Poesie di questo tema
Umorismo e ironia
Anton Francesco Grazzini
Qual più diversa e nuova
Qual più diversa e nuova
fu mai disgrazia in qualche stranio clima,
quella, se ben si stima,
più mi rassembra; a tal son giunto, oh Dio!,
che ’l viril membro mio
non sento più fra le gambe a far prova
di quel che più ne giova;
poi che l’iniquo veramente e rio,
scostumato e scortese
tiranno malfranzese
me n’ha privato totalmente; ond’io
vo per tutto gridando come pazzo:
«Ohimè!, ohimè!, ohimè!, dov’è il mio cazzo?»
Più caro assai che ’l naso
l’avea, più che la barba e più che ’l mento,
e di lui più contento
prendeva assai che degli occhi e de’ denti;
né dei piedi altrimenti,
delle mani e del cul fatto arei caso,
senza sendo rimaso,
lasso!, come di lui, che dalle genti
mi facea riverire:
or non mi puon patire
uomini e donne, e ’nfino i miei parenti
dicono, ohimè!, ch’io non vaglio una frulla,
per che chi non ha pinco, non ha nulla.
Già mi ricorda, ahi lasso!,
quand’era ancor, si può dire, un bambino,
sentir piacer divino
di toccarlo e tener sovente in mano,
stropicciandol pian piano,
tanto ch’alfin gli alzava il capo basso:
allor per dolce spasso
lo rimirava con sembiante umano,
tal che mia madre ardita
mi dette in su le dita
più di mille scopate e mille invano,
ché sempre mi teneva le man sotto,
sì mi pareva il giuoco bello e ghiotto.
Ma di poi che crescendo
venne alla terza sua fiorita etade,
leggiadria né beltade
tanta non vide giamai, credo, il sole;
cotal che ciancie e fole
eran tutt’altre gioie rispetto avendo
a quelle, che traendo,
venia da lui meravigliose e sole:
or ne son privo insieme
colle dolcezze estreme;
pensi dunque ciascun quanto mi duole;
ma nel pisciar raddoppian poi l’angosce,
facendomi le gore in su le cosce.
Deh!, quant’ebbi io diletto!,
quanto piacere ebb’io la prima volta,
che con prestezza molta
lo vidi enfiando diventar maggiore!
E’ mi brillava il cuore,
toccandol or levato ed or nel letto;
ma quel fu ben dispetto
e duol, quando due bolle traditore
voltaro i risi in pianti
e i medici furfanti
tanto me lo impiastrar dentro e di fuore,
che lo fecer tornar livido e mezzo,
infin che poi cascommi a pezzo a pezzo.
Colui che pianse morta
la sua civetta leggiadretta e scaltra,
trovar ne potea un’altra;
e così quei che la sua destra e snella
perdé gatta sì bella:
ma, lasso me!, la mia speranza ha morta
quella maligna e torta,
empia, nimica mia fatale stella;
tal che mai non potrei
trovar quel ch’io vorrei
per oro, per cittadi, o per castella;
onde sempre n’andrò traendo guai,
poi che le membra non rinascon mai.
Color ben puon dolersi
cui fé la malattia rattratti, o biechi,
o da un occhio ciechi,
mutoli, sordi, scrignuti, o sciancati;
pur sono avventurati
rispetto a me, poi che posson vedersi
colui, che gl’Indi e i Persi
fece e gli imperadori e i Mecenati:
col qual ponno impregnare
le mogli, e poi lasciare
altri lor dopo lor nel mondo nati:
così perpetuar possonsi appieno,
se non in sé, nella sua spezie almeno.
Vantar già mi potea
D’avere il più fidato e ’l più sicuro,
il più forte e ’l più duro
cazzon, che fusse mai sotto la luna:
però che all’aria bruna
ed alla chiara, sempre ch’io volea,
levar ritto il facea
senza dar baci o fregagione alcuna:
e non gli era fatica
sfamare ogni gran fica:
or come vuol il cielo e la fortuna,
per che mia vita sia ben trista e grama,
l’ho perduto ad un tratto colla dama.
Crudel chi tanto fia
che non aggia pietà della mia doglia?
Io tremo come foglia,
quando del caso orribil mi ricordo:
da l’ora in qua balordo
son stato sempre e starò tuttavia:
sollazzo e giulleria
m’era egli in questo mondo ladro e lordo;
or m’ha condotto a tale,
ch’io vorrei per men male
la morte, che mi fesse cieco e sordo,
e mi cavasse ormai di tanta noia,
poi che far non lo può ‘l duol e la foia.
Dove tu vai, canzon, piangendo grida:
il mio signore è giunto a sì rea sorte,
che gli spiace egualmente e vita e morte.
fu mai disgrazia in qualche stranio clima,
quella, se ben si stima,
più mi rassembra; a tal son giunto, oh Dio!,
che ’l viril membro mio
non sento più fra le gambe a far prova
di quel che più ne giova;
poi che l’iniquo veramente e rio,
scostumato e scortese
tiranno malfranzese
me n’ha privato totalmente; ond’io
vo per tutto gridando come pazzo:
«Ohimè!, ohimè!, ohimè!, dov’è il mio cazzo?»
Più caro assai che ’l naso
l’avea, più che la barba e più che ’l mento,
e di lui più contento
prendeva assai che degli occhi e de’ denti;
né dei piedi altrimenti,
delle mani e del cul fatto arei caso,
senza sendo rimaso,
lasso!, come di lui, che dalle genti
mi facea riverire:
or non mi puon patire
uomini e donne, e ’nfino i miei parenti
dicono, ohimè!, ch’io non vaglio una frulla,
per che chi non ha pinco, non ha nulla.
Già mi ricorda, ahi lasso!,
quand’era ancor, si può dire, un bambino,
sentir piacer divino
di toccarlo e tener sovente in mano,
stropicciandol pian piano,
tanto ch’alfin gli alzava il capo basso:
allor per dolce spasso
lo rimirava con sembiante umano,
tal che mia madre ardita
mi dette in su le dita
più di mille scopate e mille invano,
ché sempre mi teneva le man sotto,
sì mi pareva il giuoco bello e ghiotto.
Ma di poi che crescendo
venne alla terza sua fiorita etade,
leggiadria né beltade
tanta non vide giamai, credo, il sole;
cotal che ciancie e fole
eran tutt’altre gioie rispetto avendo
a quelle, che traendo,
venia da lui meravigliose e sole:
or ne son privo insieme
colle dolcezze estreme;
pensi dunque ciascun quanto mi duole;
ma nel pisciar raddoppian poi l’angosce,
facendomi le gore in su le cosce.
Deh!, quant’ebbi io diletto!,
quanto piacere ebb’io la prima volta,
che con prestezza molta
lo vidi enfiando diventar maggiore!
E’ mi brillava il cuore,
toccandol or levato ed or nel letto;
ma quel fu ben dispetto
e duol, quando due bolle traditore
voltaro i risi in pianti
e i medici furfanti
tanto me lo impiastrar dentro e di fuore,
che lo fecer tornar livido e mezzo,
infin che poi cascommi a pezzo a pezzo.
Colui che pianse morta
la sua civetta leggiadretta e scaltra,
trovar ne potea un’altra;
e così quei che la sua destra e snella
perdé gatta sì bella:
ma, lasso me!, la mia speranza ha morta
quella maligna e torta,
empia, nimica mia fatale stella;
tal che mai non potrei
trovar quel ch’io vorrei
per oro, per cittadi, o per castella;
onde sempre n’andrò traendo guai,
poi che le membra non rinascon mai.
Color ben puon dolersi
cui fé la malattia rattratti, o biechi,
o da un occhio ciechi,
mutoli, sordi, scrignuti, o sciancati;
pur sono avventurati
rispetto a me, poi che posson vedersi
colui, che gl’Indi e i Persi
fece e gli imperadori e i Mecenati:
col qual ponno impregnare
le mogli, e poi lasciare
altri lor dopo lor nel mondo nati:
così perpetuar possonsi appieno,
se non in sé, nella sua spezie almeno.
Vantar già mi potea
D’avere il più fidato e ’l più sicuro,
il più forte e ’l più duro
cazzon, che fusse mai sotto la luna:
però che all’aria bruna
ed alla chiara, sempre ch’io volea,
levar ritto il facea
senza dar baci o fregagione alcuna:
e non gli era fatica
sfamare ogni gran fica:
or come vuol il cielo e la fortuna,
per che mia vita sia ben trista e grama,
l’ho perduto ad un tratto colla dama.
Crudel chi tanto fia
che non aggia pietà della mia doglia?
Io tremo come foglia,
quando del caso orribil mi ricordo:
da l’ora in qua balordo
son stato sempre e starò tuttavia:
sollazzo e giulleria
m’era egli in questo mondo ladro e lordo;
or m’ha condotto a tale,
ch’io vorrei per men male
la morte, che mi fesse cieco e sordo,
e mi cavasse ormai di tanta noia,
poi che far non lo può ‘l duol e la foia.
Dove tu vai, canzon, piangendo grida:
il mio signore è giunto a sì rea sorte,
che gli spiace egualmente e vita e morte.
Antonio Cammelli
Belle donne a Milan
Belle donne a Milan, ma grasse troppe:
il parlar tu lo sai, sai che son bianche,
strette nel mezo, ben quartate in l’anche,
paion capon pastati in su le groppe.
Porton certe giornee e certe cioppe
che le fan parer ample nel petto anche;
basse hanno le pianelle, vanno stanche,
tutte le più son colme in su le coppe.
Le veste lor di seta e di rosato,
le scoffie d’or e nel petto il gioiello,
maniche di ricamo o di broccato.
In spalla hanno il balasso ricco e bello,
tutto il collo di perle incatenato,
con un pendente o d’intaglio o niello:
ogni dito ha lo anello.
Quando le vidi poi mangiare ai deschi,
paion tutte botteghe da tedeschi.
il parlar tu lo sai, sai che son bianche,
strette nel mezo, ben quartate in l’anche,
paion capon pastati in su le groppe.
Porton certe giornee e certe cioppe
che le fan parer ample nel petto anche;
basse hanno le pianelle, vanno stanche,
tutte le più son colme in su le coppe.
Le veste lor di seta e di rosato,
le scoffie d’or e nel petto il gioiello,
maniche di ricamo o di broccato.
In spalla hanno il balasso ricco e bello,
tutto il collo di perle incatenato,
con un pendente o d’intaglio o niello:
ogni dito ha lo anello.
