Poesie di questo tema
Umorismo e ironia
Alberto Arbasino
Da Seguendo la flotta
Ossigenarsi a Taranto
È stato il primo errore.
L’ho fatto per amore
Di un incrociatore
E son finita su un rimorchiatore.
Salire a bordo a Augusta
È stato un altro sbaglio.
Io non sono robusta,
E portavo un ventaglio.
Mi ha vista l’ammiraglio.
Aveva una frusta
– Che cosa ingiusta –
Mi ha fatto anche un taglio…
È stato il primo errore.
L’ho fatto per amore
Di un incrociatore
E son finita su un rimorchiatore.
Salire a bordo a Augusta
È stato un altro sbaglio.
Io non sono robusta,
E portavo un ventaglio.
Mi ha vista l’ammiraglio.
Aveva una frusta
– Che cosa ingiusta –
Mi ha fatto anche un taglio…
Aldo Palazzeschi
Lasciatemi divertire
Tri tri tri,
fru fru fru,
uhi uhi uhi,
ihu ihu ihu.
Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.
Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!
Cosa sono queste indecenze
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche.
Sono la mia passione.
Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!
Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la... spazzatura
delle altre poesie.
Bubububu,
fufufufu,
Friù!
Friù!
Se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?
Bilobilobilobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù.
U.
Non è vero che non voglion dire,
vogliono dire qualcosa.
Voglio dire...
come quando uno si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.
Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovinotto,
diteci un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?
Huisc... Huiusc...
Huisciu... sciu sciu,
Sciukoku... Koku koku,
Sciu
ko
ku.
Come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giappone
Abì, alì, alarì.
Riririri!
Ri.
Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi, è bene che non lo finisca,
il divertimento gli costerà caro:
gli daranno del somaro.
Labala
falala
eppoi lala...
e lalala, lalalalala lalala.
Certo è un azzardo un po’ forte
scrivere delle cose così,
che ci son professori, oggidì,
a tutte le porte.
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi sono cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!
fru fru fru,
uhi uhi uhi,
ihu ihu ihu.
Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.
Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!
Cosa sono queste indecenze
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche.
Sono la mia passione.
Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!
Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la... spazzatura
delle altre poesie.
Bubububu,
fufufufu,
Friù!
Friù!
Se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?
Bilobilobilobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù.
U.
Non è vero che non voglion dire,
vogliono dire qualcosa.
Voglio dire...
come quando uno si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.
Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovinotto,
diteci un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?
Huisc... Huiusc...
Huisciu... sciu sciu,
Sciukoku... Koku koku,
Sciu
ko
ku.
Come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giappone
Abì, alì, alarì.
Riririri!
Ri.
Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi, è bene che non lo finisca,
il divertimento gli costerà caro:
gli daranno del somaro.
Labala
falala
eppoi lala...
e lalala, lalalalala lalala.
Certo è un azzardo un po’ forte
scrivere delle cose così,
che ci son professori, oggidì,
a tutte le porte.
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi sono cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!
Aldo Palazzeschi
Visita alla contessa Eva Pizzardini Ba
– Buonasera contessa.
– Buonasera, carissimo Aldo.
– Oggi giornata bella, contessa.
– Troppo bella, carissimo Aldo,
non fa né freddo... né caldo.
– E... la noia, contessa?
– La che?...
– La no-ia.
– Pa... pa... papa... papa.
– Sempre la stessa.
– Ciò mi dite di nuovo?
Bravo.
– Cosa dirvi di nuovo?
Mi credete così ingenuo?
Nemmeno mi ci provo.
– Bravo.
E passate per giovine bizzarro
per uomo... tanto strano.
Strano... bizzarro...
bizzarro... strano...
Bravo.
– Codesta bella veste, contessa
la vidi proprio iersera
precisa... a una borghese.
– E fu inventata a Parigi
che non è ancora un mese:
sempre così, si sa.
– A Parigi fumano l’oppio.
– A Parigi...
– Verrà presto la moda anche da noi.
– Certo verrà, poi.
Le belle cose da noi sono un mito,
noi siamo quelli di ieri... o di poi.
Che governo pitocco!
Ma... di nuovo?
– Di nuovo...
la gallina ha fatto l’uovo.
– Ecco.
Bella consolazione,
dover vivere tanto
per veder tutti i giorni
le medesime cose.
Giunge il sole e se ne va,
cresce e cala la luna.
Sempre uguale il sole,
la luna è sempre uguale,
non cambian di colore.
Identiche le stelle.
– Purtroppo.
– Azzurro il cielo
azzurro il mare:
val la pena
di aprire una finestra per guardare?
– Ma...
– Verde il prato
verde il bosco:
il color vostro lo conosco ahimè
– Non ci badate.
– Si aspettano le solite persone
alle solite ore,
che ci vengon davanti
con la solita faccia,
non è facile sbagliare,
e con identica voce
ci dicono le identiche parole.
E non giova il cambiare,
che se pure ti sembrano
l’uno all’altro diversi
nelle forme o gli aspetti,
ti diran tutti alla stessa maniera:
«Buongiorno contessa,
contessa, buonasera».
Tutti i giorni si nasce...
e tutti i giorni si muore.
Quando si nasce c’è la levatrice,
quando si muore... c’è il dottore.
– Preferisco la levatrice.
– Io no, il dottore.
Che ci si viene a fare?
Che ci si fa?
Si può sapere?
Si sa?
– Calmatevi, contessa.
– E dire che vorrei, solo per una volta,
vedermi nuova nel mio specchio.
– Come?
– Nuova, diversa da sempre,
e diversa da tutte.
– Aver due bocche?
– Magari, ma è un caso comune.
– Lo so. Un occhio dietro?
– Dove?
– Nella testa.
– Ah, sì..
– Un dente sulla punta del naso?
– Meglio senza naso, nel caso.
– Due teste?
– Comune comune.
– Sette teste? Tredici gambe?
– Comune comune.
Ieri sera per dormire
mi son fatta tre volte
la puntura di morfina.
– Tre volte!
– Sono poche? Sono molte?
– Ma vi pare? La morfina!
– «La morfina!» La mor-fi-na.
– Vorreste diventare d’un tratto
regina o imperatrice?
Antonietta? Messalina!
– Uhm... forse sarebbe meglio...
– Una poveretta.
– Forse.
– Povera molto, vivere d’elemosina,
essere giù, nel fango...
– Forse.
– Insultata...
– Certo.
– Battuta...
– Almeno.
– Magari nel mezzo della strada
sull’ultimo gradino dell’abiezione,
come una donna perduta.
– Sì.
– Venduta.
– Sì.
– Essere vilipesa... prostituta!
– Insultata... battuta... venduta...
almeno per provare,
ma... come fare, noi...
Chi ci può insultare?
– Voi? Io.
– Siete troppo gentile, poveretto.
– Eccomi qua.
– Siete troppo corretto.
– Mi proverò.
– E non riuscirete
che a noiarmi di più.
– Ma... proviamo.
– E ci tenete tanto?
– Oh! Dio... così... tanto per fare.
