Settembre tedesco
‘“]l ventidue settembre 1943,
alle otto del mattino .. .”’ (dal Verbale*)
Vorrei dirlo all’Himalaja
che sta vicino al cielo,
venga la quercia più antica
che potrebbe capire.
Dite ai giardini e alle piazze di farsi steppa,
ditelo al mare. Dite all’acqua dei fiumi
che l’uomo alleva serpi nelle vene.
Il cavallo perda l’unghia e la criniera
*Settembre tedesco fu scritta in memoria d’un ragazzo romano, ucciso da una
sentinella tedesca di guardia a Forte Pietralata in Roma, durante l’occupazione
nazista. L’autore ebbe notizia del tragico episodio dalla lettura del verbale,
che un agente di P. S. aveva rimesso alla pretura urbana qualche giorno dopo
l’accaduto: “Porto a conoscenza della S. V. che alle ore otto del 22 settembre
1943; una sentinella tedesca del Forte Pietralata ha scaricato il suo mitra
contro i piccoli fratelli Bin, che attendevano in quei pressi gli avanzi del
rancio e che s’erano messi a ridere all’ingiunzione minacciosa di andarsene,
fatta loro dalla suddetta sentinella. Claudio di anni undici è rimasto ucciso sul
colpo, mentre Vincenzo di anni nove, gravemente ferito, venne ricoverato
all’ospedale di Santo Spirito. Di padre ignoto essi vivevano con la madre
Maria Bin all’ isolato n. 9 di Pietralata.”
e le lingue tornino a Babele,
ma la smetta il salice di compatire.
Che vuole l’aurora? La sua rosa non ci serve.
Che vuole l’alba? Infangate il suo velo bianco.
E dite al sole che se ne stia alle Piramidi,
al cielo dite che strappi le sue bandiere.
lo alla Bellezza vorrei dire due parole.
O mia spiga, mia spiga di grano,
albero di betulla, fiore di pesco,
voi disposti a qualunque delizia,
e voi, gentili pensieri di ciliegio,
non vi adocchi il tedesco.
E tu, collina d’oro, collina odorata
dal vento, frena i tuoi slanci.
Pastore, conta i tuoi agnelli, pastore:
il lupo tedesco ha sbranato già il cane.
O mia spiga dolente come un addio,
sola creatura che possa inorridire
a quel mattino tedesco di settembre.
Forte Pietralata, tu non vuoi parlare.
Tu potresti giurare che un bimbo rideva,
che uscì dalla grotta quel mattino
e ora nasconde il suo occhio assassino.
A voi pare che sappia di menta il mattino
e che alla rondine fresca gorgheggi
e soffi alla nuca delle felci:
invece il mattino vi ha mentito.
Discolpati, se puoi, mattino di settembre,
che speravi perdono dai monti
e volevi un ruscello testimone:
oggi t’accusa il fiato delle case,
la preghiera di tanti mattini.
Avido sparviero, tu fingevi la colomba.
L’angelo ucciso non si vendica.
La verità è questo compianto
di parole gettate come polline sterile
sotto l’arco dei verdi a Forte Pietralata,
dove non si arriva per le solite strade,
dove si paga l’obolo all’ astuto Caronte.
Sentinella tedesca, armasti il tuo mattino,
affilasti come lama il tuo mattino,
caricasti il tuo mattino come mitra
contro l’erba crescente, contro un bimbo che ride:
un bimbo che ride è bandiera celeste
che non s’addice al mattino tedesco.
Questo accadde a Forte Pietralata,
quando il Tevere è meno vecchio d’una frasca,
all’ora degli orizzonti che giuocano
ai meridiani, l’ora degli incontri angelici,
appena il giorno fa capricci per le siepi.
Il mitra ha ucciso il silenzio,
Il mitra ha ucciso le fonti e gli alveari,
ma non si lamenta il mattino tedesco.
Voi non sapete che Claudio Bin fu ucciso,
Claudio odoroso di pelle nuova.
Sul fango un bimbo lascia screzi di vento,
si dice bimbo per parlare ai gelsomini,
e non sappia la morte che la gemma è lavorata.
Non ditelo a tutti, ditelo al mare
che ha orecchio gentile per ascoltare:
ditelo ai figli che a settembre lievitano,
ditelo ai morti, ditelo agli ubbriachi:
forse un poeta vi risponderà.
Ascoltami, madre, che hai speso tuo figlio
come fa il giorno con prodiga luce.
lo ti avvolgo nel tenero compianto
delle capinere che narrano tuo figlio:
“di undici anni, figlio di Maria,
Claudio Bin che rideva
fu ucciso col mitra perchè rideva”.
