Poesie di questo tema
Amore non corrisposto
Agnolo Poliziano
Il canto d’aristeo
Udite, selve, mie dolci parole,
poichè la bella ninfa udir non vuole.
La bella ninfa sorda al mio lamento
il suon di nostra fistola non cura:
di ciò si lagna il mio cornuto armento,
nè vuol bagnare il ceffo in acqua pura
nè vuol toccar la tenera verdura;
tanto del suo pastor gl’incresce e dole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Ben si cura l’armento del pastore:
la ninfa non si cura dello amante,
la bella ninfa c’ha di sasso il core:
di sasso? anzi di ferro, anzi adamante.
Ella fugge da me sempre d’avante,
come l’agnella il lupo fuggir suole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Digli, fistola mia, come via fugge
con gli anni insieme sua bellezza isnella;
e digli come il tempo ci distrugge,
nè l’età persa mai si rinnovella:
digli che sappi usar sua forma bella,
che sempre mai non son rose e viole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Portate, venti, questi dolci versi
dentro all’orecchie della ninfa mia:
dite quante per lei lagrime versi,
e la pregate che crudel non sia:
dite che la mia vita fugge via
e si consuma come brina al sole.
Ufdite, selve, mie dolci parole.
poichè la bella ninfa udir non vuole.
La bella ninfa sorda al mio lamento
il suon di nostra fistola non cura:
di ciò si lagna il mio cornuto armento,
nè vuol bagnare il ceffo in acqua pura
nè vuol toccar la tenera verdura;
tanto del suo pastor gl’incresce e dole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Ben si cura l’armento del pastore:
la ninfa non si cura dello amante,
la bella ninfa c’ha di sasso il core:
di sasso? anzi di ferro, anzi adamante.
Ella fugge da me sempre d’avante,
come l’agnella il lupo fuggir suole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Digli, fistola mia, come via fugge
con gli anni insieme sua bellezza isnella;
e digli come il tempo ci distrugge,
nè l’età persa mai si rinnovella:
digli che sappi usar sua forma bella,
che sempre mai non son rose e viole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Portate, venti, questi dolci versi
dentro all’orecchie della ninfa mia:
dite quante per lei lagrime versi,
e la pregate che crudel non sia:
dite che la mia vita fugge via
e si consuma come brina al sole.
Ufdite, selve, mie dolci parole.
Bondie Dietaiuti
Quando l’aire rischiara e rinserena
Quando l’aire rischiara e rinserena,
il mondo torna in grande dilettanza
e l’agua surge chiara de la vena
e l’erba vien fiorita per sembianza
e gli augilletti riprendon lor lena
e fanno dolzi versi in loro usanza,
ciascun amante gran gioia ne mena
per lo soave tempo che s’avanza;
ed io languisco ed ho vita dogliosa;
com” altr’ amante non posso gioire,
ché la mia donna m’è tanto orgogliosa,
e non mi vale amar né ben servire:
però l’altrui alegrezza m’è noiosa,
e noiami ch’io veggio rinverdire.
il mondo torna in grande dilettanza
e l’agua surge chiara de la vena
e l’erba vien fiorita per sembianza
e gli augilletti riprendon lor lena
e fanno dolzi versi in loro usanza,
ciascun amante gran gioia ne mena
per lo soave tempo che s’avanza;
ed io languisco ed ho vita dogliosa;
com” altr’ amante non posso gioire,
ché la mia donna m’è tanto orgogliosa,
e non mi vale amar né ben servire:
però l’altrui alegrezza m’è noiosa,
e noiami ch’io veggio rinverdire.
Cecco Angiolieri
Anima mia, cuor del mi’ corp’, amore
Anima mia, cuor del mi’ corp’, amore,
alquanto di merzé e pietà ti prenda
di me, che vivo ’n cotanto dolore,
che ’n ora ’n ora par che ’l cuor mi fenda
per la gran pena ch’ i’ ho del tremore
ched i’ non t’abbi anzi che porti benda;
sed i’ ne muoio, non ti sarà onore:
se vorra’ puo’, non potrà’ far l’ammenda.
Avvegna ch’ i’ non sia degno trovare
bi)
in te merzé, pietà né cortesia,
niente men lassarò di pregare:
però ch’Amor comand’e vòl che sia
licita cosa di potere amare
in quella donna, che ’l su’ cor disia,
alquanto di merzé e pietà ti prenda
di me, che vivo ’n cotanto dolore,
che ’n ora ’n ora par che ’l cuor mi fenda
per la gran pena ch’ i’ ho del tremore
ched i’ non t’abbi anzi che porti benda;
sed i’ ne muoio, non ti sarà onore:
se vorra’ puo’, non potrà’ far l’ammenda.
Avvegna ch’ i’ non sia degno trovare
bi)
in te merzé, pietà né cortesia,
niente men lassarò di pregare:
però ch’Amor comand’e vòl che sia
licita cosa di potere amare
in quella donna, che ’l su’ cor disia,
Cecco Angiolieri
Babb’e Becchina, l’Amor e mie madre
Babb’e Becchina, ’Amor e mie madre
m’hanno sì come tord’a siepe stretto;
prima vo’ dir quel che mi fa mi’ padre:
che ciascun di da lu’ son maladetto.
Becchina vuole cose si leggiadre,
che non le fornirebbe Malcommetto.
Amor mi fa ’nvaghir di sì gran ladre,
che par che sien figliuole di Gaetto.
Mie madr’è lassa per la non potenza,
si ch’è lo debb’aver per ricevuto,
da pochi’ so la sua malavoglienza.
L’altrier passa’ per vi’e dièll’un saluto,
per disaccar la sua mal’accoglienza;
si disse: — Cecco, va’, che sie fenduto!
m’hanno sì come tord’a siepe stretto;
prima vo’ dir quel che mi fa mi’ padre:
che ciascun di da lu’ son maladetto.
Becchina vuole cose si leggiadre,
che non le fornirebbe Malcommetto.
Amor mi fa ’nvaghir di sì gran ladre,
che par che sien figliuole di Gaetto.
Mie madr’è lassa per la non potenza,
si ch’è lo debb’aver per ricevuto,
da pochi’ so la sua malavoglienza.
L’altrier passa’ per vi’e dièll’un saluto,
per disaccar la sua mal’accoglienza;
si disse: — Cecco, va’, che sie fenduto!