– Dirò io per la prima.
– Sentiamo.
– Ma no, ma via, ma no,
perché?... no... povero sciocco, no...
– Stupida d’una donna.
– ... poetucolo... pitocco.
– Vescica con la gonna.
– Imbecille! Cretino!
Omo... da nulla.
– Povera grulla!
– Grullone! Scimunito!
Rammollito! Buffone!
– Smencitissima vacca!
Porcona, puttana, vigliacca!...
– Basta basta basta,
mio carissimo Aldo,
non crediamo di dirci
qualche cosa di nuovo,
sensazione nuova io già non provo,
la cerco, ma non la trovo.
Amiamoci piuttosto,
l’amore è tanto vecchio...
mi sembrerà più nuovo.
– Sì? Purché voi ritorniate come allora.
– Quando?
– Quando mi ascoltavate
senza pensare al male
ed erano assai meno noiose
le vostre serate.
– Mi avete amata voi?
Ed io vi ho amato, ohibò!
– Non dico questo, no...
– Doveva essere molto noioso
il nostro povero amore
se lo abbiamo troncato
e neppure ce ne ricordiamo.
– Era... una parola sola, allora...
Ricordate ieri sera?
– Ieri sera?
– Quella mia parola...
– Quale? Dite, mi fate venir male.
– Quando fu?...
– Certamente vi sbagliate,
fu la sera avanti.
– Ve l’avevo già detta?
– Uh! Centomila sere,
capirete, se è sempre la stessa...
Basta, basta, non la ridite,
lasciatemi morire in pace...
sono malata.
– Che sarà di voi?
– Di me?
– Buonanotte contessa.
– Buonanotte, carissimo Aldo.
– Buonasera, carissimo Aldo.
– Oggi giornata bella, contessa.
– Troppo bella, carissimo Aldo,
non fa né freddo... né caldo.
– E... la noia, contessa?
– La che?...
– La no-ia.
– Pa... pa... papa... papa.
– Sempre la stessa.
– Ciò mi dite di nuovo?
Bravo.
– Cosa dirvi di nuovo?
Mi credete così ingenuo?
Nemmeno mi ci provo.
– Bravo.
E passate per giovine bizzarro
per uomo... tanto strano.
Strano... bizzarro...
bizzarro... strano...
Bravo.
– Codesta bella veste, contessa
la vidi proprio iersera
precisa... a una borghese.
– E fu inventata a Parigi
che non è ancora un mese:
sempre così, si sa.
– A Parigi fumano l’oppio.
– A Parigi...
– Verrà presto la moda anche da noi.
– Certo verrà, poi.
Le belle cose da noi sono un mito,
noi siamo quelli di ieri... o di poi.
Che governo pitocco!
Ma... di nuovo?
– Di nuovo...
la gallina ha fatto l’uovo.
– Ecco.
Bella consolazione,
dover vivere tanto
per veder tutti i giorni
le medesime cose.
Giunge il sole e se ne va,
cresce e cala la luna.
Sempre uguale il sole,
la luna è sempre uguale,
non cambian di colore.
Identiche le stelle.
– Purtroppo.
– Azzurro il cielo
azzurro il mare:
val la pena
di aprire una finestra per guardare?
– Ma...
– Verde il prato
verde il bosco:
il color vostro lo conosco ahimè
– Non ci badate.
– Si aspettano le solite persone
alle solite ore,
che ci vengon davanti
con la solita faccia,
non è facile sbagliare,
e con identica voce
ci dicono le identiche parole.
E non giova il cambiare,
che se pure ti sembrano
l’uno all’altro diversi
nelle forme o gli aspetti,
ti diran tutti alla stessa maniera:
«Buongiorno contessa,
contessa, buonasera».
Tutti i giorni si nasce...
e tutti i giorni si muore.
Quando si nasce c’è la levatrice,
quando si muore... c’è il dottore.
– Preferisco la levatrice.
– Io no, il dottore.
Che ci si viene a fare?
Che ci si fa?
Si può sapere?
Si sa?
– Calmatevi, contessa.
– E dire che vorrei, solo per una volta,
vedermi nuova nel mio specchio.
– Come?
– Nuova, diversa da sempre,
e diversa da tutte.
– Aver due bocche?
– Magari, ma è un caso comune.
– Lo so. Un occhio dietro?
– Dove?
– Nella testa.
– Ah, sì..
– Un dente sulla punta del naso?
– Meglio senza naso, nel caso.
– Due teste?
– Comune comune.
– Sette teste? Tredici gambe?
– Comune comune.
Ieri sera per dormire
mi son fatta tre volte
la puntura di morfina.
– Tre volte!
– Sono poche? Sono molte?
– Ma vi pare? La morfina!
– «La morfina!» La mor-fi-na.
– Vorreste diventare d’un tratto
regina o imperatrice?
Antonietta? Messalina!
– Uhm... forse sarebbe meglio...
– Una poveretta.
– Forse.
– Povera molto, vivere d’elemosina,
essere giù, nel fango...
– Forse.
– Insultata...
– Certo.
– Battuta...
– Almeno.
– Magari nel mezzo della strada
sull’ultimo gradino dell’abiezione,
come una donna perduta.
– Sì.
– Venduta.
– Sì.
– Essere vilipesa... prostituta!
– Insultata... battuta... venduta...
almeno per provare,
ma... come fare, noi...
Chi ci può insultare?
– Voi? Io.
– Siete troppo gentile, poveretto.
– Eccomi qua.
– Siete troppo corretto.
– Mi proverò.
– E non riuscirete
che a noiarmi di più.
– Ma... proviamo.
– E ci tenete tanto?
– Oh! Dio... così... tanto per fare.
– Dirò io per la prima.
– Sentiamo.
– Ma no, ma via, ma no,
perché?... no... povero sciocco, no...
– Stupida d’una donna.
– ... poetucolo... pitocco.
– Vescica con la gonna.
– Imbecille! Cretino!
Omo... da nulla.
– Povera grulla!
– Grullone! Scimunito!
Rammollito! Buffone!
– Smencitissima vacca!
Porcona, puttana, vigliacca!...
– Basta basta basta,
mio carissimo Aldo,
non crediamo di dirci
qualche cosa di nuovo,
sensazione nuova io già non provo,
la cerco, ma non la trovo.
Amiamoci piuttosto,
l’amore è tanto vecchio...
mi sembrerà più nuovo.
– Sì? Purché voi ritorniate come allora.
– Quando?
– Quando mi ascoltavate
senza pensare al male
ed erano assai meno noiose
le vostre serate.
– Mi avete amata voi?
Ed io vi ho amato, ohibò!
– Non dico questo, no...
– Doveva essere molto noioso
il nostro povero amore
se lo abbiamo troncato
e neppure ce ne ricordiamo.
– Era... una parola sola, allora...
Ricordate ieri sera?
– Ieri sera?
– Quella mia parola...
– Quale? Dite, mi fate venir male.
– Quando fu?...
– Certamente vi sbagliate,
fu la sera avanti.