Quando le vidi poi mangiare ai deschi,
paion tutte botteghe da tedeschi.
Antonio Cammelli
Nel bosco ombroso
Nel bosco ombroso de Montificale,
Coniglian se ritrova alla collina
il qual con Monteritondo confina
alla distanza d’un piccol canale.
In questa silva vive uno animale
che quando a lui un altro s’avvicina,
lo piglia come il lupo la gallina
e quanto è più maggior men gli fa male.
Per bocca tolto questo, se lo mena:
tenutol quanto vuol, poi for lo lassa,
piangiendo, tutto tronco nella schena.
Alcun per Monteritondo ne passa,
par questo loco di più dolce vena:
nell’un si smagra e nell’altro s’ingrassa.
Qui robba assai è in cassa:
ciascun di loro hanno la sua minera,
nasce solfo nell’un, nell’altra cera.
Or chi della matera
sulfurea prima troppo s’empie i panni,
si fa baron di Francia per cent’anni.
Coniglian se ritrova alla collina
il qual con Monteritondo confina
alla distanza d’un piccol canale.
In questa silva vive uno animale
che quando a lui un altro s’avvicina,
lo piglia come il lupo la gallina
e quanto è più maggior men gli fa male.
Per bocca tolto questo, se lo mena:
tenutol quanto vuol, poi for lo lassa,
piangiendo, tutto tronco nella schena.
Alcun per Monteritondo ne passa,
par questo loco di più dolce vena:
nell’un si smagra e nell’altro s’ingrassa.
Qui robba assai è in cassa:
ciascun di loro hanno la sua minera,
nasce solfo nell’un, nell’altra cera.
Or chi della matera
sulfurea prima troppo s’empie i panni,
si fa baron di Francia per cent’anni.
Antonio Cammelli
Nel foltissimo bosco
Nel foltissimo bosco del Frignano
un virile animale è di tal prova
che quanto più il nemico irato trova
tanto è più volentier seco alle mano.
Apre la bocca e giù lo ingola sano,
e quanto è grande più, più gli ne giova,
ché a pugnar con maggior, maggior rinnova
fama, se ’l n’ha vittoria, il capitano.
O quanti ne serian morti dolenti
se lo animal quando è in maggior furore
avesse in bocca per difesa i denti!
Ma perché lui non gli ha, niun ne more:
pur sono i colpi suoi tanto repenti
che ciascun lascia ’n un punto il vigore.
Lo adversario vien fore;
prima ognun pianto gli aspri colpi sui,
si reston come morti tutti dui.
Di questi sempre io fui
che per seguir d’amor le sue dottrine,
rido il principio mio piangendo in fine.
un virile animale è di tal prova
che quanto più il nemico irato trova
tanto è più volentier seco alle mano.
Apre la bocca e giù lo ingola sano,
e quanto è grande più, più gli ne giova,
ché a pugnar con maggior, maggior rinnova
fama, se ’l n’ha vittoria, il capitano.
O quanti ne serian morti dolenti
se lo animal quando è in maggior furore
avesse in bocca per difesa i denti!
Ma perché lui non gli ha, niun ne more:
pur sono i colpi suoi tanto repenti
che ciascun lascia ’n un punto il vigore.
Lo adversario vien fore;
prima ognun pianto gli aspri colpi sui,
si reston come morti tutti dui.
Di questi sempre io fui
che per seguir d’amor le sue dottrine,
rido il principio mio piangendo in fine.
Antonio Cammelli
Quando di Vener
Quando di Vener fu l’alma superba
insegna ritta intorno al campo dato,
in su monte Ritondo, in un bel prato,
dove ancor non si truova un sol fil d’erba,
fu per un pezzo la battaglia acerba
con varie punte strette d’ogni lato:
pur alfin saltò dentro allo steccato
il fiero capitan senza far verbo:
e ’nanti e ’ndrieto andando il paladino,
alla porta accostò quei duoi prelati
che voglion sempre il borgo a lor dimino;
e per la guazza che cascò in quei prati
scorse per forza tutto il rivellino
dove soglion ir sempre e buon soldati;
e per pietà de’ fati
essendo stanco il capitano audace
fece piangendo una suave pace.
E questo non mi spiace,
ché stando tutto affaticato e molle
s’addormentò fra l’uno e l’altro colle.
insegna ritta intorno al campo dato,
in su monte Ritondo, in un bel prato,
dove ancor non si truova un sol fil d’erba,
fu per un pezzo la battaglia acerba
con varie punte strette d’ogni lato:
pur alfin saltò dentro allo steccato
il fiero capitan senza far verbo:
e ’nanti e ’ndrieto andando il paladino,
alla porta accostò quei duoi prelati
che voglion sempre il borgo a lor dimino;
e per la guazza che cascò in quei prati
scorse per forza tutto il rivellino
dove soglion ir sempre e buon soldati;
e per pietà de’ fati
essendo stanco il capitano audace
fece piangendo una suave pace.
E questo non mi spiace,
ché stando tutto affaticato e molle
s’addormentò fra l’uno e l’altro colle.
Antonio Delfini
Il dottore
Il dottore di scolo e di sifi
va al tiro al piccione da solo.
Ha la moglie più ricca dell’ifi
che è famosa di bocca sul molo.
Lui, ch’è pur ignorante e cornuto,
vorrebbe insegnare, galante,
l’esercizio del culo fottuto
alle donne che han perso l’amante.
È giunta condanna di morte
per lo sporco dottore!
Stanotte un colombo di sorte
col curaro nel becco d’amore
senza farlo soffrire, e alle corte!,
gli andrà a pungere il cuore.
va al tiro al piccione da solo.
Ha la moglie più ricca dell’ifi
che è famosa di bocca sul molo.
Lui, ch’è pur ignorante e cornuto,
vorrebbe insegnare, galante,
l’esercizio del culo fottuto
alle donne che han perso l’amante.
È giunta condanna di morte
per lo sporco dottore!
Stanotte un colombo di sorte
col curaro nel becco d’amore
senza farlo soffrire, e alle corte!,
gli andrà a pungere il cuore.
Antonio Veneziano
Cù li biddizzi
Cù li biddizzi toi tutti ’mperfetti
chi di middi laidizzi allordi, ed ungi,
si di sti novi, e frischi citruletti,
stimata, fina chi a l’amaru jungi.
Si’ na crapazza, pocu latti jetti,
tutta rugnusa, e cui voli ti mungi,
si’ troffa di zabbàra, hai dui sciuretti,
chi la cosca, e lu pedi, o feti, o pungi.
chi di middi laidizzi allordi, ed ungi,
si di sti novi, e frischi citruletti,
stimata, fina chi a l’amaru jungi.
Si’ na crapazza, pocu latti jetti,
tutta rugnusa, e cui voli ti mungi,
si’ troffa di zabbàra, hai dui sciuretti,
chi la cosca, e lu pedi, o feti, o pungi.
Carlo Innocenzo Frugoni
A bella donna, per essergli stato tolto il cappello
O Madonna bella e gaja
voi mi date un po’ la baja;
me la date, ed io la piglio,
bella Dea dal nero ciglio.
Io non ebbi gran timore;
parte ho anch’io di buon valore;
e sebben non son Guerriero,
ancor io so far da fiero,
risospingere so l’onte,
e a chi assalmi so far fronte.
Ma il ribaldo nel rapire
fu sì rapido a fuggire,
quel grifagno alato augello,
ch’io restai senza Cappello.
Deh! l’allòro altrui lasciate,
e un Cappello mi mandate.
Un Cappello tutta vale
la Febea fronda immortale.
Oh che ladri audaci ed empi!
O che guasti iniqui tempi!
O che casi enormi e brutti!
Voi ridete, e ridon tutti
in udir com’è restato
un Poeta scappellato.
Voi felice, che la sera
vaga e sola passeggera
non scorrete le notturne
cieche strade taciturne,
e rubarvi nessun può
quel che taccio, e quel che so.
Ma vo’ dirlo, perché in petto
non vi sorga alcun sospetto:
niun rubarvi può quel core,
dove mai non entra Amore.
voi mi date un po’ la baja;
me la date, ed io la piglio,
bella Dea dal nero ciglio.
Io non ebbi gran timore;
parte ho anch’io di buon valore;
e sebben non son Guerriero,
ancor io so far da fiero,
risospingere so l’onte,
e a chi assalmi so far fronte.
Ma il ribaldo nel rapire
fu sì rapido a fuggire,
quel grifagno alato augello,
ch’io restai senza Cappello.
Deh! l’allòro altrui lasciate,
e un Cappello mi mandate.
Un Cappello tutta vale
la Febea fronda immortale.
Oh che ladri audaci ed empi!
O che guasti iniqui tempi!
O che casi enormi e brutti!
Voi ridete, e ridon tutti
in udir com’è restato
un Poeta scappellato.
Voi felice, che la sera
vaga e sola passeggera
non scorrete le notturne
cieche strade taciturne,
e rubarvi nessun può
quel che taccio, e quel che so.
Ma vo’ dirlo, perché in petto
non vi sorga alcun sospetto:
niun rubarvi può quel core,
dove mai non entra Amore.
Carlo Porta
La nomina del cappellan
Alla Marchesa Paola Cangiasa,
vuna di primm damazz de Lombardia,
gh’era mort don Gliceri, el pret de casa,
in grazia d’ona peripneumonia
che la gh’ha faa quistà in del sforaggiass
a mennagh sul mezz dì la Lilla a spass.
L’eva la Lilla ona cagna maltesa
tutta goss, tutta pel e tutta lard,
e in cà Cangiasa, dopo la Marchesa,
l’eva la bestia de maggior riguard,
de moeud che guaja al ciel falla sguagnì,
guaja sbeffalla, guaja a dagh del tì.
El l’ha savuda el pover don Galdin,
che in de la truscia de l’elevazion
avendegh inscì in fall schisciaa el covin
gh’è toccaa lì a l’altar del pret cojon,
e el sò bon tibi, appenna in sacrestia,
de mett giò la pianeda e trottà via.
In mezz a questa appenna don Gliceri
l’ha comenzaa a giugà a l’amora el fiaa,
è cors da tutt i part on diavoleri
de reverendi di busecch schisciaa
per vede de ottegnì la bona sort
de slargaj foeura in loeugh e stat del mort.
Chè infin di fin, se in cà de donna Pavola
no gh’era per i pret on gran rispett,
almanca gh’era on fioretton de tavola
de fà sarà sù on oeucc su sto difett
minga domá a on gallupp de on cappellan,
ma a paricc di teologh de Milan.
