L’albergo della tazza d’oro

Presso un’arola o in mezzo d’una strada
nessuna brama arde e s’appunta in me;
triste son io perché
la tristezza è il mio pane e la mia piada.
Or chi m’ascolta più? Chi si sovviene
della mia povertà cogitabonda
se quando questa ambascia mi circonda
anche mia madre non mi vuol più bene?
Meglio ch’io vada in un paese, in uno
di quei paesi che hanno un lungo nome,
in cui si vive così soli come
se non ci fosse, insieme a noi, nessuno.
E passo il limitar d’una locanda
piena di gabbie d’uccellini in cova
e mi sorride a prova
la padroncina con far d’educanda.
Oh l’alberghetto dal nome sonoro
come mi piace subito! Quest’è
l’Albergo dei Tre Re?
del Pellegrino? della Tazza d’oro?
Sì, sì, la Tazza d’oro! E c’è la tazza
d’oro lucente nell’insegna nera
che copre la ringhiera
del balconcino che dà su la piazza.
O locandiera intenta al tuo lavoro
d’uncinetto, vi chiedo per piacere
di dare all’ultimo ospite da bere
la vostra albana nella tazza d’oro.
Dolce l’albana, fresca la cedrina
nel verde testo e le pile di piatti
e Aurelio Saffi e il Passatore e Fratti
alle pareti... e c’è la signorina.
La signorina che arrossisce un poco
pur sorridendo nei grandi occhi mesti:
oh, di’, tu non vorresti
fare all’amore oggi con me per gioco?
Amore, la parola che si ascolta
come un messaggio,
amor che passa, amore di passaggio
che dà il gambetto o fa la giravolta:
amore che ritorna, qualche volta.
Condividi

Commenti (0)

Accedi per pubblicare un commento.

Ancora nessun commento. Sia il primo a commentare.