– Ve l’avevo già detta?
– Uh! Centomila sere,
capirete, se è sempre la stessa...
Basta, basta, non la ridite,
lasciatemi morire in pace...
sono malata.
– Che sarà di voi?
– Di me?
– Buonanotte contessa.
– Buonanotte, carissimo Aldo.
Alfredo Giuliani
A Chilosà trovi
A Chilosà trovi un vecchio sapiente
che spaccia consigli per niente.
Beve vino di buone annate,
e borbotta tra sé: puttanate.
Me la intendo col vecchio sapiente,
solo lui dei chilosani
sa e non dice i sogni strani.
Che gente uggiosa e sfuggente!
Avanzando la solita scusa
non si mostrano mai curiosi,
dei misteri non s’impicciano.
Lasciano che ogni cosa rimanga, così,
sulle sue, sciattamente misteriosa.
che spaccia consigli per niente.
Beve vino di buone annate,
e borbotta tra sé: puttanate.
Me la intendo col vecchio sapiente,
solo lui dei chilosani
sa e non dice i sogni strani.
Che gente uggiosa e sfuggente!
Avanzando la solita scusa
non si mostrano mai curiosi,
dei misteri non s’impicciano.
Lasciano che ogni cosa rimanga, così,
sulle sue, sciattamente misteriosa.
Alfredo Giuliani
Nostro Padre Ubu
Il nostro Padre Ubu ha forma di sfera
come il filosofo Humpty Dumpty
e testa di legno transmentale in forma di pera
Occhietti porcini muso di coccodrillo
insondabili palle di vecchio ferro da stirò
se ne va col suo ombrello-clistere in bicicletta
per restituire la pioggia al cielo
S’ode lontana l’ombra del vento
tutto il silenzio tace
cadono gli onori nell’abisso delle sue tasche
Il nostro Padre Ubu con scienza della vita
arrota i gas frantuma l’infinito
afferma che spendere è l’illusione di avere
e il paradiso abominevole si spappola"°
nel carcere lampante del cervello
Così svuota i giorni dentro le notti
e minaccia i nemici col suo pompamerdra"!
S’ode lontana l’ombra del vento
tutto il silenzio tace
cadono gli onori nell’abisso delle sue tasche
Il nostro Padre Ubu senza togliersi il cappotto
roteando con fracide labbra il mezzo toscano"?
fa rutti alfabetici e inculate primaverili”?
assorto visita le alte cattedrali
e si leva a contemplare le vetrate
per profumarsi d’incenso carezza in incognito le bare
tra i neri denti fruga con un candido stuzzicadenti’°
S’ode lontana l’ombra del vento
tutto il silenzio tace
cadono gli onori nell’abisso delle sue tasche
come il filosofo Humpty Dumpty
e testa di legno transmentale in forma di pera
Occhietti porcini muso di coccodrillo
insondabili palle di vecchio ferro da stirò
se ne va col suo ombrello-clistere in bicicletta
per restituire la pioggia al cielo
S’ode lontana l’ombra del vento
tutto il silenzio tace
cadono gli onori nell’abisso delle sue tasche
Il nostro Padre Ubu con scienza della vita
arrota i gas frantuma l’infinito
afferma che spendere è l’illusione di avere
e il paradiso abominevole si spappola"°
nel carcere lampante del cervello
Così svuota i giorni dentro le notti
e minaccia i nemici col suo pompamerdra"!
S’ode lontana l’ombra del vento
tutto il silenzio tace
cadono gli onori nell’abisso delle sue tasche
Il nostro Padre Ubu senza togliersi il cappotto
roteando con fracide labbra il mezzo toscano"?
fa rutti alfabetici e inculate primaverili”?
assorto visita le alte cattedrali
e si leva a contemplare le vetrate
per profumarsi d’incenso carezza in incognito le bare
tra i neri denti fruga con un candido stuzzicadenti’°
S’ode lontana l’ombra del vento
tutto il silenzio tace
cadono gli onori nell’abisso delle sue tasche
Anônimo
Bernardona
O siate benedetta, Bernardona,
alza li gambi e mostrami Verona,
mostrami Verona affatto affatto
ch’io ti farò veder Bernardo matto;
Bernardo matto ch’i’ ho l’è ’na brutta bestia
che in tutti i büs al gh’ völ mettar la testa.
Non digo minga i büs dalli murài,
ma digo quelli ch’è sota li patài.
alza li gambi e mostrami Verona,
mostrami Verona affatto affatto
ch’io ti farò veder Bernardo matto;
Bernardo matto ch’i’ ho l’è ’na brutta bestia
che in tutti i büs al gh’ völ mettar la testa.
Non digo minga i büs dalli murài,
ma digo quelli ch’è sota li patài.
Anônimo
Cadendo dal balcon
Cadendo dal balcon, suor Margherita
finì col cul sul cazzo di fra Carlo.
Si ruppe il cul, ma ebbe salva la vita.
Si domanda: doveva ringraziarlo?
Dato per certo che la pia creatura,
tutta compresa di mortal spavento,
non provò il gusto de l’inculatura,
la si dispensa dal ringraziamento.
finì col cul sul cazzo di fra Carlo.
Si ruppe il cul, ma ebbe salva la vita.
Si domanda: doveva ringraziarlo?
Dato per certo che la pia creatura,
tutta compresa di mortal spavento,
non provò il gusto de l’inculatura,
la si dispensa dal ringraziamento.
Anônimo
Campagnola
Mmiez’ ’a campagna, Matalena caca
e cu na fronna se pulézza ’o mazzo.
Aitano ’o parulano ’a guarda, arrizza
e cu na mano s’accarezza ’o cazzo.
e cu na fronna se pulézza ’o mazzo.
Aitano ’o parulano ’a guarda, arrizza
e cu na mano s’accarezza ’o cazzo.
Anônimo
Canzone del f Aldobrandino
Giannotto, io aggio moglie inguadiata,
della qual brevemente te diraggio
com’ ha adorno ’l visaggio,
e ’l nome suo e ’l suo gran parentato;
la casa asiata chio trovata li aggio;
diròtte com’è forte innamorata;
la dote che m’ha data;
per lo suo amore quanto io sono amato,
infra la gente temuto e dottato.
E poi che sapera’ convio ho fatto,
o. 5. il suo uccellino. 7. cum dolo: addolotato. 16. broilo: giar-
inetto recintato.
al mio grande convito
vera’ne tosto, però ch’io t’invito:
non dimorar, per Dio, ma vieni ratto,
viene a le nozze del f’ Aldobrandino,
ch’oggi avea men che nessum suo vicino.
Questa mia moglie di cui ti favello
non mostra altro che l’ossa, tanto è magra,
e ’l mal della podagra
par ch’aggia in sé; più negra è che la notte.
Ahi, quanto orribil cosa pare e agra
la fronte sua vestita de capello
e collo infiato ciglio!
