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Poesie di questo tema

Umorismo e ironia

Anton Francesco Grazzini

Anton Francesco Grazzini

Qual più diversa e nuova

Qual più diversa e nuova
fu mai disgrazia in qualche stranio clima,
quella, se ben si stima,
più mi rassembra; a tal son giunto, oh Dio!,
che ’l viril membro mio
non sento più fra le gambe a far prova
di quel che più ne giova;
poi che l’iniquo veramente e rio,
scostumato e scortese
tiranno malfranzese
me n’ha privato totalmente; ond’io
vo per tutto gridando come pazzo:
«Ohimè!, ohimè!, ohimè!, dov’è il mio cazzo?»

Più caro assai che ’l naso
l’avea, più che la barba e più che ’l mento,
e di lui più contento
prendeva assai che degli occhi e de’ denti;
né dei piedi altrimenti,
delle mani e del cul fatto arei caso,
senza sendo rimaso,
lasso!, come di lui, che dalle genti
mi facea riverire:
or non mi puon patire
uomini e donne, e ’nfino i miei parenti
dicono, ohimè!, ch’io non vaglio una frulla,
per che chi non ha pinco, non ha nulla.

Già mi ricorda, ahi lasso!,
quand’era ancor, si può dire, un bambino,
sentir piacer divino
di toccarlo e tener sovente in mano,
stropicciandol pian piano,
tanto ch’alfin gli alzava il capo basso:
allor per dolce spasso
lo rimirava con sembiante umano,
tal che mia madre ardita
mi dette in su le dita
più di mille scopate e mille invano,
ché sempre mi teneva le man sotto,
sì mi pareva il giuoco bello e ghiotto.

Ma di poi che crescendo
venne alla terza sua fiorita etade,
leggiadria né beltade
tanta non vide giamai, credo, il sole;
cotal che ciancie e fole
eran tutt’altre gioie rispetto avendo
a quelle, che traendo,
venia da lui meravigliose e sole:
or ne son privo insieme
colle dolcezze estreme;
pensi dunque ciascun quanto mi duole;
ma nel pisciar raddoppian poi l’angosce,
facendomi le gore in su le cosce.

Deh!, quant’ebbi io diletto!,
quanto piacere ebb’io la prima volta,
che con prestezza molta
lo vidi enfiando diventar maggiore!
E’ mi brillava il cuore,
toccandol or levato ed or nel letto;
ma quel fu ben dispetto
e duol, quando due bolle traditore
voltaro i risi in pianti
e i medici furfanti
tanto me lo impiastrar dentro e di fuore,
che lo fecer tornar livido e mezzo,
infin che poi cascommi a pezzo a pezzo.

Colui che pianse morta
la sua civetta leggiadretta e scaltra,
trovar ne potea un’altra;
e così quei che la sua destra e snella
perdé gatta sì bella:
ma, lasso me!, la mia speranza ha morta
quella maligna e torta,
empia, nimica mia fatale stella;
tal che mai non potrei
trovar quel ch’io vorrei
per oro, per cittadi, o per castella;
onde sempre n’andrò traendo guai,
poi che le membra non rinascon mai.

Color ben puon dolersi
cui fé la malattia rattratti, o biechi,
o da un occhio ciechi,
mutoli, sordi, scrignuti, o sciancati;
pur sono avventurati
rispetto a me, poi che posson vedersi
colui, che gl’Indi e i Persi
fece e gli imperadori e i Mecenati:
col qual ponno impregnare
le mogli, e poi lasciare
altri lor dopo lor nel mondo nati:
così perpetuar possonsi appieno,
se non in sé, nella sua spezie almeno.

Vantar già mi potea
D’avere il più fidato e ’l più sicuro,
il più forte e ’l più duro
cazzon, che fusse mai sotto la luna:
però che all’aria bruna
ed alla chiara, sempre ch’io volea,
levar ritto il facea
senza dar baci o fregagione alcuna:
e non gli era fatica
sfamare ogni gran fica:
or come vuol il cielo e la fortuna,
per che mia vita sia ben trista e grama,
l’ho perduto ad un tratto colla dama.