Gh’era de gionta la soa brava messa
a trenta borr, senza manutenzion,
allogg in cà, lavandaria, soppressa,
ciccolatt, acqua sporca a colazion,
bona campagna, palpiroeu a Natal,
sicché, se corren, cazz, l’è natural!
Ma la Marchesa che no la voreva
seccass la scuffia con la furugada
l’ha faa savè a tucc quij che concorreva
che dovessen vegnì la tal giornada,
che dopo avej veduu e parlaa con tutt
l’avria poi fatt ciò che le foss piacciutt.
Ecco che riva intant la gran mattina,
ecco el palazz tutt quant in moviment,
pret in cort, pret suj scal, pret in cusina,
pienn i anticamer de l’appartament,
gh’è i pret di feud, el gh’è i Còrs, gh’è i nost,
par on vol de scorbatt che vaga a post.
El gran rembomb di vòlt, el cattabuj
de la mormorazion che ghe fan sott,
el strusament di pee, di ferr de muj
che gh’han sott ai sciavatt quij sacerdott,
fan tutt insemma on ghett, on sbragalismo,
ch’el par che coppen el Romanticismo.
Baja la Lilla, baja la Marchesa
tutt e dò dessedaa del gran baccan;
i pret che hin solit a sbraggià anca in gesa
ghe la dan dent senza rispett uman,
quand on camerleccaj dolz come on ors
el corr a strozzagh lì tucc i discors.
Semm in piazza, per Dio, o indove semm?
Sangue de dì, che discrezion l’è questa!
Alto là, citto: quij duu in fond... andemm...
vuna di primm damazz de Lombardia,
gh’era mort don Gliceri, el pret de casa,
in grazia d’ona peripneumonia
che la gh’ha faa quistà in del sforaggiass
a mennagh sul mezz dì la Lilla a spass.
L’eva la Lilla ona cagna maltesa
tutta goss, tutta pel e tutta lard,
e in cà Cangiasa, dopo la Marchesa,
l’eva la bestia de maggior riguard,
de moeud che guaja al ciel falla sguagnì,
guaja sbeffalla, guaja a dagh del tì.
El l’ha savuda el pover don Galdin,
che in de la truscia de l’elevazion
avendegh inscì in fall schisciaa el covin
gh’è toccaa lì a l’altar del pret cojon,
e el sò bon tibi, appenna in sacrestia,
de mett giò la pianeda e trottà via.
In mezz a questa appenna don Gliceri
l’ha comenzaa a giugà a l’amora el fiaa,
è cors da tutt i part on diavoleri
de reverendi di busecch schisciaa
per vede de ottegnì la bona sort
de slargaj foeura in loeugh e stat del mort.
Chè infin di fin, se in cà de donna Pavola
no gh’era per i pret on gran rispett,
almanca gh’era on fioretton de tavola
de fà sarà sù on oeucc su sto difett
minga domá a on gallupp de on cappellan,
ma a paricc di teologh de Milan.
Gh’era de gionta la soa brava messa
a trenta borr, senza manutenzion,
allogg in cà, lavandaria, soppressa,
ciccolatt, acqua sporca a colazion,
bona campagna, palpiroeu a Natal,
sicché, se corren, cazz, l’è natural!
Ma la Marchesa che no la voreva
seccass la scuffia con la furugada
l’ha faa savè a tucc quij che concorreva
che dovessen vegnì la tal giornada,
che dopo avej veduu e parlaa con tutt
l’avria poi fatt ciò che le foss piacciutt.
Ecco che riva intant la gran mattina,
ecco el palazz tutt quant in moviment,
pret in cort, pret suj scal, pret in cusina,
pienn i anticamer de l’appartament,
gh’è i pret di feud, el gh’è i Còrs, gh’è i nost,
par on vol de scorbatt che vaga a post.
El gran rembomb di vòlt, el cattabuj
de la mormorazion che ghe fan sott,
el strusament di pee, di ferr de muj
che gh’han sott ai sciavatt quij sacerdott,
fan tutt insemma on ghett, on sbragalismo,
ch’el par che coppen el Romanticismo.
Baja la Lilla, baja la Marchesa
tutt e dò dessedaa del gran baccan;
i pret che hin solit a sbraggià anca in gesa
ghe la dan dent senza rispett uman,
quand on camerleccaj dolz come on ors
el corr a strozzagh lì tucc i discors.
Semm in piazza, per Dio, o indove semm?
Sangue de dì, che discrezion l’è questa!
Alto là, citto: quij duu in fond... andemm...
Cecco Angiolieri
Dante Alighier, s’ è so’ bon begolardo
Dante Alighier, s° i’ so’ bon begolardo,
tu mi tien’ bene la lancia a le reni;
seo desno con altrui, e tu vi ceni;
seo mordo ’l grasso, e tu vi suggi ’I lardo;
s’eo cimo al panno, e tu vi freghi ’l cardo:
s’eo so’ discorso, e tu poco raffreni;
S’eo gentileggio, e tu misser t’avvèni;
s’eo so’ fatto romano, e tu lombardo.
Sì che, laudato Deo, remproverare
poco pò l’uno l’altro di noi due:
sventura o poco senno cel fa fare.
E se di questo vòi dicere pie,
- Dante Alighier, i’ t’averò a stancare,
ch’eo so’ lo pungiglion e tu se’ ’l bue,
Meo dei Tolomei
tu mi tien’ bene la lancia a le reni;
seo desno con altrui, e tu vi ceni;
seo mordo ’l grasso, e tu vi suggi ’I lardo;
s’eo cimo al panno, e tu vi freghi ’l cardo:
s’eo so’ discorso, e tu poco raffreni;
S’eo gentileggio, e tu misser t’avvèni;
s’eo so’ fatto romano, e tu lombardo.
Sì che, laudato Deo, remproverare
poco pò l’uno l’altro di noi due:
sventura o poco senno cel fa fare.
E se di questo vòi dicere pie,
- Dante Alighier, i’ t’averò a stancare,
ch’eo so’ lo pungiglion e tu se’ ’l bue,
Meo dei Tolomei
Burchiello
Raggiunsi andando al bagno
Raggiunsi andando al Bagno un Fra minore
colla cappa alta infin sopra il ginocchio;
sì ch’io vedeva il fiero scatapocchio,
il quale era dell’ordine maggiore:
scappucciato era per lo gran calore,
e ’ntorno al collo portava un mazzocchio
di cacio fresco, e pien di cispa all’occhio,
donde stillava il suo calido umore.
Battaglio non sonò tanto a martello,
quanto ne’ panni dinanzi, e di dreto
l’ignuda fava di quel gran baccello.
Non vidi mai maggior contradivieto
e la coglia pareva un otricello
di Cornamusa, e ’l suo bordone, il vieto:
dietro gli andava lieto,
ed ei per fuggir’ozio in quel viaggio,
sempre parlò col cul d’ogni linguaggio.
colla cappa alta infin sopra il ginocchio;
sì ch’io vedeva il fiero scatapocchio,
il quale era dell’ordine maggiore:
scappucciato era per lo gran calore,
e ’ntorno al collo portava un mazzocchio
di cacio fresco, e pien di cispa all’occhio,
donde stillava il suo calido umore.
Battaglio non sonò tanto a martello,
quanto ne’ panni dinanzi, e di dreto
l’ignuda fava di quel gran baccello.
Non vidi mai maggior contradivieto
e la coglia pareva un otricello
di Cornamusa, e ’l suo bordone, il vieto:
dietro gli andava lieto,
ed ei per fuggir’ozio in quel viaggio,
sempre parlò col cul d’ogni linguaggio.
Domenico Luigi Batacchi
Da L’albero delle pere
L’orto di queste Madri reverende
che alle leggi ubbidian del gran Gusmano,
lungo l’orto dei frati si distende
che son dell’Ordin pur domenicano;
di due essere un sol orto si vide
un giorno, or basso muro lo divide.
Su questo muro, che gli stava a fronte,
vedea Ventura un non so che, che al piano
rotolava qual sasso giù pel monte,
e quindi un altro, ed altri a mano a mano,
senza poter capire o molto o poco qual fosse,
o come finirìa tal giuoco.
Li credeva sicari destinati
a punirlo del furto delle pere;
ma vide ch’eran reverendi frati,
al color delle vesti e bianche e nere,
tosto che con più cura il guardo tese,
e qualcun d’essi a lui vicin si rese.
Dall’altra parte si sentì scrosciare
lievemente la porta del giardino,
ed ecco vide ad una ad una entrare
chetamente le suore. Un lumicino
ciascuna d’esse nella mano porta,
che smorza sull’uscire della porta.
Come ci offre il San Carlo in sulla scena
danzatrici e danzanti in confusione,
che in regolate coppie indi rimena
del ballo l’esattissima ragione,
ed ogni coppia poscia insieme unita
colà sen va dove il desìo l’invita;
così rimira il ciabattino nostro,
a mano a man che quelle reverende
madri pongono il pie’ fuori del chiostro,
ch’ogni frate una monaca si prende,
e in bassa voce discorrendo seco,
si dilegua per l’aere oscuro e cieco.
Una di queste coppie innamorate
venne a posarsi appunto appresso al pero,
e sedendo sull’erbe dilicate,
dei loro amori a favellar si diero,
e, dopo mille abbracci e mille baci,
e molto esagerar fiamme veraci,
mise il frate briccon sotto la vesta
la sacrilega mano a quella suora,
dicendo: «Madre mia, che cosa è questa,
che al tatto si commuove e si accalora?»
E quella semplicetta monachella
gli rispondea ridendo in tal favella:
«Padre, per quel ch’io so, per quel che disse
a me, in segreto, un certo galantuomo,
e di non dirlo ad altri mi prescrisse,
questa… sappiate… che si chiama il Duomo».
«Il duomo! il duomo! ed io tengo, al contrario»,
replicò il frate, «Monsignor Vicario.»
«Che! Monsignor Vicario!» prestamente
la suora soggiungea, «con voi l’avete?»
E il frate a lei: «Con me sicuramente,
e quante volte poi non lo credete,
io posso in ogni loco e a tutte l’ore
farvi toccar con mano il Monsignore».
Così dicendo alzò la sacra tonaca,
slacciò la cinta con destrezza e pratica,
e pose in mano alla sorpresa monaca
certo tal ch’era contro la prammatica.
«Io non soglio mentir, ecco, vedetelo»,
soggiunse poi, «palpatelo e stringetelo.»