Piangoli li occhi e ’1 capo sì li gotte,
e poi, apresso le dolenti grotte
de l’ampio naso, mostra pur le fossie
coi denti radi e lunghi;
i labri ha curti: par che se raggiunghi,
si l’una gota co l’altra se cossie;
e ciascuna beltade in lei redoppia.
Or puoi saper se noi siam bella coppia.
Ella è chiamata monna Povertade;
e’ suo’ parenti, dolze mio amico,
son questi chio te dico:
ser Tristo, ser Dolente, Poco-Adosso,
messer Topim, ser Pianto ed Om-Mendico,
monna Cattiva e monna Estremitade:
questi som canto padre.
Da canto madre si è missere Scosso,
il Doloroso, il ‘Trafitto e ’l Percosso,
monna Tristizia e monna Menconia
con donna Sciaurata;
madonna Brama e monna Adolorata
con monna Angoscia e monna Recadia;
e sono via assai più chio non dico,
ché tutto giorno apresso multiprico.
La prima fiata ched io le ’ntrai in casa,
trovai che li pioveva in ogni luogo;
de paglia facea il fuoco,
con diece figlie ognuna più fanciulla;
tutte dician: “Del pan dàmene un poco
1”
Né arca, botte non ci avea né vasa:
tanto era monda e rasa,
che sedio non ci avea più ch’una culla.
Quand’ io mirai, e non veddî più nulla,
astrinse l’orche; e ella era vestita
curta da chi a le natiche,
d’una gonella sola senza maniche
tutta quanta spezzata e deriscita.
Pensai con lei zanzar, beffar, riddare;
ma non trovai de potermi assettare.
Or vo’ che sappi ch’ella m’ama molto,
ché tutto giorno m’ha le braccia al collo,
si che tutto mi mollo
del pianto ch’ella fa per drudaria,
dicendo: “Amore mio, tutta bollo,
tal ho paura tu non mi si’ tolto,”
Leccami tutto il volto
e non mi lassa star notte né dia;
tanto ell’ ha preso di me gelosia
ch’ella s’uccide s’um ricco m’apressa.
Tamant’ ha’la paura
non mi sia fatta malia né fattura,
ch’ella mi dà mangiar pure ella stessa;
e più, ch’ella mi veste e scalza e spoglie:
così s’impazza di mi esta mia moglie.
La dote n’aggio grande e smisurata:
pur li fideli ogni mese mi dànno
dece libre di danno,
e nelle pasque rampogne e balieri.
Io n’aggio um po’ c’ha nom Monte Malanno,
che, senza seminarci mai derrata,
ne recolgo alla fiata
trenta, quaranta e cinquanta rasieri;
ma di che? de sospiti,
ch’altro arbor non ci nasce mai néd erba.
Grotta non ci ho né casa,
e la neve alta ci ha più di doe brazza,
e tutto l’anno lassi si conserba.
Molti ci van per traiercel di mano,
ma io non lo vendrei a cristiano.
Or saperai com’io som grazioso,
per mégliama quanto la gente m’amo;
ché mille volte chiamo,
’nanti che l’uom mi voglia pur rispondere,
Si malamente a tutti sono in camo,
che fugge ogni uom da me più pauroso
che non dal cam rabbioso;
e là onde io passo veggio onne uom nascondere:
nessun m’aspetta, nessun mi vol giongere;
solo mi trovo là dovonque io vada,
non fosser miei parenti
malinconosi, trafitti e dolenti,
che sempre piena ne trovo la strada,
de’ qua’ neun ce m’ha, quando me vede,
che per mi ratto non si levi in pede.
Castra Fiorentino
della qual brevemente te diraggio
com’ ha adorno ’l visaggio,
e ’l nome suo e ’l suo gran parentato;
la casa asiata chio trovata li aggio;
diròtte com’è forte innamorata;
la dote che m’ha data;
per lo suo amore quanto io sono amato,
infra la gente temuto e dottato.
E poi che sapera’ convio ho fatto,
o. 5. il suo uccellino. 7. cum dolo: addolotato. 16. broilo: giar-
inetto recintato.
al mio grande convito
vera’ne tosto, però ch’io t’invito:
non dimorar, per Dio, ma vieni ratto,
viene a le nozze del f’ Aldobrandino,
ch’oggi avea men che nessum suo vicino.
Questa mia moglie di cui ti favello
non mostra altro che l’ossa, tanto è magra,
e ’l mal della podagra
par ch’aggia in sé; più negra è che la notte.
Ahi, quanto orribil cosa pare e agra
la fronte sua vestita de capello
e collo infiato ciglio!
Piangoli li occhi e ’1 capo sì li gotte,
e poi, apresso le dolenti grotte
de l’ampio naso, mostra pur le fossie
coi denti radi e lunghi;
i labri ha curti: par che se raggiunghi,
si l’una gota co l’altra se cossie;
e ciascuna beltade in lei redoppia.
Or puoi saper se noi siam bella coppia.
Ella è chiamata monna Povertade;
e’ suo’ parenti, dolze mio amico,
son questi chio te dico:
ser Tristo, ser Dolente, Poco-Adosso,
messer Topim, ser Pianto ed Om-Mendico,
monna Cattiva e monna Estremitade:
questi som canto padre.
Da canto madre si è missere Scosso,
il Doloroso, il ‘Trafitto e ’l Percosso,
monna Tristizia e monna Menconia
con donna Sciaurata;
madonna Brama e monna Adolorata
con monna Angoscia e monna Recadia;
e sono via assai più chio non dico,
ché tutto giorno apresso multiprico.
La prima fiata ched io le ’ntrai in casa,
trovai che li pioveva in ogni luogo;
de paglia facea il fuoco,
con diece figlie ognuna più fanciulla;
tutte dician: “Del pan dàmene un poco
1”
Né arca, botte non ci avea né vasa:
tanto era monda e rasa,
che sedio non ci avea più ch’una culla.
Quand’ io mirai, e non veddî più nulla,
astrinse l’orche; e ella era vestita
curta da chi a le natiche,
d’una gonella sola senza maniche
tutta quanta spezzata e deriscita.
Pensai con lei zanzar, beffar, riddare;
ma non trovai de potermi assettare.
Or vo’ che sappi ch’ella m’ama molto,
ché tutto giorno m’ha le braccia al collo,
si che tutto mi mollo
del pianto ch’ella fa per drudaria,
dicendo: “Amore mio, tutta bollo,
tal ho paura tu non mi si’ tolto,”
Leccami tutto il volto
e non mi lassa star notte né dia;
tanto ell’ ha preso di me gelosia
ch’ella s’uccide s’um ricco m’apressa.
Tamant’ ha’la paura
non mi sia fatta malia né fattura,
ch’ella mi dà mangiar pure ella stessa;
e più, ch’ella mi veste e scalza e spoglie:
così s’impazza di mi esta mia moglie.
La dote n’aggio grande e smisurata:
pur li fideli ogni mese mi dànno
dece libre di danno,
e nelle pasque rampogne e balieri.
Io n’aggio um po’ c’ha nom Monte Malanno,
che, senza seminarci mai derrata,
ne recolgo alla fiata
trenta, quaranta e cinquanta rasieri;
ma di che? de sospiti,
ch’altro arbor non ci nasce mai néd erba.
