Poesie di questo tema
Società e mondo
Roberto Roversi
Brucia Sicilia Sardegna (116)
Brucia Sicilia Sardegna
brucia Calabria
da bosco a bosco da uomo a uomo
brucia l’ulivo
guarda il fuoco del bosco l’acqua il bosco
qualcosa nel fuoco apre la pioggia
fantasmi sui tetti
aspettano i secoli
toccandoli col dito.
La terra di tombe appena scoperte fuma nel suo inferno
perduto.
L’urlo dei maiali nel silenzio del mare
quando è l’ora di strappare le stelle prima del sonno
ma più
brucia Calabria
da bosco a bosco da uomo a uomo
brucia l’ulivo
guarda il fuoco del bosco l’acqua il bosco
qualcosa nel fuoco apre la pioggia
fantasmi sui tetti
aspettano i secoli
toccandoli col dito.
La terra di tombe appena scoperte fuma nel suo inferno
perduto.
L’urlo dei maiali nel silenzio del mare
quando è l’ora di strappare le stelle prima del sonno
ma più
Roberto Roversi
Cadono alberi cadono soldati (179)
Cadono alberi cadono soldati in un combattimento
Porto con me in un bagaglio il mio popolo di pensieri
Mentre il progresso ara la schiena della terra la svena
tutti tremano all’idea di andare a Sacile...
Chi ha mai pianto
per la morte di un elefante
sotto il sole
nel mare d’erba africano?
Precipitosa arriva
con tre cavalli la luna viaggiatrice
pioggia neve il compagno destino ma
sassi arrotolati dal fiume sono loro nemici
così si arresta...
Ho sentito il sangue urlare ed era il vento grintoso sulla montagna
Fra alberi di mille anni.
Porto con me in un bagaglio il mio popolo di pensieri
Mentre il progresso ara la schiena della terra la svena
tutti tremano all’idea di andare a Sacile...
Chi ha mai pianto
per la morte di un elefante
sotto il sole
nel mare d’erba africano?
Precipitosa arriva
con tre cavalli la luna viaggiatrice
pioggia neve il compagno destino ma
sassi arrotolati dal fiume sono loro nemici
così si arresta...
Ho sentito il sangue urlare ed era il vento grintoso sulla montagna
Fra alberi di mille anni.
Roberto Roversi
Durante il concerto rock (56)
Durante il concerto rock e la musica da vedere le
piume degli angeli feriti a morte cadono con la neve
intanto un aereo sperduto urla rompendo il ghiaccio del cielo e
cerca aiuto.
Qua tutti dormono profondamente
sopra la notte stesa da monte a monte si può scrivere con
il pennello rosso
e
Mirage 4000 (France)
FSG (Usa) prezzo 4 miliardi
F 16 (Usa) abbastanza imponente per scoraggiare
abbastanza forte per vincere
trattasi di aerei per il combattimento
Dal 1946 a oggi 120 conflitti aperti per il mondo.
ci sono più mitra che ombrelli.
Gli elicotteri si abbassano
cercano i dispersi
con le luci
cercano cercano.
Cercano u’ leccasapone
piume degli angeli feriti a morte cadono con la neve
intanto un aereo sperduto urla rompendo il ghiaccio del cielo e
cerca aiuto.
Qua tutti dormono profondamente
sopra la notte stesa da monte a monte si può scrivere con
il pennello rosso
e
Mirage 4000 (France)
FSG (Usa) prezzo 4 miliardi
F 16 (Usa) abbastanza imponente per scoraggiare
abbastanza forte per vincere
trattasi di aerei per il combattimento
Dal 1946 a oggi 120 conflitti aperti per il mondo.
ci sono più mitra che ombrelli.
Gli elicotteri si abbassano
cercano i dispersi
con le luci
cercano cercano.
Cercano u’ leccasapone
Roberto Roversi
Germania germania (190)
Germania germania germania tornado d’Europa
canzone per un giorno
comincia la nuova guerra la nuova nevicata
i topi sono lì per accogliere la gente che scappa dal mondo.
Vulcano risvegliato
i fulmini sfuggono dalla mano
incenerisce la città incenerisce le sue trecce bionde
le trombe dei generali di antiche vittorie si scoperchiano.
Il giocatore di calcio dice germania germania
ahi, campione del mondo in questo luglio d’amore.
Anche a me sembra di morire un poco
grida il signor D’ Aubigné
questo è l’ultimo giorno del fiore del miele o del dolore.
Conoscevo Firenze una volta ma
sono francese
l’odore dell’ Arno fino ha segnato la corsa anche del mio tempo.