Cecco Angiolieri
I’ ho tutte le cose chio non voglio
TI’ ho tutte le cose ch’io non voglio,
e non ho ponto di quel che mi piace,
poi ch’io non ctogo con Becchina pace;
là ’nd’io ne porto tutto ’°l mio cordoglio,
che non caprebbe, scritto, su °n un foglio
che gli fuss’entro la Bibbia capace:
ch’io ardo come foco in la fornace
membrando quel che da lei aver soglio.
Ché le stelle del cielo non son tante,
ancora ch’io torrei esser digiuno,
quanti baci li die’ in un istante
in me’ la bocca, ed altro uom nessuno:
e fu di giugno vinti di a l’intrante,
anni mille dugento nonantuno.
e non ho ponto di quel che mi piace,
poi ch’io non ctogo con Becchina pace;
là ’nd’io ne porto tutto ’°l mio cordoglio,
che non caprebbe, scritto, su °n un foglio
che gli fuss’entro la Bibbia capace:
ch’io ardo come foco in la fornace
membrando quel che da lei aver soglio.
Ché le stelle del cielo non son tante,
ancora ch’io torrei esser digiuno,
quanti baci li die’ in un istante
in me’ la bocca, ed altro uom nessuno:
e fu di giugno vinti di a l’intrante,
anni mille dugento nonantuno.
Cecco Angiolieri
La mia donna m’ha mandato un messo
La mia donna m’ha mandato un messo
ch’ i’ non lasci per nulla ch’ i’ non vada
a léi per la più diritta strada
che io posso, conservando me stesso;
e dice che li batte el cuor sì spesso,
che ’nanzi che questo giorno ne vada,
morrà, di me così forte l’aggrada
e non del di, per veder s’ i’ son esso!
Ecco novelle che mi son recate!
E vedete, signor, s’ i’ ’ posso fare,
ché son di longi a lei ben tre giornate.
Caval non ho; a piè non posso andare
quattro miglia per di: l’abbo, pensate!
Signor, vedete s’ i’ la posso aitare.
Becchina mia! — Cecco, nol ti confesso
— Becchina mia! — Cecco, nol ti confesso.
— Ed è son tu’. — E cotesto disdico.
— ΰ’ sarò altru’, — Î’ non vi do un fico.
— Torto mi fai, — E tu manda ’l messo.
— Sî, maccherell’ — Ell’avrà ’] capo fesso.
— Chi gliele fenderae? — Ciò ti dico,
— Se’ così niffa? — Si, contr’al nimico.
— Non tocc’a me, — Anzi, pur tu se’ desso.
— E tu t’ascondi. — E tu va col malanno.
— Tu non vorresti, — Perché non vorria?
— Ché se’ pietosa, — Non di te, uguanno!
— Se foss’un altro? — Cavere’l d’affanno.
— Mal ti conobbi! — Or non dî’ tu bugia.
— Non me ne poss’atar! — Abbieti 1 denno! —
ch’ i’ non lasci per nulla ch’ i’ non vada
a léi per la più diritta strada
che io posso, conservando me stesso;
e dice che li batte el cuor sì spesso,
che ’nanzi che questo giorno ne vada,
morrà, di me così forte l’aggrada
e non del di, per veder s’ i’ son esso!
Ecco novelle che mi son recate!
E vedete, signor, s’ i’ ’ posso fare,
ché son di longi a lei ben tre giornate.
Caval non ho; a piè non posso andare
quattro miglia per di: l’abbo, pensate!
Signor, vedete s’ i’ la posso aitare.
Becchina mia! — Cecco, nol ti confesso
— Becchina mia! — Cecco, nol ti confesso.
— Ed è son tu’. — E cotesto disdico.
— ΰ’ sarò altru’, — Î’ non vi do un fico.
— Torto mi fai, — E tu manda ’l messo.
— Sî, maccherell’ — Ell’avrà ’] capo fesso.
— Chi gliele fenderae? — Ciò ti dico,
— Se’ così niffa? — Si, contr’al nimico.
— Non tocc’a me, — Anzi, pur tu se’ desso.
— E tu t’ascondi. — E tu va col malanno.
— Tu non vorresti, — Perché non vorria?
— Ché se’ pietosa, — Non di te, uguanno!
— Se foss’un altro? — Cavere’l d’affanno.
— Mal ti conobbi! — Or non dî’ tu bugia.
— Non me ne poss’atar! — Abbieti 1 denno! —
Cecco Angiolieri
La mia malinconia è tanta e tale
La mia malinconia è tanta e tale,
ch’i’ non discredo che, s’egli ’l sapesse
un che mi fosse nemico mortale,
che di me di pietade non piangesse.
Quella, per cu’ m’avven, poco ne cale;
che mi potrebbe, sed ella volesse,
guarir ’n un punto di tutto ’l mie male,
sed ella pur: – I’ t’odio – mi dicesse.
Ma quest’è la risposta c’ho da lei:
ched ella non mi vol né mal né bene,
e ched i’ vad’a far li fatti mei;
ch’ella non cura s’i’ ho gioi’ o pene,
men ch’una paglia che le va tra’ piei:
mal grado n’abbi Amor, ch’a le’ mi diène.
ch’i’ non discredo che, s’egli ’l sapesse
un che mi fosse nemico mortale,
che di me di pietade non piangesse.
Quella, per cu’ m’avven, poco ne cale;
che mi potrebbe, sed ella volesse,
guarir ’n un punto di tutto ’l mie male,
sed ella pur: – I’ t’odio – mi dicesse.
Ma quest’è la risposta c’ho da lei:
ched ella non mi vol né mal né bene,
e ched i’ vad’a far li fatti mei;
ch’ella non cura s’i’ ho gioi’ o pene,
men ch’una paglia che le va tra’ piei:
mal grado n’abbi Amor, ch’a le’ mi diène.
Cecco Angiolieri
Me’ mi so cattiveggiar su ’n un letto
Me’ mi so cattiveggiar su ’n un letto,
che neun om che vada ’n su’ duo piei:
ché ’n prima fo degli altru’ danar miei;
or udirete po’ com’i’ m’assetto:
ché °n una cheggio, per maggior diletto,
d’essere in braccio ’n braccio con colei,
a cu’ l’animv’e ’l cuor e ’l corpo diei
interamente, senz’alcun difetto.