Crudel chi tanto fia
che non aggia pietà della mia doglia?
Io tremo come foglia,
quando del caso orribil mi ricordo:
da l’ora in qua balordo
son stato sempre e starò tuttavia:
sollazzo e giulleria
m’era egli in questo mondo ladro e lordo;
or m’ha condotto a tale,
ch’io vorrei per men male
la morte, che mi fesse cieco e sordo,
e mi cavasse ormai di tanta noia,
poi che far non lo può ‘l duol e la foia.

Dove tu vai, canzon, piangendo grida:
il mio signore è giunto a sì rea sorte,
che gli spiace egualmente e vita e morte.
Carlo Porta

Carlo Porta

La nomina del cappellan

Alla Marchesa Paola Cangiasa,
vuna di primm damazz de Lombardia,
gh’era mort don Gliceri, el pret de casa,
in grazia d’ona peripneumonia
che la gh’ha faa quistà in del sforaggiass
a mennagh sul mezz dì la Lilla a spass.

L’eva la Lilla ona cagna maltesa
tutta goss, tutta pel e tutta lard,
e in cà Cangiasa, dopo la Marchesa,
l’eva la bestia de maggior riguard,
de moeud che guaja al ciel falla sguagnì,
guaja sbeffalla, guaja a dagh del tì.

El l’ha savuda el pover don Galdin,
che in de la truscia de l’elevazion
avendegh inscì in fall schisciaa el covin
gh’è toccaa lì a l’altar del pret cojon,
e el sò bon tibi, appenna in sacrestia,
de mett giò la pianeda e trottà via.

In mezz a questa appenna don Gliceri
l’ha comenzaa a giugà a l’amora el fiaa,
è cors da tutt i part on diavoleri
de reverendi di busecch schisciaa
per vede de ottegnì la bona sort
de slargaj foeura in loeugh e stat del mort.

Chè infin di fin, se in cà de donna Pavola
no gh’era per i pret on gran rispett,
almanca gh’era on fioretton de tavola
de fà sarà sù on oeucc su sto difett
minga domá a on gallupp de on cappellan,
ma a paricc di teologh de Milan.

Gh’era de gionta la soa brava messa
a trenta borr, senza manutenzion,
allogg in cà, lavandaria, soppressa,
ciccolatt, acqua sporca a colazion,
bona campagna, palpiroeu a Natal,
sicché, se corren, cazz, l’è natural!

Ma la Marchesa che no la voreva
seccass la scuffia con la furugada
l’ha faa savè a tucc quij che concorreva
che dovessen vegnì la tal giornada,
che dopo avej veduu e parlaa con tutt
l’avria poi fatt ciò che le foss piacciutt.

Ecco che riva intant la gran mattina,
ecco el palazz tutt quant in moviment,
pret in cort, pret suj scal, pret in cusina,
pienn i anticamer de l’appartament,
gh’è i pret di feud, el gh’è i Còrs, gh’è i nost,
par on vol de scorbatt che vaga a post.

El gran rembomb di vòlt, el cattabuj
de la mormorazion che ghe fan sott,
el strusament di pee, di ferr de muj
che gh’han sott ai sciavatt quij sacerdott,
fan tutt insemma on ghett, on sbragalismo,
ch’el par che coppen el Romanticismo.

Baja la Lilla, baja la Marchesa
tutt e dò dessedaa del gran baccan;
i pret che hin solit a sbraggià anca in gesa
ghe la dan dent senza rispett uman,
quand on camerleccaj dolz come on ors
el corr a strozzagh lì tucc i discors.

