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Società e mondo

Ruggieri Apuliese

Ruggieri Apuliese

Genti, intendete questo sermone

Genti, intendete questo sermone:
Ruggieri à fatto la sua “Passione.”
Non trovai dritto né ragione
in quelle false persone,

cioè in Siena, la °v’ io sono istato,
fue cresciuto e allevato:
da’ mei nemici fui akusato
al vescovo ed al kericato.

L’akusamento fue creduto,
iscritto e letto e ritenuto:
mandò per me el forte arguto;
non mi valse kascione né scuto.

To fui gionto inanzi lue:
solo nato era e non kon altrui;
15 egli erano cento ed ankora pide,
ke si consegliavano a due a due.

Molto istavano divoti
prencipi e sacerdoti,
adirati ed ingroti:
20 ankora gli veggia bistartoti!

Erode v’era e Gaifasso
e Pilato e Setenasso
e Longino e Giudeasso
e Markus e Barnabasso.

Quinziano v’era e Nerone
e Staroto e Ferraone,
Balzabue e Ruciglione,
ke diciéno tutti di none.

Favellò el vescovo in primieri:
“Fatti innanzi e giura, Ruggieri;
perché mangiastd l’altrieri.
koi pattarini crudeli e feri,
ke sonno peggio ke giuderi?”

Ed io presi a favellare:
‘“Messere, volentieri voglio giurare;
non credea ke fussero di tale affare.
Omo di mia arte non si puòe iscusare,
ki lo ’nvita, ke non vada a mangiare.”

Quelli rispose inkontenente:
“Non te puòe aitare neente
neuno amiko né parente,
k’io non ti faccia istar dolente,
sì ke non te rimarrà neente.”

Ed io dissi: “Per Deo, non dite!
Io faccio ciò ke voi volete;
pegno né rikolta da me prendete;
s’ì’ ’l fo mai, sì m’impendete.”

Rispose el fellone maledetto:
“Noi non volemo tuo disdetto
e ch’è’ negare ciò k’ài detto.
Noi te faremo povaro e bretto,
si ke no ti rimarrà kasa né tetto.”

Ed io risposi in bassa boce:
ra
“
Mercé, per Deo ke venne in croce!
Kesto fuoko assai mi kuoce;
a voi non giuova e a me sì nuoce.
Questo disse el Creatore:
quando Gli ritorna un pekatore,
Ei ne fa maggior baldore
ke di cento giusti a tutte l’ore.”

Ed egli respose kon grande furore:
“Tu se’ fatto un gran predikatore,
novelliero e dicitore,
Di noi mal dici a tutte l’ore;
ma non mi nuoce, kio so’ signore.”

T’ mi fui raveduto:
“
Quand’io dissi, avea bevuto.
a
Kosiì fuss’ io stato muto!
S’io peccai, io ne so’ pentuto
ed a voi mi sonno arenduto.”

In quell’ora a me si volse:
“Sempre avesti paravole molte;
io ti mettarabbo in tagli volte
ke fieno peggio ke morte.”

Rispose un altro in issavia
e disse in quella via:

“Non è questi quel Ruggieri
k’io-audii e vidi l’altrieri
kantare inansi kavalieri
di noi kome semo crudeli e feri?”

Rispose un altro da l’altra parte,
ke non era di mia atte:

“Non guarisca, anzi sia morto;
”
non i sia fatto dritto, anzi torto!
. e
Compagnetto da Prato
Torquato Tasso

Torquato Tasso

Lvih

L’un l’altro guarda, e del suo corpo esangue
sul pomo della spada appoggia il peso.
Già dell’ultima stella il raggio langue
al primo albor ch’è in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico, e sè non tanto offeso.
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
mente, ch’ogni aura di fortuna estolle!

LIX

Misero, di che godi? Oh quanto mesti
fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Così tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier posaro alquanto.
Ruppe il silenzio alfin Tancredi, e disse,
perchè il suo nome a lei l’altro scoprisse:

LX

“Nostra sventura è ben che qui s’impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma, poichè sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno dell’opra,
pregoti (se fra l’arme han loco i preghi)
Risponde la feroce: “ Indarno chiedi
quel ch’ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi
un di que’ duo che la gran torre accese.”
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
e “In mal punto,” il dicesti, indi riprese:
“Il tuo dir e il tacer di par m’alletta,
barbaro discortese, alla vendetta.”

LX

Torna l’ira ne’ coti, e li trasporta,
benchè debili in guerra. Oh fera pugna!
U” l’arte in bando, w già la forza è morta,
ove invece d’entrambi il furor pugna.
Oh che sanguigna e spaziosa porta
fa l’una e l’altra spada, ovunque giugna,
nell’armi e nelle carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.

LXIV

Ma ecco omai l’ora fatale è giunta
che il viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta,
che vi s’immerge, e il sangue avido beve;
e la vesta, che d’or vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve,
l’empie d’un caldo fiume. Ella già sente
morirsi; e il piè le manca egro e languente.

LXXXV
Quel segue la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme:
parole ch’a lei novo un spitrto ditta,
spirto di fè, di carità, di speme;
virtù ch’or Dio le infonde; e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.

LXVI

“ Amico, hai vinto: io ti perdon . . . ; perdona
tu ancora: al corpo no, che nulla pave,
all’alma sì: deh! per lei prega; e dona
battesmo a me ch’ogni mia colpa lave.”
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch’al cor gli serpe, ed ogni sdegno ammorza
e gli occhi a lagrimar gl’invoglia e sforza.

LXVII

Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturìa mormorando un picciol rio.
Egli v’accorse e l’elmo empiè nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprìo.
La vide, e la conobbe e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

LXVIII
Non morì già; che sue virtuti accolse
tutte in quel punto, e in guardia al cor le mise:
e, premendo il suo affanno, a dar si volse
vita con l’acqua a chi col ferro uccise.
Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e, in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: “ S’apre il cielo; io vado in pace.”

LXIX

D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a gigli sarìan miste viole;
e gli occhi al cielo affisa; e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e il sole:
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero, invece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.
Ugo Foscolo

Ugo Foscolo

L’alterna onnipotenza delle umane sorti

Ventimiglia, 19 e 20 febbraio.

V. —.... Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi mascigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati. — Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna.
V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero.
Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte le cervici d’Alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo, ove tutto biancheggia e si confonde — da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo. La natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.
I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni.
Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza
della concordia. Allora io spenderei gloriosamente la mia
vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e
la nuda mia voce? — Ov’è l’antico terrore della tua gloria?
Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la glo-
ria degli avi, la quali quanto più splendono tanto più sco-
prono la nostra abbietta schiavitù. Mentre invochiamo
quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro
sepolcri. E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze
e l’intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi dome-
stici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo
i nostri padroni schiudere le tombe, e disseppellire e disper-
dere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientare le
ignude memorie; poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione
di superbia, ma non eccitamento dall’antico letargo.