Grotta non ci ho né casa,
e la neve alta ci ha più di doe brazza,
e tutto l’anno lassi si conserba.
Molti ci van per traiercel di mano,
ma io non lo vendrei a cristiano.
Or saperai com’io som grazioso,
per mégliama quanto la gente m’amo;
ché mille volte chiamo,
’nanti che l’uom mi voglia pur rispondere,
Si malamente a tutti sono in camo,
che fugge ogni uom da me più pauroso
che non dal cam rabbioso;
e là onde io passo veggio onne uom nascondere:
nessun m’aspetta, nessun mi vol giongere;
solo mi trovo là dovonque io vada,
non fosser miei parenti
malinconosi, trafitti e dolenti,
che sempre piena ne trovo la strada,
de’ qua’ neun ce m’ha, quando me vede,
che per mi ratto non si levi in pede.
Castra Fiorentino
Anônimo
Femina non fu mai
Femina non fu mai che non sia croia;
femina non fu mai che non sia pazza;
femina non fu mai che non sia troia.
Elle vorrebbon star sempre a la piazza,
e tirar la sampogna e ’l manganello,
sempre con la bugada e con la guazza.
Femina non fu mai senza coltello;
femina non fu mai senza ruina;
femina non fu mai senza bordello.
femina non fu mai che non sia pazza;
femina non fu mai che non sia troia.
Elle vorrebbon star sempre a la piazza,
e tirar la sampogna e ’l manganello,
sempre con la bugada e con la guazza.
Femina non fu mai senza coltello;
femina non fu mai senza ruina;
femina non fu mai senza bordello.
Anônimo
Fermati, viator
Fermati, viator, se saper vuoi
l’esito de la mia vita meschina:
Gaspara Stampa fui, donna e reina
di quante unqua puttane fur tra voi.
M’ebbe vergine il Gritti, ed ho da poi
fatto di mille e più cazzi ruina;
vissi sempre di furto e di rapina;
m’uccise un cazzo con gl’impiti suoi. […]
Va’ in pace, e, per temprare mia penuria,
snientami col membro tuo virile,
che sol quel, mentre vissi, mi piacea.
l’esito de la mia vita meschina:
Gaspara Stampa fui, donna e reina
di quante unqua puttane fur tra voi.
M’ebbe vergine il Gritti, ed ho da poi
fatto di mille e più cazzi ruina;
vissi sempre di furto e di rapina;
m’uccise un cazzo con gl’impiti suoi. […]
Va’ in pace, e, per temprare mia penuria,
snientami col membro tuo virile,
che sol quel, mentre vissi, mi piacea.
Anônimo
Fruste ccà
Fruste ccà, Margaritella,
ca si’ troppo scannalosa,
che per ogni poca cosa
vutte nnanze la gonnella.
Fruste ccà, Margaritella.
ca si’ troppo scannalosa,
che per ogni poca cosa
vutte nnanze la gonnella.
Fruste ccà, Margaritella.
Anônimo
Infin levossi
Infin levossi Potta da Modena,
che da Cazzon scacciata con infamia,
a titolo di brutta, larga e insipida,
portava dentro al cor gelose furie:
ma sospendendo alquanto la sua rabbia,
all’assemblea mostrò voler discorrere:
talché drizzati i cazzi per intendere
i culi verso lei si rivoltarono
e sospesi i coglioni e attenti stettero
al discorso che fe’ molto patetico,
e perorò con sì grand’eloquenzia,
che trovò scritto in certo commentario,
che fu da questa ch’imparò Demostene,
e poscia Cicerone e Tito Livio
il bel modello di parlare al pubblico,
sendo la prima che lo mise in pratica.
Si pose in atto la Potta da Modena,
e avendo fatte alcune strane smorfie,
e sgocciolate sanguinose lagrime,
spalancò la gran bocca in tal propositi.
che da Cazzon scacciata con infamia,
a titolo di brutta, larga e insipida,
portava dentro al cor gelose furie:
ma sospendendo alquanto la sua rabbia,
all’assemblea mostrò voler discorrere:
talché drizzati i cazzi per intendere
i culi verso lei si rivoltarono
e sospesi i coglioni e attenti stettero
al discorso che fe’ molto patetico,
e perorò con sì grand’eloquenzia,
che trovò scritto in certo commentario,
che fu da questa ch’imparò Demostene,
e poscia Cicerone e Tito Livio
il bel modello di parlare al pubblico,
sendo la prima che lo mise in pratica.
Si pose in atto la Potta da Modena,
e avendo fatte alcune strane smorfie,
e sgocciolate sanguinose lagrime,
spalancò la gran bocca in tal propositi.
Anônimo
La fira ed San Lazer
A san stè a la fira ed San Lazer oili oilà
A san stè a la fira ed San Lazer oilì oilà
A iò cumprè du bi pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
A iò cumprè du bi pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
La selta fora na ragazola, oilì oilà
La selta fora na ragazola oilì oilà
Ma xa vli pri du pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
Ma xa vli pri du pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
A la purtè dantr’a una porta, oili oilà
Sò la stanela, zò i bragòn, cum i eran bi cum i eran bòn
Sò la stanela, zò i bragòn, cum i eran bi cum i eran bòn
La selta fora na brotta vciàza oilì oilà
La selta fora na brotta vciàza oilì oilà
Ban xa fev du spurcaciòn cum i eran bi cum i eran bòn
Ban xa fev du spurcaciòn cum i eran bi cum i eran bòn
Siamo qui che giochiamo alla merla oili oilà
Siamo qui che giochiamo alla merla oilà…
Sè la merla i mi quaiòn cum i eran bi cum i eran bòn
Sè la merla i mi quaiòn cum i eran bi cum i eran bòn
Anca me quand ai’ era giuvnàza oilì oilà
Anca mè quand ai era giuvnàza oili oilà
A n’ho ciapè di bi pzulòn cum i eran bi cum i eran bòn
A n’ho ciapè di bi pzulòn cum i eran bi cum i eran…
Anc ades ca san na vciaza oilì oilà
Anc ades ca san na vciaza oilì oilà
Am la sfraig contr’i fitòn,
cum i eran bi cum i eran bòn
Am la sfraig contr’i fitòn,
cum i eran bi cum i eran bòn
A san stè a la fira ed San Lazer oilì oilà
A iò cumprè du bi pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
A iò cumprè du bi pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
La selta fora na ragazola, oilì oilà
La selta fora na ragazola oilì oilà
Ma xa vli pri du pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
Ma xa vli pri du pizòn cum i eran bi cum i eran bòn
A la purtè dantr’a una porta, oili oilà
Sò la stanela, zò i bragòn, cum i eran bi cum i eran bòn
Sò la stanela, zò i bragòn, cum i eran bi cum i eran bòn
La selta fora na brotta vciàza oilì oilà
La selta fora na brotta vciàza oilì oilà
Ban xa fev du spurcaciòn cum i eran bi cum i eran bòn
Ban xa fev du spurcaciòn cum i eran bi cum i eran bòn
Siamo qui che giochiamo alla merla oili oilà
Siamo qui che giochiamo alla merla oilà…
Sè la merla i mi quaiòn cum i eran bi cum i eran bòn
Sè la merla i mi quaiòn cum i eran bi cum i eran bòn
Anca me quand ai’ era giuvnàza oilì oilà
Anca mè quand ai era giuvnàza oili oilà
A n’ho ciapè di bi pzulòn cum i eran bi cum i eran bòn
A n’ho ciapè di bi pzulòn cum i eran bi cum i eran…
Anc ades ca san na vciaza oilì oilà
Anc ades ca san na vciaza oilì oilà
Am la sfraig contr’i fitòn,
cum i eran bi cum i eran bòn
Am la sfraig contr’i fitòn,
cum i eran bi cum i eran bòn
Anônimo
La puttana per i poveri
Parleranno i giornali e le gazzette
d’una mia famosissima invenzione
che a scorno della fica e delle tette
trïonfante sen viene dall’agone.