Ho affondato città ma non ho conosciuto il
cuore degli uomini prima della prima sconfitta
non credo che ci sarà la voce di un dio dopo la morte
le rondini dell’oblio portano la speranza
di un futuro molto breve.
Anche se beviamo l’oro del mondo
ogni giorno è composto dalle nostre mani.
canzone per un giorno
comincia la nuova guerra la nuova nevicata
i topi sono lì per accogliere la gente che scappa dal mondo.
Vulcano risvegliato
i fulmini sfuggono dalla mano
incenerisce la città incenerisce le sue trecce bionde
le trombe dei generali di antiche vittorie si scoperchiano.
Il giocatore di calcio dice germania germania
ahi, campione del mondo in questo luglio d’amore.
Anche a me sembra di morire un poco
grida il signor D’ Aubigné
questo è l’ultimo giorno del fiore del miele o del dolore.
Conoscevo Firenze una volta ma
sono francese
l’odore dell’ Arno fino ha segnato la corsa anche del mio tempo.
Ho affondato città ma non ho conosciuto il
cuore degli uomini prima della prima sconfitta
non credo che ci sarà la voce di un dio dopo la morte
le rondini dell’oblio portano la speranza
di un futuro molto breve.
Anche se beviamo l’oro del mondo
ogni giorno è composto dalle nostre mani.
Roberto Roversi
I grandi spazi le antiche rivoluzioni (194)
I grandi spazi le antiche rivoluzioni.
Gli uomini all’erta, le donne con il fucile.
Le gru di ferro
abitatrici dei cieli
discutono con le nubi immobili e adirate.
Le lunghe sere d’inverno quando la partita è finita
dice il giocatore di calcio
suona precipitosa la tromba d’oro di Chet.
Il confine tra la vita e la vita è dunque la morte
è il canto di un uccello
il passero solitario sulla torre diroccata
la gazza ladra imbrigliata fra i ceppi
il merlo che non perde neanche una parola.
La città chiusa fra le mura rifiuta
l’accesso ai lebbrosi ai pellegrini stranieri.
Il tiro fu all’incrocio dei pali
i pali e la rete del sole che lento calava schiumando
hanno affrettato il tiro
il suo volo che finiva in oro.
La spiga in silenzio inclinata al vento
il piede benediceva il palo e la gente cantava.
Gli uomini all’erta, le donne con il fucile.
Le gru di ferro
abitatrici dei cieli
discutono con le nubi immobili e adirate.
Le lunghe sere d’inverno quando la partita è finita
dice il giocatore di calcio
suona precipitosa la tromba d’oro di Chet.
Il confine tra la vita e la vita è dunque la morte
è il canto di un uccello
il passero solitario sulla torre diroccata
la gazza ladra imbrigliata fra i ceppi
il merlo che non perde neanche una parola.
La città chiusa fra le mura rifiuta
l’accesso ai lebbrosi ai pellegrini stranieri.
Il tiro fu all’incrocio dei pali
i pali e la rete del sole che lento calava schiumando
hanno affrettato il tiro
il suo volo che finiva in oro.
La spiga in silenzio inclinata al vento
il piede benediceva il palo e la gente cantava.
Roberto Roversi
Il giocatore di calcio ha (165)
Il giocatore di calcio ha
il catalogo delle navi
ancorate al porto. Non si muovono, arpionate al sole.
Le unghie del mare hanno intristito i colori, quel
mare senza sentieri.
Dice il giocatore di calcio non ho
più notizie dei miei dolci compagni
da quando ho lasciato la città in fiamme le mura
e oggi incomincia la partita.
Dieci anni fa le cose del mondo non erano uguali al presente
le giornate esplodevano in un baleno
si chiudevano in tempesta nel mondo del sole.
Con gli occhiali di plastica ahi oggi
osserviamo le guerre in un bicchiere.
Niente sarà come prima poi
qualunque cosa indossi
sei una farfalla africana con trenta colori.
Dice il signor D’Aubigné dopo Chernobyl
la mia vita non è stata più quella
le mandorle cadevano ai miei piedi le rondini
oh le rondini
le rondini volavano contro l’ombra di un cielo.
Il giocatore di calcio dice l’erba del prato
a calpestarla strideva
chiedeva aiuto il pallone perduto tra la nebbia.
Il signor D’Aubigné dice l’inverno
l’inverno non è una attesa delle rondini.
L’inverno è nebbia.
il catalogo delle navi
ancorate al porto. Non si muovono, arpionate al sole.
