❧
Nel tempo che precede
1974
e tornano 1 lillà
dalla finestra, di questo tempo
chiuso, dietro il vetro,
e s’accendono luci
e s’accavallano nubi
filano vorticose sul crinale
sfiorano i lunghi Sassi
vanno altrove
corrono le stagioni
mi rapinano il giorno
che invano invochi
colmo,
ora non cammini
sull’erbe
dentro l’aria,
tra le folte giunchiglie
non ti stendi
donna, ho nostalgia
dei tuoi giorni,
di quel vento al Petrano
che ti scompiglia
e le tue gambe lunghe
l’azzurra veste
che la mano discopre
timorosa,
le parole pacate
sul ritorno
oh vita che per attimi
procedi,
per attimi soltanto
ci consoli
fischiando le cicale, senza requie
il merlo sta giù chiotto,
dentro le frasche,
è la prima calura che ti stronca
incespicano per terra
uomini e bestie,
lui è cascato giù
nel greppo fondo
e gli occhi quasi strisciano
quel fiore
cento e cent’anni prima
uno del suo sangue lo riconobbe,
scende per i lubàchi il gran pastore
e vede, nel cerchio dei papaveri,
quel fiore,
azzurro più dell’aria che a gennaio
sopra Mondolce
scioglie nebbie e fumi,
allora lui lo coglie,
torna indietro
lo porta a quella donna
che non l’ama,
dalla grande treccia nera,
lassù al Palione
dicono che è volato sopra i monti,
sopra le querce e gli olmi
ma non cade, l’aria
lassù ghiacciata,
regge il seme
è un fiore che dà odio
o che dà amore,
fischia la viscia e subito
s’arresta,
volge la testa al ragano
scompare,
ma le farfalle no,
volano allegre
e la più grande e bianca,
la regina,
solo nel fiordaliso
scende e posa
ora il pastore stanco
s’addormenta,
nel grano il fiordaliso azzurro
è tanto fitto che il papavero
solo non scompare,
da un altro luogo s’alza
il vento nero,
un luogo che anche il sogno
non ti dice
vorticano i bei petali
nel buio fondo,
gemono le radici
rivoltate,
il fiore ch’è passato
in mezzo ai cieli
di mucchi spenti copre le Cesane,
pastore, gira la testa intera
non lo trovi,
l’ultimo è questo
sopra te che dormi
quell’osteria, madre,
in quale vicolo persa,
laggiù, sul mare?
madre, giovane madre,
fu la nostra vacanza,
la sola forse,
allora non usava,
e quei fischioni rossi
con foglie verdi
mai ne ho trovato altri
così perfetti,
e l’azzurro d’intorno
ci cerchiava,
ci ubriacava la luce
sulla panca,
sono sceso alla costa
l’ho cercata,
ma il tempo muta
e le strade e le case,
cambia perfino l’aria
era l’aria allora
così diversa
10 la solcavo
stretto alla tua mano,
la tua veste leggera che risplende
contro l’ Ardizio
verde come il fosso
dove fatica la gente
del mio sangue
10 quei giorni
me li porto dentro,
il cammino mi fanno
più leggero
La vampa che s’acqueta,
resta il ceppo
muto,
e tu il cerchio oltrepassi
come sospeso
e assorto,
figlio, erano quelli
i giorni della luce
della tua luce
breve e
assoluta
corrono gli ombrelloni
come sempre,
segnano l’altro mare
coi colori d’allora,
ma è persa la radura,
i lunghi monti
che ci furono un giorno,
prima del male
padre giovane e
queto
ch’ebbe in sorte
d’essere figlio sempre
e dopo solo,
ora con te
nel ceppo delle more,
stacco i bei frutti neri,
te li porgo
padre che m’hai condotto
alla muraglia
e tra le crepe hai colto
rossi fiori,
la vita m’ha concesso
un solo giorno
d’esserti uguale padre,
con il figlio
❦
Nel tempo che precede · Umberto Piersanti · 1974
Libri