❧
Poesie scritte col lapis
1910
I
«Come ti chiami?» «Elisabetta.» «È un nome
lungo, è meglio dividerlo. Ti piace
più ch’io ti chiami Elisa o Betta?» «Come
vuoi.» «Perché piangi?» La novizia tace.
Tace e le guance le si fan di fiamma
e rigate di lacrime. «Perché?»
«Piango perché ho lasciato la mia mamma,
perché son sola.» «Ci sono io con te.»
Soltanto le piccine nei cortili
e le più grandi fanno capannelli;
parlan di cose belle, di monili,
di stoffe, di maestre e di fuselli.
Passa una suora che sogguarda attenta
il circolo loquace e il giro a tondo
e la bambina solitaria intenta
a discoprire, oltre il cancello, il mondo.
Un’altra legge e le dà noia la strana
cantilena che viene di laggiù.
Cinque minuti e suona la campana.
«Elisa, Elisa mia, non pianger più.»
II
Presso un’arola o in mezzo d’una strada
nessuna brama arde e s’appunta in me;
triste son io perché
la tristezza è il mio pane e la mia piada.
Or chi m’ascolta più? Chi si sovviene
della mia povertà cogitabonda
se quando questa ambascia mi circonda
anche mia madre non mi vuol più bene?
Meglio ch’io vada in un paese, in uno
di quei paesi che hanno un lungo nome,
in cui si vive così soli come
se non ci fosse, insieme a noi, nessuno.
E passo il limitar d’una locanda
piena di gabbie d’uccellini in cova
e mi sorride a prova
la padroncina con far d’educanda.
Oh l’alberghetto dal nome sonoro
come mi piace subito! Quest’è
l’Albergo dei Tre Re?
del Pellegrino? della Tazza d’oro?
Sì, sì, la Tazza d’oro! E c’è la tazza
d’oro lucente nell’insegna nera
che copre la ringhiera
del balconcino che dà su la piazza.
O locandiera intenta al tuo lavoro
d’uncinetto, vi chiedo per piacere
di dare all’ultimo ospite da bere
la vostra albana nella tazza d’oro.
Dolce l’albana, fresca la cedrina
nel verde testo e le pile di piatti
e Aurelio Saffi e il Passatore e Fratti
alle pareti... e c’è la signorina.
La signorina che arrossisce un poco
pur sorridendo nei grandi occhi mesti:
oh, di’, tu non vorresti
fare all’amore oggi con me per gioco?
Amore, la parola che si ascolta
come un messaggio,
amor che passa, amore di passaggio
che dà il gambetto o fa la giravolta:
amore che ritorna, qualche volta.
Chinar la testa che vale?
e che val nova fermezza?
Io sento in me la tristezza
del giorno domenicale;
del giorno crepuscolare
nel quale l’anima prova
il bisogno d’una nuova
solitudine e d’andare...
sì, di andare fino a Bruggia
fino al vecchio beghinaggio
per vedere un paesaggio
lagunare che si aduggia.
Qui nessun ti vuol più bene,
qui nessuno ti vuol più
e tu, dolce anima, tu
va’ pur dove ti conviene:
ti convien fare un vïaggio
per cacciare un poco l’uggia
ed andare fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio.
Oh dolcezza del mio cuore,
dei miei sensi un poco stanchi.
Vanno i cigni i cigni bianchi;
van sul pio Lago d’Amore;
van gli uccelli frettolosi
frettolosi sui canali,
vanno insieme uguali uguali
sotto cieli freddolosi;
nel mattino che par sera,
tra la nebbia fine fine
vanno insieme le beghine
le beghine alla preghiera,
vanno là presso l’altare
del dolcissimo convento
mentre io sento sento sento
un desìo folle d’andare...
sì, di andare fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio
per vedere un paesaggio
lagunare che si aduggia.
Oh dolcezza del mio cuore!
Tra la nebbia fine fine
vagan meste pellegrine
presso il pio Lago d’Amore;
e guardando il bel paese
che di nebbie ancor s’ammanta
pregano pregano Santa
Elisabetta ungherese.
Lenta lenta lenta va
nei canali l’acqua verde
e co’ suoi cigni si perde
nella grigia immensità,
nell’eterno mezzo lutto
mentre il giunco tristemente
s’è chinato a bere il flutto
della placida corrente.
Il tintinno d’una folla
di campane fa tremare
lievemente la corolla
d’uno smorto nenufare;
scioglie il salcio la sua chioma
e il suo pianto nel canale
e diffondesi un aroma
pio d’incenso e di messale...
Oh dolcezza del mio cuore,
dei miei sensi un poco stanchi!
Vanno i cigni i cigni bianchi
sullo specchio dell’Amore;
lenta lenta lenta va
nei canali l’acqua verde
e coi suoi cigni si perde
nella grigia immensità;
e sull’umile città
che dal tempo s’allontana
piange piange la campana
dall’alto del Beffroi;
e nell’aria che s’annera
al cader del vecchio giorno
piangon essi tutt’intorno
i carillons della sera...
È, sì, in questo crepuscolare
giorno che l’anima prova
il bisogno di una nuova
solitudine e d’andare...
sì, d’andare fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio
per vedere un paesaggio
lagunare che si aduggia,
sì, di far questo vïaggio
per cacciare un poco l’uggia,
fino a Bruggia, fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio.
Ha smesso il lutto. Una vestina chiara.
Beethoven, terza pagina. Un sorriso
nell’ombra. S’è levata d’improvviso
con quel sorriso nella bocca amara.
Ha sonato di nuovo. La sua testa
ferma fra le candele. «Non dovete
cedere.» Sguardo. «Pallide, inquïete
mani...» E la mano che più soffre è questa.
Un fruscìo di quaderni.
L’agilità di tocco
di un’allieva. Uno sciocco
esercizio di Czerny.
Egli è dunque arrivato
questa volta importuno.
Su la soglia qualcuno
trattiene il fidanzato.
Or la fronte che scotta
s’appoggia alla vetrata.
La campana malata
chiama al tempio di Isotta.
Giornata grigia. Piove:
giornata grigia e stolta.
Eh via, or che s’ascolta?
Eh via, Czerny è Beethoven?
Beethoven, terza pagina. La testa
fra le candele, due ceri sottili.
«No, non sonare. Andiamo. Quanti aprili
ci aspettano al di là della foresta.»
Non ode. Volta. Pallide, inquïete
mani. La testa fra le due candele.
«Anima, dammi un poco del tuo fiele,
un poco del tuo male, anima: ho sete.»
Vorrei cantare tutte l’ore grige
in questa solitudine remota
mentre ripenso, pallida, una gota,
mentre rivedo, piccola, un’effige.
Sei tu, amica mia
di qualche’ pomeriggio provinciale
che vieni a darmi un poco del tuo male,
che vieni a farmi un po’ di compagnia?
Vorrei cantare tutte l’ore vane
che noi vivemmo insieme a quando a quando,
stretti, sperduti, mentre che, tremando,
tu avevi lo sguardo umido d’un cane.
Rammenti l’ore che buttammo via
in una chiesa di sobborgo a sera,
!5 presso una Santa Monica di cera
che ci fissava? Che malinconia!
Rammenti l’ore che buttammo via
nella saletta d’una stazione?
Forse qualcuno le ha trovate buone,
e le ha raccolte. Che malinconia!
E quelle che cedemmo ai mendicanti
ciarlieri e ai venditori di castagne,
agli scaccini e a certe tue compagne,
❦
Poesie scritte col lapis · Marino Moretti · 1910
Libri