppa e impiccia
che avvinti suol ne’ lacci suoi tenervi.
Ma voi che avete l’anima posticcia,
siete del corpo ognor sudditi e servi:
noi sesso alcun non lega, e io sono un angiolo
che amo uno e l’altro sesso, e spesso cangiolo.
Tempo verrà, come fu a voi predetto
cho i corpi a nuova vita sorgeranno,
e di felicità stato perfetto
anch’essi allora avran che ora non hanno;
gli animi avranno spiritual diletto,
e diletto corporeo i corpi avranno,
e sarà pienamente soddisfatto
gusto, vista, odorato, udito e tatto.
E ben color che usque ab Ecclesiae initio
il regno predicâr dei millenari,
par che avesser di ciò sentore e indizio;
ma non piacque a Giovanni e a’ suoi scolari,
che gente si credean di più giudizio;
onde Cerinto colli suoi settari
dal ceto de’ fedeli ebber l’esilio,
e fur dannati in non so qual concilio.»
Così più volte ripigliò a vicenda
or qualche suo teologale assunto,
od or la dilettevole faccenda,
e al fin cessò dall’opera e fe’ punto;
poiché è pur d’uopo che congedo prenda,
essendo della notte il termin giunto,
e sorgean dell’aurora i primi rai
gli orli a indorar dell’orizzonte omai.
E a ripigliar se ’n va tonaca e manto
da Cornificia, e frettolosamente
fece ritorno al monastero santo
pria che più rischiarasse il dì nascente.
La donna in letto ancor rimase alquanto,
poiché di riposar bisogno sente:
dopo un placido sonno alfin si leva,
che il dïurno pianeta alto luceva.
E al buon frate in zendal solo e in pianelle
andò a narrar come stat’era in letto
tutta la notte in braccia a Gabrïelle,
e siccome quell’angiol benedetto
in confidenza mille cose belle
della gloria del cielo aveale detto;
e di più aggiunse immaginaria e sciocca
di fandonie una lunga filastrocca.
«Di voi non so», padre Pasqual rispose;
«di me so bene che del corpo fuore
l’angiol mi trasse l’anima, e la pose
in mezzo d’un chiarissimo splendore,
ov’eran tanti gigli e tante rose
che diffondean maraviglioso odore.
E suoni in oltre e canti udii sì belli,
come vi fosser mille Farinelli.
Quel che allor divenisse il corpo mio
in verità non ve ’l saprei ridire.»
Ed ella: «O che baggeo! non ve ’l dich’io?
Nel corpo vostro l’angiolo a gioire
meco si stette per grazia di Dio.
Finché cominciò l’alba a comparire,
e per torvi ogni dubbio, un segno espresso
voi ne portate ancor sopra di voi stesso:
perocché mentre io me andavo in brodo
per piacer cui simil non ebbi mai,
cotal baciozzo e sì solenne e sodo
sotto la manca poppa v’appiccai,
che vi restò l’impronta in modo
che restar vi dovrà per giorni assai,
e se meglio chiarirvene volete,
guardate ove v’ho detto, e lo vedrete».
Ed ei: «Quantunque io non ebbi usanza
di nuda rimirar la carne umana,
pur questa sera spoglierommi in stanza
per osservar la stimmata sì strana».
Intanto alla monastica pietanza
frati chiama il suon della campana;
onde sortendo fuor del parlatorio
l’una andò a casa e l’altro al refettorio.
E vedendo sì ben la vaga idea
riuscire della sua metempsicosi,
padre Pasqual già stabilito avea
principii proseguir sì avventurosi.
«Sia benedetto pur», fra sé dicea,
«quando a tal stratagemma il pensier posi,
e benedetta cento volte sia
la balordaggin della donna mia.»
Ed alla sua mezzana e confidente
del giorno all’imbrunir se ’n correa subito,
e trasformato in Gabrïel sovente
iva a monna Lucrezia, ed io non dubito
ch’ella seguito avria tranquillamente
a goder tale angelico concubito,
se non avesse per poco giudizio
di quell’affar dato ella stessa indizio.