Non badare alla foglia che stride tra mille,
al gallo che canta il suo stornello iroso.
O tu, guarda la nuvola che scioglie il sole
nel suo fumo, il bosco che marcia
lungo la marina: l’eco comincia
di Claudio per le strette tiberine.
Faccia il mare gli scherzi che vuole
con l’onda, continui a stare il monte,
ogni grembo di terra consumi il suo polline:
alle otto d’ogni mattina il nome
di Claudio tuonerà a Forte Pietralata.
Ascolterà la stupida margherita,
la piuma smarrita risponderà,
sorda sarà la nube dei vulcani.
Interrogate l’ozioso guardiano,
interrogate il tempo che sfuggirà:
il nome di Claudio è un velo di brina
che ricama la luce per chi lo ricorda.
Vi dico io che la morte disse di no:
alle nubi ordinò di salpare
per dire al tedesco di non guastare la vigna,
di non strappare il grappolo acerbo.
Semplice fu come la scintilla
dell’uragano, come la foglia cadente,
così semplice è l’ultima parola.
Vi dico io che il vento cancella la farfalla,
che Claudio fu pettirosso sfregiato,
il bianco lamento dei crisantemi.
Chi dunque può negare che quel mattino,
nonostante Dio, sia stato assassino?
Tu lo sai, Claudio Bin. A te, madre,
vorrei non dirlo per essere usignolo
nella tua gabbia, luce del suo viso.
La spiga di grano non marcirà per questo,
daranno ancora spettacolo sole e luna,
le Ande continueranno la cordigliera,
vorranno inseguirsi le stagioni.
Chi impedirà alle strade di andare,
chi consiglierà il falco di non volare
perchè Hans ha ucciso Claudio che rideva?
Esci dal tuo sasso, Claudio, e sul colle
del mio ricordo fatti una casa:
prenditi tutto il miele, prenditi un fiore
per ogni tedesco, per chi non sa amare.
E stato un attimo di storia:
la sorgente che si perde,
la goccia che si gela nella sabbia,
la lucciola all’alba che l’uccide,
la sorte nemica d’ogni parola.
Sei una lagrima secca sul guanciale
e io ti canto la nenia e di quel settembre
tedesco mi scrivo ia data sulla mano.
alle otto del mattino .. .”’ (dal Verbale*)
Vorrei dirlo all’Himalaja
che sta vicino al cielo,
venga la quercia più antica
che potrebbe capire.
Dite ai giardini e alle piazze di farsi steppa,
ditelo al mare. Dite all’acqua dei fiumi
che l’uomo alleva serpi nelle vene.
Il cavallo perda l’unghia e la criniera
*Settembre tedesco fu scritta in memoria d’un ragazzo romano, ucciso da una
sentinella tedesca di guardia a Forte Pietralata in Roma, durante l’occupazione
nazista. L’autore ebbe notizia del tragico episodio dalla lettura del verbale,
che un agente di P. S. aveva rimesso alla pretura urbana qualche giorno dopo
l’accaduto: “Porto a conoscenza della S. V. che alle ore otto del 22 settembre
1943; una sentinella tedesca del Forte Pietralata ha scaricato il suo mitra
contro i piccoli fratelli Bin, che attendevano in quei pressi gli avanzi del
rancio e che s’erano messi a ridere all’ingiunzione minacciosa di andarsene,
fatta loro dalla suddetta sentinella. Claudio di anni undici è rimasto ucciso sul
colpo, mentre Vincenzo di anni nove, gravemente ferito, venne ricoverato
all’ospedale di Santo Spirito. Di padre ignoto essi vivevano con la madre
Maria Bin all’ isolato n. 9 di Pietralata.”
e le lingue tornino a Babele,
ma la smetta il salice di compatire.
Che vuole l’aurora? La sua rosa non ci serve.
Che vuole l’alba? Infangate il suo velo bianco.
E dite al sole che se ne stia alle Piramidi,
al cielo dite che strappi le sue bandiere.
lo alla Bellezza vorrei dire due parole.
O mia spiga, mia spiga di grano,
albero di betulla, fiore di pesco,
voi disposti a qualunque delizia,
e voi, gentili pensieri di ciliegio,
non vi adocchi il tedesco.
E tu, collina d’oro, collina odorata
dal vento, frena i tuoi slanci.
Pastore, conta i tuoi agnelli, pastore:
il lupo tedesco ha sbranato già il cane.
O mia spiga dolente come un addio,
sola creatura che possa inorridire
a quel mattino tedesco di settembre.
