Canto XXV, ottave 49-70
Di Fiordispina gran notizia ebb’io,
ch’in Siragozza e già la vidi in Francia;
e piacquer molto all’appetito mio
i suoi begli occhi e la polita guancia:
ma non lasciai fermarvisi il disio,
che l’amar senza speme è sogno e ciancia.
Or quando in tal ampiezza mi si porge,
l’antiqua fiamma subito risorge.
Di questa speme Amore ordisce i nodi;
che d’altre fila ordir non li potea:
onde mi piglia, e mostra insieme i modi
che da la donna avrei quel ch’io chiedea.
A succeder saran facil le frodi;
che come spesso altri ingannato avea
la simiglianza c’ho di mia sorella,
forse anco ingannerà questa donzella.
Faccio o nol faccio? Al fin mi par che buono
sempre cercar quel che diletti sia.
Del mio pensier con altri non ragiono,
né vo’ ch’in ciò consiglio altri mi dia.
Io vo la notte ove quell’arme sono
che s’avea tratte la sorella mia:
tolgole, e col destrier suo via camino;
né sto aspettar che luca il matutino.
Io me ne vo la notte (Amore è duce)
a ritrovar la bella Fiordispina;
e v’arrivai che non era la luce
del sole ascosa ancor ne la marina.
Beato è chi correndo si conduce
prima degli altri a dirlo alla regina,
da lei sperando per l’annunzio buono
acquistar grazia e riportarne dono.
Tutti m’aveano tolto così in fallo,
com’hai tu fatto ancor, per Bradamante;
tanto più che le vesti ebbi e ’l cavallo
con che partita era ella il giorno inante.
Vien Fiordispina di poco intervallo
con feste incontra e con carezze tante,
e con sì allegro viso e sì giocondo,
che più gioia mostrar non potria al mondo.
Le belle braccia al collo indi mi getta,
e dolcemente stringe, e bacia in bocca.
Tu puoi pensar s’allora la saetta
dirizzi Amor, s’in mezzo il cor mi tocca.
Per man mi piglia, e in camera con fretta
mi mena; e non ad altri ch’a lei tocca
che da l’elmo allo spron l’arme mi slacci;
e nessun altro vuol che se n’impacci.
Poi fattasi arrecare una sua veste
adorna e ricca, di sua man la spiega,
e come io fossi femina mi veste,
e in reticella d’oro il crin mi lega.
Io muovo gli occhi con maniere oneste,
né ch’io sia donna alcun mio gesto niega.
La voce ch’accusar mi potea forse,
sì ben usai, ch’alcun non se n’accorse.
Uscimmo poi là dove erano molte
persone in sala, e cavallieri e donne,
dai quali fummo con l’onor raccolte,
ch’alle regine fassi e gran madonne.
Quivi d’alcuni mi risi io più volte,
che non sappiendo ciò che sotto gonne
si nascondesse valido e gagliardo,
mi vagheggiavan con lascivo sguardo.
Poi che si fece la notte più grande,
e già un pezzo la mensa era levata,
la mensa che fu d’ottime vivande,
secondo la stagione, apparecchiata;
non aspetta la donna ch’io domande
quel che m’era cagion del venir stata:
ella m’invita, per sua cortesia,
che quella notte a giacer seco io stia.
Poi che donne e donzelle ormai levate
si furo, e paggi e camerieri intorno,
essendo ambe nel letto dispogliate,
coi torchi accesi che parea di giorno,
io cominciai: «Non vi maravigliate,
madonna, se sì tosto a voi ritorno;
che forse v’andavate imaginando
di non mi riveder fin Dio sa quando.
Dirò prima la causa del partire,
poi del ritorno l’udirete ancora.
Se ’l vostro ardor, madonna, intiepidire
potuto avessi col mio far dimora,
vivere in vostro servizio e morire
voluto avrei, né starne senza un’ora;
ma visto quanto il mio star vi nocessi,
per non poter far meglio, andare elessi.