Le unghie del mare hanno intristito i colori, quel
mare senza sentieri.
Dice il giocatore di calcio non ho
più notizie dei miei dolci compagni
da quando ho lasciato la città in fiamme le mura
e oggi incomincia la partita.
Dieci anni fa le cose del mondo non erano uguali al presente
le giornate esplodevano in un baleno
si chiudevano in tempesta nel mondo del sole.
Con gli occhiali di plastica ahi oggi
osserviamo le guerre in un bicchiere.
Niente sarà come prima poi
qualunque cosa indossi
sei una farfalla africana con trenta colori.
Dice il signor D’Aubigné dopo Chernobyl
la mia vita non è stata più quella
le mandorle cadevano ai miei piedi le rondini
oh le rondini
le rondini volavano contro l’ombra di un cielo.
Il giocatore di calcio dice l’erba del prato
a calpestarla strideva
chiedeva aiuto il pallone perduto tra la nebbia.
Il signor D’Aubigné dice l’inverno
l’inverno non è una attesa delle rondini.
L’inverno è nebbia.
Roberto Roversi
Il tempo della pace è una (217)
Il tempo della pace è una
attesa della guerra.
Il tempo del contendere prevale
sul tempo del quieto
operare,
delle verdi albe quiete, dei
rossi inquieti tramonti
quando solo la speranza è signora.
L’ora del sangue impera
là dove
la tromba del giudizio
chiama raduna sceglie e poi colpisce
prima che l’orizzonte del dubbio
apra le porte dell’Olimpo
colpendo il sole
e così
si continua.
attesa della guerra.
Il tempo del contendere prevale
sul tempo del quieto
operare,
delle verdi albe quiete, dei
rossi inquieti tramonti
quando solo la speranza è signora.
L’ora del sangue impera
là dove
la tromba del giudizio
chiama raduna sceglie e poi colpisce
prima che l’orizzonte del dubbio
apra le porte dell’Olimpo
colpendo il sole
e così
si continua.
Roberto Roversi
Ma in quei giorni anzi
MA IN QUEI GIORNI
Ma in quei giorni anzi in quegli anni in quel secolo là
dove si perdeva la vita che avevo vissuto. In quei giorni
l’immaginazione era in movimento. Tremenda. Instabile. Per
esempio.
Per esempio vedeva il soldato tracciato tra cento rovine
suonare suonare in strada un brano leggero di Mozart
Èì vicino un giovane bianco come la neve di
Carrara urlava pregava di essere ucciso per carità.
La vita era un’arancia spaccata per terra.
Ma Mozart volava più alto di ogni pietà. È universale, Mozart.
Mozart non si fa intenerire. Lui suona in mezzo allo scempio
[del mondo.
Per esempio il soldato sogna quanto sarebbe stato migliore
se nato in tempi diversi o sotto un’altra bandiera
mentre scrive sulla sabbia queste parole: la sera tarda a calare.
Intanto
SUONA CON LA MANO MONCA IL PIANISTA DI DANZICA
AQUILONI NERI ROSSI CADONO FRA LE PIETRE DELLA
[Città
BRUCIANO GLI OCCHI DI UN VECCHIO DISTESO NELLA
[PAGINA BAGNATA.
Da L’ITALIA SEPOLTA SOTTO LA NEVE
Ma in quei giorni anzi in quegli anni in quel secolo là
dove si perdeva la vita che avevo vissuto. In quei giorni
l’immaginazione era in movimento. Tremenda. Instabile. Per
esempio.
Per esempio vedeva il soldato tracciato tra cento rovine
suonare suonare in strada un brano leggero di Mozart
Èì vicino un giovane bianco come la neve di
Carrara urlava pregava di essere ucciso per carità.
La vita era un’arancia spaccata per terra.
Ma Mozart volava più alto di ogni pietà. È universale, Mozart.
Mozart non si fa intenerire. Lui suona in mezzo allo scempio
[del mondo.
Per esempio il soldato sogna quanto sarebbe stato migliore
se nato in tempi diversi o sotto un’altra bandiera
mentre scrive sulla sabbia queste parole: la sera tarda a calare.
Intanto
SUONA CON LA MANO MONCA IL PIANISTA DI DANZICA
AQUILONI NERI ROSSI CADONO FRA LE PIETRE DELLA
[Città
BRUCIANO GLI OCCHI DI UN VECCHIO DISTESO NELLA
[PAGINA BAGNATA.