Ma po’ ched i’ mi trovo ’n sul niente
di queste cose ch’i’ m’ho millantato,
fo mille morti ’I di, si son dolente.
che:
ribadisce la costruzione ipotetica del v. 2 (“discredo che:
piangesse: sta per il condizionale. 5, Colei per cui mi capita
essere malinconico, poco gliene importa. 8. pur: soltanto.
abbia male (mal grado) Amore, ch
e mi dette a lei in potere.
1. Me’ mi so cattiveggiar: Meglio mi so tormentare.
neun om: di chiunque.
E tutto ’I sangue mi sento turbato,
ed ho men posa, che l’acqua corrente;
ed avrò fin ch’è’ sarò ’nnamorato.
che neun om che vada ’n su’ duo piei:
ché ’n prima fo degli altru’ danar miei;
or udirete po’ com’i’ m’assetto:
ché °n una cheggio, per maggior diletto,
d’essere in braccio ’n braccio con colei,
a cu’ l’animv’e ’l cuor e ’l corpo diei
interamente, senz’alcun difetto.
Ma po’ ched i’ mi trovo ’n sul niente
di queste cose ch’i’ m’ho millantato,
fo mille morti ’I di, si son dolente.
che:
ribadisce la costruzione ipotetica del v. 2 (“discredo che:
piangesse: sta per il condizionale. 5, Colei per cui mi capita
essere malinconico, poco gliene importa. 8. pur: soltanto.
abbia male (mal grado) Amore, ch
e mi dette a lei in potere.
1. Me’ mi so cattiveggiar: Meglio mi so tormentare.
neun om: di chiunque.
E tutto ’I sangue mi sento turbato,
ed ho men posa, che l’acqua corrente;
ed avrò fin ch’è’ sarò ’nnamorato.
Cecco Angiolieri
Ogn’altra carne m’è ’n odio venuta
Ogn’altra carne m’è ’n odio venuta
e solamente d’un becco m’è ’n grado,
e d’essa nè la voglia sì cresciuta,
che si’ non mho, che Di’ ne campi, arrado.
Quella cu’ è mi dice ch’è venduta
e ch’ è’ son folle ch’ i’ averne bado;
ché s’ è’ le dessi un marco d’òr trebuta,
non ne potre’ avere quant’un dado.
Ed i°, com’uomo cu’ la fitta tocca,
ché so che voglion dir quelle parole,
sì do ad altre novelle di bocca.
E Die sa come *’l cor forte mi dòle,
per ch’ î° non ho de’ fiorin a ribocca,
per poter far e dir ciò ch’ella vuole.
e solamente d’un becco m’è ’n grado,
e d’essa nè la voglia sì cresciuta,
che si’ non mho, che Di’ ne campi, arrado.
Quella cu’ è mi dice ch’è venduta
e ch’ è’ son folle ch’ i’ averne bado;
ché s’ è’ le dessi un marco d’òr trebuta,
non ne potre’ avere quant’un dado.
Ed i°, com’uomo cu’ la fitta tocca,
ché so che voglion dir quelle parole,
sì do ad altre novelle di bocca.
E Die sa come *’l cor forte mi dòle,
per ch’ î° non ho de’ fiorin a ribocca,
per poter far e dir ciò ch’ella vuole.
Cecco Angiolieri
Oncia di carne libra di malizia
— Oncia di carne libra di malizia,
perché dimostri quel che ’n cor non hai?
— Se’ tu si pazzo, ch’aspetti divizia
di quel che caramente comparrai?
— Per tuo parole °l me’ cor non affizia;
com’ peggio dici, più speme mi dài!
— Credi che uom aggia mai la primizia?
Giùroti ’n fede mia che non avrai.
— Or vegg’ i’ ben che tu caschi d’amore:
per che non muove ciò che tu ha’ detto,
se non da cuor, ch’è forte ‘nnamorato.
— Or vuo’ pur esser con cotest’errore?
Or vi sta sempre, che sie benedetto,
ch’ è’ ti ’mprometto — che ’l buon di m’ ha’ dato.
perché dimostri quel che ’n cor non hai?
— Se’ tu si pazzo, ch’aspetti divizia
di quel che caramente comparrai?
— Per tuo parole °l me’ cor non affizia;
com’ peggio dici, più speme mi dài!
— Credi che uom aggia mai la primizia?
Giùroti ’n fede mia che non avrai.
— Or vegg’ i’ ben che tu caschi d’amore:
per che non muove ciò che tu ha’ detto,
se non da cuor, ch’è forte ‘nnamorato.
— Or vuo’ pur esser con cotest’errore?
Or vi sta sempre, che sie benedetto,
ch’ è’ ti ’mprometto — che ’l buon di m’ ha’ dato.
Cecco Angiolieri
Qual uomo vuol purgar le sue peccata
Qual uomo vuol purgar le sue peccata,
sed e’ n’avesse quanti n’ebbe Giuda,
faccia pur sì, ched egli abbia una druda,
la qual sia d’un altr’uomo ’nnamorata.
Se non gli secca ’l cuor e la curata,
mostrandosi di lui cotanto cruda,
ch’e’ mi sia dato d’una spada gnuda,
che pur allotta allotta sia arrotata.
Potrebbono già dir: – Tu come ’l sai? –
I’ li rispondarei che l’ho provato,
ché per la mia sciagura una n’amai
la qual ha il cor d’un altro sì piagato,
che mi facea trar più rata e più guai,
che non fa l’uom quand’è verrucolato.
sed e’ n’avesse quanti n’ebbe Giuda,
faccia pur sì, ched egli abbia una druda,
la qual sia d’un altr’uomo ’nnamorata.
Se non gli secca ’l cuor e la curata,
mostrandosi di lui cotanto cruda,
ch’e’ mi sia dato d’una spada gnuda,
che pur allotta allotta sia arrotata.
Potrebbono già dir: – Tu come ’l sai? –
I’ li rispondarei che l’ho provato,
ché per la mia sciagura una n’amai
la qual ha il cor d’un altro sì piagato,
che mi facea trar più rata e più guai,
che non fa l’uom quand’è verrucolato.
Cecco Angiolieri
Qualunque giorno non veggio l mi’ amore
Qualunque giorno non veggio ’l mi’ amore,
la notte come serpe mi travollo
e sì mi giro, che paio un bigollo,
tanta è la pena che sente ’I meo core.
