Poesie di questo tema
Umorismo e ironia
Giambattista Casti
L’arcangelo Gabriello
È solito costume degli amanti
di lodar sempre ed adular le belle:
chi dice lor mille cose galanti
chi al sole le assomiglia e chi alle stelle,
e chi sparge per lor sospiri e pianti,
e chi giura che pena o muor per quelle;
e con sì fatte iperboli e sì strane
vie più le rendono orgogliose e vane.
Che se tutte, per altro, o Donne mie,
fosser savie così come voi siete,
in mezzo a tai svenevoli follie
sarebber più prudenti e più discrete,
e saprebbero il ver dalle bugie
distinguer, come voi lo distinguete,
né al suon di lusinghevoli parole
si aggirerebber come banderuole.
Di tal fatta una donna era in Venezia
che di beltà credeasi un modello,
e si chiamava madonna Lucrezia,
né visto erasi ancor viso più bello;
ma ora con una, or con un’altra inezia
gli adulator le avean guasto il cervello
e come che non sian gli esempi rari,
in lei beltà e sciocchezza ivan del pari.
Contro il Turco il marito a segnalarsi
era ito sopra una squadra navale,
quando ella per mangiar, come suol farsi,
poscia in grazia d’Iddio l’uovo pasquale,
andò un sabato santo a confessarsi
da un tal padre Pasqual conventuale,
che avea nella città credito e loda,
ed era allora il confessor di moda.
Questo fior di virtù nacque in Urbino,
e dall’età più giovane era stato
famoso incorreggibil libertino,
sentina d’ogni vizio e scapestrato,
seguace delle femmine e del vino;
e al fin fu dalla patria esiliato,
perché il loco mettea tutto a soqquadro,
e fama avea di spia, falsario e ladro.
Onde volendo con pietà mentita
continuar le sfrenatezze usate,
ricovrossi in Venezia, e cangiar vita
astutamente finse, e si fe’ frate,
e all’esterno mostrando alma contrita,
devozion spirava e santitate.
Solea scacciar da corpi ossessi il diavolo,
e accendersi di zel come un san Pavolo.
Detto l’avresti alla faccia dimessa
di san Francesco il più perfetto figlio,
quando in publico orava o dicea messa
gli cadevan le lagrime dal ciglio;
monachella non v’era né badessa,
che da lui non bramasse aver consiglio.
Ogni opra sua creduta era un miracolo,
ogni detto stimato era un oracolo.
Oh madre d’ogni vizio, oh maledetta,
oh iniqua e scellerata ipocrisia!
Per te ogni opra più santa e più perfetta,
per te solo divien malvagia e ria;
tu l’anima di mille colpe infetta
sotto apparenza ascondi umile e pia,
tu la pura virtù guasti e deturpi,
né il nome sol, ma il premio anche n’usurpi.
Ma finché vi sarà santità vera,
santità vi sarà falsa e apparente;
e con questa tuttor l’iniquo spera
la divota ingannar credula gente.
Colla buona moneta in tal maniera
la non buona veggian correr sovente;
e finché al mondo vi saran danari,
vi saran sempre falsi monetari.
Ma riprendendo il fil, sua riverenza
le colpe udendo di Lucrezia bella,
prese cotal diletto e compiacenza
d’intrattenersi a favellar con ella,
che per seco contrar più confidenza
le domandò se vedova o zitella
o maritata fosse: e alla fin poi
le disse: «Un cicisbeo l’avete voi?»
Lucrezia bruscamente a tal richiesta
rispose: «Eh! messer frate, in fede mia
voi non avete tanti peli in testa
quanti amatori avrei se bramosìa
me ne prendesse pur: ma vi par questa
beltà che un uom mortal degno ne sia?
Veramente potria questo mio
viso aggiungere ornamento al paradiso».
Il furbo ipocriton conventuale
con man si copre il viso e tronfia e sghigna,
udendo quella zucca senza sale,
che bella si credea più di Ciprigna:
e in sé conclude, e non conclude male,
esser quello terren da piantar vigna;
ma vuol per questa volta apparir santo,
e finge zelo e l’avvertisce intanto:
che Dio non vuol superbia e vanagloria,
ma l’umiltà comanda e la modestia.
Ella s’empie ognor più di folle boria,
e sostien tuttavia ch’egli è una bestia;
ond’ei che vuol continuar l’istoria
in miglior tempo e non le dar molestia,
non se le oppon, curva le spalle e tace,
indi l’assolve e la rimanda in pace.
E con scuse e pretesti impazïente
dall’altre donne poi si disimpegna.
Medita il giorno e la notte seguente
come far opra illustre e di sé degna;
alfin nobil pensier gli cade in mente,
ed eseguirlo l’altro dì disegna;
e giunta l’ora ch’egli attende e brama,
dette principio all’ideata trama.
E tolto seco un fraticel, che a parte
era de’ suoi pensieri, andò a madonna,
e finse arcani e, trattala in disparte,
a lei prostrossi e le baciò la gonna:
e lacrime e sospir piangendo ad arte:
«Perdon» le disse «o incomparabil donna,
perdon, vi chiedo, o stella mattutina.
Perdon, bellezza angelica e divina».
Ella a sì strana inaspettata scena,
che mai ciò fosse interrogava il frate,
ed egli: «Ave Lucrezia, grazia plena!
Se voi il mio fallo non mi perdonate,
io troppo, ohimè! ne pagherò la pena:
ma perché meglio la cosa intendiate,
tutta per mio rossor per vostra gloria,
vi narrerò la dolorosa istoria.
La scorsa notte, com’è mio costume,
standomi in cella orando in ginocchione,
balenar vidi un improvviso lume;
mi volgo e appo mi veggo un bel garzone;
le lucid’ali e le dorate piume
avea sul dorso; e in mano avea un bastone;
minaccioso mi guarda e per la cappa
con isdegno e con impeto mi chiappa.
Indi a’ suoi piè mi trasse, e con quel legno
conciommi sì, che n’ebbi gli ossi pesti.
‘Perché,’ gli domando ‘cotanto sdegno?’
‘Perché,’ rispose quei, ‘tu presumesti
riprender di Lucrezia, o frate indegno,
le bellezze serafiche e celesti,
quai sopra ogni altra cosa amar sogl’io,
eccetto sol messer Domeneddio?’
‘Ma voi chi siete!’ io gli soggiungo. ‘Io sono’,
colui riprese, ‘io son l’agnol Gabriello.’