Fortuna mi tirò fuor del camino
in mezzo un bosco d’intricati rami,
dove odo un grido risonar vicino,
come di donna che soccorso chiami.
V’accorro, e sopra un lago cristallino
ritrovo un fauno ch’avea preso agli ami
in mezzo l’acqua una donzella nuda,
e mangiarsi, il crudel, la volea cruda.
Colà mi trassi, e con la spada in mano
(perch’aiutar non la potea altrimente)
tolsi di vita il pescator villano:
ella saltò ne l’acqua immantinente.
‘Non m’avrai’ disse ‘dato aiuto invano:
ben ne sarai premiato e riccamente
quanto chieder saprai, perché son ninfa
che vivo dentro a questa chiara linfa;
et ho possanza far cose stupende,
e sforzar gli elementi e la natura.
Chiedi tu, quanto il mio valor s’estende,
poi lascia a me di satisfarti cura.
Dal ciel la luna al mio cantar discende,
s’agghiaccia il fuoco, e l’aria si fa dura;
et ho talor con semplici parole
mossa la terra, et ho fermato il sole.’
Non le domando a questa offerta unire
tesor, né dominar populi e terre,
né in più virtù né in più vigor salire,
né vincer con onor tutte le guerre;
ma sol che qualche via donde il desire
vostro s’adempia, mi schiuda e disserre:
né più le domando un ch’un altro effetto,
ma tutta al suo giudicio mi rimetto.
Ebbile a pena mia domanda esposta,
ch’un’altra volta la vidi attuffata;
né fece al mio parlare altra risposta,
che di spruzzar vèr me l’acqua incantata:
la qual non prima al viso mi s’accosta,
ch’io (non so come) son tutta mutata.
Io ’l veggo, io ’l sento, e a pena vero parmi:
sento in maschio di femina mutarmi.
E se non fosse che senza dimora
vi potete chiarir, nol credereste:
e qual nell’altro sesso, in questo ancora
ho le mie voglie ad ubbidirvi preste.
Commandate lor pur, che fieno or ora
e sempremai per voi vigile e deste».
Così le dissi; e feci ch’ella istessa
trovò con man la veritade espressa.
Come interviene a chi già fuor di speme
di cosa sia che nel pensier molt’abbia,
che mentre più d’esserne privo geme,
più se n’afflige e se ne strugge e arrabbia;
se ben la trova poi, tanto gli preme
l’aver gran tempo seminato in sabbia,
e la disperazion l’ha sì male uso,
che non crede a se stesso, e sta confuso:
così la donna, poi che tocca e vede
quel di ch’avuto avea tanto desire,
agli occhi, al tatto, a se stessa non crede,
e sta dubbiosa ancor di non dormire;
e buona prova bisognò a far fede
che sentia quel che le parea sentire.
«Fa, Dio,» disse ella «se son sogni questi,
ch’io dorma sempre, e mai più non mi desti.»
Non rumor di tamburi o suon di trombe
furon principio all’amoroso assalto,
ma baci ch’imitavan le colombe,
davan segno or di gire, or di fare alto.
Usammo altr’arme che saette o frombe.
Io senza scale in su la ròcca salto
e lo stendardo piantovi di botto,
e la nimica mia mi caccio sotto.
Se fu quel letto la notte dinanti
pien di sospiri e di querele gravi,
non stette l’altra poi senza altretanti
risi, feste, gioir, giochi soavi.
Non con più nodi i flessuosi acanti
le colonne circondano e le travi,
di quelli con che noi legammo stretti
e colli e fianchi e braccia e gambe e petti.
La cosa stava tacita fra noi,
sì che durò il piacer per alcun mese:
pur si trovò chi se n’accorse poi,
tanto che con mio danno il re lo ’ntese.