Da L’ITALIA SEPOLTA SOTTO LA NEVE
Ruggieri Apuliese
Genti, intendete questo sermone
Genti, intendete questo sermone:
Ruggieri à fatto la sua “Passione.”
Non trovai dritto né ragione
in quelle false persone,
cioè in Siena, la °v’ io sono istato,
fue cresciuto e allevato:
da’ mei nemici fui akusato
al vescovo ed al kericato.
L’akusamento fue creduto,
iscritto e letto e ritenuto:
mandò per me el forte arguto;
non mi valse kascione né scuto.
To fui gionto inanzi lue:
solo nato era e non kon altrui;
15 egli erano cento ed ankora pide,
ke si consegliavano a due a due.
Molto istavano divoti
prencipi e sacerdoti,
adirati ed ingroti:
20 ankora gli veggia bistartoti!
Erode v’era e Gaifasso
e Pilato e Setenasso
e Longino e Giudeasso
e Markus e Barnabasso.
Quinziano v’era e Nerone
e Staroto e Ferraone,
Balzabue e Ruciglione,
ke diciéno tutti di none.
Favellò el vescovo in primieri:
“Fatti innanzi e giura, Ruggieri;
perché mangiastd l’altrieri.
koi pattarini crudeli e feri,
ke sonno peggio ke giuderi?”
Ed io presi a favellare:
‘“Messere, volentieri voglio giurare;
non credea ke fussero di tale affare.
Omo di mia arte non si puòe iscusare,
ki lo ’nvita, ke non vada a mangiare.”
Quelli rispose inkontenente:
“Non te puòe aitare neente
neuno amiko né parente,
k’io non ti faccia istar dolente,
sì ke non te rimarrà neente.”
Ed io dissi: “Per Deo, non dite!
Io faccio ciò ke voi volete;
pegno né rikolta da me prendete;
s’ì’ ’l fo mai, sì m’impendete.”
Rispose el fellone maledetto:
“Noi non volemo tuo disdetto
e ch’è’ negare ciò k’ài detto.
Noi te faremo povaro e bretto,
si ke no ti rimarrà kasa né tetto.”
Ed io risposi in bassa boce:
ra
“
Mercé, per Deo ke venne in croce!
Kesto fuoko assai mi kuoce;
a voi non giuova e a me sì nuoce.
Questo disse el Creatore:
quando Gli ritorna un pekatore,
Ei ne fa maggior baldore
ke di cento giusti a tutte l’ore.”
Ed egli respose kon grande furore:
“Tu se’ fatto un gran predikatore,
novelliero e dicitore,
Di noi mal dici a tutte l’ore;
ma non mi nuoce, kio so’ signore.”
T’ mi fui raveduto:
“
Quand’io dissi, avea bevuto.
a
Kosiì fuss’ io stato muto!
S’io peccai, io ne so’ pentuto
ed a voi mi sonno arenduto.”
In quell’ora a me si volse:
“Sempre avesti paravole molte;
io ti mettarabbo in tagli volte
ke fieno peggio ke morte.”
Rispose un altro in issavia
e disse in quella via:
“Non è questi quel Ruggieri
k’io-audii e vidi l’altrieri
kantare inansi kavalieri
di noi kome semo crudeli e feri?”
Rispose un altro da l’altra parte,
ke non era di mia atte:
“Non guarisca, anzi sia morto;
”
non i sia fatto dritto, anzi torto!
. e
Compagnetto da Prato
Ruggieri à fatto la sua “Passione.”
Non trovai dritto né ragione
in quelle false persone,
cioè in Siena, la °v’ io sono istato,
fue cresciuto e allevato:
da’ mei nemici fui akusato
al vescovo ed al kericato.
L’akusamento fue creduto,
iscritto e letto e ritenuto:
mandò per me el forte arguto;
non mi valse kascione né scuto.
To fui gionto inanzi lue:
solo nato era e non kon altrui;
15 egli erano cento ed ankora pide,
ke si consegliavano a due a due.
Molto istavano divoti
prencipi e sacerdoti,
adirati ed ingroti:
20 ankora gli veggia bistartoti!
Erode v’era e Gaifasso
e Pilato e Setenasso
e Longino e Giudeasso
e Markus e Barnabasso.
Quinziano v’era e Nerone
e Staroto e Ferraone,
Balzabue e Ruciglione,
ke diciéno tutti di none.
Favellò el vescovo in primieri:
“Fatti innanzi e giura, Ruggieri;
perché mangiastd l’altrieri.
koi pattarini crudeli e feri,
ke sonno peggio ke giuderi?”