Metter si può infra le cose elette
atte a soddisfar sì quelle persone
che odian sempre le donne maledette…
Ma alfin, di che si tratta? D’un popone!
Ci ho fatto un buco, e poi l’ho riscaldato,
indi v’ho posto il cazzo, ed assicuro
che fottendo un gran gusto ho lì provato.
Dopo l’ho aperto, e con del vino puro
ho fatto colazione a buon mercato,
talché le potte umane più non curo.
d’una mia famosissima invenzione
che a scorno della fica e delle tette
trïonfante sen viene dall’agone.
Metter si può infra le cose elette
atte a soddisfar sì quelle persone
che odian sempre le donne maledette…
Ma alfin, di che si tratta? D’un popone!
Ci ho fatto un buco, e poi l’ho riscaldato,
indi v’ho posto il cazzo, ed assicuro
che fottendo un gran gusto ho lì provato.
Dopo l’ho aperto, e con del vino puro
ho fatto colazione a buon mercato,
talché le potte umane più non curo.
Anônimo
Le pute de San Lunardo
Le pute de San Lunardo
g’ha le gambe de bombàso
e quando che le camina
le se ghe storse le se ghe inchina.
La la la…
E quéle de Rialto
le va in giro col taco alto,
le se volta par de drìo,
vede quel béco de so marìo.
La la la…
E quéle de la Bràgola
le g’ha l’oro che ghe bàgola,
le g’ha i còtoli ricamài;
i marineri ghe li g’ha pagài.
La la la…
E quéle de San Lìo
le va in leto sensa marìo,
le fa fiòi alegramente:
so marìo no ghe dise niente.
La la la…
E quéle de San Marcuòra
le g’ha l’abito che ghe svola,
le g’ha el còtolo de saco,
camisa al culo no ghe ne cato.
La la la…
E quéle de qua drìo
loro le porta la bustina
larga abasso e streta in cima
perché peti no ghe ne g’ha.
La la la…
E feghe la nìo-nana,
con quatro bachete se bate la lana
e con tre se bate la séa,
viva le pute de Sant’Andrea!
La la la…
g’ha le gambe de bombàso
e quando che le camina
le se ghe storse le se ghe inchina.
La la la…
E quéle de Rialto
le va in giro col taco alto,
le se volta par de drìo,
vede quel béco de so marìo.
La la la…
E quéle de la Bràgola
le g’ha l’oro che ghe bàgola,
le g’ha i còtoli ricamài;
i marineri ghe li g’ha pagài.
La la la…
E quéle de San Lìo
le va in leto sensa marìo,
le fa fiòi alegramente:
so marìo no ghe dise niente.
La la la…
E quéle de San Marcuòra
le g’ha l’abito che ghe svola,
le g’ha el còtolo de saco,
camisa al culo no ghe ne cato.
La la la…
E quéle de qua drìo
loro le porta la bustina
larga abasso e streta in cima
perché peti no ghe ne g’ha.
La la la…
E feghe la nìo-nana,
con quatro bachete se bate la lana
e con tre se bate la séa,
viva le pute de Sant’Andrea!
La la la…
Anônimo
Musarum invocatio
Rica putanarum notissima tuque Roseta
Unica vacarum multo bertone superba
Tu Franceschina quidem semper colante potifa
Tu quoque Marieta nunquam satiata futiri
Vos quae albarellis vos quae ad vignale sedetis
Huc bordellorum vache: poteque venite
Que juristarum dignissima numina sitis
Vos mihi cantanti largis favete potifis.
Unica vacarum multo bertone superba
Tu Franceschina quidem semper colante potifa
Tu quoque Marieta nunquam satiata futiri
Vos quae albarellis vos quae ad vignale sedetis
Huc bordellorum vache: poteque venite
Que juristarum dignissima numina sitis
Vos mihi cantanti largis favete potifis.
Anônimo
Pajono i cazzi
Pajono i cazzi gente inetta e stupida
quando stan colchi, e sonnacchiosi dormono;
ma allora che si svegliano e che si rizzano
son più superbi che non è Lucifero.
Senza rispetto entrar per tutto vogliono,
e ch’ai capricci lor tutti si pieghino;
e quando si resiste, entrano in furia,
e gli opponenti atterrano ed infilzano:
ma d’altra parte non mancan di meriti,
che, per venire ai fini che presumono,
abbondano di spiriti e giudizio,
ed han cervello in testa di superfluo,
tanto che spesso per la bocca il versano.
Sono ancor molto entranti, e s’introducono
facilmente per tutto; son pieghevoli,
svelti di corpo, di figura amabile,
e di maniera tal che lor presenzia
è grata agli occhi: le man gli accarezzano,
il nome lor all’orecchie è gradevole,
li lodano le bocche, e spesso baciano:
a i culi più ritrosi non dispiacciono,
ma delle potte son gli amori e gl’idoli;
talché gonfiati delle proprie glorie,
non ben contenti della stima pubblica,
di dominar su gli altri anco aspirarono.
quando stan colchi, e sonnacchiosi dormono;
ma allora che si svegliano e che si rizzano
son più superbi che non è Lucifero.
Senza rispetto entrar per tutto vogliono,
e ch’ai capricci lor tutti si pieghino;
e quando si resiste, entrano in furia,
e gli opponenti atterrano ed infilzano:
ma d’altra parte non mancan di meriti,
che, per venire ai fini che presumono,
abbondano di spiriti e giudizio,
ed han cervello in testa di superfluo,
tanto che spesso per la bocca il versano.
Sono ancor molto entranti, e s’introducono
facilmente per tutto; son pieghevoli,
svelti di corpo, di figura amabile,
e di maniera tal che lor presenzia
è grata agli occhi: le man gli accarezzano,
il nome lor all’orecchie è gradevole,
li lodano le bocche, e spesso baciano:
a i culi più ritrosi non dispiacciono,
ma delle potte son gli amori e gl’idoli;
talché gonfiati delle proprie glorie,
non ben contenti della stima pubblica,
di dominar su gli altri anco aspirarono.