Parmi la notte ben cento mili’ore,
dicendo: — Dio, sarà ma’ di, vedrollo? —
e tanto piango che tutto m’immollo,
ch’alcuna cosa m’alleggia ’l dolore.
Ed i’ ne son da lei così cangiato,
che ’n una ched e’ giungo ’n sua contrada,
sì mi fa dir ch’î’ vi son troppo stato
e ched è voli, si tosto men vada,
però ch’ell’ha ’l su’ amor a tal donato,
che per un mille più di me li aggrada.
la notte come serpe mi travollo
e sì mi giro, che paio un bigollo,
tanta è la pena che sente ’I meo core.
Parmi la notte ben cento mili’ore,
dicendo: — Dio, sarà ma’ di, vedrollo? —
e tanto piango che tutto m’immollo,
ch’alcuna cosa m’alleggia ’l dolore.
Ed i’ ne son da lei così cangiato,
che ’n una ched e’ giungo ’n sua contrada,
sì mi fa dir ch’î’ vi son troppo stato
e ched è voli, si tosto men vada,
però ch’ell’ha ’l su’ amor a tal donato,
che per un mille più di me li aggrada.
Compiuta Donzella
A la stagion che ’I mondo foglia e fiora
A la stagion che ’! mondo foglia e fiora
acresce gioia a tutti fin’amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;
la franca gente tutta s’inamotra,
e di servir ciascun tragges’ inanti,
ed ogni damigella in gioi’ dimora;
e me, n’abondan marrimenti e pianti.
Ca lo mio padre m’ha messa ’n errore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,
ed io di ciò non ho disio né voglia,
e ’n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.
Anonimo
acresce gioia a tutti fin’amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;
la franca gente tutta s’inamotra,
e di servir ciascun tragges’ inanti,
ed ogni damigella in gioi’ dimora;
e me, n’abondan marrimenti e pianti.
Ca lo mio padre m’ha messa ’n errore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,
ed io di ciò non ho disio né voglia,
e ’n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.
Anonimo
Guittone d'Arezzo
Ahi Deo, chi vidde mai tal malatia
Ahi Deo, chi vidde mai tal malatia
di quella che sorpreso hame lo core?
ché la cosa ch’altrui par venen sia
è sola medicina al meo dolore.
Ciò è l’amor, ch’ogni om ch’el signoria
guaimenta e dice che per lui si more,
e pur se pena di trovare via
como de sé islocar possa l’amore.
Ed eo pur peno di condurlo a mene
e di venir de sua corte servente
perché disio ciò più ch’altro bene.
Ma pur languisco, lasso, e mor’ sovente,
dapoi ch’ello di me cura non tene:
adonque guarrea me l’altrui nocente.
di quella che sorpreso hame lo core?
ché la cosa ch’altrui par venen sia
è sola medicina al meo dolore.
Ciò è l’amor, ch’ogni om ch’el signoria
guaimenta e dice che per lui si more,
e pur se pena di trovare via
como de sé islocar possa l’amore.
Ed eo pur peno di condurlo a mene
e di venir de sua corte servente
perché disio ciò più ch’altro bene.
Ma pur languisco, lasso, e mor’ sovente,
dapoi ch’ello di me cura non tene:
adonque guarrea me l’altrui nocente.
Ludovico Ariosto
Canto XXV, ottave 49-70
Di Fiordispina gran notizia ebb’io,
ch’in Siragozza e già la vidi in Francia;
e piacquer molto all’appetito mio
i suoi begli occhi e la polita guancia:
ma non lasciai fermarvisi il disio,
che l’amar senza speme è sogno e ciancia.
Or quando in tal ampiezza mi si porge,
l’antiqua fiamma subito risorge.
Di questa speme Amore ordisce i nodi;
che d’altre fila ordir non li potea:
onde mi piglia, e mostra insieme i modi
che da la donna avrei quel ch’io chiedea.
A succeder saran facil le frodi;
che come spesso altri ingannato avea
la simiglianza c’ho di mia sorella,
forse anco ingannerà questa donzella.
Faccio o nol faccio? Al fin mi par che buono
sempre cercar quel che diletti sia.
Del mio pensier con altri non ragiono,
né vo’ ch’in ciò consiglio altri mi dia.
Io vo la notte ove quell’arme sono
che s’avea tratte la sorella mia:
tolgole, e col destrier suo via camino;
né sto aspettar che luca il matutino.
Io me ne vo la notte (Amore è duce)
a ritrovar la bella Fiordispina;
e v’arrivai che non era la luce
del sole ascosa ancor ne la marina.
Beato è chi correndo si conduce
prima degli altri a dirlo alla regina,
da lei sperando per l’annunzio buono
acquistar grazia e riportarne dono.
Tutti m’aveano tolto così in fallo,
com’hai tu fatto ancor, per Bradamante;
tanto più che le vesti ebbi e ’l cavallo
con che partita era ella il giorno inante.
Vien Fiordispina di poco intervallo
con feste incontra e con carezze tante,
e con sì allegro viso e sì giocondo,
che più gioia mostrar non potria al mondo.
Le belle braccia al collo indi mi getta,
e dolcemente stringe, e bacia in bocca.
Tu puoi pensar s’allora la saetta
dirizzi Amor, s’in mezzo il cor mi tocca.
Per man mi piglia, e in camera con fretta
mi mena; e non ad altri ch’a lei tocca
che da l’elmo allo spron l’arme mi slacci;
e nessun altro vuol che se n’impacci.
Poi fattasi arrecare una sua veste
adorna e ricca, di sua man la spiega,
e come io fossi femina mi veste,
e in reticella d’oro il crin mi lega.
Io muovo gli occhi con maniere oneste,
né ch’io sia donna alcun mio gesto niega.
La voce ch’accusar mi potea forse,
sì ben usai, ch’alcun non se n’accorse.
Uscimmo poi là dove erano molte
persone in sala, e cavallieri e donne,
dai quali fummo con l’onor raccolte,
ch’alle regine fassi e gran madonne.
Quivi d’alcuni mi risi io più volte,
che non sappiendo ciò che sotto gonne
si nascondesse valido e gagliardo,
mi vagheggiavan con lascivo sguardo.