Dopo aver colle amiche un dì ciarlato
di trine e nastri e d’abiti e di mode,
e della sua toletta e del bucato,
e di creste con code e senza code,
e de’ fatti di tutto il vicinato,
come far dalle femmine ognor s’ode,
d’un in altro discorso andando avanti,
vennero a ragionar de’ loro amanti.
Chi disse averne due, chi tre, chi più,
e su gli altri ciascuna i suoi lodò.
Lucrezia allor, tocca da orgoglio fu,
e disse: «Un sol che va per mille io n’ho».
Tutte a dir l’incitaro; ed ella: «Orsù,
se tacer promettete, io ve ’l dirò:
sappiate che l’arcangel Gabrïello
arde per me d’amor il poverello».
Credean le donne in pria ch’ella scherzasse,
ma poiché vider che dicea da senno,
ebber forte timor che vaneggiasse;
e l’una all’altra coll’occhio fe’ cenno,
sogghignando fra i labbri, e a voci basse
disser fra lor: «Costei perduto ha il senno».
Se n’avvid’ella, ed onta il cor le punse,
e con riso sardonico soggiunse:
«Oh! se una volta sol gustar poteste
con un angiolo in carne, in ossa e in pelle,
le dolcezze del coïto celeste,
son certa, le mie care semplicelle,
che tutt’altro piacer lo credereste
insipido trastullo e bagattelle:
ben io lo so che tanto all’angiol piacqui,
e seco tante notti in letto giacqui».
La cosa immaginar più o men com’era
le donne allor, che conoscean la sciocca;
sicché disserlo ad altre, e in tal maniera
quella storia passò di bocca in bocca;
ché arcano in cor di femmina ciarliera
non resta, e fuor per la lingua trabocca,
e in breve se n’empì tutta Venezia,
e l’intese il cognato di Lucrezia.
Ei la custodia avea dell’arsenale,
uom pronto e scaltro, e si nomò Tommaso,
faceto sì, ma in zucca avea del sale,
e le mosche sapea tôrsi dal naso.
Costui narrar sentendo istoria tale,
non mostrò darle fede o farne caso,
perché volea, send’egli un buon umore,
coll’inganno punir l’ingannatore.
Più d’un disegno fé, ma sempre in forse
stette se proprio ed eseguibil era;
quando dell’arsenal le chiavi scòrse
che a lui portar solevansi ogni sera
ciò pensier nuovo e nuova idea gli porse,
e già divisa i mezzi e la maniera,
che con quelle mandar vuole ad effetto
un suo capricciosissimo progetto.
Di San Pietro la figura prende,
come l’immagin sua vediam dipinta;
il giudaico manto a piè gli scende,
in mano ha due gran chiavi, e dalla cinta
al manco lato la coltella pende,
tosi ha i capelli e la barbetta finta;
e a ben guardarlo dinanzi e di dietro
detto avresti: «Per Dio! questi è san Pietro».
E poscia a casa andò della cognata
intabarrato in così strano arnese,
e trovando che aperta era l’entrata,
guardò d’intorno, e poscia su v’ascese,
e nascostosi in parte inosservata
l’apparizion di Gabrïello attese,
qual fra boscaglie collo schioppo carco
attende il cacciator la lepre al varco.
Gran calpestio su per le scale sente,
e vede Gabrïel che se ne viene,
che spinto da carnal stimolo ardente
negli occhi impresse avea le voglie oscene.
Se gli fa avanti, ed improvvisamente
per un braccio l’afferra e forte il tiene,
e con sdegno scotendolo, gli affisse
in volto il guardo minaccioso, e disse:
«Tu qui? Tu ancor senza il permesso mio
ardisti uscir dalle celesti porte?
Guardami in volto ben: Pietro son io,
il portinaio dell’eterea corte;
ma se non fo che tu ne paghi il fio,
disonor dell’angelica coorte,
vo’ questa volta che mi mangi l’orco,
angiolo puttaniero, angiolo porco!»
Le chiavi in questo dir gli dié sul muso
con forza tal che l’ebbe a sbalordire;
indi replica il colpo, e quel confuso
scappar voleva, e non sapeva ov’ire,
ché ogni passaggio da colui gli è chiuso:
or qua s’aggira, or là, né può fuggire
dal tempestar delle sonore e gravi
percosse ree delle terribil chiavi.