Quando la monachella in pugno prese
quel magico e gradito Monsignore,
scorrer da vena in vena un fuoco intese,
che al core accrebbe il natural calore:
lo strinse, e accompagnò ciascuna stretta
con sospiri esalati in fretta in fretta.
Il frate intanto, come detta l’arte,
in ozio non tenea già le sue dita.
ma giva tasteggiando in quella parte
ove natura ai suoi diletti invita,
ove d’esperto giovane la mano
se a toccar giunge, mai non tocca invano.
Dopo un grato alternar di sospiretti
e di smanie inquiete ed affannose,
che facean fede quanto i loro petti
di calde fiamme ardean lussuriose,
fu primo il frate, che la voce sciolse
e lo scaltro suo dir così ravvolse:
«Povero Monsignor… Sembra che sia
stanco di star così… Non mi capite?
Vorrebbe entrare in Duomo, anima mia.
Ce lo vogliamo far entrar? Che dite?»
La monachella a capo chino udì,
languidamente, poi rispose: «Sì».
«Quand’entra in Duomo Monsignor Vicario
le campane si suonano a martello!»
Così gridò senza frappor divario
Ventura, ed ogni appeso campanello,
scuotendo il tronco, fece tintinnare;
poi nel cespuglio si tornò a celare.
Quel suono, quella voce, un incredibile
spavento pose fra gli amanti teneri,
e fu creduto il Diavol, che visibile
punir volesse i drudi e l’empie Veneri,
o fosse almeno, parve a ognun probabile,
un avviso di Dio chiaro e palpabile.
Le impudiche perciò tresche cessate,
ciascun se ne fuggia rapidamente,
qua si vedea tutto atterrito un frate,
là aggirarsi una monaca piangente,
e in mezzo a la comune confusione
non trovarono via, né direzione.
Intanto l’ortolan coi figli, inteso
dei campanelli il tintinnar gagliardo,
un pesante bastone aveano preso,
e ad usarlo venian, senza riguardo,
ed a quei che fuggian correndo addosso,
fioccavan bastonate a più non posso.
Avean bel dire: «Io sono la Priora,
io la Maestra, ed io la Sagrestana!»
Dall’altra parte: «Non vedete ancòra
ch’io sono il Confessor, gente villana?
Io l’Economo, ed io il Sottopriore;
ed io della provincia il Superiore!»
ché quei villani, mezzo sonnolenti,
non dànno fede a simili parole,
e addoppian colpi ognor più violenti.
Chi cade, chi sen fugge, e chi si duole,
e tal timore panico li prende,
che niuno da quei legni si difende.
che alle leggi ubbidian del gran Gusmano,
lungo l’orto dei frati si distende
che son dell’Ordin pur domenicano;
di due essere un sol orto si vide
un giorno, or basso muro lo divide.
Su questo muro, che gli stava a fronte,
vedea Ventura un non so che, che al piano
rotolava qual sasso giù pel monte,
e quindi un altro, ed altri a mano a mano,
senza poter capire o molto o poco qual fosse,
o come finirìa tal giuoco.
Li credeva sicari destinati
a punirlo del furto delle pere;
ma vide ch’eran reverendi frati,
al color delle vesti e bianche e nere,
tosto che con più cura il guardo tese,
e qualcun d’essi a lui vicin si rese.
Dall’altra parte si sentì scrosciare
lievemente la porta del giardino,
ed ecco vide ad una ad una entrare
chetamente le suore. Un lumicino
ciascuna d’esse nella mano porta,
che smorza sull’uscire della porta.
Come ci offre il San Carlo in sulla scena
danzatrici e danzanti in confusione,
che in regolate coppie indi rimena
del ballo l’esattissima ragione,
ed ogni coppia poscia insieme unita
colà sen va dove il desìo l’invita;
così rimira il ciabattino nostro,
a mano a man che quelle reverende
madri pongono il pie’ fuori del chiostro,
ch’ogni frate una monaca si prende,
e in bassa voce discorrendo seco,
si dilegua per l’aere oscuro e cieco.
Una di queste coppie innamorate
venne a posarsi appunto appresso al pero,
e sedendo sull’erbe dilicate,
dei loro amori a favellar si diero,
e, dopo mille abbracci e mille baci,
e molto esagerar fiamme veraci,
mise il frate briccon sotto la vesta
la sacrilega mano a quella suora,
dicendo: «Madre mia, che cosa è questa,
che al tatto si commuove e si accalora?»
E quella semplicetta monachella
gli rispondea ridendo in tal favella:
«Padre, per quel ch’io so, per quel che disse
a me, in segreto, un certo galantuomo,
e di non dirlo ad altri mi prescrisse,
questa… sappiate… che si chiama il Duomo».
«Il duomo! il duomo! ed io tengo, al contrario»,
replicò il frate, «Monsignor Vicario.»
«Che! Monsignor Vicario!» prestamente
la suora soggiungea, «con voi l’avete?»
E il frate a lei: «Con me sicuramente,
e quante volte poi non lo credete,
io posso in ogni loco e a tutte l’ore
farvi toccar con mano il Monsignore».
Così dicendo alzò la sacra tonaca,
slacciò la cinta con destrezza e pratica,
e pose in mano alla sorpresa monaca
certo tal ch’era contro la prammatica.
«Io non soglio mentir, ecco, vedetelo»,
soggiunse poi, «palpatelo e stringetelo.»
Quando la monachella in pugno prese
quel magico e gradito Monsignore,
scorrer da vena in vena un fuoco intese,
che al core accrebbe il natural calore:
lo strinse, e accompagnò ciascuna stretta
con sospiri esalati in fretta in fretta.
Il frate intanto, come detta l’arte,
in ozio non tenea già le sue dita.
ma giva tasteggiando in quella parte
ove natura ai suoi diletti invita,
ove d’esperto giovane la mano
se a toccar giunge, mai non tocca invano.
Dopo un grato alternar di sospiretti
e di smanie inquiete ed affannose,
che facean fede quanto i loro petti
di calde fiamme ardean lussuriose,
fu primo il frate, che la voce sciolse
e lo scaltro suo dir così ravvolse:
«Povero Monsignor… Sembra che sia
stanco di star così… Non mi capite?
Vorrebbe entrare in Duomo, anima mia.
Ce lo vogliamo far entrar? Che dite?»
La monachella a capo chino udì,
languidamente, poi rispose: «Sì».
«Quand’entra in Duomo Monsignor Vicario
le campane si suonano a martello!»
Così gridò senza frappor divario
Ventura, ed ogni appeso campanello,
scuotendo il tronco, fece tintinnare;
poi nel cespuglio si tornò a celare.
Quel suono, quella voce, un incredibile
spavento pose fra gli amanti teneri,
e fu creduto il Diavol, che visibile
punir volesse i drudi e l’empie Veneri,
o fosse almeno, parve a ognun probabile,
un avviso di Dio chiaro e palpabile.
Le impudiche perciò tresche cessate,
ciascun se ne fuggia rapidamente,
qua si vedea tutto atterrito un frate,
là aggirarsi una monaca piangente,
e in mezzo a la comune confusione
non trovarono via, né direzione.
Intanto l’ortolan coi figli, inteso
dei campanelli il tintinnar gagliardo,
un pesante bastone aveano preso,
e ad usarlo venian, senza riguardo,
ed a quei che fuggian correndo addosso,
fioccavan bastonate a più non posso.
Avean bel dire: «Io sono la Priora,
io la Maestra, ed io la Sagrestana!»
Dall’altra parte: «Non vedete ancòra
ch’io sono il Confessor, gente villana?
Io l’Economo, ed io il Sottopriore;
ed io della provincia il Superiore!»
ché quei villani, mezzo sonnolenti,
non dànno fede a simili parole,
e addoppian colpi ognor più violenti.
Chi cade, chi sen fugge, e chi si duole,
e tal timore panico li prende,
che niuno da quei legni si difende.
Domenico Tempio
Il padre Siccia
Licenza
Giovani, udite, udite voi, che avete
spelato il mento, e il deretano immondo,
bello e polputo ancor; del grand’esempio
che Pipuzzo vi dona uso migliore
fatene a vostro pro; le celle impure
dei monaci fuggite, come appunto
semplicetta colomba,
o timido coniglio
del nibbio rapitor fugge l’artiglio.
Chi si fida di lor tardi si avvede
del vischio ingannatore; caduto,
uscir mai ne potrà, se pria squarciate
dal fiero monacal minchion di mulo
non sian le crespe al verginal suo culo.
Né solamente questa
regna nel petto lor libidinosa
propostera virtù; vili ed ingrati,
disonesti e villani,
perfidi ed impostori
ed empii sono rapitor d’onori.
E tu, giovane altero,
corresti il mar turbato, e sai per prova
quanto la ria tempesta,
la furia monacal ti fu funesta.
Dalla superbia tua
ti lasciasti guidar; meglio ti parve
seguir l’infame e indegno
consorzio monacal, che dei tuo’ pari.
Or se trovasti il peggio
attendi, amico, a risanarti il seggio.
Dimmi che far pretendi
nel ricondurti il bianco
monaco indegno al fianco
stretto vicino a te?
Forse perché l’hai in credito
ch’ei fosse un gran teologo?
Vedesti già qual sia
la sua teologia;
ei ti condusse a Sodoma,
e ti spiegò il perché.
Forse perché disprezzi
il ceto a te simile?
E nella tua superbia
non vedi, ch’uom più vile
del monaco non vi è?
Dunque perché ciò fai?
Non vedo altra ragione
o perché sei un fanatico
o perché sei un minchione,
o perché vuoi che gli uomini
ridessero di te.
Padre Siccia e Pipuzzo
Sic. Sentimi…
Pip. A questo prezzo
ascoltarvi non posso.
Sic. Io ti scongiuro
per quel ch’hai di più caro, anima mia,
compiacimi.
Pip. Di che?
Sic. Che tu m’ascolti,
che mi lasci parlar; sì, questo almeno
concedimi, e dipoi
dimmi, libero sei, quel che mi voi.
Pip. Lo permetto, ma prima
aprasi quella porta.
Sic. E l’esser chiusa
qual’ombra ti darà?
Pip. Camera è questa
di monaco; noi soli,
voi frate, io giovinetto,
e non volete che mi dia sospetto?
Sic. Quanto sei scrupoloso! Io non approvo
cotanta austerità.
Pip. Sensi son questi, che voi, saggio Maestro,
m’insegnaste finor.