Voi che mi liberaste da quei suoi
che ne la piazza avean le fiamme accese,
comprendere oggimai potete il resto;
ma Dio sa ben con che dolor ne resto.
ch’in Siragozza e già la vidi in Francia;
e piacquer molto all’appetito mio
i suoi begli occhi e la polita guancia:
ma non lasciai fermarvisi il disio,
che l’amar senza speme è sogno e ciancia.
Or quando in tal ampiezza mi si porge,
l’antiqua fiamma subito risorge.
Di questa speme Amore ordisce i nodi;
che d’altre fila ordir non li potea:
onde mi piglia, e mostra insieme i modi
che da la donna avrei quel ch’io chiedea.
A succeder saran facil le frodi;
che come spesso altri ingannato avea
la simiglianza c’ho di mia sorella,
forse anco ingannerà questa donzella.
Faccio o nol faccio? Al fin mi par che buono
sempre cercar quel che diletti sia.
Del mio pensier con altri non ragiono,
né vo’ ch’in ciò consiglio altri mi dia.
Io vo la notte ove quell’arme sono
che s’avea tratte la sorella mia:
tolgole, e col destrier suo via camino;
né sto aspettar che luca il matutino.
Io me ne vo la notte (Amore è duce)
a ritrovar la bella Fiordispina;
e v’arrivai che non era la luce
del sole ascosa ancor ne la marina.
Beato è chi correndo si conduce
prima degli altri a dirlo alla regina,
da lei sperando per l’annunzio buono
acquistar grazia e riportarne dono.
Tutti m’aveano tolto così in fallo,
com’hai tu fatto ancor, per Bradamante;
tanto più che le vesti ebbi e ’l cavallo
con che partita era ella il giorno inante.
Vien Fiordispina di poco intervallo
con feste incontra e con carezze tante,
e con sì allegro viso e sì giocondo,
che più gioia mostrar non potria al mondo.
Le belle braccia al collo indi mi getta,
e dolcemente stringe, e bacia in bocca.
Tu puoi pensar s’allora la saetta
dirizzi Amor, s’in mezzo il cor mi tocca.
Per man mi piglia, e in camera con fretta
mi mena; e non ad altri ch’a lei tocca
che da l’elmo allo spron l’arme mi slacci;
e nessun altro vuol che se n’impacci.
Poi fattasi arrecare una sua veste
adorna e ricca, di sua man la spiega,
e come io fossi femina mi veste,
e in reticella d’oro il crin mi lega.
Io muovo gli occhi con maniere oneste,
né ch’io sia donna alcun mio gesto niega.
La voce ch’accusar mi potea forse,
sì ben usai, ch’alcun non se n’accorse.
Uscimmo poi là dove erano molte
persone in sala, e cavallieri e donne,
dai quali fummo con l’onor raccolte,
ch’alle regine fassi e gran madonne.
Quivi d’alcuni mi risi io più volte,
che non sappiendo ciò che sotto gonne
si nascondesse valido e gagliardo,
mi vagheggiavan con lascivo sguardo.
Poi che si fece la notte più grande,
e già un pezzo la mensa era levata,
la mensa che fu d’ottime vivande,
secondo la stagione, apparecchiata;
non aspetta la donna ch’io domande
quel che m’era cagion del venir stata:
ella m’invita, per sua cortesia,
che quella notte a giacer seco io stia.
Poi che donne e donzelle ormai levate
si furo, e paggi e camerieri intorno,
essendo ambe nel letto dispogliate,
coi torchi accesi che parea di giorno,
io cominciai: «Non vi maravigliate,
madonna, se sì tosto a voi ritorno;
che forse v’andavate imaginando
di non mi riveder fin Dio sa quando.
Dirò prima la causa del partire,
poi del ritorno l’udirete ancora.
Se ’l vostro ardor, madonna, intiepidire
potuto avessi col mio far dimora,
vivere in vostro servizio e morire
voluto avrei, né starne senza un’ora;
ma visto quanto il mio star vi nocessi,
per non poter far meglio, andare elessi.