Anônimo
Proverbi de femene
Le done à solazo far corne a lo marido;
de questa orda befa. .spésora me ’nde rido.
S’un spend e l’autro gaude non è bono partido:
4 eu cognosc’ asai beci c’à lo corno florido.
*
Molti vici à la femena qge li omini confonde,
con qual’ li rad e tonde,
senza rasor e forfese
con soi losenghe e planti e con soi male gronde,
4 ke volze l’ cor a li omini com fai lo mar le onde.
Savi’ omo con lo freno destrenze lo cavalo
quest’ è ver senza falo,
‘ e menalo là o’ vole,
e l’orso com manace l’om fai andar en balo;
8 mai zamai per pregàntego no fai del negro gialo.
La femna n° poi destrenzere né per ben né per male:
ge tu li saipi fare,
per los né per manace
e se tu la castighe de lo mal qg’ela fase,
se t’amerà da sera, no farà da domane.
La onza è una bestia mala e perigolosa:
cercare pòi lo segolo,
no trovi pezor cosa;
d’ognunca criatura este contrariosa,
no’n faria una mestega quanti en terra posa.
La femena è contraria d’ogno castigamento,
*
pessima et orgoiosa e de forte talento:
anci poris-tu volzere rea ploza o forte vento
ke femena trazési de lo so plaquimento.
Lo basalisco en li ogli sì porta lo veneno:
col vardar alcì li omini, de questo non è meno.
E l’oclo de la femena è de luxuria pleno:
vardando l’om, confondelo e ’l secca como feno.
vero dico, no pecco:
Questo g’eu ora contove
li ogli de la femena del demonio è spleco;
no trove hom si santisemo, né latino ni greco,
se speso entro vardàse,
dq’elo no faza fleco.
Al mondo no è gata sì magra malfadata,
*
se man per doso meneli,
no stea coda levata;
sempre torna en amore la fiera torpizata,
da gaudio maula e frégase:
zo è causa provata.
AI mondo mè vetrana
sì savia né sì paza
se de lizaria dizili, ge ’legra no se farai
destèndese e muzola
como can ge va en caza
i
recordase d’avanti de la soa mala traza.
Tanto è strabelisema la bestia panthera,
a lie’ cor’ ogna bestia, per vederla, vontera:
et el’ è tanto pessima e de forte mainera,
quela ge plui l’aprosema, mestier è g’ela piera.
Femena con beleze ge no è naturale,
aucì l’om e confondelo
ge la va per vardare:
quando l’omo plui sieguela, plui lo fai desviare,
l’anema li fai perdere e lo corpo penare.
De l’afar de le femene veritate diraio:
de Satanàs è spleco lo so clero visaio;
li ocli ler, vardandone, de flama zeta raio
ch’a li omini cambia lo sen e lo coraio.
E que val a mant’omini
di e note penare,
combater e ferire, là o’ ig no pò forfare?
Fol è gi prende prova
ge a fin no pò trare,
e cui cre’ stancar porta
per ensir et entrare.
Lo gloto a la taverna molto ne va corendo;
la dona tavernara recevelo ridendo;
là o’ zase mal e mendo,
mai quel è un tal verso
per lo qual lo glotone se’n va’ l’ensir torcendo.
Nui’ omo s’asegure né’n femena s’enfia,
tanto ben no l’acoia né l’abraze ni ria,
k’ele à lo costume de porta ge no cria;
tal ge m’entrà riendo qe planze a l’ensia.
Eh Dieu, per quale causa l’omo la femen’ ama?
Ki bene perpensaselo, perdria ’nde la brama.
Homo amor apelalo, così sona la fama;
ma quili ge conoselo, altramentre lo clama.
Uguccione da Lodi
de questa orda befa. .spésora me ’nde rido.
S’un spend e l’autro gaude non è bono partido:
4 eu cognosc’ asai beci c’à lo corno florido.
*
Molti vici à la femena qge li omini confonde,
con qual’ li rad e tonde,
senza rasor e forfese
con soi losenghe e planti e con soi male gronde,
4 ke volze l’ cor a li omini com fai lo mar le onde.
Savi’ omo con lo freno destrenze lo cavalo
quest’ è ver senza falo,
‘ e menalo là o’ vole,
e l’orso com manace l’om fai andar en balo;
8 mai zamai per pregàntego no fai del negro gialo.
La femna n° poi destrenzere né per ben né per male:
ge tu li saipi fare,
per los né per manace
e se tu la castighe de lo mal qg’ela fase,
se t’amerà da sera, no farà da domane.
La onza è una bestia mala e perigolosa:
cercare pòi lo segolo,
no trovi pezor cosa;
d’ognunca criatura este contrariosa,
no’n faria una mestega quanti en terra posa.
La femena è contraria d’ogno castigamento,
*
pessima et orgoiosa e de forte talento:
anci poris-tu volzere rea ploza o forte vento
ke femena trazési de lo so plaquimento.
Lo basalisco en li ogli sì porta lo veneno:
col vardar alcì li omini, de questo non è meno.
E l’oclo de la femena è de luxuria pleno:
vardando l’om, confondelo e ’l secca como feno.
vero dico, no pecco:
Questo g’eu ora contove
li ogli de la femena del demonio è spleco;
no trove hom si santisemo, né latino ni greco,
se speso entro vardàse,
dq’elo no faza fleco.
Al mondo no è gata sì magra malfadata,
*
se man per doso meneli,
no stea coda levata;
sempre torna en amore la fiera torpizata,
da gaudio maula e frégase:
zo è causa provata.
AI mondo mè vetrana
sì savia né sì paza
se de lizaria dizili, ge ’legra no se farai
destèndese e muzola
como can ge va en caza
i
recordase d’avanti de la soa mala traza.
Tanto è strabelisema la bestia panthera,
a lie’ cor’ ogna bestia, per vederla, vontera:
et el’ è tanto pessima e de forte mainera,
quela ge plui l’aprosema, mestier è g’ela piera.
Femena con beleze ge no è naturale,
aucì l’om e confondelo
ge la va per vardare:
quando l’omo plui sieguela, plui lo fai desviare,
l’anema li fai perdere e lo corpo penare.
De l’afar de le femene veritate diraio:
de Satanàs è spleco lo so clero visaio;
li ocli ler, vardandone, de flama zeta raio
ch’a li omini cambia lo sen e lo coraio.
E que val a mant’omini
di e note penare,
combater e ferire, là o’ ig no pò forfare?
Fol è gi prende prova
ge a fin no pò trare,
e cui cre’ stancar porta
per ensir et entrare.
Lo gloto a la taverna molto ne va corendo;
la dona tavernara recevelo ridendo;
là o’ zase mal e mendo,
mai quel è un tal verso
per lo qual lo glotone se’n va’ l’ensir torcendo.
Nui’ omo s’asegure né’n femena s’enfia,
tanto ben no l’acoia né l’abraze ni ria,
k’ele à lo costume de porta ge no cria;
tal ge m’entrà riendo qe planze a l’ensia.