Sic. Sì, lo confesso,
ma usarli ancor con me, quest’è un eccesso..
Orsù, siedi per poco,
ed attento mi ascolta. Ah! perché mai
t’arrossisci nel viso,
e stupito mi guardi? Hai tu si puoche
prove di me, che dir ti possa mai
cose di tuo spiacer? Sentimi, e quieta
il commosso tuo spirto, e lieto attendi
a quanto io ti dirò… Dimmi (ti è noto,
negar nol puoi) se ti ricordi… Ah parmi
ieri, e pur son tre lustri!
quando su queste braccia
mi crescesti bambin?
Pip. Tutto rammento,
e mi sembra pur oggi; sugl’occhi ho ancora
quanti teneri baci
m’imprimeste sul viso
con quei tumidi labbri, ed ogni bacio
rammento ancor, ch’era sì lungo e greve
ch’io mi sentiva il fiato
dai polmoni tirar; rammento ancora
le carezze, e la mano
che in braccio mi tenea, sempre del culo
le natiche a palpar…
Sic. Ah per la gioia
mi sento morir! Godo che tutto
rammenti a parte a parte.
Pip. E ben, per questo?
Sic. Sentimi, figlio, e lascia dirmi il resto.
Già ti rammenti adunque
quai principii ha il mio amor: sin dalle fasce
conobbi ed ammirai
queste belle sembianze. E forse errai?
(lo accarezza)
Pip. Ma, padre mio, che giova
ridirlo, se lo so?
Sic. Scrupoli? Addio, (s’alza)
non parlo più. Così finir la lite
dovea, io lo previdi.
Pip. E via, seguite.
Sic. Crescesti e così fino, (siede)
così amabile e grato,
ch’io, se lo vuoi saper, sera e mattino
avea tentazion per quel tondino;
e ottener lo potea; tanta in quel tempo
sopra il tuo cor d’autorità tenea.
Ma la tua nol permise
tenera età, ma che potea allora
se fraschettino insano
di latte ti fetea la bocca e l’ano?
Or mentre in questo stato
tempo aspetto miglior, ecco a lasciarti
costretto io parto. Ah chi ridirti allora
potrebbe il mio dolor? In queste arrivo
etnee contrade, e qui il soggiorno ho fisso.
Qui chi può dirti quanto
ho sofferto sinor? La rete stendo
su i migliori, e li prendo. Io della preda
contento esulto; non sapea meschino
il nuovo stil di questi
ingrati bardassoni. Al primo aspetto
affabili ed amici
li trovo, me gli accosto, e poi, secondo
il mio costume usato,
m’insinuo a puoco a puoco:
qual son mi svelo, non trovai durezze
anzi proclività: navigo in porto,
dicea fra me. Così la mente io pasco
di future speranze. Ardo frattanto
di libidine ognor; un detto, un cenno
or dubbio ed or palese
dimostro; or colla mano
palpo, accarezzo, insisto: anzi di loro
me ne stuzzica ognun, m’istiga. Allora
replico i colpi, e m’abbandono. Indegni!
Potresti mai supporti
nel vederli sì affabili ed umani,
poi nel miglior scapparmi dalle mani?
Senza profitto adunque
buggiaron mi divulgo, e da per tutto
la garrula fama
ripetendo il mio nome, e nasce a ognuno
di vedermi il prurito,
e son da tutti dimostrato a dito.
Miser, che far potea? Fu mia ventura
l’esser monaco allor, che di lor baie
alzando al teschio toso
la duplice cuculla
chiudea l’orecchie, e non sentiva nulla.
Quindi, escluso da lor, volgo la mente
all’infima plebaglia. Il mio costume,
o la necessità fosse, o il desio,
con poch’esca vi arriva,
e tira ognor dei buoni pesci a riva.
Un frutto, un pomo, un fico, o noce dura
io v’impiegava, ma con molta usura.
Fra cotanta abbondanza
lieto io vivea quasi in mio centro, e il cazzo
altro d’allor non feo
che pascersi ogni dì, di cul plebeo.
Pip. Voi m’avete confusa
la mente, o Padre Siccia,
il pelo a tanto orror già mi s’arriccia.
Sic. Come? T’arriccia il pel? Forse che udisti
draghi, leoni colle fauci orrende
venirti a divorar? Oh se sapessi
ciò che al mondo si fa, ti sembrerebbe
questo ch’or ti spaventa
o niente affatto, o pure
leggerissimo mal. A chi si ruba?
Chi mai s’uccide? A cui
la fama si detrae? Eh via confessa,
persuaditi, o figlio,
regola da più grande il tuo consiglio.
Pip. Terminate il discorso.
Sic. Ecco che visto
o notato vi son. Si sa per tutto
la mia tresca lasciva, e quanto io futto.
Questo fu un nuovo inciampo
per me: che nol sapesse
il mio Provincial temo e pavento.
Né invan; poiché l’udio
da penna monacal: volea ridurmi
in paese lontano. Io, frapponendo
amici e protettor, lo sedo a patto
ch’io non più praticassi
l’usate porcherie (così chiamando
l’innocente piacer). D’allora in poi
mi son vissuto oscuro,
spargendo sempre la midolla al muro.
Ma eccoti gli effetti
del provvido destin, ch’ebbe pietate
di me: venisti tu. Ah così bello!
fuor d’ogni mia speranza,
sorpreso ti mirai, che, allor Pipuzzo,
giunse al mio naso del tuo culo il puzzo.
Queste fur le cagioni
per cui sempre geloso
t’ho guardato finor; come preziosa
gemma ti custodii, ch’altri non voglia
rapirmela di man. D’insidie occulte
t’ho scampato e difeso. Io t’insegnai
come evitar dovessi
dei compagni malvaggi
le pratiche funeste,
e conservarti in queste
illibato il tuo cor, come guardarti
dai lupi frappatori,
i quali tutto giorno
biechi e maligni ti si fanno intorno.
Vedesti il mio gran zel: fuggi, ti ho detto,
fuggi ciascun di lor, Pipuzzo amato,
per farti cibo del mio sol palato.
Pip. A chi? Siete in error.
Sic. Sarebbe questo
per me forse un delitto
di lesa maestà?
Pip. Non lo farei, a costo di morir.
Sic. Codesta ammiro
tua gran severità: ma tu non sai
che maggiormente innamorar mi fai?
Pip. Ed io…
Sic. Che mal vi fosse?
Pip. E ad usar m’indurreste
cotanta oscenità, né arrossireste?
Sic. E che perciò?
Pip. Io nel pensarvi solo
gelo d’orror.
Sic. L’apprensione, o figlio,
ingrandisce gli oggetti, e dove mai
non fur, nascer li fa. Uno sfogo onesto
fra de’ teneri amici
chi mai lo proibì? Siam orsi o lupi
o selvatiche belve?
E pure entro le selve ancor s’annida
genio, amore e piacer, e tu non vuoi,
e ti fa orror perché si trova in noi?
Pip. Se questo è ver, perché l’andare al tondo
vietan le leggi, e lo detesta il mondo?
Sic Sempliciotto che sei, né fino ad ora
ti sei avveduto ancor che in apparenza
si vuol così ma che spiando addentro
frate non troverai, né sacerdote
che al cul non scioglierà supplici note.
Pip. E si pecca sì franco?
È un simil fallo empio, atroce e nefando…
Sic. Oh che follia!
Taci, perché non sai la Teologia.
Questa sì bella usanza
da Sodoma abbruciata
fu sodomia chiamata;
ma perché sia peccato
io non capisco ancor.
Sì: l’adulterio è tale
che sia dal ciel punito.
La fede coniugale
viene a tradirsi allor.
Sta il gran peccato espresso
nell’accoppiarsi insieme
diversità di sesso;
ma se si sparge il seme
tra l’uomo e l’uomo istesso,
che ciò non sia permesso
portami un argomento,
una ragione, ed io
questo cular desio
discaccerò dal cor.
Pip. (Quali scosse son queste
per la coscienza mia! Io a poco a poco
comincio a vacillar.) E ben si voglia
lecito un tale eccesso,
ma una legge poi
ei non si fa per obbligar pur noi?
Sic. Ecco la legge: io già ti ho colto in punto
che non puoi replicar. Dell’amicizia
legge più santa e giusta
forse si dà? Si può trovar nel mondo
vincolo più tenace
della vera amistà? Questa ti astringe,
questa lo vuol, che le dirai?
Pip. Le dico
che non è buggiarone un vero amico.
Sic. E ancora insisti, e ancora
vuoi farmi spasimar? D’onde in te nasce
cotanta crudeltà? Libico serpe
o pur nimeo leone
tua madre ingravidò? O tigre ircana.
Non è gran fatto al fine
se compiaci un amico
che ti serve fedel; che i giorni suoi
sagrifica con te; che per te solo
patria, amici, parenti
non cura, non distingue e non rispetta.
Ho tutti abbandonato
per unirmi con te; l’odio di tutti
per te son divenuto,
ed or… barbaro fato!
che più mi resta? Oimè ! son disperato,
(s’alza)
Pip. Sedete, così presto
voi vi scaldate?
Sic. E forse
non mi scaldo a ragion? Per tutto io servo,
per tutto io vò, si tratta
disfar la vita mia?
Io non la curo, e poi
se un frivolo dimando
ridicolo piacer, tè, padre Siccia,
che l’ottenesti pur! Io per tutt’altro
giovo, assisto, fatico, e sol per questo
dunque son io mal buono?
Dunque così ricompensato io sono?
Pip. Ah!
Sic. Tu sospiri?
Forse di pietà sarà segno
questo tuo sospirar?
Pip. Né di pietate
è segno, né di amor. Il meritato
del ciel supplicio io miro
alla superbia mia, perciò sospiro.
Qual tortorella audace
spiegai tropp’alto il volo
per evitar lo stuolo
degli empii cacciator.
Né vidi il mio periglio
che per volar tant’alto
mi diedi nell’artiglio
del nibio rapitor.
Sic. Che ingratissimi sensi
son questi, o figlio! Dunque il nibio io sono?
Ah! se così mi dici
vuoi trafiggermi il cor. Ah! Se tu fossi
dentro il mio petto per vederlo, ingrato,
come avvampa per te, forse quell’alma
sì rigida e severa
si desteria a pietà.
Qual fallo è il mio,
se tu sei bello, e la bellezza
tua mi abbaglia, mi sorprende,
e ad amarti mi tira?