Semm in piazza, per Dio, o indove semm?
Sangue de dì, che discrezion l’è questa!
Alto là, citto: quij duu in fond... andemm...
Domenico Luigi Batacchi

Domenico Luigi Batacchi

Da L’albero delle pere

L’orto di queste Madri reverende
che alle leggi ubbidian del gran Gusmano,
lungo l’orto dei frati si distende
che son dell’Ordin pur domenicano;
di due essere un sol orto si vide
un giorno, or basso muro lo divide.

Su questo muro, che gli stava a fronte,
vedea Ventura un non so che, che al piano
rotolava qual sasso giù pel monte,
e quindi un altro, ed altri a mano a mano,
senza poter capire o molto o poco qual fosse,
o come finirìa tal giuoco.

Li credeva sicari destinati
a punirlo del furto delle pere;
ma vide ch’eran reverendi frati,
al color delle vesti e bianche e nere,
tosto che con più cura il guardo tese,
e qualcun d’essi a lui vicin si rese.

Dall’altra parte si sentì scrosciare
lievemente la porta del giardino,
ed ecco vide ad una ad una entrare
chetamente le suore. Un lumicino
ciascuna d’esse nella mano porta,
che smorza sull’uscire della porta.

Come ci offre il San Carlo in sulla scena
danzatrici e danzanti in confusione,
che in regolate coppie indi rimena
del ballo l’esattissima ragione,
ed ogni coppia poscia insieme unita
colà sen va dove il desìo l’invita;

così rimira il ciabattino nostro,
a mano a man che quelle reverende
madri pongono il pie’ fuori del chiostro,
ch’ogni frate una monaca si prende,
e in bassa voce discorrendo seco,
si dilegua per l’aere oscuro e cieco.

Una di queste coppie innamorate
venne a posarsi appunto appresso al pero,
e sedendo sull’erbe dilicate,
dei loro amori a favellar si diero,
e, dopo mille abbracci e mille baci,
e molto esagerar fiamme veraci,

mise il frate briccon sotto la vesta
la sacrilega mano a quella suora,
dicendo: «Madre mia, che cosa è questa,
che al tatto si commuove e si accalora?»
E quella semplicetta monachella
gli rispondea ridendo in tal favella:

«Padre, per quel ch’io so, per quel che disse
a me, in segreto, un certo galantuomo,
e di non dirlo ad altri mi prescrisse,
questa… sappiate… che si chiama il Duomo».
«Il duomo! il duomo! ed io tengo, al contrario»,
replicò il frate, «Monsignor Vicario.»

«Che! Monsignor Vicario!» prestamente
la suora soggiungea, «con voi l’avete?»
E il frate a lei: «Con me sicuramente,
e quante volte poi non lo credete,
io posso in ogni loco e a tutte l’ore
farvi toccar con mano il Monsignore».

Così dicendo alzò la sacra tonaca,
slacciò la cinta con destrezza e pratica,
e pose in mano alla sorpresa monaca
certo tal ch’era contro la prammatica.
«Io non soglio mentir, ecco, vedetelo»,
soggiunse poi, «palpatelo e stringetelo.»

Quando la monachella in pugno prese
quel magico e gradito Monsignore,
scorrer da vena in vena un fuoco intese,
che al core accrebbe il natural calore:
lo strinse, e accompagnò ciascuna stretta
con sospiri esalati in fretta in fretta.

Il frate intanto, come detta l’arte,
in ozio non tenea già le sue dita.
ma giva tasteggiando in quella parte
ove natura ai suoi diletti invita,
ove d’esperto giovane la mano
se a toccar giunge, mai non tocca invano.

Dopo un grato alternar di sospiretti
e di smanie inquiete ed affannose,
che facean fede quanto i loro petti
di calde fiamme ardean lussuriose,
fu primo il frate, che la voce sciolse
e lo scaltro suo dir così ravvolse:

«Povero Monsignor… Sembra che sia
stanco di star così… Non mi capite?
Vorrebbe entrare in Duomo, anima mia.
Ce lo vogliamo far entrar? Che dite?»
La monachella a capo chino udì,
languidamente, poi rispose: «Sì».

