Poesie di questo tema
Separazione e rottura
Eugenio Montale
Addii, fischi nel buio...
Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
e sportelli abbassati. È l’ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi, murati!
...
– Presti anche tu alla fioca
litania del tuo rapido quest’orrida
e fedele cadenza di carioca? –
e sportelli abbassati. È l’ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi, murati!
...
– Presti anche tu alla fioca
litania del tuo rapido quest’orrida
e fedele cadenza di carioca? –
Giacomino Pugliese
Donna, di voi mi lamento
Donna, di voi mi lamento,
bella, di voi mi richiamo
di si grande fallimento:
donastemi auro co ramo.
Vostto amor pensai tenere
fermo, senza sospecione;
or sembra d’altro volere,
truovolo in falsa cascione,
amore.
Meo sir, se tu ti lamenti,
tu no hai dritto né ragione;
per te sono in gran tormenti,
Dovresti guardar stagione,
ancor ti sforzi la voglia
d’amore e la gelosia;
con senno porta la doglia,
non perder per tua follia
amore.
Madonna, s’io pene porto,
a voi non scresce baldanza,
di voi non agio conforto
e fals’è la tua leanza,
quella che voi mi mostraste
là, ov’avea tre persone
la sera che mi serraste
in vostra dolze pregione,
amore.
Meo sir, se tu ti. compiangi,
ed io mi sento la doglia;
lo nostro amor falsi e cangi,
ancor che mostri tua voglia.
Non sai che patte mi tegna
di voi, onde son smaruta;
tu mi falsi di convegna
e morta m’ha la partuta,
amore.
Donna, non ti pesa fare
fallimento o villania?
Quando mi vedi passare
sospitrando per la via,
asconditi per mostranza:
tutta gente ti rampogna,
a voi ne torna bassanza
e a me ne cresce vergogna,
amore.
Meo sire, a forza m’aviene
ch’io m’apiatti od asconda,
ca si distretta mi tene
quelli cui Cristo confonda,
non m’auso fare a la porta;
sono confusa, in fidanza,
ed io mi giudico morta,
tu non hai nulla pietanza,
amore.
Madonna, non ho pietanza
di voi, ché troppo mi ’ncanni:
sempre vivi in allegranza
e ti diletti in mie’ danni;
l’amor non ha inver voi forza,
perché tu non hai fermaggio,
d’amor non hai se non scorza,
ond’io di voi son salvaggio,
amore.
Meo sir, se ti lamenti, ah me!
tu ti ’nde prendi ragione,
ch’io vegno là ove vi chiamè
e no ’nde guardo persone.
Poi che m’hai al tuo dimino,
piglia di me tal vengianza,
che ’l libro di Giacomino
lo dica per rimembranza,
amore.
Madonna, in vostra intendenza
niente mi posso fidare,
ché molte fiate in perdenza
trovomi di voi amare.
Ma, s’eo sapesse in certanza
esser da voi meritato,
non averei rimembranza
di nessun fallo passato,
amore.
bella, di voi mi richiamo
di si grande fallimento:
donastemi auro co ramo.
Vostto amor pensai tenere
fermo, senza sospecione;
or sembra d’altro volere,
truovolo in falsa cascione,
amore.
Meo sir, se tu ti lamenti,
tu no hai dritto né ragione;
per te sono in gran tormenti,
Dovresti guardar stagione,
ancor ti sforzi la voglia
d’amore e la gelosia;
con senno porta la doglia,
non perder per tua follia
amore.
Madonna, s’io pene porto,
a voi non scresce baldanza,
di voi non agio conforto
e fals’è la tua leanza,
quella che voi mi mostraste
là, ov’avea tre persone
la sera che mi serraste
in vostra dolze pregione,
amore.
Meo sir, se tu ti. compiangi,
ed io mi sento la doglia;
lo nostro amor falsi e cangi,
ancor che mostri tua voglia.
Non sai che patte mi tegna
di voi, onde son smaruta;
tu mi falsi di convegna
e morta m’ha la partuta,
amore.
Donna, non ti pesa fare
fallimento o villania?
Quando mi vedi passare
sospitrando per la via,
asconditi per mostranza:
tutta gente ti rampogna,
a voi ne torna bassanza
e a me ne cresce vergogna,
amore.
Meo sire, a forza m’aviene
ch’io m’apiatti od asconda,
ca si distretta mi tene
quelli cui Cristo confonda,
non m’auso fare a la porta;
sono confusa, in fidanza,
ed io mi giudico morta,
tu non hai nulla pietanza,
amore.
Madonna, non ho pietanza
di voi, ché troppo mi ’ncanni:
sempre vivi in allegranza
e ti diletti in mie’ danni;
l’amor non ha inver voi forza,
perché tu non hai fermaggio,
d’amor non hai se non scorza,
ond’io di voi son salvaggio,
amore.
Meo sir, se ti lamenti, ah me!
tu ti ’nde prendi ragione,
ch’io vegno là ove vi chiamè
e no ’nde guardo persone.
Poi che m’hai al tuo dimino,
piglia di me tal vengianza,
che ’l libro di Giacomino
lo dica per rimembranza,
amore.
Madonna, in vostra intendenza
niente mi posso fidare,
ché molte fiate in perdenza
trovomi di voi amare.