Son forse delinquente,
se il genio, il mio costume,
la debolezza mia
mi trascinano a te? È mia la colpa
se tu porti nel cul sì bella polpa?
Aggiungi a questo ancor l’innata al culo
mia grande proclività; dei tempi andati
il critico tenor; le ardenti brame
che mi apporta il digiun; l’averne al fianco
la ria tentazion; tu bello, ed io
tutto genio per te, tutto grato e fino,
tu per me tutto amore,
io buggiaron di cuore.
Colla preda alle mani,
col boccon sulle labbra,
con te… Eh via spietato
vuoi ch’io, sia di macigno, un tronco, un marmo
senza carnalità? Saresti, dimmi
inflessibile ancor? Non ti sei reso?
Taci, e mi guardi ancor? (il pesce è preso).
Su su non ti arrestar; brevi momenti
saranno, il tempo, il luogo
cospirano con noi. Siam soli; ah vieni,
vieni, mostrami alfine
l’illibato tuo cul! Che tardi? Eh via
sciogli, sciogliti il laccio, anima mia.
Non ti spaventi, o figlio,
del cazzo il grande artiglio,
ricordati che sei
in man d’un professor.
Pip. Ecco disciolto il laccio,
il cul senz’altro impaccio,
ma sol pavento… Oh Dio!
che affanno, che rossor!
Sic. Calati, o mio bel Nume,
e lascia a questo cazzo
di quel tondino implume
le crespe discrepar.
Pip. Ahi!
Sic. Se cominci adesso…
lascia ch’io l’introduco.
Pip. Se non è questo il buco.
Sic. Ho traveduto è ver.
Pip. Deh più leggiero il moto.
Sic. Il mio mestier mi è noto.
Pip. Mettete, aimè! saliva.
Sic. Zitto, il parlar mi priva…
mi scema il gran piacer.
Pip. Ahi che dolore! Io manco.
Sic. Il cazzo entrò sì franco
e tu ti lagni ancor?
Pip. Ahi…
Sic. Non temere.
Pip. Io moro.
Sic. Lasciami, o mio tesoro,
lasciami cazziar.
Pip. Ah che fatal momento!
Sic. Che dolce e bel contento!
Pip. Che rabbia, o Dei, che noia!
Sic. Ah che piacer, che gioja!
Pip. Affanno più tiranno
io non provai finora.
Sic. Ah di dolcezza ancora
io manco, e di piacer.
Sic. e Pip. Su venite, o Bardassoni,
se volete co’ coglioni
tutto il cazzo in culo aver.
Giovani, udite, udite voi, che avete
spelato il mento, e il deretano immondo,
bello e polputo ancor; del grand’esempio
che Pipuzzo vi dona uso migliore
fatene a vostro pro; le celle impure
dei monaci fuggite, come appunto
semplicetta colomba,
o timido coniglio
del nibbio rapitor fugge l’artiglio.
Chi si fida di lor tardi si avvede
del vischio ingannatore; caduto,
uscir mai ne potrà, se pria squarciate
dal fiero monacal minchion di mulo
non sian le crespe al verginal suo culo.
Né solamente questa
regna nel petto lor libidinosa
propostera virtù; vili ed ingrati,
disonesti e villani,
perfidi ed impostori
ed empii sono rapitor d’onori.
E tu, giovane altero,
corresti il mar turbato, e sai per prova
quanto la ria tempesta,
la furia monacal ti fu funesta.
Dalla superbia tua
ti lasciasti guidar; meglio ti parve
seguir l’infame e indegno
consorzio monacal, che dei tuo’ pari.
Or se trovasti il peggio
attendi, amico, a risanarti il seggio.
Dimmi che far pretendi
nel ricondurti il bianco
monaco indegno al fianco
stretto vicino a te?
Forse perché l’hai in credito
ch’ei fosse un gran teologo?
Vedesti già qual sia
la sua teologia;
ei ti condusse a Sodoma,
e ti spiegò il perché.
Forse perché disprezzi
il ceto a te simile?
E nella tua superbia
non vedi, ch’uom più vile
del monaco non vi è?
Dunque perché ciò fai?
Non vedo altra ragione
o perché sei un fanatico
o perché sei un minchione,
o perché vuoi che gli uomini
ridessero di te.
Padre Siccia e Pipuzzo
Sic. Sentimi…
Pip. A questo prezzo
ascoltarvi non posso.
Sic. Io ti scongiuro
per quel ch’hai di più caro, anima mia,
compiacimi.
Pip. Di che?
Sic. Che tu m’ascolti,
che mi lasci parlar; sì, questo almeno
concedimi, e dipoi
dimmi, libero sei, quel che mi voi.
Pip. Lo permetto, ma prima
aprasi quella porta.
Sic. E l’esser chiusa
qual’ombra ti darà?
Pip. Camera è questa
di monaco; noi soli,
voi frate, io giovinetto,
e non volete che mi dia sospetto?
Sic. Quanto sei scrupoloso! Io non approvo
cotanta austerità.
Pip. Sensi son questi, che voi, saggio Maestro,
m’insegnaste finor.
Sic. Sì, lo confesso,
ma usarli ancor con me, quest’è un eccesso..
Orsù, siedi per poco,
ed attento mi ascolta. Ah! perché mai
t’arrossisci nel viso,
e stupito mi guardi? Hai tu si puoche
prove di me, che dir ti possa mai
cose di tuo spiacer? Sentimi, e quieta
il commosso tuo spirto, e lieto attendi
a quanto io ti dirò… Dimmi (ti è noto,
negar nol puoi) se ti ricordi… Ah parmi
ieri, e pur son tre lustri!
quando su queste braccia
mi crescesti bambin?
Pip. Tutto rammento,
e mi sembra pur oggi; sugl’occhi ho ancora
quanti teneri baci
m’imprimeste sul viso
con quei tumidi labbri, ed ogni bacio
rammento ancor, ch’era sì lungo e greve
ch’io mi sentiva il fiato
dai polmoni tirar; rammento ancora
le carezze, e la mano
che in braccio mi tenea, sempre del culo
le natiche a palpar…
Sic. Ah per la gioia
mi sento morir! Godo che tutto
rammenti a parte a parte.
Pip. E ben, per questo?
Sic. Sentimi, figlio, e lascia dirmi il resto.
Già ti rammenti adunque
quai principii ha il mio amor: sin dalle fasce
conobbi ed ammirai
queste belle sembianze. E forse errai?
(lo accarezza)
Pip. Ma, padre mio, che giova
ridirlo, se lo so?
Sic. Scrupoli? Addio, (s’alza)
non parlo più. Così finir la lite
dovea, io lo previdi.
Pip. E via, seguite.
Sic. Crescesti e così fino, (siede)
così amabile e grato,
ch’io, se lo vuoi saper, sera e mattino
avea tentazion per quel tondino;
e ottener lo potea; tanta in quel tempo
sopra il tuo cor d’autorità tenea.
Ma la tua nol permise
tenera età, ma che potea allora
se fraschettino insano
di latte ti fetea la bocca e l’ano?
Or mentre in questo stato
tempo aspetto miglior, ecco a lasciarti
costretto io parto. Ah chi ridirti allora
potrebbe il mio dolor? In queste arrivo
etnee contrade, e qui il soggiorno ho fisso.
Qui chi può dirti quanto
ho sofferto sinor? La rete stendo
su i migliori, e li prendo. Io della preda
contento esulto; non sapea meschino
il nuovo stil di questi
ingrati bardassoni. Al primo aspetto
affabili ed amici
li trovo, me gli accosto, e poi, secondo
il mio costume usato,
m’insinuo a puoco a puoco:
qual son mi svelo, non trovai durezze
anzi proclività: navigo in porto,
dicea fra me. Così la mente io pasco
di future speranze. Ardo frattanto
di libidine ognor; un detto, un cenno
or dubbio ed or palese
dimostro; or colla mano
palpo, accarezzo, insisto: anzi di loro
me ne stuzzica ognun, m’istiga. Allora
replico i colpi, e m’abbandono. Indegni!
Potresti mai supporti
nel vederli sì affabili ed umani,
poi nel miglior scapparmi dalle mani?
Senza profitto adunque
buggiaron mi divulgo, e da per tutto
la garrula fama
ripetendo il mio nome, e nasce a ognuno
di vedermi il prurito,
e son da tutti dimostrato a dito.
Miser, che far potea? Fu mia ventura
l’esser monaco allor, che di lor baie
alzando al teschio toso
la duplice cuculla
chiudea l’orecchie, e non sentiva nulla.
Quindi, escluso da lor, volgo la mente
all’infima plebaglia. Il mio costume,
o la necessità fosse, o il desio,
con poch’esca vi arriva,
e tira ognor dei buoni pesci a riva.
Un frutto, un pomo, un fico, o noce dura
io v’impiegava, ma con molta usura.
Fra cotanta abbondanza
lieto io vivea quasi in mio centro, e il cazzo
altro d’allor non feo
che pascersi ogni dì, di cul plebeo.
Pip. Voi m’avete confusa
la mente, o Padre Siccia,
il pelo a tanto orror già mi s’arriccia.
Sic. Come? T’arriccia il pel? Forse che udisti
draghi, leoni colle fauci orrende
venirti a divorar? Oh se sapessi
ciò che al mondo si fa, ti sembrerebbe
questo ch’or ti spaventa
o niente affatto, o pure
leggerissimo mal. A chi si ruba?
Chi mai s’uccide? A cui
la fama si detrae? Eh via confessa,
persuaditi, o figlio,
regola da più grande il tuo consiglio.
Pip. Terminate il discorso.
Sic. Ecco che visto
o notato vi son. Si sa per tutto
la mia tresca lasciva, e quanto io futto.
Questo fu un nuovo inciampo
per me: che nol sapesse
il mio Provincial temo e pavento.
Né invan; poiché l’udio
da penna monacal: volea ridurmi
in paese lontano. Io, frapponendo
amici e protettor, lo sedo a patto
ch’io non più praticassi
l’usate porcherie (così chiamando
l’innocente piacer). D’allora in poi
mi son vissuto oscuro,
spargendo sempre la midolla al muro.
Ma eccoti gli effetti
del provvido destin, ch’ebbe pietate
di me: venisti tu. Ah così bello!
fuor d’ogni mia speranza,
sorpreso ti mirai, che, allor Pipuzzo,
giunse al mio naso del tuo culo il puzzo.