«Quand’entra in Duomo Monsignor Vicario
le campane si suonano a martello!»
Così gridò senza frappor divario
Ventura, ed ogni appeso campanello,
scuotendo il tronco, fece tintinnare;
poi nel cespuglio si tornò a celare.

Quel suono, quella voce, un incredibile
spavento pose fra gli amanti teneri,
e fu creduto il Diavol, che visibile
punir volesse i drudi e l’empie Veneri,
o fosse almeno, parve a ognun probabile,
un avviso di Dio chiaro e palpabile.

Le impudiche perciò tresche cessate,
ciascun se ne fuggia rapidamente,
qua si vedea tutto atterrito un frate,
là aggirarsi una monaca piangente,
e in mezzo a la comune confusione
non trovarono via, né direzione.

Intanto l’ortolan coi figli, inteso
dei campanelli il tintinnar gagliardo,
un pesante bastone aveano preso,
e ad usarlo venian, senza riguardo,
ed a quei che fuggian correndo addosso,
fioccavan bastonate a più non posso.

Avean bel dire: «Io sono la Priora,
io la Maestra, ed io la Sagrestana!»
Dall’altra parte: «Non vedete ancòra
ch’io sono il Confessor, gente villana?
Io l’Economo, ed io il Sottopriore;
ed io della provincia il Superiore!»

ché quei villani, mezzo sonnolenti,
non dànno fede a simili parole,
e addoppian colpi ognor più violenti.
Chi cade, chi sen fugge, e chi si duole,
e tal timore panico li prende,
che niuno da quei legni si difende.
Domenico Tempio

Domenico Tempio

Il padre Siccia

Licenza
Giovani, udite, udite voi, che avete
spelato il mento, e il deretano immondo,
bello e polputo ancor; del grand’esempio
che Pipuzzo vi dona uso migliore
fatene a vostro pro; le celle impure
dei monaci fuggite, come appunto
semplicetta colomba,
o timido coniglio
del nibbio rapitor fugge l’artiglio.
Chi si fida di lor tardi si avvede
del vischio ingannatore; caduto,
uscir mai ne potrà, se pria squarciate
dal fiero monacal minchion di mulo
non sian le crespe al verginal suo culo.
Né solamente questa
regna nel petto lor libidinosa
propostera virtù; vili ed ingrati,
disonesti e villani,
perfidi ed impostori
ed empii sono rapitor d’onori.
E tu, giovane altero,
corresti il mar turbato, e sai per prova
quanto la ria tempesta,
la furia monacal ti fu funesta.
Dalla superbia tua
ti lasciasti guidar; meglio ti parve
seguir l’infame e indegno
consorzio monacal, che dei tuo’ pari.
Or se trovasti il peggio
attendi, amico, a risanarti il seggio.
Dimmi che far pretendi
nel ricondurti il bianco
monaco indegno al fianco
stretto vicino a te?
Forse perché l’hai in credito
ch’ei fosse un gran teologo?
Vedesti già qual sia
la sua teologia;
ei ti condusse a Sodoma,
e ti spiegò il perché.
Forse perché disprezzi
il ceto a te simile?
E nella tua superbia
non vedi, ch’uom più vile
del monaco non vi è?
Dunque perché ciò fai?
Non vedo altra ragione
o perché sei un fanatico
o perché sei un minchione,
o perché vuoi che gli uomini
ridessero di te.

Padre Siccia e Pipuzzo

Sic. Sentimi…

Pip. A questo prezzo
ascoltarvi non posso.

Sic. Io ti scongiuro
per quel ch’hai di più caro, anima mia,
compiacimi.

Pip. Di che?

Sic. Che tu m’ascolti,
che mi lasci parlar; sì, questo almeno
concedimi, e dipoi
dimmi, libero sei, quel che mi voi.

Pip. Lo permetto, ma prima
aprasi quella porta.

