Queste che il fero Allobrogo
note piene d’affanni
incise col terribile
odiator de’ tiranni
pugnale, onde Melpomene
lui fra gl’itali spirti unico armò;

come oh come a quest’animo
giungon soavi e belle
or che la stessa Grazia
a me di sua man dielle,
dal labro sorridendomi
e da le luci onde cotanto può!
de gli affetti tremendi,
me per lo cieco avvolgere
de’ casi, e per gli orrendi
de i gran re precipizii
ove il coturno camminando va,

segue tua dolce imagine,
amabil donatrice,
grata spirando ambrosia
su la strada infelice,
e in sen nova eccitandomi
mista al terrore acuta voluttà:

o sia che a me la fervida
mente ti mostri, quando
in divin modi e in vario
sermon, dissimulando,
versi dl’ingegno copia,
e saper che lo ingegno almo nodrì;

o sia quando spontaneo
lepor tu mesci a i detti,
e di gentile aculeo
altrui pungi e diletti
mal cauto da le insidie
che de’ tuoi vezzi la natura ordì.

Caro dolore, e specie
gradevol di spavento
è mirar finto in tavola
e squallido e di lento
sangue rigato il giovane
che dal crudo cinghiale ucciso fu.
Ma sovra lui se pendere
la madre de gli Amori
cingendol con le rosee
braccia si vede, i cori
oh quanto allor si sentono
da giocondo tumulto agitar più!
Certo maggior, ma simile
fra le torbide scene
senso in me desta il pingermi
tue sembianze serene,
e a l’atre idee contessere
i bei pregi onde sol sei pari a te.
Ben porteranno invidia
a’ miei novi piaceri
quant’altri a scorrer prendano
i volumi severi.
Che far, se amico Genio
sì amabile donatrice a lor non diè?
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