Poi che si fece la notte più grande,
e già un pezzo la mensa era levata,
la mensa che fu d’ottime vivande,
secondo la stagione, apparecchiata;
non aspetta la donna ch’io domande
quel che m’era cagion del venir stata:
ella m’invita, per sua cortesia,
che quella notte a giacer seco io stia.
Poi che donne e donzelle ormai levate
si furo, e paggi e camerieri intorno,
essendo ambe nel letto dispogliate,
coi torchi accesi che parea di giorno,
io cominciai: «Non vi maravigliate,
madonna, se sì tosto a voi ritorno;
che forse v’andavate imaginando
di non mi riveder fin Dio sa quando.
Dirò prima la causa del partire,
poi del ritorno l’udirete ancora.
Se ’l vostro ardor, madonna, intiepidire
potuto avessi col mio far dimora,
vivere in vostro servizio e morire
voluto avrei, né starne senza un’ora;
ma visto quanto il mio star vi nocessi,
per non poter far meglio, andare elessi.
Fortuna mi tirò fuor del camino
in mezzo un bosco d’intricati rami,
dove odo un grido risonar vicino,
come di donna che soccorso chiami.
V’accorro, e sopra un lago cristallino
ritrovo un fauno ch’avea preso agli ami
in mezzo l’acqua una donzella nuda,
e mangiarsi, il crudel, la volea cruda.
Colà mi trassi, e con la spada in mano
(perch’aiutar non la potea altrimente)
tolsi di vita il pescator villano:
ella saltò ne l’acqua immantinente.
‘Non m’avrai’ disse ‘dato aiuto invano:
ben ne sarai premiato e riccamente
quanto chieder saprai, perché son ninfa
che vivo dentro a questa chiara linfa;
et ho possanza far cose stupende,
e sforzar gli elementi e la natura.
Chiedi tu, quanto il mio valor s’estende,
poi lascia a me di satisfarti cura.
Dal ciel la luna al mio cantar discende,
s’agghiaccia il fuoco, e l’aria si fa dura;
et ho talor con semplici parole
mossa la terra, et ho fermato il sole.’
Non le domando a questa offerta unire
tesor, né dominar populi e terre,
né in più virtù né in più vigor salire,
né vincer con onor tutte le guerre;
ma sol che qualche via donde il desire
vostro s’adempia, mi schiuda e disserre:
né più le domando un ch’un altro effetto,
ma tutta al suo giudicio mi rimetto.
Ebbile a pena mia domanda esposta,
ch’un’altra volta la vidi attuffata;
né fece al mio parlare altra risposta,
che di spruzzar vèr me l’acqua incantata:
la qual non prima al viso mi s’accosta,
ch’io (non so come) son tutta mutata.
Io ’l veggo, io ’l sento, e a pena vero parmi:
sento in maschio di femina mutarmi.
E se non fosse che senza dimora
vi potete chiarir, nol credereste:
e qual nell’altro sesso, in questo ancora
ho le mie voglie ad ubbidirvi preste.
Commandate lor pur, che fieno or ora
e sempremai per voi vigile e deste».
Così le dissi; e feci ch’ella istessa
trovò con man la veritade espressa.
Come interviene a chi già fuor di speme
di cosa sia che nel pensier molt’abbia,
che mentre più d’esserne privo geme,
più se n’afflige e se ne strugge e arrabbia;
se ben la trova poi, tanto gli preme
l’aver gran tempo seminato in sabbia,
e la disperazion l’ha sì male uso,
che non crede a se stesso, e sta confuso:
così la donna, poi che tocca e vede
quel di ch’avuto avea tanto desire,
agli occhi, al tatto, a se stessa non crede,
e sta dubbiosa ancor di non dormire;
e buona prova bisognò a far fede
che sentia quel che le parea sentire.
«Fa, Dio,» disse ella «se son sogni questi,
ch’io dorma sempre, e mai più non mi desti.»
Non rumor di tamburi o suon di trombe
furon principio all’amoroso assalto,
ma baci ch’imitavan le colombe,
davan segno or di gire, or di fare alto.
Usammo altr’arme che saette o frombe.
Io senza scale in su la ròcca salto
e lo stendardo piantovi di botto,
e la nimica mia mi caccio sotto.
Se fu quel letto la notte dinanti
pien di sospiri e di querele gravi,
non stette l’altra poi senza altretanti
risi, feste, gioir, giochi soavi.
Non con più nodi i flessuosi acanti
le colonne circondano e le travi,
di quelli con che noi legammo stretti
e colli e fianchi e braccia e gambe e petti.
La cosa stava tacita fra noi,
sì che durò il piacer per alcun mese:
pur si trovò chi se n’accorse poi,
tanto che con mio danno il re lo ’ntese.
Voi che mi liberaste da quei suoi
che ne la piazza avean le fiamme accese,
comprendere oggimai potete il resto;
ma Dio sa ben con che dolor ne resto.
ch’in Siragozza e già la vidi in Francia;
e piacquer molto all’appetito mio
i suoi begli occhi e la polita guancia:
ma non lasciai fermarvisi il disio,
che l’amar senza speme è sogno e ciancia.
Or quando in tal ampiezza mi si porge,
l’antiqua fiamma subito risorge.
Di questa speme Amore ordisce i nodi;
che d’altre fila ordir non li potea:
onde mi piglia, e mostra insieme i modi
che da la donna avrei quel ch’io chiedea.
A succeder saran facil le frodi;
che come spesso altri ingannato avea
la simiglianza c’ho di mia sorella,
forse anco ingannerà questa donzella.
Faccio o nol faccio? Al fin mi par che buono
sempre cercar quel che diletti sia.
Del mio pensier con altri non ragiono,
né vo’ ch’in ciò consiglio altri mi dia.
Io vo la notte ove quell’arme sono
che s’avea tratte la sorella mia:
tolgole, e col destrier suo via camino;
né sto aspettar che luca il matutino.
Io me ne vo la notte (Amore è duce)
a ritrovar la bella Fiordispina;
e v’arrivai che non era la luce
del sole ascosa ancor ne la marina.
Beato è chi correndo si conduce
prima degli altri a dirlo alla regina,
da lei sperando per l’annunzio buono
acquistar grazia e riportarne dono.
Tutti m’aveano tolto così in fallo,
com’hai tu fatto ancor, per Bradamante;
tanto più che le vesti ebbi e ’l cavallo
con che partita era ella il giorno inante.
