Davanti al simulacro d’ilaria del carretto
Sotto tenera luna già i tuoi colli,
lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse
e turchine si muovono leggere.
Così al tuo dolce tempo, cara; e Sirio
perde colore, e ogni ora s’allontana,
e il gabbiano s’infuria sulle spiagge
derelitte. Gli amanti vanno lieti
nell’aria di settembre, i loro gesti
accompagnano ombre di parole
che conosci. Non hanno pietà; e tu
tenuta dalla terra, che lamenti?
Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto
forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento.
Remoti i morti e più ancora i vivi,
i miei compagni vili e taciturni.
neve
Scende la sera: ancora ci lasciate,
o immagini care della terra, alberi,
animali, povera gente chiusa
dentro i mantelli dei soldati, madri
dal ventre inaridito dalle lacrime.
E la neve ci illumina dai prati
come luna. Oh, questi morti. Battete
sulla fronte, battete fino al cuore.
Che urli almeno qualcuno nel silenzio,
in questo cerchio bianco di sepolti.
a me pellegrino
Ecco, ritorno nella quieta piazza:
al tuo balcone solitaria oscilla
la bandiera di festa già trascorsa.
—Riappari—dico. Ma solo l’età
che brama i sortilegi, illuse l’eco
delle cave di pietra abbandonate.
Da quanto non risponde l’invisibile
se chiamo come un tempo nel silenzio!
Non sei più qui, non più il tuo saluto
giunge a me pellegrino. Mai due volte
la gioia si rivela. È batte estrema
luce sul pino che ricorda il mare.
E vana, anche l’immagine dell’acque.
La nostra terra è lontana, nel sud,
calda di lacrime e di lutti. Donne,
laggiù, nei neri scialli
parlano a mezza voce della morte,
sugli usci delle case.
lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse
e turchine si muovono leggere.
Così al tuo dolce tempo, cara; e Sirio
perde colore, e ogni ora s’allontana,
e il gabbiano s’infuria sulle spiagge
derelitte. Gli amanti vanno lieti
nell’aria di settembre, i loro gesti
accompagnano ombre di parole
che conosci. Non hanno pietà; e tu
tenuta dalla terra, che lamenti?
Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto
forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento.
Remoti i morti e più ancora i vivi,
i miei compagni vili e taciturni.
neve
Scende la sera: ancora ci lasciate,
o immagini care della terra, alberi,
animali, povera gente chiusa
dentro i mantelli dei soldati, madri
dal ventre inaridito dalle lacrime.
E la neve ci illumina dai prati
come luna. Oh, questi morti. Battete
sulla fronte, battete fino al cuore.
Che urli almeno qualcuno nel silenzio,
in questo cerchio bianco di sepolti.
a me pellegrino
Ecco, ritorno nella quieta piazza:
al tuo balcone solitaria oscilla
la bandiera di festa già trascorsa.
—Riappari—dico. Ma solo l’età
che brama i sortilegi, illuse l’eco
delle cave di pietra abbandonate.
Da quanto non risponde l’invisibile
se chiamo come un tempo nel silenzio!
Non sei più qui, non più il tuo saluto
giunge a me pellegrino. Mai due volte
la gioia si rivela. È batte estrema
luce sul pino che ricorda il mare.
E vana, anche l’immagine dell’acque.
La nostra terra è lontana, nel sud,
calda di lacrime e di lutti. Donne,
laggiù, nei neri scialli
parlano a mezza voce della morte,
sugli usci delle case.