Colla faccia per terra allor: ‘Perdono,
perdon, vi chiedo’, esclamo, ‘agnolo bello…’
‘Vanne,’ ei mi disse in autorevol tuono,
‘vanne a Lucrezia, unico mezzo è quello
onde calmar tu possa i sdegni miei,
che pria cerchi ottener perdon da lei.
Ma se da lei perdon non otterrai,
qui a ritrovarti tornerò ogni notte,
né di punirti resterò giammai,
se l’ossa non t’avrò fiaccate e rotte.’
Queste mi disse ed altre cose assai,
ed altre ragion da lui mi furo addotte,
che per altro da me voi non saprete
se pria del fallo mio non mi assolvete».
Madonna zucca vuota un gran diletto
provava entro sé stessa a un parlar tale,
e disse: «Inver mi spiace, poveretto!
d’esser stata cagion del vostro male;
ma Dio v’aiuti, io ve l’aveva pur detto
ch’era la beltà mia celestiale.
Orsù, via, vi perdono, purché voi
mi diciate ciò ch’ei vi disse poi».
«Un grande arcano», ei disse allor, «figliuola,
a svelarti m’accingo, or che son certo
che mi assolvete, e d’una cosa sola
per lo ben vostro vi prevengo e avverto,
che, se di ciò farete altrui parola,
tutto dell’opra perderete il merto;
che non lice ai mortali ed ai profani
entrare a parte de’ celesti arcani.
Sappiate che quest’agnolo beato,
benché a cose divine avvezzo sia,
è di voi per tal guisa innamorato,
ché non altro che voi cerca e desia,
e da gran tempo ha di passar bramato
alcuna notte in vostra compagnia;
ma per non vi recar tema o sorpresa,
per mezzo mio far ve ne volle intesa.
E poiché per cagion di metafisica
un angiol non si vede e non si tocca,
pensa a voi presentarsi in forma fisica
e farsi un uom con piè, mani, occhi e bocca;
ma di farlo per altro ei non si risica
senza il consenso vostro; onde a voi tocca
dir quando ei venir deggia e in qual figura,
e a un vostro cenno ei cangerà natura.»
Ed ella: «Un amator sdegno infra gli uomini,
ma un Gabrïel, se l’amor suo mi svela,
l’accetto amante: ei sul mio cor predomini.
Qualor pinto il vid’io su muro o tela,
sempre gli recitai l’Angelus Domini,
o gli accesi davanti una candela;
perché a dirla, con lui ci ho simpatia,
e mi piace la sua fisonomia.
Or voi pertanto gli potrete dire
che complimenti meco egli non faccia,
che può liberamente a me venire
ogni qual volta di venir gli piaccia,
mi troverà soletta; e allor gioire
potrà dell’amor suo fra le mie braccia;
e venga pure in qualsiasi figura,
ma badi di non mettermi paura.
Per mia cagion per altro io non vorrei
che lasciasse la vergine Maria
perché sempre lo vedo avanti a lei,
e credo innamorato egli ne sia.
Altrui toglier non bramo i cicisbei,
né mi piace a verun dar gelosia,
né vo’ che ella perciò meco si sdegni;
in somma, parlo chiaro, io non vo’ impegni».
«Questo è parlar con senno», esclamò il frate,
«questo si chiama aver timor di Dio;
ma fidatevi a me, non dubitate,
che seco il tutto aggiusterò ben io.
Una grazia però vo’ mi facciate,
ed è, ch’ei venga a voi col corpo mio,
cosa che a voi non reca pregiudizio.
E a me rende un grandissimo servizio.
Poiché per far che nel mio cor egli entre
con unione ipostatica, m’avviso
che pria dovrà l’anima trarne, e mentre
il corpo mio sarà da lei diviso,
in fin ch’ella di nuovo ci rientre
l’angiolo metteralla in paradiso,
ove potrà di quel felice stato
godere intanto un saggio anticipato.
E ben merita un qualche guiderdone,
il fare ad un arcangelo il mezzano,
mentre veggonsi ognor tante persone,
sensali vili di commercio umano,
di ricchezze ottener profusïone;
ed io, che già no ’l fo per uom profano,
ma per un angiol del supremo stuolo,
dell’anima il vantaggio io cerco solo.»
«Or via, tali ragion m’avete addotte»,
ella rispose, «che la grazia avrete
e così intendo compensar le botte
che a mio riguardo ricevute avete.»
«Or bene», il frate replicò, «stanotte
l’uscio di vostra casa non chiudete;
perché un angiol fatt’uomo (son cose note)
altronde che per l’uscio entrar non puote.»
E ciò detto, da lei congedo prese
e tornosse ratto al monastero,
ove con droghe a ristorar s’attese
per uscir valente cavaliero,
e procurò di star bene in arnese;
ché a gran cammin spronar vuole il corsiero,
e mostrar che, se un uomo nell’opre sue
fa per un uomo, un angiol fa per due.
Tutto il dì attende, e non sì tosto annotta
che se ne andò da monna Cornificia
sua confidente assai perita e dotta
in facoltà lenonia e meretricia,
qui candida si pon lucida cotta
invece di mutande e di camicia,
ai piè s’adatta i sandali, e posticci
ponsi i biondi capelli e fassi i ricci.
Si sbraccia infino ai gomiti; e si fascia
con trasparente velo alla cintura,
si liscia, si profuma, e la bagascia
consapevol di già dell’avventura,
si sbellica di risa e si sganascia,
rimirando com’ei si trasfigura;
e in un tabarro all’uso di Venezia
alfin s’involse e vassene a Lucrezia.
E l’uscio mezzo aperto e mezzo chiuso
trova, guarda d’intorno, e incontanente
entra, appiatta il tabarro e sale suso,
ed improvviso fassi a lei presente,
che di tema un piacer misto e confuso
all’apparir dell’angiolo risente,
e inginocchiossi, ed ei la benedisse,
la man le porse, sollevolla e disse:
«Sorgete, e a coricarvi ite, madonna,
cerimonie fra noi non debbon farsi».
Ella ben tosto si levò la gonna
e andò obbediente a coricarsi.
Poiché nuda restò la bella donna,
al frate il cintolino ebbe a strapparsi:
cominciato ex abrupto avrìa il lavoro,
ma il ritenne l’angelico decoro.
Onde frenò i lascivi desideri,
e sorridendo: «Figlia mia», le dice,
«a che pro tanti lumi e candelieri?
Nella notturna oscurità felice
del nostro amor si ascondano i misteri,
che alla luce profana espor non lice»,
e i lumi smorza, indi si spoglia e anch’ei
tosto in letto si corica con lei.