Quale in agosto alla campagna aprica
l’industrioso e provvido villano,
lieto il frutto in veder di sua fatica,
di doppio legno arma la dura mano,
e dà frequenti colpi in sulla spica,
acciò la paglia separi dal grano;
tal con fieri percosse replicate
messer Tommaso percoteva il frate.
Pel naso e per la bocca il sangue spande,
l’ossa e la carne in ogni parte ha pesta,
ed inutile è ch’ei si raccomande;
ché colui non l’ascolta e non s’arresta.
D’un veron che sporgea sul canal grande
alfin s’avvede, e poiché ornai non resta
altro scampo, altra via, là corre in fretta,
e disperatamente giù si getta.
Allora andò l’apostolo benedetto
là dove udendo il suon delle percosse
stava Lucrezia rannicchiata in letto,
né potendo capir che mai ciò fosse,
timido il cor le palpitava in petto.
Vèr lei con faccia burbera si mosse
dicendo: «E tu non te n’andrai impunita
d’aver gli angioli indotti a mala vita».
E nuda la discopre, indi la chiappa,
la rivolge sul letto in giù boccone:
frem’ella e si contorce e si rattrappa,
ma colui senz’usar compassïone
mena le chiavi, e or l’una or l’altra chiappa,
or le reni le scuote, or il groppone.
«Misericordia!» con amaro pianto,
«misericordia!» ella gridava intanto.
E poscia ch’egli l’ebbe concia a segno
che mezza morta è per dolor rimasa;
avendo a fin condotto il suo disegno,
se ne tornò tranquillamente, a casa,
lieto d’avere con astuto ingegno
convinta la cognata e persuasa
di san Pietro per sempre a ricordarsi,
né più a voler con angioli impacciarsi.
Or quivi, o Conte, generoso e degno,
cui venerare io mi compiaccio e vanto,
so ben che a voi non piace e avete a sdegno
un tratto di rigore aspro cotanto,
che giustamente lo credete indegno
d’alma ben nata e molto più di un santo;
ché fare offesa e torto al gentil sesso
dalla terra e dal ciel non è permesso.
E ben conviene a voi simil pensiero,
che siete di bontà, di cortesia,
e di ogni gentilezza esempio vero,
né vi fa d’uopo della lode mia,
e odiar solete ogn’incivil severo
atto di crudeltà, di villania:
onde a riguardo vostro, ad ogni patto
meglio mi volli assicurar del fatto.
E vidi i manoscritti tutti quanti,
consultai le persone illuminate
nelle materie lubriche e galanti,
e sulle nozïon da me acquistate
tutte collazionai le varianti.
Chi dice che colui, sparito il frate,
data a Lucrezia una tremenda occhiata,
partì, e lasciolla tutta spaventata.
Chi dice che in scoprir le belle e bianche
membra di lei che piange e si desola,
l’ira ammorzò, s’intenerì pur anche
della beltà che a riguardar consola.
Le nude cosce, il corpo, il petto e l’anche
sbirciò lascivo e gliene venne gola:
ma si vinse e partì, né la toccò:
chi dice ch’altre chiavi adoperò.
Di queste lezïon ch’io ritrovai,
qual vi aggrada, signor, sceglier potrete
che al vostro gusto son conformi assai,
perché più moderate e più discrete.
Se il fatto altramente io raccontai,
spero che voi scusar me ne vorrete,
ché in materia cotanto dilicata,
credei meglio tenermi alla volgata.
Ma ritorniamo al nostro fra Pasquale
che nel canal caduto era dall’alto,
e per fuggir più periglioso male
erasi posto al disperato salto.
Cadde giù a piombo, e benché avesse l’ale,
non si potette equilibrar in alto,
poiché per sollevare umana ciccia
o poco o nulla giova ala posticcia.
Non altrimenti che Icaro nel mare
al certo il frate nel canal periva,
ma buon per lui che sapea ben nuotare;
onde il coraggio quanto può ravviva,
che a maggior uopo non gli può giovare;
e tanto fe’ che alfin si trasse a riva,
e con lena affannata ed a gran stento
bel bel si ricondusse indi al convento.
A riprender le vesti e la sottana
da monna Cornificia ei sarebb’ito,
ma la sua casa troppo era lontana,
ed egli è sì mal concio e rifinito
che miracol sarà se ne risana;
onde credette l’unico partito
drittamente al convento andar ben tosto,
che non era di là molto discosto.