Queste fur le cagioni
per cui sempre geloso
t’ho guardato finor; come preziosa
gemma ti custodii, ch’altri non voglia
rapirmela di man. D’insidie occulte
t’ho scampato e difeso. Io t’insegnai
come evitar dovessi
dei compagni malvaggi
le pratiche funeste,
e conservarti in queste
illibato il tuo cor, come guardarti
dai lupi frappatori,
i quali tutto giorno
biechi e maligni ti si fanno intorno.
Vedesti il mio gran zel: fuggi, ti ho detto,
fuggi ciascun di lor, Pipuzzo amato,
per farti cibo del mio sol palato.
Pip. A chi? Siete in error.
Sic. Sarebbe questo
per me forse un delitto
di lesa maestà?
Pip. Non lo farei, a costo di morir.
Sic. Codesta ammiro
tua gran severità: ma tu non sai
che maggiormente innamorar mi fai?
Pip. Ed io…
Sic. Che mal vi fosse?
Pip. E ad usar m’indurreste
cotanta oscenità, né arrossireste?
Sic. E che perciò?
Pip. Io nel pensarvi solo
gelo d’orror.
Sic. L’apprensione, o figlio,
ingrandisce gli oggetti, e dove mai
non fur, nascer li fa. Uno sfogo onesto
fra de’ teneri amici
chi mai lo proibì? Siam orsi o lupi
o selvatiche belve?
E pure entro le selve ancor s’annida
genio, amore e piacer, e tu non vuoi,
e ti fa orror perché si trova in noi?
Pip. Se questo è ver, perché l’andare al tondo
vietan le leggi, e lo detesta il mondo?
Sic Sempliciotto che sei, né fino ad ora
ti sei avveduto ancor che in apparenza
si vuol così ma che spiando addentro
frate non troverai, né sacerdote
che al cul non scioglierà supplici note.
Pip. E si pecca sì franco?
È un simil fallo empio, atroce e nefando…
Sic. Oh che follia!
Taci, perché non sai la Teologia.
Questa sì bella usanza
da Sodoma abbruciata
fu sodomia chiamata;
ma perché sia peccato
io non capisco ancor.
Sì: l’adulterio è tale
che sia dal ciel punito.
La fede coniugale
viene a tradirsi allor.
Sta il gran peccato espresso
nell’accoppiarsi insieme
diversità di sesso;
ma se si sparge il seme
tra l’uomo e l’uomo istesso,
che ciò non sia permesso
portami un argomento,
una ragione, ed io
questo cular desio
discaccerò dal cor.
Pip. (Quali scosse son queste
per la coscienza mia! Io a poco a poco
comincio a vacillar.) E ben si voglia
lecito un tale eccesso,
ma una legge poi
ei non si fa per obbligar pur noi?
Sic. Ecco la legge: io già ti ho colto in punto
che non puoi replicar. Dell’amicizia
legge più santa e giusta
forse si dà? Si può trovar nel mondo
vincolo più tenace
della vera amistà? Questa ti astringe,
questa lo vuol, che le dirai?
Pip. Le dico
che non è buggiarone un vero amico.
Sic. E ancora insisti, e ancora
vuoi farmi spasimar? D’onde in te nasce
cotanta crudeltà? Libico serpe
o pur nimeo leone
tua madre ingravidò? O tigre ircana.
Non è gran fatto al fine
se compiaci un amico
che ti serve fedel; che i giorni suoi
sagrifica con te; che per te solo
patria, amici, parenti
non cura, non distingue e non rispetta.
Ho tutti abbandonato
per unirmi con te; l’odio di tutti
per te son divenuto,
ed or… barbaro fato!
che più mi resta? Oimè ! son disperato,
(s’alza)
Pip. Sedete, così presto
voi vi scaldate?
Sic. E forse
non mi scaldo a ragion? Per tutto io servo,
per tutto io vò, si tratta
disfar la vita mia?
Io non la curo, e poi
se un frivolo dimando
ridicolo piacer, tè, padre Siccia,
che l’ottenesti pur! Io per tutt’altro
giovo, assisto, fatico, e sol per questo
dunque son io mal buono?
Dunque così ricompensato io sono?
Pip. Ah!
Sic. Tu sospiri?
Forse di pietà sarà segno
questo tuo sospirar?
Pip. Né di pietate
è segno, né di amor. Il meritato
del ciel supplicio io miro
alla superbia mia, perciò sospiro.
Qual tortorella audace
spiegai tropp’alto il volo
per evitar lo stuolo
degli empii cacciator.
Né vidi il mio periglio
che per volar tant’alto
mi diedi nell’artiglio
del nibio rapitor.
Sic. Che ingratissimi sensi
son questi, o figlio! Dunque il nibio io sono?
Ah! se così mi dici
vuoi trafiggermi il cor. Ah! Se tu fossi
dentro il mio petto per vederlo, ingrato,
come avvampa per te, forse quell’alma
sì rigida e severa
si desteria a pietà.
Qual fallo è il mio,
se tu sei bello, e la bellezza
tua mi abbaglia, mi sorprende,
e ad amarti mi tira?
Son forse delinquente,
se il genio, il mio costume,
la debolezza mia
mi trascinano a te? È mia la colpa
se tu porti nel cul sì bella polpa?
Aggiungi a questo ancor l’innata al culo
mia grande proclività; dei tempi andati
il critico tenor; le ardenti brame
che mi apporta il digiun; l’averne al fianco
la ria tentazion; tu bello, ed io
tutto genio per te, tutto grato e fino,
tu per me tutto amore,
io buggiaron di cuore.
Colla preda alle mani,
col boccon sulle labbra,
con te… Eh via spietato
vuoi ch’io, sia di macigno, un tronco, un marmo
senza carnalità? Saresti, dimmi
inflessibile ancor? Non ti sei reso?
Taci, e mi guardi ancor? (il pesce è preso).
Su su non ti arrestar; brevi momenti
saranno, il tempo, il luogo
cospirano con noi. Siam soli; ah vieni,
vieni, mostrami alfine
l’illibato tuo cul! Che tardi? Eh via
sciogli, sciogliti il laccio, anima mia.
Non ti spaventi, o figlio,
del cazzo il grande artiglio,
ricordati che sei
in man d’un professor.
Pip. Ecco disciolto il laccio,
il cul senz’altro impaccio,
ma sol pavento… Oh Dio!
che affanno, che rossor!
Sic. Calati, o mio bel Nume,
e lascia a questo cazzo
di quel tondino implume
le crespe discrepar.
Pip. Ahi!
Sic. Se cominci adesso…
lascia ch’io l’introduco.
Pip. Se non è questo il buco.
Sic. Ho traveduto è ver.
Pip. Deh più leggiero il moto.
Sic. Il mio mestier mi è noto.
Pip. Mettete, aimè! saliva.
Sic. Zitto, il parlar mi priva…
mi scema il gran piacer.
Pip. Ahi che dolore! Io manco.
Sic. Il cazzo entrò sì franco
e tu ti lagni ancor?
Pip. Ahi…
Sic. Non temere.
Pip. Io moro.
Sic. Lasciami, o mio tesoro,
lasciami cazziar.
Pip. Ah che fatal momento!
Sic. Che dolce e bel contento!
Pip. Che rabbia, o Dei, che noia!
Sic. Ah che piacer, che gioja!
Pip. Affanno più tiranno
io non provai finora.
Sic. Ah di dolcezza ancora
io manco, e di piacer.
Sic. e Pip. Su venite, o Bardassoni,
se volete co’ coglioni
tutto il cazzo in culo aver.
Ennio Flaiano
Epigramma
C’era una poetessa oltremodo stitica
ch’era sul letto in posizione critica
l’amante le stava dietro, ed esclamò:
De retro! Il culo è riservato alla critica.
ch’era sul letto in posizione critica
l’amante le stava dietro, ed esclamò:
De retro! Il culo è riservato alla critica.
Ernesto Ragazzoni
L’apoteosi dei culi d’Orta
Culi d’Orta, esultate! O culi avvezzi,
quando mettete a nudo il pensier vostro,
a cercare un asil con tutti i mezzi,
come pudiche monache in un chiostro;
culi costretti ai luoghi ignoti e soli
all’ombra dei deserti muriccioli;
culi che conoscete la puntura,
fra i grigi sassi dell’audace ortica,
onde se avvien che in qualche congiuntura
udiate il passo di persona amica,
e voi, timidi, al pari di lumache
tornate a rimpiattarvi nelle brache;
culi randagi, che un desio ribelle
spinge talora a pitturar sul Monte
i bei pilastri delle pie cappelle;
culi d’Orta, levate alta la fronte!
finito è il tempo più malvagio ed empio:
Orta vi eresse finalmente un tempio.
O che cuccagna, culi miei, che bazza!
Non più i luoghi remoti o il nudo scoglio,
ma la gloria e il trionfo della piazza:
non più gli anditi bui, ma il Campidoglio.
O culi, voi ben lo potete dire
che vi è spuntato il sol dell’avvenire.
Per amor vostro mani premurose,
che d’ogni pianto asciugano le stille,
han tratto fuori da miniere ascose
dei biglietti magnifici da mille,
e, per il buco vostro, con islancio,
ne hanno fatto uno pure nei bilancio!
Lodate dunque, culi d’Orta, i cieli!
Cularelli innocenti degli asili,
immensi tafanari irti di peli,
culi di tutti i sessi e tutti i stili,
ognuno di voi parli in sua favella,
come la pellegrina rondinella.
E ognun colla sua voce naturale,
sospir di flauto, sibilo di fiomba,
sussurro di strumento celestiale
o rauco suono di tartarea tromba,
ognuno, in segno di ringraziamento,
innalzi verso il cielo il suo contento.
E tu paese mio, Orta, che sogni
tra il lago azzurro e la collina verde,
che, provvido a ogni sorta di bisogni,
accogli frati al Monte e in piazza… merde,
esulta, perché il cielo a te propizio
non lasciò mancar nulla all’orifizio.
quando mettete a nudo il pensier vostro,
a cercare un asil con tutti i mezzi,
come pudiche monache in un chiostro;
culi costretti ai luoghi ignoti e soli
all’ombra dei deserti muriccioli;
culi che conoscete la puntura,
fra i grigi sassi dell’audace ortica,
onde se avvien che in qualche congiuntura
udiate il passo di persona amica,
e voi, timidi, al pari di lumache
tornate a rimpiattarvi nelle brache;
culi randagi, che un desio ribelle
spinge talora a pitturar sul Monte
i bei pilastri delle pie cappelle;
culi d’Orta, levate alta la fronte!
finito è il tempo più malvagio ed empio:
Orta vi eresse finalmente un tempio.