Era padre Pasquale un cotal fusto
di corpo e di persona assai ben fatto,
ben complesso di membra, agil, robusto,
e in lussuria vinceva il miccio e il gatto,
e niun dare alle femmine più gusto
sapea con libertin lascivo tatto;
in somma, a tutta prova era un campione
per scuotere alle donne il pelliccione,
ed a Lucrezia lo provò in letto,
ché tutta notte non istette in ozio,
e più e più volte replicò il diletto;
onde conobbe quanto buon negozio
stato fosse per lei di aver in letto
un angiolo carnal per drudo e sozio:
e assaporato l’angelico arnese,
maggior disgusto per gli uomini prese.
In quei momenti in cui si riposava
per riprendere più lena e vigoria,
fra Pasquale i misteri a lei svelava
della celestiale tëologia.
«Veramente gran danno»; ella esclamava,
«gran danno veramente che non sia
quel soave diletto in ciel premesso
che nasce solo dal diverso sesso.»
«Ecco il giudizio uman come spess’erra!»
sclamò il frate con enfasi di zelo,
«quando l’uom ragionar presume in terra
de’ misteri ineffabili del cielo,
che l’eterno voler involge e serra
dentro un oscuro impenetrabil velo.
Ma tu ascoltami, donna, e udrai cose
a noi sol note e a voi mortali ascose.
A suo piacer, e quand’ei vuol di sesso
cangia uno spirto e fassi maschio o femina,
oppur femmina o maschio, a un tempo stesso
in sé due qualità raddoppia e gemina;
né per quanto ne sia continuo e spesso
l’uso, non mai l’illanguidisce o effemina,
che anzi quella piacevole abitudine
forma parte di lor beatitudine:
che non commissione materiale,
né si usano sensibili maniere,
ma un atto puro ed intellettuale
e conforme reciproco volere.
Atto cotale a generar non vale,
ma dato è sol per procurar piacere;
ché né nasce uno spirto, né muore,
né esser può generato o genitore.
Poiché fatti non siam d’ossi e di ciccia,
né sangue e vene abbiam, né fibre e nervi,
né altra materia inviluppa e impiccia
che avvinti suol ne’ lacci suoi tenervi.
Ma voi che avete l’anima posticcia,
siete del corpo ognor sudditi e servi:
noi sesso alcun non lega, e io sono un angiolo
che amo uno e l’altro sesso, e spesso cangiolo.
Tempo verrà, come fu a voi predetto
cho i corpi a nuova vita sorgeranno,
e di felicità stato perfetto
anch’essi allora avran che ora non hanno;
gli animi avranno spiritual diletto,
e diletto corporeo i corpi avranno,
e sarà pienamente soddisfatto
gusto, vista, odorato, udito e tatto.
E ben color che usque ab Ecclesiae initio
il regno predicâr dei millenari,
par che avesser di ciò sentore e indizio;
ma non piacque a Giovanni e a’ suoi scolari,
che gente si credean di più giudizio;
onde Cerinto colli suoi settari
dal ceto de’ fedeli ebber l’esilio,
e fur dannati in non so qual concilio.»
Così più volte ripigliò a vicenda
or qualche suo teologale assunto,
od or la dilettevole faccenda,
e al fin cessò dall’opera e fe’ punto;
poiché è pur d’uopo che congedo prenda,
essendo della notte il termin giunto,
e sorgean dell’aurora i primi rai
gli orli a indorar dell’orizzonte omai.
E a ripigliar se ’n va tonaca e manto
da Cornificia, e frettolosamente
fece ritorno al monastero santo
pria che più rischiarasse il dì nascente.
La donna in letto ancor rimase alquanto,
poiché di riposar bisogno sente:
dopo un placido sonno alfin si leva,
che il dïurno pianeta alto luceva.
E al buon frate in zendal solo e in pianelle
andò a narrar come stat’era in letto
tutta la notte in braccia a Gabrïelle,
e siccome quell’angiol benedetto
in confidenza mille cose belle
della gloria del cielo aveale detto;
e di più aggiunse immaginaria e sciocca
di fandonie una lunga filastrocca.
«Di voi non so», padre Pasqual rispose;
«di me so bene che del corpo fuore
l’angiol mi trasse l’anima, e la pose
in mezzo d’un chiarissimo splendore,
ov’eran tanti gigli e tante rose
che diffondean maraviglioso odore.
E suoni in oltre e canti udii sì belli,
come vi fosser mille Farinelli.
Quel che allor divenisse il corpo mio
in verità non ve ’l saprei ridire.»
Ed ella: «O che baggeo! non ve ’l dich’io?
Nel corpo vostro l’angiolo a gioire
meco si stette per grazia di Dio.
Finché cominciò l’alba a comparire,
e per torvi ogni dubbio, un segno espresso
voi ne portate ancor sopra di voi stesso:
perocché mentre io me andavo in brodo
per piacer cui simil non ebbi mai,
cotal baciozzo e sì solenne e sodo
sotto la manca poppa v’appiccai,
che vi restò l’impronta in modo
che restar vi dovrà per giorni assai,
e se meglio chiarirvene volete,
guardate ove v’ho detto, e lo vedrete».
Ed ei: «Quantunque io non ebbi usanza
di nuda rimirar la carne umana,
pur questa sera spoglierommi in stanza
per osservar la stimmata sì strana».
Intanto alla monastica pietanza
frati chiama il suon della campana;
onde sortendo fuor del parlatorio
l’una andò a casa e l’altro al refettorio.
E vedendo sì ben la vaga idea
riuscire della sua metempsicosi,
padre Pasqual già stabilito avea
principii proseguir sì avventurosi.
«Sia benedetto pur», fra sé dicea,
«quando a tal stratagemma il pensier posi,
e benedetta cento volte sia
la balordaggin della donna mia.»
Ed alla sua mezzana e confidente
del giorno all’imbrunir se ’n correa subito,
e trasformato in Gabrïel sovente
iva a monna Lucrezia, ed io non dubito
ch’ella seguito avria tranquillamente
a goder tale angelico concubito,
se non avesse per poco giudizio
di quell’affar dato ella stessa indizio.
Dopo aver colle amiche un dì ciarlato
di trine e nastri e d’abiti e di mode,
e della sua toletta e del bucato,
e di creste con code e senza code,
e de’ fatti di tutto il vicinato,
come far dalle femmine ognor s’ode,
d’un in altro discorso andando avanti,
vennero a ragionar de’ loro amanti.
Chi disse averne due, chi tre, chi più,
e su gli altri ciascuna i suoi lodò.
Lucrezia allor, tocca da orgoglio fu,
e disse: «Un sol che va per mille io n’ho».
