Qual più diversa e nuova

Qual più diversa e nuova
fu mai disgrazia in qualche stranio clima,
quella, se ben si stima,
più mi rassembra; a tal son giunto, oh Dio!,
che ’l viril membro mio
non sento più fra le gambe a far prova
di quel che più ne giova;
poi che l’iniquo veramente e rio,
scostumato e scortese
tiranno malfranzese
me n’ha privato totalmente; ond’io
vo per tutto gridando come pazzo:
«Ohimè!, ohimè!, ohimè!, dov’è il mio cazzo?»

Più caro assai che ’l naso
l’avea, più che la barba e più che ’l mento,
e di lui più contento
prendeva assai che degli occhi e de’ denti;
né dei piedi altrimenti,
delle mani e del cul fatto arei caso,
senza sendo rimaso,
lasso!, come di lui, che dalle genti
mi facea riverire:
or non mi puon patire
uomini e donne, e ’nfino i miei parenti
dicono, ohimè!, ch’io non vaglio una frulla,
per che chi non ha pinco, non ha nulla.

Già mi ricorda, ahi lasso!,
quand’era ancor, si può dire, un bambino,
sentir piacer divino
di toccarlo e tener sovente in mano,
stropicciandol pian piano,
tanto ch’alfin gli alzava il capo basso:
allor per dolce spasso
lo rimirava con sembiante umano,
tal che mia madre ardita
mi dette in su le dita
più di mille scopate e mille invano,
ché sempre mi teneva le man sotto,
sì mi pareva il giuoco bello e ghiotto.

Ma di poi che crescendo
venne alla terza sua fiorita etade,
leggiadria né beltade
tanta non vide giamai, credo, il sole;
cotal che ciancie e fole
eran tutt’altre gioie rispetto avendo
a quelle, che traendo,
venia da lui meravigliose e sole:
or ne son privo insieme
colle dolcezze estreme;
pensi dunque ciascun quanto mi duole;
ma nel pisciar raddoppian poi l’angosce,
facendomi le gore in su le cosce.

Deh!, quant’ebbi io diletto!,
quanto piacere ebb’io la prima volta,
che con prestezza molta
lo vidi enfiando diventar maggiore!
E’ mi brillava il cuore,
toccandol or levato ed or nel letto;
ma quel fu ben dispetto
e duol, quando due bolle traditore
voltaro i risi in pianti
e i medici furfanti
tanto me lo impiastrar dentro e di fuore,
che lo fecer tornar livido e mezzo,
infin che poi cascommi a pezzo a pezzo.

Colui che pianse morta
la sua civetta leggiadretta e scaltra,
trovar ne potea un’altra;
e così quei che la sua destra e snella
perdé gatta sì bella:
ma, lasso me!, la mia speranza ha morta
quella maligna e torta,
empia, nimica mia fatale stella;
tal che mai non potrei
trovar quel ch’io vorrei
per oro, per cittadi, o per castella;
onde sempre n’andrò traendo guai,
poi che le membra non rinascon mai.

Color ben puon dolersi
cui fé la malattia rattratti, o biechi,
o da un occhio ciechi,
mutoli, sordi, scrignuti, o sciancati;
pur sono avventurati
rispetto a me, poi che posson vedersi
colui, che gl’Indi e i Persi
fece e gli imperadori e i Mecenati:
col qual ponno impregnare
le mogli, e poi lasciare
altri lor dopo lor nel mondo nati:
così perpetuar possonsi appieno,
se non in sé, nella sua spezie almeno.

Vantar già mi potea
D’avere il più fidato e ’l più sicuro,
il più forte e ’l più duro
cazzon, che fusse mai sotto la luna:
però che all’aria bruna
ed alla chiara, sempre ch’io volea,
levar ritto il facea
senza dar baci o fregagione alcuna:
e non gli era fatica
sfamare ogni gran fica:
or come vuol il cielo e la fortuna,
per che mia vita sia ben trista e grama,
l’ho perduto ad un tratto colla dama.

Crudel chi tanto fia
che non aggia pietà della mia doglia?
Io tremo come foglia,
quando del caso orribil mi ricordo:
da l’ora in qua balordo
son stato sempre e starò tuttavia:
sollazzo e giulleria
m’era egli in questo mondo ladro e lordo;
or m’ha condotto a tale,
ch’io vorrei per men male
la morte, che mi fesse cieco e sordo,
e mi cavasse ormai di tanta noia,
poi che far non lo può ‘l duol e la foia.

Dove tu vai, canzon, piangendo grida:
il mio signore è giunto a sì rea sorte,
che gli spiace egualmente e vita e morte.
Condividi

Commenti (0)

Accedi per pubblicare un commento.

Ancora nessun commento. Sia il primo a commentare.