Sic. E l’esser chiusa
qual’ombra ti darà?

Pip. Camera è questa
di monaco; noi soli,
voi frate, io giovinetto,
e non volete che mi dia sospetto?

Sic. Quanto sei scrupoloso! Io non approvo
cotanta austerità.

Pip. Sensi son questi, che voi, saggio Maestro,
m’insegnaste finor.

Sic. Sì, lo confesso,
ma usarli ancor con me, quest’è un eccesso..
Orsù, siedi per poco,
ed attento mi ascolta. Ah! perché mai
t’arrossisci nel viso,
e stupito mi guardi? Hai tu si puoche
prove di me, che dir ti possa mai
cose di tuo spiacer? Sentimi, e quieta
il commosso tuo spirto, e lieto attendi
a quanto io ti dirò… Dimmi (ti è noto,
negar nol puoi) se ti ricordi… Ah parmi
ieri, e pur son tre lustri!
quando su queste braccia
mi crescesti bambin?

Pip. Tutto rammento,
e mi sembra pur oggi; sugl’occhi ho ancora
quanti teneri baci
m’imprimeste sul viso
con quei tumidi labbri, ed ogni bacio
rammento ancor, ch’era sì lungo e greve
ch’io mi sentiva il fiato
dai polmoni tirar; rammento ancora
le carezze, e la mano
che in braccio mi tenea, sempre del culo
le natiche a palpar…

Sic. Ah per la gioia
mi sento morir! Godo che tutto
rammenti a parte a parte.

Pip. E ben, per questo?

Sic. Sentimi, figlio, e lascia dirmi il resto.
Già ti rammenti adunque
quai principii ha il mio amor: sin dalle fasce
conobbi ed ammirai
queste belle sembianze. E forse errai?
(lo accarezza)

Pip. Ma, padre mio, che giova
ridirlo, se lo so?

Sic. Scrupoli? Addio, (s’alza)
non parlo più. Così finir la lite
dovea, io lo previdi.

Pip. E via, seguite.

Sic. Crescesti e così fino, (siede)
così amabile e grato,
ch’io, se lo vuoi saper, sera e mattino
avea tentazion per quel tondino;
e ottener lo potea; tanta in quel tempo
sopra il tuo cor d’autorità tenea.
Ma la tua nol permise
tenera età, ma che potea allora
se fraschettino insano
di latte ti fetea la bocca e l’ano?
Or mentre in questo stato
tempo aspetto miglior, ecco a lasciarti
costretto io parto. Ah chi ridirti allora
potrebbe il mio dolor? In queste arrivo
etnee contrade, e qui il soggiorno ho fisso.
Qui chi può dirti quanto
ho sofferto sinor? La rete stendo
su i migliori, e li prendo. Io della preda
contento esulto; non sapea meschino
il nuovo stil di questi
ingrati bardassoni. Al primo aspetto
affabili ed amici
li trovo, me gli accosto, e poi, secondo
il mio costume usato,
m’insinuo a puoco a puoco:
qual son mi svelo, non trovai durezze
anzi proclività: navigo in porto,
dicea fra me. Così la mente io pasco
di future speranze. Ardo frattanto
di libidine ognor; un detto, un cenno
or dubbio ed or palese
dimostro; or colla mano
palpo, accarezzo, insisto: anzi di loro
me ne stuzzica ognun, m’istiga. Allora
replico i colpi, e m’abbandono. Indegni!
Potresti mai supporti
nel vederli sì affabili ed umani,
poi nel miglior scapparmi dalle mani?
Senza profitto adunque
buggiaron mi divulgo, e da per tutto
la garrula fama
ripetendo il mio nome, e nasce a ognuno
di vedermi il prurito,
e son da tutti dimostrato a dito.
Miser, che far potea? Fu mia ventura
l’esser monaco allor, che di lor baie
alzando al teschio toso
la duplice cuculla
chiudea l’orecchie, e non sentiva nulla.
Quindi, escluso da lor, volgo la mente
all’infima plebaglia. Il mio costume,
o la necessità fosse, o il desio,
con poch’esca vi arriva,
e tira ognor dei buoni pesci a riva.
Un frutto, un pomo, un fico, o noce dura
io v’impiegava, ma con molta usura.
Fra cotanta abbondanza
lieto io vivea quasi in mio centro, e il cazzo
altro d’allor non feo
che pascersi ogni dì, di cul plebeo.