Tutte a dir l’incitaro; ed ella: «Orsù,
se tacer promettete, io ve ’l dirò:
sappiate che l’arcangel Gabrïello
arde per me d’amor il poverello».
Credean le donne in pria ch’ella scherzasse,
ma poiché vider che dicea da senno,
ebber forte timor che vaneggiasse;
e l’una all’altra coll’occhio fe’ cenno,
sogghignando fra i labbri, e a voci basse
disser fra lor: «Costei perduto ha il senno».
Se n’avvid’ella, ed onta il cor le punse,
e con riso sardonico soggiunse:
«Oh! se una volta sol gustar poteste
con un angiolo in carne, in ossa e in pelle,
le dolcezze del coïto celeste,
son certa, le mie care semplicelle,
che tutt’altro piacer lo credereste
insipido trastullo e bagattelle:
ben io lo so che tanto all’angiol piacqui,
e seco tante notti in letto giacqui».
La cosa immaginar più o men com’era
le donne allor, che conoscean la sciocca;
sicché disserlo ad altre, e in tal maniera
quella storia passò di bocca in bocca;
ché arcano in cor di femmina ciarliera
non resta, e fuor per la lingua trabocca,
e in breve se n’empì tutta Venezia,
e l’intese il cognato di Lucrezia.
Ei la custodia avea dell’arsenale,
uom pronto e scaltro, e si nomò Tommaso,
faceto sì, ma in zucca avea del sale,
e le mosche sapea tôrsi dal naso.
Costui narrar sentendo istoria tale,
non mostrò darle fede o farne caso,
perché volea, send’egli un buon umore,
coll’inganno punir l’ingannatore.
Più d’un disegno fé, ma sempre in forse
stette se proprio ed eseguibil era;
quando dell’arsenal le chiavi scòrse
che a lui portar solevansi ogni sera
ciò pensier nuovo e nuova idea gli porse,
e già divisa i mezzi e la maniera,
che con quelle mandar vuole ad effetto
un suo capricciosissimo progetto.
Di San Pietro la figura prende,
come l’immagin sua vediam dipinta;
il giudaico manto a piè gli scende,
in mano ha due gran chiavi, e dalla cinta
al manco lato la coltella pende,
tosi ha i capelli e la barbetta finta;
e a ben guardarlo dinanzi e di dietro
detto avresti: «Per Dio! questi è san Pietro».
E poscia a casa andò della cognata
intabarrato in così strano arnese,
e trovando che aperta era l’entrata,
guardò d’intorno, e poscia su v’ascese,
e nascostosi in parte inosservata
l’apparizion di Gabrïello attese,
qual fra boscaglie collo schioppo carco
attende il cacciator la lepre al varco.
Gran calpestio su per le scale sente,
e vede Gabrïel che se ne viene,
che spinto da carnal stimolo ardente
negli occhi impresse avea le voglie oscene.
Se gli fa avanti, ed improvvisamente
per un braccio l’afferra e forte il tiene,
e con sdegno scotendolo, gli affisse
in volto il guardo minaccioso, e disse:
«Tu qui? Tu ancor senza il permesso mio
ardisti uscir dalle celesti porte?
Guardami in volto ben: Pietro son io,
il portinaio dell’eterea corte;
ma se non fo che tu ne paghi il fio,
disonor dell’angelica coorte,
vo’ questa volta che mi mangi l’orco,
angiolo puttaniero, angiolo porco!»
Le chiavi in questo dir gli dié sul muso
con forza tal che l’ebbe a sbalordire;
indi replica il colpo, e quel confuso
scappar voleva, e non sapeva ov’ire,
ché ogni passaggio da colui gli è chiuso:
or qua s’aggira, or là, né può fuggire
dal tempestar delle sonore e gravi
percosse ree delle terribil chiavi.
Quale in agosto alla campagna aprica
l’industrioso e provvido villano,
lieto il frutto in veder di sua fatica,
di doppio legno arma la dura mano,
e dà frequenti colpi in sulla spica,
acciò la paglia separi dal grano;
tal con fieri percosse replicate
messer Tommaso percoteva il frate.
Pel naso e per la bocca il sangue spande,
l’ossa e la carne in ogni parte ha pesta,
ed inutile è ch’ei si raccomande;
ché colui non l’ascolta e non s’arresta.
D’un veron che sporgea sul canal grande
alfin s’avvede, e poiché ornai non resta
altro scampo, altra via, là corre in fretta,
e disperatamente giù si getta.
Allora andò l’apostolo benedetto
là dove udendo il suon delle percosse
stava Lucrezia rannicchiata in letto,
né potendo capir che mai ciò fosse,
timido il cor le palpitava in petto.
Vèr lei con faccia burbera si mosse
dicendo: «E tu non te n’andrai impunita
d’aver gli angioli indotti a mala vita».
E nuda la discopre, indi la chiappa,
la rivolge sul letto in giù boccone:
frem’ella e si contorce e si rattrappa,
ma colui senz’usar compassïone
mena le chiavi, e or l’una or l’altra chiappa,
or le reni le scuote, or il groppone.
«Misericordia!» con amaro pianto,
«misericordia!» ella gridava intanto.
E poscia ch’egli l’ebbe concia a segno
che mezza morta è per dolor rimasa;
avendo a fin condotto il suo disegno,
se ne tornò tranquillamente, a casa,
lieto d’avere con astuto ingegno
convinta la cognata e persuasa
di san Pietro per sempre a ricordarsi,
né più a voler con angioli impacciarsi.
Or quivi, o Conte, generoso e degno,
cui venerare io mi compiaccio e vanto,
so ben che a voi non piace e avete a sdegno
un tratto di rigore aspro cotanto,
che giustamente lo credete indegno
d’alma ben nata e molto più di un santo;
ché fare offesa e torto al gentil sesso
dalla terra e dal ciel non è permesso.
E ben conviene a voi simil pensiero,
che siete di bontà, di cortesia,
e di ogni gentilezza esempio vero,
né vi fa d’uopo della lode mia,
e odiar solete ogn’incivil severo
atto di crudeltà, di villania:
onde a riguardo vostro, ad ogni patto
meglio mi volli assicurar del fatto.
E vidi i manoscritti tutti quanti,
consultai le persone illuminate
nelle materie lubriche e galanti,
e sulle nozïon da me acquistate
tutte collazionai le varianti.
Chi dice che colui, sparito il frate,
data a Lucrezia una tremenda occhiata,
partì, e lasciolla tutta spaventata.
Chi dice che in scoprir le belle e bianche
membra di lei che piange e si desola,
l’ira ammorzò, s’intenerì pur anche
della beltà che a riguardar consola.