Vien Fiordispina di poco intervallo
con feste incontra e con carezze tante,
e con sì allegro viso e sì giocondo,
che più gioia mostrar non potria al mondo.
Le belle braccia al collo indi mi getta,
e dolcemente stringe, e bacia in bocca.
Tu puoi pensar s’allora la saetta
dirizzi Amor, s’in mezzo il cor mi tocca.
Per man mi piglia, e in camera con fretta
mi mena; e non ad altri ch’a lei tocca
che da l’elmo allo spron l’arme mi slacci;
e nessun altro vuol che se n’impacci.
Poi fattasi arrecare una sua veste
adorna e ricca, di sua man la spiega,
e come io fossi femina mi veste,
e in reticella d’oro il crin mi lega.
Io muovo gli occhi con maniere oneste,
né ch’io sia donna alcun mio gesto niega.
La voce ch’accusar mi potea forse,
sì ben usai, ch’alcun non se n’accorse.
Uscimmo poi là dove erano molte
persone in sala, e cavallieri e donne,
dai quali fummo con l’onor raccolte,
ch’alle regine fassi e gran madonne.
Quivi d’alcuni mi risi io più volte,
che non sappiendo ciò che sotto gonne
si nascondesse valido e gagliardo,
mi vagheggiavan con lascivo sguardo.
Poi che si fece la notte più grande,
e già un pezzo la mensa era levata,
la mensa che fu d’ottime vivande,
secondo la stagione, apparecchiata;
non aspetta la donna ch’io domande
quel che m’era cagion del venir stata:
ella m’invita, per sua cortesia,
che quella notte a giacer seco io stia.
Poi che donne e donzelle ormai levate
si furo, e paggi e camerieri intorno,
essendo ambe nel letto dispogliate,
coi torchi accesi che parea di giorno,
io cominciai: «Non vi maravigliate,
madonna, se sì tosto a voi ritorno;
che forse v’andavate imaginando
di non mi riveder fin Dio sa quando.
Dirò prima la causa del partire,
poi del ritorno l’udirete ancora.
Se ’l vostro ardor, madonna, intiepidire
potuto avessi col mio far dimora,
vivere in vostro servizio e morire
voluto avrei, né starne senza un’ora;
ma visto quanto il mio star vi nocessi,
per non poter far meglio, andare elessi.
Fortuna mi tirò fuor del camino
in mezzo un bosco d’intricati rami,
dove odo un grido risonar vicino,
come di donna che soccorso chiami.
V’accorro, e sopra un lago cristallino
ritrovo un fauno ch’avea preso agli ami
in mezzo l’acqua una donzella nuda,
e mangiarsi, il crudel, la volea cruda.
Colà mi trassi, e con la spada in mano
(perch’aiutar non la potea altrimente)
tolsi di vita il pescator villano:
ella saltò ne l’acqua immantinente.
‘Non m’avrai’ disse ‘dato aiuto invano:
ben ne sarai premiato e riccamente
quanto chieder saprai, perché son ninfa
che vivo dentro a questa chiara linfa;
et ho possanza far cose stupende,
e sforzar gli elementi e la natura.
Chiedi tu, quanto il mio valor s’estende,
poi lascia a me di satisfarti cura.
Dal ciel la luna al mio cantar discende,
s’agghiaccia il fuoco, e l’aria si fa dura;
et ho talor con semplici parole
mossa la terra, et ho fermato il sole.’
Non le domando a questa offerta unire
tesor, né dominar populi e terre,
né in più virtù né in più vigor salire,
né vincer con onor tutte le guerre;
ma sol che qualche via donde il desire
vostro s’adempia, mi schiuda e disserre:
né più le domando un ch’un altro effetto,
ma tutta al suo giudicio mi rimetto.
Ebbile a pena mia domanda esposta,
ch’un’altra volta la vidi attuffata;
né fece al mio parlare altra risposta,
che di spruzzar vèr me l’acqua incantata:
la qual non prima al viso mi s’accosta,
ch’io (non so come) son tutta mutata.
Io ’l veggo, io ’l sento, e a pena vero parmi:
sento in maschio di femina mutarmi.
E se non fosse che senza dimora
vi potete chiarir, nol credereste:
e qual nell’altro sesso, in questo ancora
ho le mie voglie ad ubbidirvi preste.
Commandate lor pur, che fieno or ora
e sempremai per voi vigile e deste».
Così le dissi; e feci ch’ella istessa
trovò con man la veritade espressa.
Come interviene a chi già fuor di speme
di cosa sia che nel pensier molt’abbia,
che mentre più d’esserne privo geme,
più se n’afflige e se ne strugge e arrabbia;
se ben la trova poi, tanto gli preme
l’aver gran tempo seminato in sabbia,
e la disperazion l’ha sì male uso,
che non crede a se stesso, e sta confuso:
così la donna, poi che tocca e vede
quel di ch’avuto avea tanto desire,
agli occhi, al tatto, a se stessa non crede,
e sta dubbiosa ancor di non dormire;
e buona prova bisognò a far fede
che sentia quel che le parea sentire.
«Fa, Dio,» disse ella «se son sogni questi,
ch’io dorma sempre, e mai più non mi desti.»
Non rumor di tamburi o suon di trombe
furon principio all’amoroso assalto,
ma baci ch’imitavan le colombe,
davan segno or di gire, or di fare alto.
Usammo altr’arme che saette o frombe.
Io senza scale in su la ròcca salto
e lo stendardo piantovi di botto,
e la nimica mia mi caccio sotto.
Se fu quel letto la notte dinanti
pien di sospiri e di querele gravi,
non stette l’altra poi senza altretanti
risi, feste, gioir, giochi soavi.
Non con più nodi i flessuosi acanti
le colonne circondano e le travi,
di quelli con che noi legammo stretti
e colli e fianchi e braccia e gambe e petti.
La cosa stava tacita fra noi,
sì che durò il piacer per alcun mese:
pur si trovò chi se n’accorse poi,
tanto che con mio danno il re lo ’ntese.
Voi che mi liberaste da quei suoi
che ne la piazza avean le fiamme accese,
comprendere oggimai potete il resto;
ma Dio sa ben con che dolor ne resto.