Pip. Voi m’avete confusa
la mente, o Padre Siccia,
il pelo a tanto orror già mi s’arriccia.

Sic. Come? T’arriccia il pel? Forse che udisti
draghi, leoni colle fauci orrende
venirti a divorar? Oh se sapessi
ciò che al mondo si fa, ti sembrerebbe
questo ch’or ti spaventa
o niente affatto, o pure
leggerissimo mal. A chi si ruba?
Chi mai s’uccide? A cui
la fama si detrae? Eh via confessa,
persuaditi, o figlio,
regola da più grande il tuo consiglio.

Pip. Terminate il discorso.

Sic. Ecco che visto
o notato vi son. Si sa per tutto
la mia tresca lasciva, e quanto io futto.
Questo fu un nuovo inciampo
per me: che nol sapesse
il mio Provincial temo e pavento.
Né invan; poiché l’udio
da penna monacal: volea ridurmi
in paese lontano. Io, frapponendo
amici e protettor, lo sedo a patto
ch’io non più praticassi
l’usate porcherie (così chiamando
l’innocente piacer). D’allora in poi
mi son vissuto oscuro,
spargendo sempre la midolla al muro.
Ma eccoti gli effetti
del provvido destin, ch’ebbe pietate
di me: venisti tu. Ah così bello!
fuor d’ogni mia speranza,
sorpreso ti mirai, che, allor Pipuzzo,
giunse al mio naso del tuo culo il puzzo.
Queste fur le cagioni
per cui sempre geloso
t’ho guardato finor; come preziosa
gemma ti custodii, ch’altri non voglia
rapirmela di man. D’insidie occulte
t’ho scampato e difeso. Io t’insegnai
come evitar dovessi
dei compagni malvaggi
le pratiche funeste,
e conservarti in queste
illibato il tuo cor, come guardarti
dai lupi frappatori,
i quali tutto giorno
biechi e maligni ti si fanno intorno.
Vedesti il mio gran zel: fuggi, ti ho detto,
fuggi ciascun di lor, Pipuzzo amato,
per farti cibo del mio sol palato.

Pip. A chi? Siete in error.

Sic. Sarebbe questo
per me forse un delitto
di lesa maestà?

Pip. Non lo farei, a costo di morir.

Sic. Codesta ammiro
tua gran severità: ma tu non sai
che maggiormente innamorar mi fai?

Pip. Ed io…

Sic. Che mal vi fosse?

Pip. E ad usar m’indurreste
cotanta oscenità, né arrossireste?

Sic. E che perciò?

Pip. Io nel pensarvi solo
gelo d’orror.

Sic. L’apprensione, o figlio,
ingrandisce gli oggetti, e dove mai
non fur, nascer li fa. Uno sfogo onesto
fra de’ teneri amici
chi mai lo proibì? Siam orsi o lupi
o selvatiche belve?
E pure entro le selve ancor s’annida
genio, amore e piacer, e tu non vuoi,
e ti fa orror perché si trova in noi?

Pip. Se questo è ver, perché l’andare al tondo
vietan le leggi, e lo detesta il mondo?

Sic Sempliciotto che sei, né fino ad ora
ti sei avveduto ancor che in apparenza
si vuol così ma che spiando addentro
frate non troverai, né sacerdote
che al cul non scioglierà supplici note.