Le nude cosce, il corpo, il petto e l’anche
sbirciò lascivo e gliene venne gola:
ma si vinse e partì, né la toccò:
chi dice ch’altre chiavi adoperò.
Di queste lezïon ch’io ritrovai,
qual vi aggrada, signor, sceglier potrete
che al vostro gusto son conformi assai,
perché più moderate e più discrete.
Se il fatto altramente io raccontai,
spero che voi scusar me ne vorrete,
ché in materia cotanto dilicata,
credei meglio tenermi alla volgata.
Ma ritorniamo al nostro fra Pasquale
che nel canal caduto era dall’alto,
e per fuggir più periglioso male
erasi posto al disperato salto.
Cadde giù a piombo, e benché avesse l’ale,
non si potette equilibrar in alto,
poiché per sollevare umana ciccia
o poco o nulla giova ala posticcia.
Non altrimenti che Icaro nel mare
al certo il frate nel canal periva,
ma buon per lui che sapea ben nuotare;
onde il coraggio quanto può ravviva,
che a maggior uopo non gli può giovare;
e tanto fe’ che alfin si trasse a riva,
e con lena affannata ed a gran stento
bel bel si ricondusse indi al convento.
A riprender le vesti e la sottana
da monna Cornificia ei sarebb’ito,
ma la sua casa troppo era lontana,
ed egli è sì mal concio e rifinito
che miracol sarà se ne risana;
onde credette l’unico partito
drittamente al convento andar ben tosto,
che non era di là molto discosto.
Lasciato ha strani segni, ovunque ha colto
la grandine de’ colpi a cui soggiacque;
livido, pesto e sfigurato ha il volto.
L’alta caduta a contrastar coll’acque
le vesti e ciò che indosso avea gli ha tolto,
onde rimasto è nudo come nacque;
e del convento la chiave ha perduta,
che avea seco infin allor tenuta.
Onde suonò la campanella, e a un tratto
venne ad aprirgli il portinar fra Elia,
che a prima vista lo credette un matto;
l’osserva poi, né sa capir chi sia,
perch’egli è sì malconcio e contraffatto
che par non abbia d’uom fisonomia;
ond’ei che toglier di stupor lo vuole,
gli favella con fievoli parole:
«Non mi riconosci? Fra Pasqual son io,
sì, quel purtroppo son, fratello in Cristo,
io quel servo indegnissimo di Dio.
Il Diavolo per far di me l’acquisto,
come vedi ha ridotto il corpo mio
in questo stato doloroso e tristo;
e perché sii di ciò più persuaso,
narrar ti voglio il deplorabil caso.
Mentre guari non è, come ogni sera
far soglio, di cristian gli obblighi adempio,
e fisso son nella mental preghiera,
il nemico comun perverso ed empio
me nudo, e non so dirti in qual maniera,
portò sopra il pinnacolo del tempio,
come allo stesso Salvator già feo,
secondo scrisser già Marco e Matteo.
E di lassù tutte al mio guardo espose
le venete ricchezze insiem ridutte,
in oltre le più belle e più vezzose
vedove donne e maritate e putte;
e disse: ‘Vedi tutte queste cose?
Se tu m’adori te le vo’ dar tutte’,
io con disprezzo e collera lo guardo,
poi gli dico: ‘Eh! va via, che sei bugiardo!’
Ma quei non fece a me come a Gesù,
né volle come a lui riguardi usarmi.
‘Così’, riprese, ‘mi rispondi tu?’
E gran pugno avventommi indi col darmi
un calcio in cul precipitommi giù.
Un angiol, cred’io, venne a sollevarmi,
poiché, a terra cadendo dal pinnacolo
io viver non potea senza un miracolo.
Nondimen la caduta e le percosse
mi han ridotto così, caro fratello».
Frate Elia che a pietà di lui si mosse,
lo ricoprì col proprio suo mantello,
poi nella cella sua seco portosse
e sopra il letto l’adagiò bel bello.
Sparsasi pel convento la novella,
tutti a vederlo corsero alla cella.
Facevangli corona i frati attorno:
un frate gli dicea: «Beato te
che ti protegge il ciel!» «Beato, un corno!»
tacitamente ei rispondea fra sé.
L’altro: «Vedrem te sugli altari un giorno,
la palma del martirio ti si de’».
«Ma se tu», disse alcun, «martire invitto,
battevi la collottola, eri fritto.»
E in guisa tal il giusto premio ottenne
l’ipocrisia del frate e l’impostura,
e poscia infin che visse ei si sovvenne
di quella memorabile avventura,
e non mai più la fantasia gli venne
di usurparsi l’angelica figura:
e le sue falsità fattesi note,
più non poté ingannar l’alme divote.
Ché il fatto, come avvien, si divulgò
in pochi giorni per tutta Venezia,
e per gran pezzo ciaschedun parlò
dell’angiol, di san Pietro e di Lucrezia,
e altamente da tutti si lodò
di Tommaso la provvida facezia,
con che dell’un l’inganno a un tempo volle,
e dell’altra punir l’orgoglio folle.
Benedette pur voi, che m’ascoltate,
il di cui cor quanta superbia abbomini
io sollo, e quanta, o Donne mie garbate,
modestia e saviezza in voi predomini;
né per amanti gli angioli cercate,
ma siete paghe dell’amor degli uomini.
Sì, Donne care, stiam quaggiù fra noi,
gli Angioli li godremo in cielo poi.
di lodar sempre ed adular le belle:
chi dice lor mille cose galanti
chi al sole le assomiglia e chi alle stelle,
e chi sparge per lor sospiri e pianti,
e chi giura che pena o muor per quelle;
e con sì fatte iperboli e sì strane
vie più le rendono orgogliose e vane.
Che se tutte, per altro, o Donne mie,
fosser savie così come voi siete,
in mezzo a tai svenevoli follie
sarebber più prudenti e più discrete,
e saprebbero il ver dalle bugie
distinguer, come voi lo distinguete,
né al suon di lusinghevoli parole
si aggirerebber come banderuole.
Di tal fatta una donna era in Venezia
che di beltà credeasi un modello,
e si chiamava madonna Lucrezia,
né visto erasi ancor viso più bello;
ma ora con una, or con un’altra inezia
gli adulator le avean guasto il cervello
e come che non sian gli esempi rari,
in lei beltà e sciocchezza ivan del pari.
Contro il Turco il marito a segnalarsi
era ito sopra una squadra navale,
quando ella per mangiar, come suol farsi,
poscia in grazia d’Iddio l’uovo pasquale,
andò un sabato santo a confessarsi
da un tal padre Pasqual conventuale,
che avea nella città credito e loda,
ed era allora il confessor di moda.