Ed io presi a favellare:
‘“Messere, volentieri voglio giurare;
non credea ke fussero di tale affare.
Omo di mia arte non si puòe iscusare,
ki lo ’nvita, ke non vada a mangiare.”
Quelli rispose inkontenente:
“Non te puòe aitare neente
neuno amiko né parente,
k’io non ti faccia istar dolente,
sì ke non te rimarrà neente.”
Ed io dissi: “Per Deo, non dite!
Io faccio ciò ke voi volete;
pegno né rikolta da me prendete;
s’ì’ ’l fo mai, sì m’impendete.”
Rispose el fellone maledetto:
“Noi non volemo tuo disdetto
e ch’è’ negare ciò k’ài detto.
Noi te faremo povaro e bretto,
si ke no ti rimarrà kasa né tetto.”
Ed io risposi in bassa boce:
ra
“
Mercé, per Deo ke venne in croce!
Kesto fuoko assai mi kuoce;
a voi non giuova e a me sì nuoce.
Questo disse el Creatore:
quando Gli ritorna un pekatore,
Ei ne fa maggior baldore
ke di cento giusti a tutte l’ore.”
Ed egli respose kon grande furore:
“Tu se’ fatto un gran predikatore,
novelliero e dicitore,
Di noi mal dici a tutte l’ore;
ma non mi nuoce, kio so’ signore.”
T’ mi fui raveduto:
“
Quand’io dissi, avea bevuto.
a
Kosiì fuss’ io stato muto!
S’io peccai, io ne so’ pentuto
ed a voi mi sonno arenduto.”
In quell’ora a me si volse:
“Sempre avesti paravole molte;
io ti mettarabbo in tagli volte
ke fieno peggio ke morte.”
Rispose un altro in issavia
e disse in quella via:
“Non è questi quel Ruggieri
k’io-audii e vidi l’altrieri
kantare inansi kavalieri
di noi kome semo crudeli e feri?”
Rispose un altro da l’altra parte,
ke non era di mia atte:
“Non guarisca, anzi sia morto;
”
non i sia fatto dritto, anzi torto!
. e
Compagnetto da Prato
Salvatore Quasimodo
19 gennaio 1944
Ti leggo dolci versi d’un antico, -
e le parole nate fra le vigne,
le tende, in riva ai fiumi delle terre
dell’est, come ora ricadono lugubri
e desolate in questa profondissima
notte di guerra, in cui nessuno corre
il cielo degli angeli di morte,
e s’ode il vento con rombo di crollo
se scuote le lamiere che qui in alto
dividono le logge, e la malinconia
sale dei cani che urlano dagli orti
ai colpi di moschetto delle ronde
per le vie deserte. Qualcuno vive.
Forse qualcuno vive. Ma noi, qui,
chiusi in ascolto dell’antica voce,
cerchiamo un segno che superi la vita,
l’oscuro sortilegio della terra,
dove anche fra le tombe di macerie
l’erba maligna solleva il suo fiore.
e le parole nate fra le vigne,
le tende, in riva ai fiumi delle terre
dell’est, come ora ricadono lugubri
e desolate in questa profondissima
notte di guerra, in cui nessuno corre
il cielo degli angeli di morte,
e s’ode il vento con rombo di crollo
se scuote le lamiere che qui in alto
dividono le logge, e la malinconia
sale dei cani che urlano dagli orti
ai colpi di moschetto delle ronde
per le vie deserte. Qualcuno vive.
Forse qualcuno vive. Ma noi, qui,
chiusi in ascolto dell’antica voce,
cerchiamo un segno che superi la vita,
l’oscuro sortilegio della terra,
dove anche fra le tombe di macerie
l’erba maligna solleva il suo fiore.
Salvatore Quasimodo
Ai quindici di piazzale loreto
Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
° Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti ?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
1° nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano:
troppo tempo passò. Ricade-morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe;
la morte non dà ombra quando è vita.
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
° Gasparini? Foglie d’un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti ?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
1° nell’ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano:
troppo tempo passò. Ricade-morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe;
la morte non dà ombra quando è vita.
Salvatore Quasimodo
Alle fronde dei salici
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti? abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti? abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
Salvatore Quasimodo
Lamento per il Sud
La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve ...
Il mio cuore è ormai su queste praterie
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
Oh il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.
di donna del Nord, la distesa di neve ...
Il mio cuore è ormai su queste praterie
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
Oh il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.
E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.
Salvatore Quasimodo
Milano, agosto 1943
Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
E morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
povera mano, la città è morta.
E morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
Salvatore Quasimodo
Notizia di cronaca
Claude Vivier e Jacques Sermeus,
già compagni d’infanzia d’alti muri
in un orfanotrofio, freddamente
a colpi di pistola, senza alcuna
ragione uccisero due amanti giovani
su un’auto ferma al parco di Saint-Cloud
lungo il viale della Felicità
sul calar della sera
del ventuno dicembre
millenovecentocinquantasei.
Claude Vivier dice che fu un delitto
da pochi soldi e chiede, nero ragno
e uccello, prima della ghigliottina
la cella di Landru o Weidmann
nella prigione di Versailles. I due
ragazzi sono intelligenti e duri.
È necessario salvare gli stimoli
civili, la solitudine allegra
della caverna, antichissimi
latini. Invidia dell’amore, odio
dell’innocenza: formule dell’anima.
La speranza ha il cuore sempre stretto
e di Claude e Jacques ne avremo ancora,
se il numero ci sfugge, la chiusura
d’oro tra il dare e l’avere dell’uomo.
già compagni d’infanzia d’alti muri
in un orfanotrofio, freddamente
a colpi di pistola, senza alcuna
ragione uccisero due amanti giovani
su un’auto ferma al parco di Saint-Cloud
lungo il viale della Felicità
sul calar della sera
del ventuno dicembre
millenovecentocinquantasei.
Claude Vivier dice che fu un delitto
da pochi soldi e chiede, nero ragno
e uccello, prima della ghigliottina
la cella di Landru o Weidmann
nella prigione di Versailles. I due
ragazzi sono intelligenti e duri.
È necessario salvare gli stimoli
civili, la solitudine allegra
della caverna, antichissimi
latini. Invidia dell’amore, odio
dell’innocenza: formule dell’anima.
La speranza ha il cuore sempre stretto
e di Claude e Jacques ne avremo ancora,
se il numero ci sfugge, la chiusura
d’oro tra il dare e l’avere dell’uomo.
Salvatore Quasimodo
Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda;
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
—t’ho visto—dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
—t’ho visto—dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
Salvatore Quasimodo
Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda;
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
—t’ho visto—dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
—t’ho visto—dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
Sandro Penna
Il viaggiatore insonne
Il viaggiatore insonne
se il treno si è fermato
un attimo in attesa
di riprendere il fiato
ha sentito il sospiro
di quel buio paese
in un accordo breve...
se il treno si è fermato
un attimo in attesa
di riprendere il fiato
ha sentito il sospiro
di quel buio paese
in un accordo breve...
Sergio Solmi
Aprile a San Vittore
Grazie sien rese ai ciechi
iddii ridenti, che il poeta trassero
di morte e dalla nera muda al gaio
giorno del camerone dove cantano
i giovinetti partigiani.
Aprile
dolce dormire, s’anche aspra s’ingorga
nelle bocche di lupo la sirena,
passa la conta, o sparano i tedeschi
sulle mura. Reclino
sul gomito piegato il mallo vergine
della capigliatura, dentro il sonno
fiducioso calati come in grembo
della madre al lontano
tempo dell’altra vita, oggi vi guardo,
miei quasi figli, fatti miei fratelli
da antica giovinezza che m’ha gonfio
il cuore all’improvviso, poi che il raggio
di miele della primavera cola
tra le sbarre, sull’impiantito stampa
riquadri luminosi, ed alle nostre
gracili vite a oscuro esito offerte
misura a lento passo eguale giorno.
iddii ridenti, che il poeta trassero
di morte e dalla nera muda al gaio
giorno del camerone dove cantano
i giovinetti partigiani.
Aprile
dolce dormire, s’anche aspra s’ingorga
nelle bocche di lupo la sirena,
passa la conta, o sparano i tedeschi
sulle mura. Reclino
sul gomito piegato il mallo vergine
della capigliatura, dentro il sonno
fiducioso calati come in grembo
della madre al lontano
tempo dell’altra vita, oggi vi guardo,
miei quasi figli, fatti miei fratelli
da antica giovinezza che m’ha gonfio
il cuore all’improvviso, poi che il raggio
di miele della primavera cola
tra le sbarre, sull’impiantito stampa
riquadri luminosi, ed alle nostre
gracili vite a oscuro esito offerte
misura a lento passo eguale giorno.