Fortuna mi tirò fuor del camino
in mezzo un bosco d’intricati rami,
dove odo un grido risonar vicino,
come di donna che soccorso chiami.
V’accorro, e sopra un lago cristallino
ritrovo un fauno ch’avea preso agli ami
in mezzo l’acqua una donzella nuda,
e mangiarsi, il crudel, la volea cruda.
Colà mi trassi, e con la spada in mano
(perch’aiutar non la potea altrimente)
tolsi di vita il pescator villano:
ella saltò ne l’acqua immantinente.
‘Non m’avrai’ disse ‘dato aiuto invano:
ben ne sarai premiato e riccamente
quanto chieder saprai, perché son ninfa
che vivo dentro a questa chiara linfa;
et ho possanza far cose stupende,
e sforzar gli elementi e la natura.
Chiedi tu, quanto il mio valor s’estende,
poi lascia a me di satisfarti cura.
Dal ciel la luna al mio cantar discende,
s’agghiaccia il fuoco, e l’aria si fa dura;
et ho talor con semplici parole
mossa la terra, et ho fermato il sole.’
Non le domando a questa offerta unire
tesor, né dominar populi e terre,
né in più virtù né in più vigor salire,
né vincer con onor tutte le guerre;
ma sol che qualche via donde il desire
vostro s’adempia, mi schiuda e disserre:
né più le domando un ch’un altro effetto,
ma tutta al suo giudicio mi rimetto.
Ebbile a pena mia domanda esposta,
ch’un’altra volta la vidi attuffata;
né fece al mio parlare altra risposta,
che di spruzzar vèr me l’acqua incantata:
la qual non prima al viso mi s’accosta,
ch’io (non so come) son tutta mutata.
Io ’l veggo, io ’l sento, e a pena vero parmi:
sento in maschio di femina mutarmi.
E se non fosse che senza dimora
vi potete chiarir, nol credereste:
e qual nell’altro sesso, in questo ancora
ho le mie voglie ad ubbidirvi preste.
Commandate lor pur, che fieno or ora
e sempremai per voi vigile e deste».
Così le dissi; e feci ch’ella istessa
trovò con man la veritade espressa.
Come interviene a chi già fuor di speme
di cosa sia che nel pensier molt’abbia,
che mentre più d’esserne privo geme,
più se n’afflige e se ne strugge e arrabbia;
se ben la trova poi, tanto gli preme
l’aver gran tempo seminato in sabbia,
e la disperazion l’ha sì male uso,
che non crede a se stesso, e sta confuso:
così la donna, poi che tocca e vede
quel di ch’avuto avea tanto desire,
agli occhi, al tatto, a se stessa non crede,
e sta dubbiosa ancor di non dormire;
e buona prova bisognò a far fede
che sentia quel che le parea sentire.
«Fa, Dio,» disse ella «se son sogni questi,
ch’io dorma sempre, e mai più non mi desti.»
Non rumor di tamburi o suon di trombe
furon principio all’amoroso assalto,
ma baci ch’imitavan le colombe,
davan segno or di gire, or di fare alto.
Usammo altr’arme che saette o frombe.
Io senza scale in su la ròcca salto
e lo stendardo piantovi di botto,
e la nimica mia mi caccio sotto.
Se fu quel letto la notte dinanti
pien di sospiri e di querele gravi,
non stette l’altra poi senza altretanti
risi, feste, gioir, giochi soavi.
Non con più nodi i flessuosi acanti
le colonne circondano e le travi,
di quelli con che noi legammo stretti
e colli e fianchi e braccia e gambe e petti.
La cosa stava tacita fra noi,
sì che durò il piacer per alcun mese:
pur si trovò chi se n’accorse poi,
tanto che con mio danno il re lo ’ntese.
Voi che mi liberaste da quei suoi
che ne la piazza avean le fiamme accese,
comprendere oggimai potete il resto;
ma Dio sa ben con che dolor ne resto.