C’era un patto tra noi
oh! non che fosse stretto da alcunché di scritto
era un’intesa
correva dai tuoi occhi ai miei
dal viso affilato sul letto quasi da campo
nido tra i ritratti di un padre
di una madre da citare a esempio ai figli
sottratti con troppa indulgenza al giudizio
manchevolezze dicevi – errori mai
tra ritagli di giornali affissi al muro (i nostri
successi) e cumuli di lettere fioriti di nastri
tra il Goethe annotato
e i quadri e le leggende di tre case...
l’intesa era
che tu avresti raggiunto anche se tardi
nostro padre
nel modo più civile
occupando il minor posto
nessun ingombro (certo!)
senza funebri pompe dentro un’urna di granito
che tu tornassi cenere nella tua Milano
E così fu
anche se gli atti che restano da compiere
i licet le pratiche i consensi
non sono mai semplici nella stretta del momento
e ci trovano sempre disarmati...
Fummo presenti mio fratello e io
in quel tempietto orribile nel gusto egizio
tra sfingi di gesso annerite dai roghi
ma senza i balsami le resine odorose
le bende i pepli il verde tramonto
con quel che di corporeo resta
dissolto nelle acque sacrificali...
L’ombelico del mondo qui è cattolico
la tua religione era qualcosa di diverso
una musica di sfere (l’intelletto
che riconosce sé nell’universo)
o di un genio preromantico tedesco
un che di animistico affidato al pianoforte
una patetica
da dieci dita per dieci lustri ripetuta
un limbo laico senza il suo Cocito
un incontro in laguna senza l’ombra di Caronte
perché il pedaggio tu lo pagasti in vita
Guardavo quelle mani le tue mani (non la mente)
sempre più deboli
mai giunte (pregare
non t’abbiamo mai visto
hai meritato bene la tua quiete) finemente
intrecciate dito a dito come un merletto
una blonda che serbavi nel fondo del baule
per le spose dei figli dei tuoi figli
mani
dalle unghie curate che sfumavano nel lilla
del lillà prediletto
Tu! avviluppata nel mantello bianco (dono
di una nuora) che finiva in sciarpa
con i piedi di giada finalmente pareggiati
con le palpebre violette
con le dita già nere alle lunule
con sulle labbra la fermezza di un’esistenza intatta
ancora tu nello slancio d’alabastro
diafano sarcofago di gentile donna lombarda
involucro spinto su rotaie a braccia
nel fuoco ahi! di nafta
ridotta a fumo acre
nuvoletta appena stemperata
a mezza altezza tra la fiamma e il nessun peso
del corpo che si disfa al nostro sguardo
(arca severa dopo millenni aperta
all’aria) e subito sbiadita in un ultimo saluto
di cime d’alberi
di geometrie di rondini
di tremiti di marzo
mentre con gesti da cercatore di pepite
qualcuno s’adopera a raccogliere le tue ceneri...
Andassero a quel fiume
al grande corso che fu la tua vita!
sfociasse là dove ti sai attesa
perché la recisione abbia il senso di un viaggio
oh! non di rottura non definitivo
a suggerirci un segno un cenno
due firme finalmente congiunte
dal luogo (che ci è ignoto)
che ha finestre con vista sull’infinito
come quando amanti così amati partivate
a cercare per i tre bagaìn una vacanza
negli anni venti della nostra prima infanzia
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