Sergio Solmi
Entro la densa lente dell’estate
Entro la densa lente dell’estate,
nel mattino disteso che già squarciano
lunghi, assonnati e sviscerati i gridi
degli ambulanti, – oh, i bei colori! Giallo
di peperoni, oscure melanzane,
insalate svarianti dal più tenero
verde all’azzurro, rosee carote...
e vesti accese delle donne, e muri
scabri e preziosi, gonfi ippocastani,
acque d’argento e di mercurio, e in alto
il cielo caldo e puro e torreggiante
di tondi cirri, o bel compatto mondo.
Lieto ne testimonia, sul pianeta
Terra, nella città Milano, mentre
vaga, di sé dimentico e di tutto,
lungo le calme vie che si ridestano,
– oggi, addì ventisette Luglio mille
novecento cinquanta – un milanese.
nel mattino disteso che già squarciano
lunghi, assonnati e sviscerati i gridi
degli ambulanti, – oh, i bei colori! Giallo
di peperoni, oscure melanzane,
insalate svarianti dal più tenero
verde all’azzurro, rosee carote...
e vesti accese delle donne, e muri
scabri e preziosi, gonfi ippocastani,
acque d’argento e di mercurio, e in alto
il cielo caldo e puro e torreggiante
di tondi cirri, o bel compatto mondo.
Lieto ne testimonia, sul pianeta
Terra, nella città Milano, mentre
vaga, di sé dimentico e di tutto,
lungo le calme vie che si ridestano,
– oggi, addì ventisette Luglio mille
novecento cinquanta – un milanese.
Torquato Tasso
Lvih
L’un l’altro guarda, e del suo corpo esangue
sul pomo della spada appoggia il peso.
Già dell’ultima stella il raggio langue
al primo albor ch’è in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico, e sè non tanto offeso.
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
mente, ch’ogni aura di fortuna estolle!
LIX
Misero, di che godi? Oh quanto mesti
fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Così tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier posaro alquanto.
Ruppe il silenzio alfin Tancredi, e disse,
perchè il suo nome a lei l’altro scoprisse:
LX
“Nostra sventura è ben che qui s’impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma, poichè sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno dell’opra,
pregoti (se fra l’arme han loco i preghi)
Risponde la feroce: “ Indarno chiedi
quel ch’ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi
un di que’ duo che la gran torre accese.”
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
e “In mal punto,” il dicesti, indi riprese:
“Il tuo dir e il tacer di par m’alletta,
barbaro discortese, alla vendetta.”
LX
Torna l’ira ne’ coti, e li trasporta,
benchè debili in guerra. Oh fera pugna!
U” l’arte in bando, w già la forza è morta,
ove invece d’entrambi il furor pugna.
Oh che sanguigna e spaziosa porta
fa l’una e l’altra spada, ovunque giugna,
nell’armi e nelle carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.
LXIV
Ma ecco omai l’ora fatale è giunta
che il viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta,
che vi s’immerge, e il sangue avido beve;
e la vesta, che d’or vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve,
l’empie d’un caldo fiume. Ella già sente
morirsi; e il piè le manca egro e languente.
LXXXV
Quel segue la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme:
parole ch’a lei novo un spitrto ditta,
spirto di fè, di carità, di speme;
virtù ch’or Dio le infonde; e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.
LXVI
“ Amico, hai vinto: io ti perdon . . . ; perdona
tu ancora: al corpo no, che nulla pave,
all’alma sì: deh! per lei prega; e dona
battesmo a me ch’ogni mia colpa lave.”
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch’al cor gli serpe, ed ogni sdegno ammorza
e gli occhi a lagrimar gl’invoglia e sforza.
LXVII
Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturìa mormorando un picciol rio.
Egli v’accorse e l’elmo empiè nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprìo.
La vide, e la conobbe e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!
LXVIII
Non morì già; che sue virtuti accolse
tutte in quel punto, e in guardia al cor le mise:
e, premendo il suo affanno, a dar si volse
vita con l’acqua a chi col ferro uccise.
Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e, in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: “ S’apre il cielo; io vado in pace.”
LXIX
D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a gigli sarìan miste viole;
e gli occhi al cielo affisa; e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e il sole:
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero, invece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.
sul pomo della spada appoggia il peso.
Già dell’ultima stella il raggio langue
al primo albor ch’è in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico, e sè non tanto offeso.
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
mente, ch’ogni aura di fortuna estolle!
LIX
Misero, di che godi? Oh quanto mesti
fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Così tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier posaro alquanto.