Forte Pietralata, tu non vuoi parlare.
Tu potresti giurare che un bimbo rideva,
che uscì dalla grotta quel mattino
e ora nasconde il suo occhio assassino.
A voi pare che sappia di menta il mattino
e che alla rondine fresca gorgheggi
e soffi alla nuca delle felci:
invece il mattino vi ha mentito.
Discolpati, se puoi, mattino di settembre,
che speravi perdono dai monti
e volevi un ruscello testimone:
oggi t’accusa il fiato delle case,
la preghiera di tanti mattini.
Avido sparviero, tu fingevi la colomba.
L’angelo ucciso non si vendica.
La verità è questo compianto
di parole gettate come polline sterile
sotto l’arco dei verdi a Forte Pietralata,
dove non si arriva per le solite strade,
dove si paga l’obolo all’ astuto Caronte.
Sentinella tedesca, armasti il tuo mattino,
affilasti come lama il tuo mattino,
caricasti il tuo mattino come mitra
contro l’erba crescente, contro un bimbo che ride:
un bimbo che ride è bandiera celeste
che non s’addice al mattino tedesco.
Questo accadde a Forte Pietralata,
quando il Tevere è meno vecchio d’una frasca,
all’ora degli orizzonti che giuocano
ai meridiani, l’ora degli incontri angelici,
appena il giorno fa capricci per le siepi.
Il mitra ha ucciso il silenzio,
Il mitra ha ucciso le fonti e gli alveari,
ma non si lamenta il mattino tedesco.
Voi non sapete che Claudio Bin fu ucciso,
Claudio odoroso di pelle nuova.
Sul fango un bimbo lascia screzi di vento,
si dice bimbo per parlare ai gelsomini,
e non sappia la morte che la gemma è lavorata.
Non ditelo a tutti, ditelo al mare
che ha orecchio gentile per ascoltare:
ditelo ai figli che a settembre lievitano,
ditelo ai morti, ditelo agli ubbriachi:
forse un poeta vi risponderà.
Ascoltami, madre, che hai speso tuo figlio
come fa il giorno con prodiga luce.
lo ti avvolgo nel tenero compianto
delle capinere che narrano tuo figlio:
“di undici anni, figlio di Maria,
Claudio Bin che rideva
fu ucciso col mitra perchè rideva”.
Non badare alla foglia che stride tra mille,
al gallo che canta il suo stornello iroso.
O tu, guarda la nuvola che scioglie il sole
nel suo fumo, il bosco che marcia
lungo la marina: l’eco comincia
di Claudio per le strette tiberine.
Faccia il mare gli scherzi che vuole
con l’onda, continui a stare il monte,
ogni grembo di terra consumi il suo polline:
alle otto d’ogni mattina il nome
di Claudio tuonerà a Forte Pietralata.
Ascolterà la stupida margherita,
la piuma smarrita risponderà,
sorda sarà la nube dei vulcani.
Interrogate l’ozioso guardiano,
interrogate il tempo che sfuggirà:
il nome di Claudio è un velo di brina
che ricama la luce per chi lo ricorda.
Vi dico io che la morte disse di no:
alle nubi ordinò di salpare
per dire al tedesco di non guastare la vigna,
di non strappare il grappolo acerbo.
Semplice fu come la scintilla
dell’uragano, come la foglia cadente,
così semplice è l’ultima parola.
Vi dico io che il vento cancella la farfalla,
che Claudio fu pettirosso sfregiato,
il bianco lamento dei crisantemi.
Chi dunque può negare che quel mattino,
nonostante Dio, sia stato assassino?
Tu lo sai, Claudio Bin. A te, madre,
vorrei non dirlo per essere usignolo
nella tua gabbia, luce del suo viso.
La spiga di grano non marcirà per questo,
daranno ancora spettacolo sole e luna,
le Ande continueranno la cordigliera,
vorranno inseguirsi le stagioni.
Chi impedirà alle strade di andare,
chi consiglierà il falco di non volare
perchè Hans ha ucciso Claudio che rideva?
Esci dal tuo sasso, Claudio, e sul colle
del mio ricordo fatti una casa:
prenditi tutto il miele, prenditi un fiore
per ogni tedesco, per chi non sa amare.
E stato un attimo di storia:
la sorgente che si perde,
la goccia che si gela nella sabbia,
la lucciola all’alba che l’uccide,
la sorte nemica d’ogni parola.
Sei una lagrima secca sul guanciale
e io ti canto la nenia e di quel settembre
tedesco mi scrivo ia data sulla mano.