Lasciato ha strani segni, ovunque ha colto
la grandine de’ colpi a cui soggiacque;
livido, pesto e sfigurato ha il volto.
L’alta caduta a contrastar coll’acque
le vesti e ciò che indosso avea gli ha tolto,
onde rimasto è nudo come nacque;
e del convento la chiave ha perduta,
che avea seco infin allor tenuta.
Onde suonò la campanella, e a un tratto
venne ad aprirgli il portinar fra Elia,
che a prima vista lo credette un matto;
l’osserva poi, né sa capir chi sia,
perch’egli è sì malconcio e contraffatto
che par non abbia d’uom fisonomia;
ond’ei che toglier di stupor lo vuole,
gli favella con fievoli parole:
«Non mi riconosci? Fra Pasqual son io,
sì, quel purtroppo son, fratello in Cristo,
io quel servo indegnissimo di Dio.
Il Diavolo per far di me l’acquisto,
come vedi ha ridotto il corpo mio
in questo stato doloroso e tristo;
e perché sii di ciò più persuaso,
narrar ti voglio il deplorabil caso.
Mentre guari non è, come ogni sera
far soglio, di cristian gli obblighi adempio,
e fisso son nella mental preghiera,
il nemico comun perverso ed empio
me nudo, e non so dirti in qual maniera,
portò sopra il pinnacolo del tempio,
come allo stesso Salvator già feo,
secondo scrisser già Marco e Matteo.
E di lassù tutte al mio guardo espose
le venete ricchezze insiem ridutte,
in oltre le più belle e più vezzose
vedove donne e maritate e putte;
e disse: ‘Vedi tutte queste cose?
Se tu m’adori te le vo’ dar tutte’,
io con disprezzo e collera lo guardo,
poi gli dico: ‘Eh! va via, che sei bugiardo!’
Ma quei non fece a me come a Gesù,
né volle come a lui riguardi usarmi.
‘Così’, riprese, ‘mi rispondi tu?’
E gran pugno avventommi indi col darmi
un calcio in cul precipitommi giù.
Un angiol, cred’io, venne a sollevarmi,
poiché, a terra cadendo dal pinnacolo
io viver non potea senza un miracolo.
Nondimen la caduta e le percosse
mi han ridotto così, caro fratello».
Frate Elia che a pietà di lui si mosse,
lo ricoprì col proprio suo mantello,
poi nella cella sua seco portosse
e sopra il letto l’adagiò bel bello.
Sparsasi pel convento la novella,
tutti a vederlo corsero alla cella.
Facevangli corona i frati attorno:
un frate gli dicea: «Beato te
che ti protegge il ciel!» «Beato, un corno!»
tacitamente ei rispondea fra sé.
L’altro: «Vedrem te sugli altari un giorno,
la palma del martirio ti si de’».
«Ma se tu», disse alcun, «martire invitto,
battevi la collottola, eri fritto.»
E in guisa tal il giusto premio ottenne
l’ipocrisia del frate e l’impostura,
e poscia infin che visse ei si sovvenne
di quella memorabile avventura,
e non mai più la fantasia gli venne
di usurparsi l’angelica figura:
e le sue falsità fattesi note,
più non poté ingannar l’alme divote.
Ché il fatto, come avvien, si divulgò
in pochi giorni per tutta Venezia,
e per gran pezzo ciaschedun parlò
dell’angiol, di san Pietro e di Lucrezia,
e altamente da tutti si lodò
di Tommaso la provvida facezia,
con che dell’un l’inganno a un tempo volle,
e dell’altra punir l’orgoglio folle.
Benedette pur voi, che m’ascoltate,
il di cui cor quanta superbia abbomini
io sollo, e quanta, o Donne mie garbate,
modestia e saviezza in voi predomini;
né per amanti gli angioli cercate,
ma siete paghe dell’amor degli uomini.
Sì, Donne care, stiam quaggiù fra noi,
gli Angioli li godremo in cielo poi.
Giorgio Baffo
Documenti per ben fottere
Senti come el me tira, Anema cara,
senti come el te và drento in la Cocca,
dame presto la lengua drento in bocca,
no esser dei to basi tanto avara.