Pip. E si pecca sì franco?
È un simil fallo empio, atroce e nefando…

Sic. Oh che follia!
Taci, perché non sai la Teologia.
Questa sì bella usanza
da Sodoma abbruciata
fu sodomia chiamata;
ma perché sia peccato
io non capisco ancor.
Sì: l’adulterio è tale
che sia dal ciel punito.
La fede coniugale
viene a tradirsi allor.
Sta il gran peccato espresso
nell’accoppiarsi insieme
diversità di sesso;
ma se si sparge il seme
tra l’uomo e l’uomo istesso,
che ciò non sia permesso
portami un argomento,
una ragione, ed io
questo cular desio
discaccerò dal cor.

Pip. (Quali scosse son queste
per la coscienza mia! Io a poco a poco
comincio a vacillar.) E ben si voglia
lecito un tale eccesso,
ma una legge poi
ei non si fa per obbligar pur noi?

Sic. Ecco la legge: io già ti ho colto in punto
che non puoi replicar. Dell’amicizia
legge più santa e giusta
forse si dà? Si può trovar nel mondo
vincolo più tenace
della vera amistà? Questa ti astringe,
questa lo vuol, che le dirai?

Pip. Le dico
che non è buggiarone un vero amico.

Sic. E ancora insisti, e ancora
vuoi farmi spasimar? D’onde in te nasce
cotanta crudeltà? Libico serpe
o pur nimeo leone
tua madre ingravidò? O tigre ircana.
Non è gran fatto al fine
se compiaci un amico
che ti serve fedel; che i giorni suoi
sagrifica con te; che per te solo
patria, amici, parenti
non cura, non distingue e non rispetta.
Ho tutti abbandonato
per unirmi con te; l’odio di tutti
per te son divenuto,
ed or… barbaro fato!
che più mi resta? Oimè ! son disperato,
(s’alza)

Pip. Sedete, così presto
voi vi scaldate?

Sic. E forse
non mi scaldo a ragion? Per tutto io servo,
per tutto io vò, si tratta
disfar la vita mia?
Io non la curo, e poi
se un frivolo dimando
ridicolo piacer, tè, padre Siccia,
che l’ottenesti pur! Io per tutt’altro
giovo, assisto, fatico, e sol per questo
dunque son io mal buono?
Dunque così ricompensato io sono?

Pip. Ah!

Sic. Tu sospiri?
Forse di pietà sarà segno
questo tuo sospirar?

Pip. Né di pietate
è segno, né di amor. Il meritato
del ciel supplicio io miro
alla superbia mia, perciò sospiro.
Qual tortorella audace
spiegai tropp’alto il volo
per evitar lo stuolo
degli empii cacciator.
Né vidi il mio periglio
che per volar tant’alto
mi diedi nell’artiglio
del nibio rapitor.

Sic. Che ingratissimi sensi
son questi, o figlio! Dunque il nibio io sono?
Ah! se così mi dici
vuoi trafiggermi il cor. Ah! Se tu fossi
dentro il mio petto per vederlo, ingrato,
come avvampa per te, forse quell’alma
sì rigida e severa
si desteria a pietà.
Qual fallo è il mio,
se tu sei bello, e la bellezza
tua mi abbaglia, mi sorprende,
e ad amarti mi tira?
Son forse delinquente,
se il genio, il mio costume,
la debolezza mia
mi trascinano a te? È mia la colpa
se tu porti nel cul sì bella polpa?
Aggiungi a questo ancor l’innata al culo
mia grande proclività; dei tempi andati
il critico tenor; le ardenti brame
che mi apporta il digiun; l’averne al fianco
la ria tentazion; tu bello, ed io
tutto genio per te, tutto grato e fino,
tu per me tutto amore,
io buggiaron di cuore.
Colla preda alle mani,
col boccon sulle labbra,
con te… Eh via spietato
vuoi ch’io, sia di macigno, un tronco, un marmo
senza carnalità? Saresti, dimmi
inflessibile ancor? Non ti sei reso?
Taci, e mi guardi ancor? (il pesce è preso).
Su su non ti arrestar; brevi momenti
saranno, il tempo, il luogo
cospirano con noi. Siam soli; ah vieni,
vieni, mostrami alfine
l’illibato tuo cul! Che tardi? Eh via
sciogli, sciogliti il laccio, anima mia.
Non ti spaventi, o figlio,
del cazzo il grande artiglio,
ricordati che sei
in man d’un professor.

