Giuseppe Parini

Giuseppe Parini

1729–1799 · visse 70 anni IT IT

n. 1729-05-23, Bosisio Parini · m. 1799-08-15, Milão

Che spettacol gentil

Che spettacol gentil, che vago oggetto,
fu il veder la mia Nice all’improvviso,
quando sorpresa in abito negletto
m’apparve innanzi ed arrossì nel viso!

Come il candido velo al sen ristretto
i bei membri avvolgea! Come indeciso
celava e non celava i fianchi e il petto
che sorger si vedeva in due diviso!

Quali forme apparìan sotto a la veste!
Paga era l’alma, e vivo era il desìo;
e il piacer del mirarla era celeste.

Deh mi concedi, Amor, che quella cruda
tal mi si mostri anco un momento; ed io
più non invidio chi vedralla ignuda.
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Poesie

6

Che spettacol gentil

Che spettacol gentil, che vago oggetto,
fu il veder la mia Nice all’improvviso,
quando sorpresa in abito negletto
m’apparve innanzi ed arrossì nel viso!

Come il candido velo al sen ristretto
i bei membri avvolgea! Come indeciso
celava e non celava i fianchi e il petto
che sorger si vedeva in due diviso!

Quali forme apparìan sotto a la veste!
Paga era l’alma, e vivo era il desìo;
e il piacer del mirarla era celeste.

Deh mi concedi, Amor, che quella cruda
tal mi si mostri anco un momento; ed io
più non invidio chi vedralla ignuda.

Dove presso il Tarpeo

Dove presso il Tarpeo
vanta selva di corna il Tebro infame,
e a le Latine dame
corre a sciacquar le puzzolenti fiche
da cazzi reverendi scompisciate,
giunto in cospetto al Culiseo Romano
così cantava un buggeron Toscano:
Il mio genio è buggerone:
non inclina al sesso imbelle:
donerìa cento gonnelle
per un lembo di calzone:
il mio genio è buggerone.

Il dono

Queste che il fero Allobrogo
note piene d’affanni
incise col terribile
odiator de’ tiranni
pugnale, onde Melpomene
lui fra gl’itali spirti unico armò;

come oh come a quest’animo
giungon soavi e belle
or che la stessa Grazia
a me di sua man dielle,
dal labro sorridendomi
e da le luci onde cotanto può!
de gli affetti tremendi,
me per lo cieco avvolgere
de’ casi, e per gli orrendi
de i gran re precipizii
ove il coturno camminando va,

segue tua dolce imagine,
amabil donatrice,
grata spirando ambrosia
su la strada infelice,
e in sen nova eccitandomi
mista al terrore acuta voluttà:

o sia che a me la fervida
mente ti mostri, quando
in divin modi e in vario
sermon, dissimulando,
versi dl’ingegno copia,
e saper che lo ingegno almo nodrì;

o sia quando spontaneo
lepor tu mesci a i detti,
e di gentile aculeo
altrui pungi e diletti
mal cauto da le insidie
che de’ tuoi vezzi la natura ordì.

Caro dolore, e specie
gradevol di spavento
è mirar finto in tavola
e squallido e di lento
sangue rigato il giovane
che dal crudo cinghiale ucciso fu.
Ma sovra lui se pendere
la madre de gli Amori
cingendol con le rosee
braccia si vede, i cori
oh quanto allor si sentono
da giocondo tumulto agitar più!
Certo maggior, ma simile
fra le torbide scene
senso in me desta il pingermi
tue sembianze serene,
e a l’atre idee contessere
i bei pregi onde sol sei pari a te.
Ben porteranno invidia
a’ miei novi piaceri
quant’altri a scorrer prendano
i volumi severi.
Che far, se amico Genio
sì amabile donatrice a lor non diè?

Il messaggio

novelle a chiedere
manda l’inclita Nice
del piè che me costringere
suole al letto infelice,
sento repente l’intimo
petto agitarsi del bel nome al suon.
Rapido il sangue fluttua
ne le mie vene: invade
acre calor le trepide
fibre: m’arrosso: cade
la voce; ed al rispondere
util pensiero in van cerco e sermon.
il messo. E allor soletto
tutta vegg’io con l’animo
pien di nuovo diletto
tutta di lei la imagine
dentro a la calda fantasia venir.

Ed ecco ed ecco sorgere
le delicate forme
sovra il bel fianco; e mobili
scender con lucid’orme
che mal può la dovizia
de l’ondeggiante al piè veste coprir.

Ecco spiegarsi e l’Omero
e le braccia orgogliose
cui di rugiada nudrono
freschi ligustri e rose,
e il bruno sottilissimo
crine che sovra lor volando va:

e quasi molle cumulo
crescer di neve alpina
la man che ne le floride
dita lieve declina,
cara de’ baci invidia
che riverenza contener poi sa.

Ahi, la vivace imagine
tanto pareggia il vero,
che, del piè leso immemore,
l’opra del mio pensiero
seguir già tentò; e l’aria
con la delusa man cercando vo.
Sciocco vulgo, a che mormori,
a che su per le infeste
dita ridendo novetri
quante volte il celeste
a visitare ariete
dopo il natal mio di Febo tornò?

A me disse il mio Genio
allor cl’io nacqui: “ L’oro
non fia che te solleciti,
nè l’inane decoro
de’ titoli, nè il perfido
desio di superare altri in poter:

ma di natura i liberi
doni ed affetti, e il grato
de la beltà spettacolo
te renderan beato,
te di vagare indocile
per lungo di speranze arduo sentier.”

Inclita Nice, il secolo
che di te s’orna e splende
arde già gli assi; l’ultimo
lustro già tocca, e scende
ad incontrar le tenebre,
onde una volta giovanetto uscì.

E già vicine a i limiti
del tempo i piedi e l’ali
provan tra lor le vergini
ore, che a noi mortali
già di guidar sospitano
del secol che matura il primo dì.
fresca e leggiadra ancora
pur di recenti grazie
gareggiar con l’aurora;
e di mirarti cupido
de’ tuoi begli anni farà lento il vol.

Ma io, forse già polvere
che senso altro non serba
fuor che di te, giacendomi
fra le pie zolle e l’erba
attenderò chi dicami
“ Vale,” passando, “e ti sia lieve il suol.”

Deh, alcun che te ne l’aureo
cocchio trascorrer veggia
su la via, che fra gli alberi
suburbana verdeggia
faccia a me intorno l’aere
modulato del tuo nome volar.

Colpito allor da brivido
religioso il core,
fermerà il passo; e attonito
udrà del tuo cantore
le commosse reliquie
sotto la terra argute sibilar.

Più non invidio

Più non invidio chi vedralla ignuda?
Ah come, ohimè, se, immaginando ancora
quella sera fatale o quell’aurora,
trema quest’alma sbigottita e suda?

Come soffrir che al mio rivai si schiuda
ciò che, velato ancor, m’arde e innamora?
Come soffrir che a mille baci allora
quel bel labbro, ch’è mio s’apra e si chiuda?

E ch’altri faccia al bel corpo catena
de le sue braccia, e spiri altri quel fiato,
e ch’altri, oh Dio!, che il suo fedele amante…

Togli togli da me l’orrida scena,
scaldata fantasia; o disperato
col morir preverrò sì atroce istante!

Una ventola son io

Una ventola son io
che rinfresco ogni calore.
Se una bella ha troppo ardore,
per il manico mi pigli;
mi dimeni qua e là,
e sollievo troverà.

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