Deh! Tiolo tutto, strenzi, e avanti para;
sò che con altri no ti è stada alocca,
no far gnanca co mi tanto la gnocca,
a darla tutta, e a retirarla impara;
alza el Culo, mio ben, fà la mattona
in strenzerme, e saltar, o mio Tesoro,
strenzime coi to brazzi, se ti è bona.
Vià, cara, vìa, son quà, oh! Dìo, che moro,
dame le Tette, e ’1 Cul, spenzi la Mona,
sbora, sbora, mio ben; oh Dio! mi sboro.
senti come el te và drento in la Cocca,
dame presto la lengua drento in bocca,
no esser dei to basi tanto avara.
Deh! Tiolo tutto, strenzi, e avanti para;
sò che con altri no ti è stada alocca,
no far gnanca co mi tanto la gnocca,
a darla tutta, e a retirarla impara;
alza el Culo, mio ben, fà la mattona
in strenzerme, e saltar, o mio Tesoro,
strenzime coi to brazzi, se ti è bona.
Vià, cara, vìa, son quà, oh! Dìo, che moro,
dame le Tette, e ’1 Cul, spenzi la Mona,
sbora, sbora, mio ben; oh Dio! mi sboro.
Giorgio Baffo
Fotte una donna sul letto
T’hò pur trovà sul letto
despoggiada, oh! Dìo, che gusto,
poderte senza busto
le Tette ben palpar.
Lassa che la camisa
te leva un poco suso,
che della Mona el buso
mi possa contemplar.
Che carne, che bianchezza,
che Collo, oh Dìo, che Tette!
Che cosse morbidette,
che Culo molesin!
Che brazzi, oh Dio, che fianchi!
Che panza, dove in fondo
ghe xe un peletto biondo,
che pare un perucchin!
Via slarga quelle cosse,
averzile, via, pronta,
no me tegnir più sconta
la Regia dell’amor.
Care le mie raise,
perché mai vergognarte,
che veda quella parte,
che me consola el cuor?
Da quel morbido pelo,
che ti hà sul Pettenecchio,
vedo, come in un specchio,
el centro d’ogni ben.
Ancora ti resisti,
ti tremi, che te fotta?
Perché tanto te scotta
darme quel che me vien?
Mi ’l sò, ceder ti vuol,
ma ti ’l vuol far costretta,
acciò che mi tel metta
con più ferocità.
Ecco quel liogo, dove
amor tien quel solazzo,
che fà provar al Cazzo
la so felicità.
Mi vedo do Lavretti
morbidi, che i se tocca,
che fà che quella bocca
la gabbia del Divin.
Oh! Quando che i se averze
cosa me mostra amor,
oltre quel bel color,
che supera el rubin!
Voi doperar quell’arma,
che per la bella lotta
da farse colla potta
natura m’hà formà.
Cara, e chi puoi spiegar
el gusto, che mi sento!
Quando con te son drento
son tutto imbalsemà. (…)
despoggiada, oh! Dìo, che gusto,
poderte senza busto
le Tette ben palpar.
Lassa che la camisa
te leva un poco suso,
che della Mona el buso
mi possa contemplar.
Che carne, che bianchezza,
che Collo, oh Dìo, che Tette!
Che cosse morbidette,
che Culo molesin!
Che brazzi, oh Dio, che fianchi!
Che panza, dove in fondo
ghe xe un peletto biondo,
che pare un perucchin!
Via slarga quelle cosse,
averzile, via, pronta,
no me tegnir più sconta
la Regia dell’amor.
Care le mie raise,
perché mai vergognarte,
che veda quella parte,
che me consola el cuor?
Da quel morbido pelo,
che ti hà sul Pettenecchio,
vedo, come in un specchio,
el centro d’ogni ben.
Ancora ti resisti,
ti tremi, che te fotta?
Perché tanto te scotta
darme quel che me vien?
Mi ’l sò, ceder ti vuol,
ma ti ’l vuol far costretta,
acciò che mi tel metta
con più ferocità.
Ecco quel liogo, dove
amor tien quel solazzo,
che fà provar al Cazzo
la so felicità.