Ruppe il silenzio alfin Tancredi, e disse,
perchè il suo nome a lei l’altro scoprisse:
LX
“Nostra sventura è ben che qui s’impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma, poichè sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno dell’opra,
pregoti (se fra l’arme han loco i preghi)
Risponde la feroce: “ Indarno chiedi
quel ch’ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi
un di que’ duo che la gran torre accese.”
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
e “In mal punto,” il dicesti, indi riprese:
“Il tuo dir e il tacer di par m’alletta,
barbaro discortese, alla vendetta.”
LX
Torna l’ira ne’ coti, e li trasporta,
benchè debili in guerra. Oh fera pugna!
U” l’arte in bando, w già la forza è morta,
ove invece d’entrambi il furor pugna.
Oh che sanguigna e spaziosa porta
fa l’una e l’altra spada, ovunque giugna,
nell’armi e nelle carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.
LXIV
Ma ecco omai l’ora fatale è giunta
che il viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta,
che vi s’immerge, e il sangue avido beve;
e la vesta, che d’or vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve,
l’empie d’un caldo fiume. Ella già sente
morirsi; e il piè le manca egro e languente.
LXXXV
Quel segue la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme:
parole ch’a lei novo un spitrto ditta,
spirto di fè, di carità, di speme;
virtù ch’or Dio le infonde; e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.
LXVI
“ Amico, hai vinto: io ti perdon . . . ; perdona
tu ancora: al corpo no, che nulla pave,
all’alma sì: deh! per lei prega; e dona
battesmo a me ch’ogni mia colpa lave.”
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch’al cor gli serpe, ed ogni sdegno ammorza
e gli occhi a lagrimar gl’invoglia e sforza.
LXVII
Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturìa mormorando un picciol rio.
Egli v’accorse e l’elmo empiè nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprìo.
La vide, e la conobbe e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!
LXVIII
Non morì già; che sue virtuti accolse
tutte in quel punto, e in guardia al cor le mise:
e, premendo il suo affanno, a dar si volse
vita con l’acqua a chi col ferro uccise.
Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e, in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: “ S’apre il cielo; io vado in pace.”
LXIX
D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a gigli sarìan miste viole;
e gli occhi al cielo affisa; e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e il sole:
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero, invece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.
Torquato Tasso
Tempo verrà che fian d’Ercole i segni
Tempo verrà che fian d’Ercole i segni
favola vile ai naviganti industri;
favola vile ai naviganti industri;
Torquato Tasso
Tu spiegherai, Colombo, a un novo polo
Tu spiegherai, Colombo, a un novo polo
lontano sì le fortunate antenne,
ch’a pena seguirà con gli occhi il volo
la fama ch’ha mille occhi e mille penne.
Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo
basti ai posteri tuoi ch’alquanto accenne;
che quel poco darà lunga memoria
di poema dignissima e d’istoria.
lontano sì le fortunate antenne,
ch’a pena seguirà con gli occhi il volo
la fama ch’ha mille occhi e mille penne.
Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo
basti ai posteri tuoi ch’alquanto accenne;
che quel poco darà lunga memoria
di poema dignissima e d’istoria.
Ugo Foscolo
L’alterna onnipotenza delle umane sorti
Ventimiglia, 19 e 20 febbraio.
V. —.... Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi mascigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati. — Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna.
V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero.
Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte le cervici d’Alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo, ove tutto biancheggia e si confonde — da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo. La natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.
I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni.
Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza
della concordia. Allora io spenderei gloriosamente la mia
vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e
la nuda mia voce? — Ov’è l’antico terrore della tua gloria?
Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la glo-
ria degli avi, la quali quanto più splendono tanto più sco-
prono la nostra abbietta schiavitù. Mentre invochiamo
quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro
sepolcri. E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze
e l’intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi dome-
stici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo
i nostri padroni schiudere le tombe, e disseppellire e disper-
dere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientare le
ignude memorie; poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione
di superbia, ma non eccitamento dall’antico letargo.
V. —.... Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi mascigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati. — Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna.
V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero.
Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte le cervici d’Alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo, ove tutto biancheggia e si confonde — da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo. La natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.
I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni.
Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza
della concordia. Allora io spenderei gloriosamente la mia
vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e
la nuda mia voce? — Ov’è l’antico terrore della tua gloria?
Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la glo-
ria degli avi, la quali quanto più splendono tanto più sco-
prono la nostra abbietta schiavitù. Mentre invochiamo
quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro
sepolcri. E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze
e l’intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi dome-
stici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo
i nostri padroni schiudere le tombe, e disseppellire e disper-
dere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientare le
ignude memorie; poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione
di superbia, ma non eccitamento dall’antico letargo.