Questo fior di virtù nacque in Urbino,
e dall’età più giovane era stato
famoso incorreggibil libertino,
sentina d’ogni vizio e scapestrato,
seguace delle femmine e del vino;
e al fin fu dalla patria esiliato,
perché il loco mettea tutto a soqquadro,
e fama avea di spia, falsario e ladro.
Onde volendo con pietà mentita
continuar le sfrenatezze usate,
ricovrossi in Venezia, e cangiar vita
astutamente finse, e si fe’ frate,
e all’esterno mostrando alma contrita,
devozion spirava e santitate.
Solea scacciar da corpi ossessi il diavolo,
e accendersi di zel come un san Pavolo.
Detto l’avresti alla faccia dimessa
di san Francesco il più perfetto figlio,
quando in publico orava o dicea messa
gli cadevan le lagrime dal ciglio;
monachella non v’era né badessa,
che da lui non bramasse aver consiglio.
Ogni opra sua creduta era un miracolo,
ogni detto stimato era un oracolo.
Oh madre d’ogni vizio, oh maledetta,
oh iniqua e scellerata ipocrisia!
Per te ogni opra più santa e più perfetta,
per te solo divien malvagia e ria;
tu l’anima di mille colpe infetta
sotto apparenza ascondi umile e pia,
tu la pura virtù guasti e deturpi,
né il nome sol, ma il premio anche n’usurpi.
Ma finché vi sarà santità vera,
santità vi sarà falsa e apparente;
e con questa tuttor l’iniquo spera
la divota ingannar credula gente.
Colla buona moneta in tal maniera
la non buona veggian correr sovente;
e finché al mondo vi saran danari,
vi saran sempre falsi monetari.
Ma riprendendo il fil, sua riverenza
le colpe udendo di Lucrezia bella,
prese cotal diletto e compiacenza
d’intrattenersi a favellar con ella,
che per seco contrar più confidenza
le domandò se vedova o zitella
o maritata fosse: e alla fin poi
le disse: «Un cicisbeo l’avete voi?»
Lucrezia bruscamente a tal richiesta
rispose: «Eh! messer frate, in fede mia
voi non avete tanti peli in testa
quanti amatori avrei se bramosìa
me ne prendesse pur: ma vi par questa
beltà che un uom mortal degno ne sia?
Veramente potria questo mio
viso aggiungere ornamento al paradiso».
Il furbo ipocriton conventuale
con man si copre il viso e tronfia e sghigna,
udendo quella zucca senza sale,
che bella si credea più di Ciprigna:
e in sé conclude, e non conclude male,
esser quello terren da piantar vigna;
ma vuol per questa volta apparir santo,
e finge zelo e l’avvertisce intanto:
che Dio non vuol superbia e vanagloria,
ma l’umiltà comanda e la modestia.
Ella s’empie ognor più di folle boria,
e sostien tuttavia ch’egli è una bestia;
ond’ei che vuol continuar l’istoria
in miglior tempo e non le dar molestia,
non se le oppon, curva le spalle e tace,
indi l’assolve e la rimanda in pace.
E con scuse e pretesti impazïente
dall’altre donne poi si disimpegna.
Medita il giorno e la notte seguente
come far opra illustre e di sé degna;
alfin nobil pensier gli cade in mente,
ed eseguirlo l’altro dì disegna;
e giunta l’ora ch’egli attende e brama,
dette principio all’ideata trama.
E tolto seco un fraticel, che a parte
era de’ suoi pensieri, andò a madonna,
e finse arcani e, trattala in disparte,
a lei prostrossi e le baciò la gonna:
e lacrime e sospir piangendo ad arte:
«Perdon» le disse «o incomparabil donna,
perdon, vi chiedo, o stella mattutina.
Perdon, bellezza angelica e divina».
Ella a sì strana inaspettata scena,
che mai ciò fosse interrogava il frate,
ed egli: «Ave Lucrezia, grazia plena!
Se voi il mio fallo non mi perdonate,
io troppo, ohimè! ne pagherò la pena:
ma perché meglio la cosa intendiate,
tutta per mio rossor per vostra gloria,
vi narrerò la dolorosa istoria.
La scorsa notte, com’è mio costume,
standomi in cella orando in ginocchione,
balenar vidi un improvviso lume;
mi volgo e appo mi veggo un bel garzone;
le lucid’ali e le dorate piume
avea sul dorso; e in mano avea un bastone;
minaccioso mi guarda e per la cappa
con isdegno e con impeto mi chiappa.
Indi a’ suoi piè mi trasse, e con quel legno
conciommi sì, che n’ebbi gli ossi pesti.
‘Perché,’ gli domando ‘cotanto sdegno?’
‘Perché,’ rispose quei, ‘tu presumesti
riprender di Lucrezia, o frate indegno,
le bellezze serafiche e celesti,
quai sopra ogni altra cosa amar sogl’io,
eccetto sol messer Domeneddio?’
‘Ma voi chi siete!’ io gli soggiungo. ‘Io sono’,
colui riprese, ‘io son l’agnol Gabriello.’
Colla faccia per terra allor: ‘Perdono,
perdon, vi chiedo’, esclamo, ‘agnolo bello…’
‘Vanne,’ ei mi disse in autorevol tuono,
‘vanne a Lucrezia, unico mezzo è quello
onde calmar tu possa i sdegni miei,
che pria cerchi ottener perdon da lei.
Ma se da lei perdon non otterrai,
qui a ritrovarti tornerò ogni notte,
né di punirti resterò giammai,
se l’ossa non t’avrò fiaccate e rotte.’
Queste mi disse ed altre cose assai,
ed altre ragion da lui mi furo addotte,
che per altro da me voi non saprete
se pria del fallo mio non mi assolvete».
Madonna zucca vuota un gran diletto
provava entro sé stessa a un parlar tale,
e disse: «Inver mi spiace, poveretto!
d’esser stata cagion del vostro male;
ma Dio v’aiuti, io ve l’aveva pur detto
ch’era la beltà mia celestiale.
Orsù, via, vi perdono, purché voi
mi diciate ciò ch’ei vi disse poi».
«Un grande arcano», ei disse allor, «figliuola,
a svelarti m’accingo, or che son certo
che mi assolvete, e d’una cosa sola
per lo ben vostro vi prevengo e avverto,
che, se di ciò farete altrui parola,
tutto dell’opra perderete il merto;
che non lice ai mortali ed ai profani
entrare a parte de’ celesti arcani.