Mi vedo do Lavretti
morbidi, che i se tocca,
che fà che quella bocca
la gabbia del Divin.
Oh! Quando che i se averze
cosa me mostra amor,
oltre quel bel color,
che supera el rubin!
Voi doperar quell’arma,
che per la bella lotta
da farse colla potta
natura m’hà formà.
Cara, e chi puoi spiegar
el gusto, che mi sento!
Quando con te son drento
son tutto imbalsemà. (…)
Giorgio Baffo
Gnente meggio del fottere
Fottemo pur, fottemo allegramente,
che del fotter no ghè cosa più bona,
troveme un liogo meggio della Mona,
nol ghè per Dio, che diga pur la zente.
Le nostre voggie no xe mai contente,
se vorrìa co xe dì, che fusse nona,
ma, co se xe a cavallo d’una Dona,
voggia de desmontar mai no se sente.
In fatti, se l’Osello no molasse,
no ghe sarìa gnessun de volontà,
che fora della Mona lo cavasse;
perché ’l se cava in quanto el s’hà molà,
che per altro, se sempre duro el stasse,
mai nol se cavarìa fora de là.
che del fotter no ghè cosa più bona,
troveme un liogo meggio della Mona,
nol ghè per Dio, che diga pur la zente.
Le nostre voggie no xe mai contente,
se vorrìa co xe dì, che fusse nona,
ma, co se xe a cavallo d’una Dona,
voggia de desmontar mai no se sente.
In fatti, se l’Osello no molasse,
no ghe sarìa gnessun de volontà,
che fora della Mona lo cavasse;
perché ’l se cava in quanto el s’hà molà,
che per altro, se sempre duro el stasse,
mai nol se cavarìa fora de là.
Giorgio Baffo
Gusto del chiavar
No digo che no sìa gusto a toccar
un bel Culo de qualche buzarona,
che no sìa gusto de toccar la Mona,
che no sìa gusto a farselo menar.
Colla so lengua in bocca de sborar
no digo no la sìa ’na cosa bona,
in somma tutto quel che co ’na Dona
de più lascivo al Mondo se puol far.
Xe tutti quanti gusti bei, e boni,
ma quello del chiavar per mi sostento
che ’l sia un gusto trà i gusti buzaroni,
perché quando che in Mona se xe drento,
de tutto el Mondo par se sìa paroni,
e tutto se darìa per quel momento.
un bel Culo de qualche buzarona,
che no sìa gusto de toccar la Mona,
che no sìa gusto a farselo menar.
Colla so lengua in bocca de sborar
no digo no la sìa ’na cosa bona,
in somma tutto quel che co ’na Dona
de più lascivo al Mondo se puol far.
Xe tutti quanti gusti bei, e boni,
ma quello del chiavar per mi sostento
che ’l sia un gusto trà i gusti buzaroni,
perché quando che in Mona se xe drento,
de tutto el Mondo par se sìa paroni,
e tutto se darìa per quel momento.
Giorgio Baffo
Mercede pretesa dall’autore
Me lambico el cervello zorno, e notte
per far Sonetti grassi, e buttirosi,
per divertir le Donne, e i so morosi,
ma mi fazzo i Sonetti, e i altri fotte.
Dei me versi i se val, delle mie botte,
e con queste i se fà più coraggiosi,
e, co le sente versi lussuriosi,
ste Donne le và zò, come marmotte.
Mi, se voi Donne, hò da pagar ruffiani,
e i altri se diverte alle mie spese,
che i me versi ghe serve da mezzani.
Delle Mone, che i fotte in sto paese,
almanco, come che se dà ai Piovani,
la Decima i me dasse, o ’l mio Quartese.
per far Sonetti grassi, e buttirosi,
per divertir le Donne, e i so morosi,
ma mi fazzo i Sonetti, e i altri fotte.
Dei me versi i se val, delle mie botte,
e con queste i se fà più coraggiosi,
e, co le sente versi lussuriosi,
ste Donne le và zò, come marmotte.
Mi, se voi Donne, hò da pagar ruffiani,
e i altri se diverte alle mie spese,
che i me versi ghe serve da mezzani.
Delle Mone, che i fotte in sto paese,
almanco, come che se dà ai Piovani,
la Decima i me dasse, o ’l mio Quartese.