Amando con fin core e con speranza
Amando con fin core e con speranza,
di grande gio’ fidanza
donòmi Amor più ch’eo no meritai,
che m’inalzao coralmente d’amanza,
da la cui rimembranza
lo meo coraggio non diparto mai:
e non poria partire
per tutto ’l meo volire,
sì m’este sua figura al core impressa,
ancor mi sia pattente
da lei corporalmente
la Morte amara, crudele ed ingressa.
La Morte m’este amara, che l’amore
mutòmi in amatore;
crudele, che punfo senza penzare
la sublimata stella de l’albore
senza colpa a tuttore,
per cui servire mi credea salvare;
ingressa m’è la Morte
per afretosa sorte,
non astettando fine naturale
di quella in cui Natura
mise tutta misura
for che termin di morte corporale.
Per tal termino mi compiango e doglio,
perdo gioia e mi svoglio
quando sua contezza mi rimembra
di quella ch’io amare e servir soglio:
di ciò viver non voglio,
ma dipartire l’alma da le membra.
E faria ciò ch’eo dico,
se non ch’a lo nemico
che m’ha tolta madonna placeria,
cioè la Morte fera,
che non guarda cui fera:
per lei podire aucire eo motitia.
No la posso aucire, né vengiamento
prendere al meo talento,
più che darmi conforto e bona voglia,
ed ancor no mi sia a piacimento
nessun confortamento,
tanto conforto chio vivo in doglia.
Donqua vivendo eo
7” vengio del danno meo,
servendo Amor cui la Morte fa guerra;
e a lui serviraggio
mentre ch’eo viveraggio:
in suo domin’ rimembranza mi serra.
Rimembranza mi serra in suo domino,
unde ver’ lui mi ’nchino,
merzé chiamando a Amore che mi vaglia:
f
vagliami Amore per cui non tifino,
ma senza spene affino,
ch’a lui servendo, gio’ m’è la travaglia.
Donimi alcuna spene,
ma di cui mi sovene
non voi’ che men per morte mi sovegna,
di quella in cui fr mise
tutte conteze assise,
i
senza la quale Amore in me non regna.
Tomaso di Sasso di Messina
di grande gio’ fidanza
donòmi Amor più ch’eo no meritai,
che m’inalzao coralmente d’amanza,
da la cui rimembranza
lo meo coraggio non diparto mai:
e non poria partire
per tutto ’l meo volire,
sì m’este sua figura al core impressa,
ancor mi sia pattente
da lei corporalmente
la Morte amara, crudele ed ingressa.
La Morte m’este amara, che l’amore
mutòmi in amatore;
crudele, che punfo senza penzare
la sublimata stella de l’albore
senza colpa a tuttore,
per cui servire mi credea salvare;
ingressa m’è la Morte
per afretosa sorte,
non astettando fine naturale
di quella in cui Natura
mise tutta misura
for che termin di morte corporale.
Per tal termino mi compiango e doglio,
perdo gioia e mi svoglio
quando sua contezza mi rimembra
di quella ch’io amare e servir soglio:
di ciò viver non voglio,
ma dipartire l’alma da le membra.
E faria ciò ch’eo dico,
se non ch’a lo nemico
che m’ha tolta madonna placeria,
cioè la Morte fera,
che non guarda cui fera:
per lei podire aucire eo motitia.
No la posso aucire, né vengiamento
prendere al meo talento,
più che darmi conforto e bona voglia,
ed ancor no mi sia a piacimento
nessun confortamento,
tanto conforto chio vivo in doglia.
Donqua vivendo eo
7” vengio del danno meo,
servendo Amor cui la Morte fa guerra;
e a lui serviraggio
mentre ch’eo viveraggio:
in suo domin’ rimembranza mi serra.
Rimembranza mi serra in suo domino,
unde ver’ lui mi ’nchino,
merzé chiamando a Amore che mi vaglia:
f
vagliami Amore per cui non tifino,
ma senza spene affino,
ch’a lui servendo, gio’ m’è la travaglia.
Donimi alcuna spene,
ma di cui mi sovene
non voi’ che men per morte mi sovegna,
di quella in cui fr mise
tutte conteze assise,
i
senza la quale Amore in me non regna.
Tomaso di Sasso di Messina