Maestro Francesco
De le grevi doglie e pene
De le grevi doglie e pene
ch’io pato per voi, avenente,
la speranza mi mantene
e fami esser soferente;
per penare spero posa,
com pigliar lo prun pungente
per cogliere poi la tosa.
Di tutte pene m’apago
sperando merzé trovare,
e già d’amor non ismago
per troppo vostro orgogliare.
Ch’eo veo mante fiate
l’aira turbata tornare
tostamente in claritate.
‘Trami vostra gran bellezza
ad amarvi oltre misura;
vostro orgoglio né durezza
già d’amar non mi spaura,
ch’eo starò soferidore,
ché più dà e divien, se dura,
chi combatte vincitore.
Vedut’ò per constatare
el vento, perché’à potenza,
prender l’arbore e fiaccare
e cader sanza difenza;
la vetrice, che s’inchina,
mostra all’uom che soferenza
è d’orgoglio medicina.
Donna, chero pietate,
ch’io languisco ogne stagione;
sono in vostra potestate
d’aver morte e guerigione.
Non fate come truanno,
ch’al servo truova cagione
per ucciderlo ad inganno.
Non imi fate stare in foco
s’Amor m’à di voi sorpreso,
ché sapete che val poco
chi offende all’om ch’è preso;
fate come rege bono
ch’al suo servo, s’à offeso,
sforzasi di dar perdono.
soferidore: paziente: 20. dà: s’impegna; dura:
resiste.
22. pe
constatare: per averlo constatato. 24. prender:
investire.
(l’albero) cadere senza (possibilità) di difesa.
26. la vetrice: I
salice.
30. ogne stagione: continuamente, 33.
padron
truanno:
malvagio. 39. preso: prigioniero. 41, s’à offeso: se questi (il se
vo) lo abbia offeso.
ch’io pato per voi, avenente,
la speranza mi mantene
e fami esser soferente;
per penare spero posa,
com pigliar lo prun pungente
per cogliere poi la tosa.
Di tutte pene m’apago
sperando merzé trovare,
e già d’amor non ismago
per troppo vostro orgogliare.
Ch’eo veo mante fiate
l’aira turbata tornare
tostamente in claritate.
‘Trami vostra gran bellezza
ad amarvi oltre misura;
vostro orgoglio né durezza
già d’amar non mi spaura,
ch’eo starò soferidore,
ché più dà e divien, se dura,
chi combatte vincitore.
Vedut’ò per constatare
el vento, perché’à potenza,
prender l’arbore e fiaccare
e cader sanza difenza;
la vetrice, che s’inchina,
mostra all’uom che soferenza
è d’orgoglio medicina.
Donna, chero pietate,
ch’io languisco ogne stagione;
sono in vostra potestate
d’aver morte e guerigione.
Non fate come truanno,
ch’al servo truova cagione
per ucciderlo ad inganno.
Non imi fate stare in foco
s’Amor m’à di voi sorpreso,
ché sapete che val poco
chi offende all’om ch’è preso;
fate come rege bono
ch’al suo servo, s’à offeso,
sforzasi di dar perdono.
soferidore: paziente: 20. dà: s’impegna; dura:
resiste.
22. pe
constatare: per averlo constatato. 24. prender:
investire.
(l’albero) cadere senza (possibilità) di difesa.
26. la vetrice: I
salice.
30. ogne stagione: continuamente, 33.
padron
truanno:
malvagio. 39. preso: prigioniero. 41, s’à offeso: se questi (il se
vo) lo abbia offeso.
Marino Moretti
La maestra di piano
Ha smesso il lutto. Una vestina chiara.
Beethoven, terza pagina. Un sorriso
nell’ombra. S’è levata d’improvviso
con quel sorriso nella bocca amara.
Ha sonato di nuovo. La sua testa
ferma fra le candele. «Non dovete
cedere.» Sguardo. «Pallide, inquïete
mani...» E la mano che più soffre è questa.
Un fruscìo di quaderni.
L’agilità di tocco
di un’allieva. Uno sciocco
esercizio di Czerny.
Egli è dunque arrivato
questa volta importuno.
Su la soglia qualcuno
trattiene il fidanzato.
Or la fronte che scotta
s’appoggia alla vetrata.
La campana malata
chiama al tempio di Isotta.
Giornata grigia. Piove:
giornata grigia e stolta.
Eh via, or che s’ascolta?
Eh via, Czerny è Beethoven?
Beethoven, terza pagina. La testa
fra le candele, due ceri sottili.
«No, non sonare. Andiamo. Quanti aprili
ci aspettano al di là della foresta.»
Non ode. Volta. Pallide, inquïete
mani. La testa fra le due candele.
«Anima, dammi un poco del tuo fiele,
un poco del tuo male, anima: ho sete.»
Beethoven, terza pagina. Un sorriso
nell’ombra. S’è levata d’improvviso
con quel sorriso nella bocca amara.
Ha sonato di nuovo. La sua testa
ferma fra le candele. «Non dovete
cedere.» Sguardo. «Pallide, inquïete
mani...» E la mano che più soffre è questa.
Un fruscìo di quaderni.
L’agilità di tocco
di un’allieva. Uno sciocco
esercizio di Czerny.
Egli è dunque arrivato
questa volta importuno.
Su la soglia qualcuno
trattiene il fidanzato.
Or la fronte che scotta
s’appoggia alla vetrata.
La campana malata
chiama al tempio di Isotta.
Giornata grigia. Piove:
giornata grigia e stolta.
Eh via, or che s’ascolta?
Eh via, Czerny è Beethoven?
Beethoven, terza pagina. La testa
fra le candele, due ceri sottili.
«No, non sonare. Andiamo. Quanti aprili
ci aspettano al di là della foresta.»
Non ode. Volta. Pallide, inquïete
mani. La testa fra le due candele.
«Anima, dammi un poco del tuo fiele,
un poco del tuo male, anima: ho sete.»
Paolo Rolli
SonrrttarIo bosco ombroso
bosco ombroso,
a te viene, afflitto cor,
per trovar qualche riposo
fra i silenzi in quest’orror.
Ogni oggetto ch’altrui piace,
per me lieto più non è:
ho perduta la mia pace,
son io stesso in odio a me.
La mia Fille, il mio bel foco,
dite, o piante, è forse qui?
ro
Ahi! la cerco in ogni loco;
e pur so cl’ella partì.