Pip. Ecco disciolto il laccio,
il cul senz’altro impaccio,
ma sol pavento… Oh Dio!
che affanno, che rossor!

Sic. Calati, o mio bel Nume,
e lascia a questo cazzo
di quel tondino implume
le crespe discrepar.

Pip. Ahi!

Sic. Se cominci adesso…
lascia ch’io l’introduco.

Pip. Se non è questo il buco.

Sic. Ho traveduto è ver.

Pip. Deh più leggiero il moto.

Sic. Il mio mestier mi è noto.

Pip. Mettete, aimè! saliva.

Sic. Zitto, il parlar mi priva…
mi scema il gran piacer.

Pip. Ahi che dolore! Io manco.

Sic. Il cazzo entrò sì franco
e tu ti lagni ancor?

Pip. Ahi…

Sic. Non temere.

Pip. Io moro.

Sic. Lasciami, o mio tesoro,
lasciami cazziar.

Pip. Ah che fatal momento!

Sic. Che dolce e bel contento!

Pip. Che rabbia, o Dei, che noia!

Sic. Ah che piacer, che gioja!

Pip. Affanno più tiranno
io non provai finora.

Sic. Ah di dolcezza ancora
io manco, e di piacer.

Sic. e Pip. Su venite, o Bardassoni,
se volete co’ coglioni
tutto il cazzo in culo aver.
Ernesto Ragazzoni

Ernesto Ragazzoni

L’apoteosi dei culi d’Orta

Culi d’Orta, esultate! O culi avvezzi,
quando mettete a nudo il pensier vostro,
a cercare un asil con tutti i mezzi,
come pudiche monache in un chiostro;
culi costretti ai luoghi ignoti e soli
all’ombra dei deserti muriccioli;

culi che conoscete la puntura,
fra i grigi sassi dell’audace ortica,
onde se avvien che in qualche congiuntura
udiate il passo di persona amica,
e voi, timidi, al pari di lumache
tornate a rimpiattarvi nelle brache;

culi randagi, che un desio ribelle
spinge talora a pitturar sul Monte
i bei pilastri delle pie cappelle;
culi d’Orta, levate alta la fronte!
finito è il tempo più malvagio ed empio:
Orta vi eresse finalmente un tempio.

O che cuccagna, culi miei, che bazza!
Non più i luoghi remoti o il nudo scoglio,
ma la gloria e il trionfo della piazza:
non più gli anditi bui, ma il Campidoglio.
O culi, voi ben lo potete dire
che vi è spuntato il sol dell’avvenire.

Per amor vostro mani premurose,
che d’ogni pianto asciugano le stille,
han tratto fuori da miniere ascose
dei biglietti magnifici da mille,
e, per il buco vostro, con islancio,
ne hanno fatto uno pure nei bilancio!

Lodate dunque, culi d’Orta, i cieli!
Cularelli innocenti degli asili,
immensi tafanari irti di peli,
culi di tutti i sessi e tutti i stili,
ognuno di voi parli in sua favella,
come la pellegrina rondinella.

E ognun colla sua voce naturale,
sospir di flauto, sibilo di fiomba,
sussurro di strumento celestiale
o rauco suono di tartarea tromba,
ognuno, in segno di ringraziamento,
innalzi verso il cielo il suo contento.

E tu paese mio, Orta, che sogni
tra il lago azzurro e la collina verde,
che, provvido a ogni sorta di bisogni,
accogli frati al Monte e in piazza… merde,
esulta, perché il cielo a te propizio
non lasciò mancar nulla all’orifizio.