Il fiore ch’è passato

fischiando le cicale, senza requie
il merlo sta giù chiotto,
dentro le frasche,
è la prima calura che ti stronca
incespicano per terra
uomini e bestie,
lui è cascato giù
nel greppo fondo
e gli occhi quasi strisciano
quel fiore

cento e cent’anni prima
uno del suo sangue lo riconobbe,
scende per i lubàchi il gran pastore
e vede, nel cerchio dei papaveri,
quel fiore,
azzurro più dell’aria che a gennaio
sopra Mondolce
scioglie nebbie e fumi,
allora lui lo coglie,
torna indietro
lo porta a quella donna
che non l’ama,
dalla grande treccia nera,
lassù al Palione

dicono che è volato sopra i monti,
sopra le querce e gli olmi
ma non cade, l’aria
lassù ghiacciata,
regge il seme
è un fiore che dà odio
o che dà amore,
fischia la viscia e subito
s’arresta,
volge la testa al ragano
scompare,
ma le farfalle no,
volano allegre
e la più grande e bianca,
la regina,
solo nel fiordaliso
scende e posa

ora il pastore stanco
s’addormenta,
nel grano il fiordaliso azzurro
è tanto fitto che il papavero
solo non scompare,
da un altro luogo s’alza
il vento nero,
un luogo che anche il sogno
non ti dice
vorticano i bei petali
nel buio fondo,
gemono le radici
rivoltate,
il fiore ch’è passato
in mezzo ai cieli
di mucchi spenti copre le Cesane,
pastore, gira la testa intera
non lo trovi,
l’ultimo è questo
sopra te che dormi
Condividi

Commenti (0)

Accedi per pubblicare un commento.

Ancora nessun commento. Sia il primo a commentare.