Eh Dieu, per quale causa l’omo la femen’ ama?
Ki bene perpensaselo, perdria ’nde la brama.
Homo amor apelalo, così sona la fama;
ma quili ge conoselo, altramentre lo clama.
Uguccione da Lodi
Anônimo
Salv’a lo Vescovo senato
Salv'a lo Vescovo senato,
lo mellior c'umque sia nato,
ke da l'ora fue sagrato
tutt'allumina 'l cericato!
Né fisolaco né Cato
non fue sì ringratiato.
El Papa il [ . . ]
per suo drudo più privato.
Suo gentile vescovato
ben è cresciuto e melliorato.
L'apostolico romano
k [ . . ] Laterano
san Benedetto e San Germano
'l destinoe d'esser sovrano
de tutto regno cristiano.
Peroe vene da Lornano:
del Paradis dilitiano.
Ça nonfue questo villano:
da c'el mondo fue pagano
non ci so tal marchisciano.
Se mi dà caval balçano,
monstreroll'al bon Galgano,
al Vescovo volterrano
cui bendicente bascio lamano.
Le Vescovo Grimaldesco
cento cavalier'a [desco],
d'in un tempo non ll'i[n]rescono,
ançi plaçono et abbeliscono.
Né latino né tedesco
né lombardo né francesco
suo mellior te non vestisco:
tant' è di bontade fresco!
A·llui ne vo [ . . ]aresco:
corridor caval pultresco:
li arcador ne vann'a tresco.
Di paura sbagutesco.
Rispos'e disse latinesco:
«Sten'et tietti nutiaresco»
Di lui bendicer non finisco
mentr'en questo mondo tresco.
lo mellior c'umque sia nato,
ke da l'ora fue sagrato
tutt'allumina 'l cericato!
Né fisolaco né Cato
non fue sì ringratiato.
El Papa il [ . . ]
per suo drudo più privato.
Suo gentile vescovato
ben è cresciuto e melliorato.
L'apostolico romano
k [ . . ] Laterano
san Benedetto e San Germano
'l destinoe d'esser sovrano
de tutto regno cristiano.
Peroe vene da Lornano:
del Paradis dilitiano.
Ça nonfue questo villano:
da c'el mondo fue pagano
non ci so tal marchisciano.
Se mi dà caval balçano,
monstreroll'al bon Galgano,
al Vescovo volterrano
cui bendicente bascio lamano.
Le Vescovo Grimaldesco
cento cavalier'a [desco],
d'in un tempo non ll'i[n]rescono,
ançi plaçono et abbeliscono.
Né latino né tedesco
né lombardo né francesco
suo mellior te non vestisco:
tant' è di bontade fresco!
A·llui ne vo [ . . ]aresco:
corridor caval pultresco:
li arcador ne vann'a tresco.
Di paura sbagutesco.
Rispos'e disse latinesco:
«Sten'et tietti nutiaresco»
Di lui bendicer non finisco
mentr'en questo mondo tresco.
Anônimo
Spazzacamino
Su e giù per le contrade
di qua e di là si sente
’na voce allegramente:
«l’è rivà el spazzacamin».
Su e giù per le contrade
di qua e di là si sente
’na voce allegramente:
«l’è rivà el spazzacamin».
S’affaccia alla finestra
’na bionda signorina
con voce graziosina
chiama lo spazzacamin.
Prima lo fa entrare
e poi lo fa sedere
gli fa spazzare il buco
il buco del camin.
«È quel che mi rincresce,
mio caro giovinetto
il mio camin l’è stretto
come farai a passar?!»
«Non dubiti signora,
son vecchio del mestiere,
so fare il mio dovere
su e giù per i camin!»
E dopo nove mesi
è nato un bel bambino
che somigliava tutto
allo spazzacamin.
E dopo nove mesi
è nato un bel bambino
che somigliava tutto
allo spazzacamin.
di qua e di là si sente
’na voce allegramente:
«l’è rivà el spazzacamin».
Su e giù per le contrade
di qua e di là si sente
’na voce allegramente:
«l’è rivà el spazzacamin».
S’affaccia alla finestra
’na bionda signorina
con voce graziosina
chiama lo spazzacamin.
Prima lo fa entrare
e poi lo fa sedere
gli fa spazzare il buco
il buco del camin.
«È quel che mi rincresce,
mio caro giovinetto
il mio camin l’è stretto
come farai a passar?!»
«Non dubiti signora,
son vecchio del mestiere,
so fare il mio dovere
su e giù per i camin!»
E dopo nove mesi
è nato un bel bambino
che somigliava tutto
allo spazzacamin.
E dopo nove mesi
è nato un bel bambino
che somigliava tutto
allo spazzacamin.
Anônimo
Tutta la notte
Tutta la notte fichi fichi fichi,
che mai postu far altro che ficare.
Sempre a l’orecchie cichi cichi cichi,
cigatta nata sol per cigalare.
E sempre al collo me te apichi apichi,
picaglia maledetta d’apicare.
E sempre basi basi e lichi lichi,
che postu al fondo il calderon licare.
Vói che te dica: «Non mi dar mattana,
che sei importuno e sei persona strana?
E che mi giova tanto de basare,
se per vecchiezza non ti pòi drizzare?»
che mai postu far altro che ficare.
Sempre a l’orecchie cichi cichi cichi,
cigatta nata sol per cigalare.
E sempre al collo me te apichi apichi,
picaglia maledetta d’apicare.
E sempre basi basi e lichi lichi,
che postu al fondo il calderon licare.
Vói che te dica: «Non mi dar mattana,
che sei importuno e sei persona strana?
E che mi giova tanto de basare,
se per vecchiezza non ti pòi drizzare?»
Anton Francesco Grazzini
La cortigiana e il giurista
La Milla è fatta come il Calefato,
ella fra le puttane, ei fra i dottori;
e per dare a ciascun debiti onori
lei sia fottuta, e lui sia buggerato.
Tra più nuovi bordelli ella ha trovato
nuove foie, nuove arti e nuovi amori,
ed ei con nuovi titoli e splendori
ha colle leggi gli uomini ammorbato.
Ella co i finti sguardi i cuori invola,
e dove è più quattrin, gli occhi sfavilla;
oh fra l’altre puttane unica e sola!;
egli nelle miserie si distilla:
per unir dunque il bordello e la scuola,
sposisi il Calefato colla Milla.
ella fra le puttane, ei fra i dottori;
e per dare a ciascun debiti onori
lei sia fottuta, e lui sia buggerato.
Tra più nuovi bordelli ella ha trovato
nuove foie, nuove arti e nuovi amori,
ed ei con nuovi titoli e splendori
ha colle leggi gli uomini ammorbato.
Ella co i finti sguardi i cuori invola,
e dove è più quattrin, gli occhi sfavilla;
oh fra l’altre puttane unica e sola!;
egli nelle miserie si distilla:
per unir dunque il bordello e la scuola,
sposisi il Calefato colla Milla.
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