Sappiate che quest’agnolo beato,
benché a cose divine avvezzo sia,
è di voi per tal guisa innamorato,
ché non altro che voi cerca e desia,
e da gran tempo ha di passar bramato
alcuna notte in vostra compagnia;
ma per non vi recar tema o sorpresa,
per mezzo mio far ve ne volle intesa.
E poiché per cagion di metafisica
un angiol non si vede e non si tocca,
pensa a voi presentarsi in forma fisica
e farsi un uom con piè, mani, occhi e bocca;
ma di farlo per altro ei non si risica
senza il consenso vostro; onde a voi tocca
dir quando ei venir deggia e in qual figura,
e a un vostro cenno ei cangerà natura.»
Ed ella: «Un amator sdegno infra gli uomini,
ma un Gabrïel, se l’amor suo mi svela,
l’accetto amante: ei sul mio cor predomini.
Qualor pinto il vid’io su muro o tela,
sempre gli recitai l’Angelus Domini,
o gli accesi davanti una candela;
perché a dirla, con lui ci ho simpatia,
e mi piace la sua fisonomia.
Or voi pertanto gli potrete dire
che complimenti meco egli non faccia,
che può liberamente a me venire
ogni qual volta di venir gli piaccia,
mi troverà soletta; e allor gioire
potrà dell’amor suo fra le mie braccia;
e venga pure in qualsiasi figura,
ma badi di non mettermi paura.
Per mia cagion per altro io non vorrei
che lasciasse la vergine Maria
perché sempre lo vedo avanti a lei,
e credo innamorato egli ne sia.
Altrui toglier non bramo i cicisbei,
né mi piace a verun dar gelosia,
né vo’ che ella perciò meco si sdegni;
in somma, parlo chiaro, io non vo’ impegni».
«Questo è parlar con senno», esclamò il frate,
«questo si chiama aver timor di Dio;
ma fidatevi a me, non dubitate,
che seco il tutto aggiusterò ben io.
Una grazia però vo’ mi facciate,
ed è, ch’ei venga a voi col corpo mio,
cosa che a voi non reca pregiudizio.
E a me rende un grandissimo servizio.
Poiché per far che nel mio cor egli entre
con unione ipostatica, m’avviso
che pria dovrà l’anima trarne, e mentre
il corpo mio sarà da lei diviso,
in fin ch’ella di nuovo ci rientre
l’angiolo metteralla in paradiso,
ove potrà di quel felice stato
godere intanto un saggio anticipato.
E ben merita un qualche guiderdone,
il fare ad un arcangelo il mezzano,
mentre veggonsi ognor tante persone,
sensali vili di commercio umano,
di ricchezze ottener profusïone;
ed io, che già no ’l fo per uom profano,
ma per un angiol del supremo stuolo,
dell’anima il vantaggio io cerco solo.»
«Or via, tali ragion m’avete addotte»,
ella rispose, «che la grazia avrete
e così intendo compensar le botte
che a mio riguardo ricevute avete.»
«Or bene», il frate replicò, «stanotte
l’uscio di vostra casa non chiudete;
perché un angiol fatt’uomo (son cose note)
altronde che per l’uscio entrar non puote.»
E ciò detto, da lei congedo prese
e tornosse ratto al monastero,
ove con droghe a ristorar s’attese
per uscir valente cavaliero,
e procurò di star bene in arnese;
ché a gran cammin spronar vuole il corsiero,
e mostrar che, se un uomo nell’opre sue
fa per un uomo, un angiol fa per due.
Tutto il dì attende, e non sì tosto annotta
che se ne andò da monna Cornificia
sua confidente assai perita e dotta
in facoltà lenonia e meretricia,
qui candida si pon lucida cotta
invece di mutande e di camicia,
ai piè s’adatta i sandali, e posticci
ponsi i biondi capelli e fassi i ricci.
Si sbraccia infino ai gomiti; e si fascia
con trasparente velo alla cintura,
si liscia, si profuma, e la bagascia
consapevol di già dell’avventura,
si sbellica di risa e si sganascia,
rimirando com’ei si trasfigura;
e in un tabarro all’uso di Venezia
alfin s’involse e vassene a Lucrezia.
E l’uscio mezzo aperto e mezzo chiuso
trova, guarda d’intorno, e incontanente
entra, appiatta il tabarro e sale suso,
ed improvviso fassi a lei presente,
che di tema un piacer misto e confuso
all’apparir dell’angiolo risente,
e inginocchiossi, ed ei la benedisse,
la man le porse, sollevolla e disse:
«Sorgete, e a coricarvi ite, madonna,
cerimonie fra noi non debbon farsi».
Ella ben tosto si levò la gonna
e andò obbediente a coricarsi.
Poiché nuda restò la bella donna,
al frate il cintolino ebbe a strapparsi:
cominciato ex abrupto avrìa il lavoro,
ma il ritenne l’angelico decoro.
Onde frenò i lascivi desideri,
e sorridendo: «Figlia mia», le dice,
«a che pro tanti lumi e candelieri?
Nella notturna oscurità felice
del nostro amor si ascondano i misteri,
che alla luce profana espor non lice»,
e i lumi smorza, indi si spoglia e anch’ei
tosto in letto si corica con lei.
Era padre Pasquale un cotal fusto
di corpo e di persona assai ben fatto,
ben complesso di membra, agil, robusto,
e in lussuria vinceva il miccio e il gatto,
e niun dare alle femmine più gusto
sapea con libertin lascivo tatto;
in somma, a tutta prova era un campione
per scuotere alle donne il pelliccione,
ed a Lucrezia lo provò in letto,
ché tutta notte non istette in ozio,
e più e più volte replicò il diletto;
onde conobbe quanto buon negozio
stato fosse per lei di aver in letto
un angiolo carnal per drudo e sozio:
e assaporato l’angelico arnese,
maggior disgusto per gli uomini prese.
In quei momenti in cui si riposava
per riprendere più lena e vigoria,
fra Pasquale i misteri a lei svelava
della celestiale tëologia.
«Veramente gran danno»; ella esclamava,
«gran danno veramente che non sia
quel soave diletto in ciel premesso
che nasce solo dal diverso sesso.»
«Ecco il giudizio uman come spess’erra!»
sclamò il frate con enfasi di zelo,
«quando l’uom ragionar presume in terra
de’ misteri ineffabili del cielo,
che l’eterno voler involge e serra
dentro un oscuro impenetrabil velo.
Ma tu ascoltami, donna, e udrai cose
a noi sol note e a voi mortali ascose.