Quante volte, o fronde grate,
la vostr’ombra ne coprì:
corso d’ore sì beate
quanto rapido fuggì!
Dite almeno, amiche fronde,
se il mio ben più rivedrò:
ah! che l’eco mi risponde,
e mi par che dica no.
Sento un dolce mormorio;
un sospir forse sarà:
un sospir dell’idol mio,
che mi dice: “ Tornerà.”
Ah! ch’è il suon del rio che frange
tra quei sassi il fresco umor;
e non mormora, ma piange
per pietà del mio dolor.
Ma se torna, vano e tardo
il ritorno, oh Dei, sarà;
chè pietoso il dolce sguardo
sul mio cener piangerà.
a te viene, afflitto cor,
per trovar qualche riposo
fra i silenzi in quest’orror.
Ogni oggetto ch’altrui piace,
per me lieto più non è:
ho perduta la mia pace,
son io stesso in odio a me.
La mia Fille, il mio bel foco,
dite, o piante, è forse qui?
ro
Ahi! la cerco in ogni loco;
e pur so cl’ella partì.
Quante volte, o fronde grate,
la vostr’ombra ne coprì:
corso d’ore sì beate
quanto rapido fuggì!
Dite almeno, amiche fronde,
se il mio ben più rivedrò:
ah! che l’eco mi risponde,
e mi par che dica no.
Sento un dolce mormorio;
un sospir forse sarà:
un sospir dell’idol mio,
che mi dice: “ Tornerà.”
Ah! ch’è il suon del rio che frange
tra quei sassi il fresco umor;
e non mormora, ma piange
per pietà del mio dolor.
Ma se torna, vano e tardo
il ritorno, oh Dei, sarà;
chè pietoso il dolce sguardo
sul mio cener piangerà.
Umberto Piersanti
Il cardo rosso
quando scirocco cessa, il ceppo aspro
- restano le spine nel lungo inverno,
se ne lamenta il bove che sprofonda
per la sua massa bianca nella neve -
butta fuori il suo fiore tra gli stecchi
rosso che tira al sangue, una punta viola
radicato alla terra, non lo vedi
le erbe sono folte nell’aprile
giungono le ragazze verso sera
colgono l’erbe buone per la festa
staccano le vitalbe, scavano intorno
per toglierli alla terra i grugni fondi
ma chi s’è fatta donna proprio quel giorno
e striscia la sua mano sopra il cardo
resta un ago sepolto nella carne
butta la mano sangue, un poco sempre
per sempre lei odia l’uomo
gli sta lontana.
- restano le spine nel lungo inverno,
se ne lamenta il bove che sprofonda
per la sua massa bianca nella neve -
butta fuori il suo fiore tra gli stecchi
rosso che tira al sangue, una punta viola
radicato alla terra, non lo vedi
le erbe sono folte nell’aprile
giungono le ragazze verso sera
colgono l’erbe buone per la festa
staccano le vitalbe, scavano intorno
per toglierli alla terra i grugni fondi
ma chi s’è fatta donna proprio quel giorno
e striscia la sua mano sopra il cardo
resta un ago sepolto nella carne
butta la mano sangue, un poco sempre
per sempre lei odia l’uomo
gli sta lontana.
Umberto Piersanti
Il fiore ch’è passato
fischiando le cicale, senza requie
il merlo sta giù chiotto,
dentro le frasche,
è la prima calura che ti stronca
incespicano per terra
uomini e bestie,
lui è cascato giù
nel greppo fondo
e gli occhi quasi strisciano
quel fiore
cento e cent’anni prima
uno del suo sangue lo riconobbe,
scende per i lubàchi il gran pastore
e vede, nel cerchio dei papaveri,
quel fiore,
azzurro più dell’aria che a gennaio
sopra Mondolce
scioglie nebbie e fumi,
allora lui lo coglie,
torna indietro
lo porta a quella donna
che non l’ama,
dalla grande treccia nera,
lassù al Palione
dicono che è volato sopra i monti,
sopra le querce e gli olmi
ma non cade, l’aria
lassù ghiacciata,
regge il seme
è un fiore che dà odio
o che dà amore,
fischia la viscia e subito
s’arresta,
volge la testa al ragano
scompare,
ma le farfalle no,
volano allegre
e la più grande e bianca,
la regina,
solo nel fiordaliso
scende e posa
ora il pastore stanco
s’addormenta,
nel grano il fiordaliso azzurro
è tanto fitto che il papavero
solo non scompare,
da un altro luogo s’alza
il vento nero,
un luogo che anche il sogno
non ti dice
vorticano i bei petali
nel buio fondo,
gemono le radici
rivoltate,
il fiore ch’è passato
in mezzo ai cieli
di mucchi spenti copre le Cesane,
pastore, gira la testa intera
non lo trovi,
l’ultimo è questo
sopra te che dormi
il merlo sta giù chiotto,
dentro le frasche,
è la prima calura che ti stronca
incespicano per terra
uomini e bestie,
lui è cascato giù
nel greppo fondo
e gli occhi quasi strisciano
quel fiore
cento e cent’anni prima
uno del suo sangue lo riconobbe,
scende per i lubàchi il gran pastore
e vede, nel cerchio dei papaveri,
quel fiore,
azzurro più dell’aria che a gennaio
sopra Mondolce
scioglie nebbie e fumi,
allora lui lo coglie,
torna indietro
lo porta a quella donna
che non l’ama,
dalla grande treccia nera,
lassù al Palione
dicono che è volato sopra i monti,
sopra le querce e gli olmi
ma non cade, l’aria
lassù ghiacciata,
regge il seme
è un fiore che dà odio
o che dà amore,
fischia la viscia e subito
s’arresta,
volge la testa al ragano
scompare,
ma le farfalle no,
volano allegre
e la più grande e bianca,
la regina,
solo nel fiordaliso
scende e posa
ora il pastore stanco
s’addormenta,
nel grano il fiordaliso azzurro
è tanto fitto che il papavero
solo non scompare,
da un altro luogo s’alza
il vento nero,
un luogo che anche il sogno
non ti dice
vorticano i bei petali
nel buio fondo,
gemono le radici
rivoltate,
il fiore ch’è passato
in mezzo ai cieli
di mucchi spenti copre le Cesane,
pastore, gira la testa intera
non lo trovi,
l’ultimo è questo
sopra te che dormi