Pietro Celestino Giannone

Pietro Celestino Giannone

1792–1872 · visse 80 anni IT IT

n. 1792-03-15, Camposanto · m. 1872-12-24, Florença

Canto IV – Calò

Mentre così la passera ei leccava,
A lei già fuor di sé si pel gran piacere
Emma del cane l’[asta] in man pigliava
Spettacolo bellissimo a vedere!
E il buon Calò che era una bestia brava
Tosto si accinse a far il suo dovere
Che ben si accorse che la sua padrona
Volea che all’altra lo mettesse in [mona]

Infatti sulle [chiappe] di Isabella
Battea le mani e: qui, dicea, Calò
E il can che vedea la [fica] a quella
Già sporta e gonfia di leccar cessò
Ed intanto al guardar della sua bella
Padrona gli occhi un attimo restò
Questa al collo lo prese e compier l’opra
Su, Calò, proseguia, montale sopra

Su piè di dietro allor ei si drizzava
E con gli anteriori guernia la groppa
Di lei ch’in tal stato si trovava
Da non potergli far difesa troppa
Anzi per la dolcezza che provava
Sentisse in tratto irrigidir la [toppa?]
Che ancor gliela leccasse ella credeva
E sempre fuor di sè gliela sporgeva

Ma guari non passò che si sentì
Infin al fondo penetrar la fica
E che il cane infilava allor capì
E si rivolse a rimprecar l’amica:
Malvagia, le dicea, dunque così
Ad opra tratta mi hai tanto impudica?
Ah! Non son le medesime puttane
Ridotte a far{si?} [fottere] da un cane

Oh qual caso inaudito, enorme, orrendo
Se resto, come temo, ingravidata!
E volle il cul ritrar, ma non potendo
Che Emma e il can la tenean quasi inchiodata
Torse la groppa e proseguì qui gemendo
Così dunque esser debba io seccata?
Maladetta sii tu che m’hai ridotta
A lasciar{mi} da lui leccar la [potta]

Mentre così lagnavasi Isabella
Emma eccitava il can ad [infilare]
E rispondeva: via non temer, mia bella
Che senza alcun pericolo puoi dare
Non è questa per me cosa novella:
Quasi ogni giorno io mi diverto a fare
[Fotter?]ti stesso e lasciar [infilare]
Ch’ei non ti può per questo [gravidare].
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Poesie

1

Canto IV – Calò

Mentre così la passera ei leccava,
A lei già fuor di sé si pel gran piacere
Emma del cane l’[asta] in man pigliava
Spettacolo bellissimo a vedere!
E il buon Calò che era una bestia brava
Tosto si accinse a far il suo dovere
Che ben si accorse che la sua padrona
Volea che all’altra lo mettesse in [mona]

Infatti sulle [chiappe] di Isabella
Battea le mani e: qui, dicea, Calò
E il can che vedea la [fica] a quella
Già sporta e gonfia di leccar cessò
Ed intanto al guardar della sua bella
Padrona gli occhi un attimo restò
Questa al collo lo prese e compier l’opra
Su, Calò, proseguia, montale sopra

Su piè di dietro allor ei si drizzava
E con gli anteriori guernia la groppa
Di lei ch’in tal stato si trovava
Da non potergli far difesa troppa
Anzi per la dolcezza che provava
Sentisse in tratto irrigidir la [toppa?]
Che ancor gliela leccasse ella credeva
E sempre fuor di sè gliela sporgeva

Ma guari non passò che si sentì
Infin al fondo penetrar la fica
E che il cane infilava allor capì
E si rivolse a rimprecar l’amica:
Malvagia, le dicea, dunque così
Ad opra tratta mi hai tanto impudica?
Ah! Non son le medesime puttane
Ridotte a far{si?} [fottere] da un cane

Oh qual caso inaudito, enorme, orrendo
Se resto, come temo, ingravidata!
E volle il cul ritrar, ma non potendo
Che Emma e il can la tenean quasi inchiodata
Torse la groppa e proseguì qui gemendo
Così dunque esser debba io seccata?
Maladetta sii tu che m’hai ridotta
A lasciar{mi} da lui leccar la [potta]

Mentre così lagnavasi Isabella
Emma eccitava il can ad [infilare]
E rispondeva: via non temer, mia bella
Che senza alcun pericolo puoi dare
Non è questa per me cosa novella:
Quasi ogni giorno io mi diverto a fare
[Fotter?]ti stesso e lasciar [infilare]
Ch’ei non ti può per questo [gravidare].

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