O che cuccagna, culi miei, che bazza!
Non più i luoghi remoti o il nudo scoglio,
ma la gloria e il trionfo della piazza:
non più gli anditi bui, ma il Campidoglio.
O culi, voi ben lo potete dire
che vi è spuntato il sol dell’avvenire.
Per amor vostro mani premurose,
che d’ogni pianto asciugano le stille,
han tratto fuori da miniere ascose
dei biglietti magnifici da mille,
e, per il buco vostro, con islancio,
ne hanno fatto uno pure nei bilancio!
Lodate dunque, culi d’Orta, i cieli!
Cularelli innocenti degli asili,
immensi tafanari irti di peli,
culi di tutti i sessi e tutti i stili,
ognuno di voi parli in sua favella,
come la pellegrina rondinella.
E ognun colla sua voce naturale,
sospir di flauto, sibilo di fiomba,
sussurro di strumento celestiale
o rauco suono di tartarea tromba,
ognuno, in segno di ringraziamento,
innalzi verso il cielo il suo contento.
E tu paese mio, Orta, che sogni
tra il lago azzurro e la collina verde,
che, provvido a ogni sorta di bisogni,
accogli frati al Monte e in piazza… merde,
esulta, perché il cielo a te propizio
non lasciò mancar nulla all’orifizio.
Ferdinando Russo
’O culo
Culo ncerato, culo chiatto e tunno,
tuosto comm’a nu marmulo rasato,
ca doppo ciento vote maniato
tu si’ ssempe o chiù tuosto ’e tutt’ ’o munno…
Culo, muntagna ’e sfizio senza funno,
ca si te sónno pronto e appuzato,
quanno me sceto sto accussì arrapato
ca scassarrìa de cule nu zeffunno…
Culo cchiù ffrisco ’e nu mellone d’acqua..
vieneme a rrefrescà st’anema nera!…
vieneme a ccunzulà st’anema stracqua !…
Tu ca p’ ’addore te chiammajeno mazzo,
culo, frutto nuviello ’e primmavera,
famme na carità: càcame ’o cazzo!…
tuosto comm’a nu marmulo rasato,
ca doppo ciento vote maniato
tu si’ ssempe o chiù tuosto ’e tutt’ ’o munno…
Culo, muntagna ’e sfizio senza funno,
ca si te sónno pronto e appuzato,
quanno me sceto sto accussì arrapato
ca scassarrìa de cule nu zeffunno…
Culo cchiù ffrisco ’e nu mellone d’acqua..
vieneme a rrefrescà st’anema nera!…
vieneme a ccunzulà st’anema stracqua !…
Tu ca p’ ’addore te chiammajeno mazzo,
culo, frutto nuviello ’e primmavera,
famme na carità: càcame ’o cazzo!…
Ferdinando Russo
’O pilo
Cu na zéfera’e viento, m’è arrivato
nu pilo biondo e riccio.
L’aggio acchiappato a vuolo
’e spiccio ’e spiccio,
e ll’aggio addimmannato:
«Pilo piluzzo, dimme addò si’ nato:
si’ nato ncopp’ ’a fessa ’e na puttana
o ncopp’ ’o cazzo tuosto ’e nu surdato?
O na bella guagliona, cu na mana,
sciacquànnose ’a fresella
(pe levà nu chiattillo) t’ha sceppato?…
Ma ched’è, nun rispunne, parlo i’ sulo?
Aggio capito, va’… Si’ pilo ’e culo».
nu pilo biondo e riccio.
L’aggio acchiappato a vuolo
’e spiccio ’e spiccio,
e ll’aggio addimmannato:
«Pilo piluzzo, dimme addò si’ nato:
si’ nato ncopp’ ’a fessa ’e na puttana
o ncopp’ ’o cazzo tuosto ’e nu surdato?
O na bella guagliona, cu na mana,
sciacquànnose ’a fresella
(pe levà nu chiattillo) t’ha sceppato?…
Ma ched’è, nun rispunne, parlo i’ sulo?
Aggio capito, va’… Si’ pilo ’e culo».
Filippo Pananti
A Cloe dicea Licinda
A Cloe dicea Licinda: il bruno Aminta
l’altra mattina io riscontrai nel fosso.
Mi venne incontro, e dettemi una spinta,
e poi saltommi addosso
senza saper perché
levando fuora un certo no so che.
Per non veder quella figura strana
mi tirai sopra il capo la sottana.
l’altra mattina io riscontrai nel fosso.
Mi venne incontro, e dettemi una spinta,
e poi saltommi addosso
senza saper perché
levando fuora un certo no so che.
Per non veder quella figura strana
mi tirai sopra il capo la sottana.
Filippo Pananti
Dal teatro un marito mascherato
Dal teatro un marito mascherato
prima dell’ora essendo ritornato,
nuda e supina ritrovò la moglie
lascivissimamente addormentata;
e dopo che una lancia ebbe spezzata,
la faccia si scoperse. Allor la sposa
languidamente aperse gli occhi, e poi
disse sorpresa, e mezza sonnacchiosa:
Come! che siete voi?
prima dell’ora essendo ritornato,
nuda e supina ritrovò la moglie
lascivissimamente addormentata;
e dopo che una lancia ebbe spezzata,
la faccia si scoperse. Allor la sposa
languidamente aperse gli occhi, e poi
disse sorpresa, e mezza sonnacchiosa:
Come! che siete voi?
Filippo Pananti
Pietro alla tanto desiata amica
Pietro alla tanto desiata amica:
tutt’altra io ti credea da quel che sei;
entrar senza fatica
potrebbe un tiro a sei.
Quella rispose: volli farvi onore,
con spalancarvi tutte due le imposte,
credendo che voi foste
con un treno maggiore.
tutt’altra io ti credea da quel che sei;
entrar senza fatica
potrebbe un tiro a sei.
Quella rispose: volli farvi onore,
con spalancarvi tutte due le imposte,
credendo che voi foste
con un treno maggiore.
Filippo Pananti
Quando era Lisa
Quando era Lisa giovanetta, e vaga
per amore cedeva alle dimande;
adesso caccia via se non si paga.
È giusto: ora ella dà cosa più grande.
per amore cedeva alle dimande;
adesso caccia via se non si paga.
È giusto: ora ella dà cosa più grande.
Filippo Pananti
Un tal buon compagnone
Un tal buon compagnone a confessare
prese in sì franco ton dal suo curato
che parea quasi quasi che vantare
ei si volesse d’ogni suo peccato.
«Ho», disse, «detto mal di tal di tale;
ma col ben che ne ho detto, tutto il male
ho di poi ripagato; in conseguenza
ecco sciolta e sgravata la coscienza;
ad un amico dei denari ho presi
ma dopo qualche tempo glieli ho resi;
perciò sono sgravato»; indi abbassando
la voce, disse: «Un gran fallo esecrando
commisi o padre con la vostra serva.
Come trovar ciò che a sgravarmi serva?»
Del penitente l’alma
per ricondurre in calma:
«Altrettant’ho fatt’io», soggiunse il prete,
«con vostra moglie; onde sciolto voi siete».
prese in sì franco ton dal suo curato
che parea quasi quasi che vantare
ei si volesse d’ogni suo peccato.
«Ho», disse, «detto mal di tal di tale;
ma col ben che ne ho detto, tutto il male
ho di poi ripagato; in conseguenza
ecco sciolta e sgravata la coscienza;
ad un amico dei denari ho presi
ma dopo qualche tempo glieli ho resi;
perciò sono sgravato»; indi abbassando
la voce, disse: «Un gran fallo esecrando
commisi o padre con la vostra serva.
Come trovar ciò che a sgravarmi serva?»
Del penitente l’alma
per ricondurre in calma:
«Altrettant’ho fatt’io», soggiunse il prete,
«con vostra moglie; onde sciolto voi siete».
Francesco Berni
Sonetto delle puttane
Un dirmi ch’io gli presti e ch’io gli dia
or la veste, or l’anello, or la catena,
e, per averla conosciuta a pena,
volermi tutta tôr la robba mia;
un voler ch’io gli facci compagnia,
che nell’inferno non è maggior pena,
un dargli desinar, albergo e cena,
come se l’uom facesse l’osteria;
un sospetto crudel del mal franzese,
un tôr danari o drappi ad interesso,
per darli, verbigrazia, un tanto al mese;
un dirmi ch’io vi torno troppo spesso,
un’eccellenza del signor marchese,
eterno onor del puttanesco sesso;
un morbo, un puzzo, un cesso,
un toglier a pigion ogni palazzo
son le cagioni ch’io mi meni il cazzo.
or la veste, or l’anello, or la catena,
e, per averla conosciuta a pena,
volermi tutta tôr la robba mia;
un voler ch’io gli facci compagnia,
che nell’inferno non è maggior pena,
un dargli desinar, albergo e cena,
come se l’uom facesse l’osteria;
un sospetto crudel del mal franzese,
un tôr danari o drappi ad interesso,
per darli, verbigrazia, un tanto al mese;
un dirmi ch’io vi torno troppo spesso,
un’eccellenza del signor marchese,
eterno onor del puttanesco sesso;
un morbo, un puzzo, un cesso,
un toglier a pigion ogni palazzo
son le cagioni ch’io mi meni il cazzo.
Francesco Maria Molza
Da La Ficheide
Cortese è di natura, e dà ricetto
ad ogni frutto: e chi nel fico innesta,
non perde tempo, e vedesi l’effetto.
Questa pianta a raccorre è sempre presta;
e perch’ è di materia un po’ fungosa
ciò che vi poni, prestamente arresta.
Avanza di dolcezza ogn’altra cosa,
zucchero, marzapan, confetti, e miele,
ed utile è più assai che non pomposa.
Non trovo con ragion chi si querele
di lei, se non qualcun c’ha torto il gusto
dietro alle pesche, ovver dietro alle mele.
ad ogni frutto: e chi nel fico innesta,
non perde tempo, e vedesi l’effetto.
Questa pianta a raccorre è sempre presta;
e perch’ è di materia un po’ fungosa
ciò che vi poni, prestamente arresta.
Avanza di dolcezza ogn’altra cosa,
zucchero, marzapan, confetti, e miele,
ed utile è più assai che non pomposa.
Non trovo con ragion chi si querele
di lei, se non qualcun c’ha torto il gusto
dietro alle pesche, ovver dietro alle mele.