Ma, s’eo sapesse in certanza
esser da voi meritato,
non averei rimembranza
di nessun fallo passato,
amore.
Giuseppe Giacosa
Detti, Andrea, poi la signora Irene
Andrea (a Giovanni). C’è la carrozza.
Giovanni (levandosi). È ora di partire. (A Massimo) Non
è venuta.
(Tutti in piedi vestono i soprabiti, cercano om-
brellini, bastoni).
Lauri. Verremo a trovarvi.
Tommy. Promessa. Consolare gli esiliati.
Lauri (a Giovanni). A lei dico una cosa sola. Cattivo.
Giulia. I miei fiori. Dove sono i miei fiori?.
Lucia (porge a Nennele il cappello e la spolverina).
Nennele. Mi giravi attorno, povera Lucia.
Lucia (vuole baciarle la mano, piangendo).
Nennele. Zitta, zitta.
Irene (entra dalla comune). Ah, vi trovo ancora.
Giovanni. Mia sorella.
Irene. Avevo una paura di non arrivare in tempo. Sarei
andata alla stazione.... ma temo di commovermi. Ci sarà mio
marito. Nennele, ti ho portato un po’ di cioccolatto.... per
il viaggio.
Massimo. Ma guarda. Ma che regalo! Ringrazia la zia,
ringrazia la zia. Brava zia.
Irene (sbalordita). Chi è? Chi è?
Giovanni. È Massimo, nostro nipote.
Irene. Ah, sei cresciuto.
Massimo. Da quando?
Giovanni. Presto.
Nennele. Addio, zia.
Irene. Vengo, vengo, scendo con voi.
Lauri. Tornerete presto.... me lo dice il cuore.
(Escono
cicalando) per la comune. Giovanni li guarda uscire.
Massimo (a Giovanni). Non temete. Si ricomincia.
Giovanni. Speriamo (Via tutti. Lucia resta sola e si getta
a singhiozzare su una poltrona).
Nennele (torna correndo, prende Lucia fra le braccia
e la bacia mille volte in viso).
Lucia. Nennele. Nennele.
Nennele. Zitta, zitta, zitta (fugge).
Cala la tela.
Giovanni (levandosi). È ora di partire. (A Massimo) Non
è venuta.
(Tutti in piedi vestono i soprabiti, cercano om-
brellini, bastoni).
Lauri. Verremo a trovarvi.
Tommy. Promessa. Consolare gli esiliati.
Lauri (a Giovanni). A lei dico una cosa sola. Cattivo.
Giulia. I miei fiori. Dove sono i miei fiori?.
Lucia (porge a Nennele il cappello e la spolverina).
Nennele. Mi giravi attorno, povera Lucia.
Lucia (vuole baciarle la mano, piangendo).
Nennele. Zitta, zitta.
Irene (entra dalla comune). Ah, vi trovo ancora.
Giovanni. Mia sorella.
Irene. Avevo una paura di non arrivare in tempo. Sarei
andata alla stazione.... ma temo di commovermi. Ci sarà mio
marito. Nennele, ti ho portato un po’ di cioccolatto.... per
il viaggio.
Massimo. Ma guarda. Ma che regalo! Ringrazia la zia,
ringrazia la zia. Brava zia.
Irene (sbalordita). Chi è? Chi è?
Giovanni. È Massimo, nostro nipote.
Irene. Ah, sei cresciuto.
Massimo. Da quando?
Giovanni. Presto.
Nennele. Addio, zia.
Irene. Vengo, vengo, scendo con voi.
Lauri. Tornerete presto.... me lo dice il cuore.
(Escono
cicalando) per la comune. Giovanni li guarda uscire.
Massimo (a Giovanni). Non temete. Si ricomincia.
Giovanni. Speriamo (Via tutti. Lucia resta sola e si getta
a singhiozzare su una poltrona).
Nennele (torna correndo, prende Lucia fra le braccia
e la bacia mille volte in viso).
Lucia. Nennele. Nennele.
Nennele. Zitta, zitta, zitta (fugge).
Cala la tela.
Vincenzo Cardarelli
Distacco
Io ti sento tacere da lontano.
Odo nel mio silenzio il tuo silenzio.
Di giorno in giorno assisto
all’opera che il tempo,
* complice mio solerte, va compiendo.
divien passato e quello che ci pareva
incredibile accade.
lo e te ci separiamo.
1° Tu che fosti per me più che una sposa!
Tu che volevi entrare
nella mia vita, impavida,
come in inferno un angelo
e ne fosti scacciata.
!5 Ora che t’ho lasciata,
la vita mi rimane
quale un’indegna, un’inutile soma,
da non poterne avere più alcun bene.
Odo nel mio silenzio il tuo silenzio.
Di giorno in giorno assisto
all’opera che il tempo,
* complice mio solerte, va compiendo.
divien passato e quello che ci pareva
incredibile accade.
lo e te ci separiamo.
1° Tu che fosti per me più che una sposa!
Tu che volevi entrare
nella mia vita, impavida,
come in inferno un angelo
e ne fosti scacciata.
!5 Ora che t’ho lasciata,
la vita mi rimane
quale un’indegna, un’inutile soma,
da non poterne avere più alcun bene.