Rinaldo d'Aquino

Rinaldo d'Aquino

1227–1281 · visse 54 anni IT IT

n. 1227, Montella · m. 1281

Già mai non mi conforto

Già mai non mi conforto
né mi voglio ralegrare.
Le navi son giute a porto
e or vogliono collare.
Vassene lo più gente
in terra d’oltramare
ed io, lassa dolente,
come degio fare?

Vassene in altra contrata
e no lo mi manda a diri
ed io rimagno ingannata:
tanti sono li sospiri,
che mi fanno gran guerra
la notte co la dia,
né ’°n celo ned in terra
non mi par chio sia.

Santus, santus, santus Deo,
che ’n la Vergine venisti,
salva e guarda l’amor meo,
poi da me lo dipartisti.
Oit alta potestade
temuta e dottata,
la mia dolze amistade
ti sia acomandata!

La croce salva la gente
e me face disviare,
la croce mi fa dolente
e non mi val Dio pregare.
Qi croce pellegrina,
perché ny’hai si distrutta?
Oimè, lassa tapina,
chi ardo e ’ncendo tutta!

Lo ’mperadore con pace
tutto lo mondo mantene
ed a meve guerra face,
ché m’ha tolta la mia spene.
Oit alta potestate
temuta e dottata,
la mia dolze amistate
vi sia acomandata!

Quando la croce pigliao,
certo no lo mi pensai,
quelli che tanto m’amao
ed illu tanto amai,
chi eo ne fui battuta
e messa in pregionia
e in celata tenuta
per la vita mia!

Le navi sono collate,
in bonor possan. andare
con elle la mia amistate
e la gente che v’ha andare!
Qi padre criatore
a porto le conduci,
ché vanno a servidore
de la santa cruci.

Però ti prego, Duccetto,
tu che sai la pena mia,
che me ne faci un sonetto

41. la croce pigliao:
prese la croce, si fece crociato. 43, m’amao: mi
47: celata:
amava.
segregazione. 49,
sono collate: hanno spiegato
le vele. 54. a porto: a destinazione..
255. a servidore: in servizio.
e mandilo in Soria.
Ch’io non posso abentare
la notte né la dia:
in terra d’oltremare
sta la vita mia!
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Poesie

3

Già mai non mi conforto

Già mai non mi conforto
né mi voglio ralegrare.
Le navi son giute a porto
e or vogliono collare.
Vassene lo più gente
in terra d’oltramare
ed io, lassa dolente,
come degio fare?

Vassene in altra contrata
e no lo mi manda a diri
ed io rimagno ingannata:
tanti sono li sospiri,
che mi fanno gran guerra
la notte co la dia,
né ’°n celo ned in terra
non mi par chio sia.

Santus, santus, santus Deo,
che ’n la Vergine venisti,
salva e guarda l’amor meo,
poi da me lo dipartisti.
Oit alta potestade
temuta e dottata,
la mia dolze amistade
ti sia acomandata!

La croce salva la gente
e me face disviare,
la croce mi fa dolente
e non mi val Dio pregare.
Qi croce pellegrina,
perché ny’hai si distrutta?
Oimè, lassa tapina,
chi ardo e ’ncendo tutta!

Lo ’mperadore con pace
tutto lo mondo mantene
ed a meve guerra face,
ché m’ha tolta la mia spene.
Oit alta potestate
temuta e dottata,
la mia dolze amistate
vi sia acomandata!

Quando la croce pigliao,
certo no lo mi pensai,
quelli che tanto m’amao
ed illu tanto amai,
chi eo ne fui battuta
e messa in pregionia
e in celata tenuta
per la vita mia!

Le navi sono collate,
in bonor possan. andare
con elle la mia amistate
e la gente che v’ha andare!
Qi padre criatore
a porto le conduci,
ché vanno a servidore
de la santa cruci.

Però ti prego, Duccetto,
tu che sai la pena mia,
che me ne faci un sonetto

41. la croce pigliao:
prese la croce, si fece crociato. 43, m’amao: mi
47: celata:
amava.
segregazione. 49,
sono collate: hanno spiegato
le vele. 54. a porto: a destinazione..
255. a servidore: in servizio.
e mandilo in Soria.
Ch’io non posso abentare
la notte né la dia:
in terra d’oltremare
sta la vita mia!

Ormai quando flore

Ormai quando flore
e mostrano verdura
le prate e la rivera,
li auselli fan sbaldore
dentro da la frondura
cantando in lor manera;
infra la primavera, — che ven presente
frescamente — così frondita,
ciascuno invita — d’aver gioia intera.

“Confortami d’amare
l’aulimento dei fiori
e ’l canto de li auselli;
quando lo giorno appare,
sento li dolci amori
e li versi novelli,
ché fan sì dolci e belli — e divisati
lor trovati — a provasione;
a gran tenzone — stan per li arbuscelli.

Quando l’aloda intendo
e rusignol vernare,
d’amor lo cor m’afina,
e magiormente intendo
‘ch’è legno d’altr’affare,
ché d’arder no rifina.
Vedendo quell’ombrina — del fresco bosco,
ben cognosco — ca cortamente
serà gaudente — l’amor che mi china.

Mi china, ch’eo so amata,
e già mai non amai;
ma ’l tempo mi ’namura
e fami star pensata
d’aver mercé ormai
d’un fante che m’adura;
e saccio che tortura — per me sostene
e gran pene. — L’un cor mi dice
che si disdice, — e l’altro mi sicura.

Però prego l’Amore,
che m’intende e mi svoglia
come la foglia vento,
che no mi faccia fore
quel che presio mi toglia
e stia di me contento.
Quelli c’à intendimento — d’avere intera
gioia e cera — del mio amore,
senza romore — no nde à compimento.

Un oseleto che canta d’amore

Un oseletto che canta d’amore
sento la notte far sì dulzi versi,
che me fa mover un’aqua dal core,
e ven a gli ogli, ni pò ritenersi

che no sparga fora cum tal furore,
che di corrente vena par che versi;
ed i’ pensando che cosa è l’amore
sì zeto fora suspiri diversi.

Considerando la vita amorosa
di l’oseletto che cantar no fina,
la mia gravosa pena porto in pace:

fera possanza ne l’amor reposa,
ch’ogn’amatore la dotta ed enclina,
e dona canto e planto a cui li place.

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