A suo piacer, e quand’ei vuol di sesso
cangia uno spirto e fassi maschio o femina,
oppur femmina o maschio, a un tempo stesso
in sé due qualità raddoppia e gemina;
né per quanto ne sia continuo e spesso
l’uso, non mai l’illanguidisce o effemina,
che anzi quella piacevole abitudine
forma parte di lor beatitudine:
che non commissione materiale,
né si usano sensibili maniere,
ma un atto puro ed intellettuale
e conforme reciproco volere.
Atto cotale a generar non vale,
ma dato è sol per procurar piacere;
ché né nasce uno spirto, né muore,
né esser può generato o genitore.
Poiché fatti non siam d’ossi e di ciccia,
né sangue e vene abbiam, né fibre e nervi,
né altra materia inviluppa e impiccia
che avvinti suol ne’ lacci suoi tenervi.
Ma voi che avete l’anima posticcia,
siete del corpo ognor sudditi e servi:
noi sesso alcun non lega, e io sono un angiolo
che amo uno e l’altro sesso, e spesso cangiolo.
Tempo verrà, come fu a voi predetto
cho i corpi a nuova vita sorgeranno,
e di felicità stato perfetto
anch’essi allora avran che ora non hanno;
gli animi avranno spiritual diletto,
e diletto corporeo i corpi avranno,
e sarà pienamente soddisfatto
gusto, vista, odorato, udito e tatto.
E ben color che usque ab Ecclesiae initio
il regno predicâr dei millenari,
par che avesser di ciò sentore e indizio;
ma non piacque a Giovanni e a’ suoi scolari,
che gente si credean di più giudizio;
onde Cerinto colli suoi settari
dal ceto de’ fedeli ebber l’esilio,
e fur dannati in non so qual concilio.»
Così più volte ripigliò a vicenda
or qualche suo teologale assunto,
od or la dilettevole faccenda,
e al fin cessò dall’opera e fe’ punto;
poiché è pur d’uopo che congedo prenda,
essendo della notte il termin giunto,
e sorgean dell’aurora i primi rai
gli orli a indorar dell’orizzonte omai.
E a ripigliar se ’n va tonaca e manto
da Cornificia, e frettolosamente
fece ritorno al monastero santo
pria che più rischiarasse il dì nascente.
La donna in letto ancor rimase alquanto,
poiché di riposar bisogno sente:
dopo un placido sonno alfin si leva,
che il dïurno pianeta alto luceva.
E al buon frate in zendal solo e in pianelle
andò a narrar come stat’era in letto
tutta la notte in braccia a Gabrïelle,
e siccome quell’angiol benedetto
in confidenza mille cose belle
della gloria del cielo aveale detto;
e di più aggiunse immaginaria e sciocca
di fandonie una lunga filastrocca.
«Di voi non so», padre Pasqual rispose;
«di me so bene che del corpo fuore
l’angiol mi trasse l’anima, e la pose
in mezzo d’un chiarissimo splendore,
ov’eran tanti gigli e tante rose
che diffondean maraviglioso odore.
E suoni in oltre e canti udii sì belli,
come vi fosser mille Farinelli.
Quel che allor divenisse il corpo mio
in verità non ve ’l saprei ridire.»
Ed ella: «O che baggeo! non ve ’l dich’io?
Nel corpo vostro l’angiolo a gioire
meco si stette per grazia di Dio.
Finché cominciò l’alba a comparire,
e per torvi ogni dubbio, un segno espresso
voi ne portate ancor sopra di voi stesso:
perocché mentre io me andavo in brodo
per piacer cui simil non ebbi mai,
cotal baciozzo e sì solenne e sodo
sotto la manca poppa v’appiccai,
che vi restò l’impronta in modo
che restar vi dovrà per giorni assai,
e se meglio chiarirvene volete,
guardate ove v’ho detto, e lo vedrete».
Ed ei: «Quantunque io non ebbi usanza
di nuda rimirar la carne umana,
pur questa sera spoglierommi in stanza
per osservar la stimmata sì strana».
Intanto alla monastica pietanza
frati chiama il suon della campana;
onde sortendo fuor del parlatorio
l’una andò a casa e l’altro al refettorio.
E vedendo sì ben la vaga idea
riuscire della sua metempsicosi,
padre Pasqual già stabilito avea
principii proseguir sì avventurosi.
«Sia benedetto pur», fra sé dicea,
«quando a tal stratagemma il pensier posi,
e benedetta cento volte sia
la balordaggin della donna mia.»
Ed alla sua mezzana e confidente
del giorno all’imbrunir se ’n correa subito,
e trasformato in Gabrïel sovente
iva a monna Lucrezia, ed io non dubito
ch’ella seguito avria tranquillamente
a goder tale angelico concubito,
se non avesse per poco giudizio
di quell’affar dato ella stessa indizio.
Dopo aver colle amiche un dì ciarlato
di trine e nastri e d’abiti e di mode,
e della sua toletta e del bucato,
e di creste con code e senza code,
e de’ fatti di tutto il vicinato,
come far dalle femmine ognor s’ode,
d’un in altro discorso andando avanti,
vennero a ragionar de’ loro amanti.
Chi disse averne due, chi tre, chi più,
e su gli altri ciascuna i suoi lodò.
Lucrezia allor, tocca da orgoglio fu,
e disse: «Un sol che va per mille io n’ho».
Tutte a dir l’incitaro; ed ella: «Orsù,
se tacer promettete, io ve ’l dirò:
sappiate che l’arcangel Gabrïello
arde per me d’amor il poverello».
Credean le donne in pria ch’ella scherzasse,
ma poiché vider che dicea da senno,
ebber forte timor che vaneggiasse;
e l’una all’altra coll’occhio fe’ cenno,
sogghignando fra i labbri, e a voci basse
disser fra lor: «Costei perduto ha il senno».
Se n’avvid’ella, ed onta il cor le punse,
e con riso sardonico soggiunse:
«Oh! se una volta sol gustar poteste
con un angiolo in carne, in ossa e in pelle,
le dolcezze del coïto celeste,
son certa, le mie care semplicelle,
che tutt’altro piacer lo credereste
insipido trastullo e bagattelle:
ben io lo so che tanto all’angiol piacqui,
e seco tante notti in letto giacqui».
La cosa immaginar più o men com’era
le donne allor, che conoscean la sciocca;
sicché disserlo ad altre, e in tal maniera
quella storia passò di bocca in bocca;
ché arcano in cor di femmina ciarliera
non resta, e fuor per la lingua trabocca,
e in breve se n’empì tutta Venezia,
e l’intese il cognato di Lucrezia.
Ei la custodia avea dell’arsenale,
uom pronto e scaltro, e si nomò Tommaso,
faceto sì, ma in zucca avea del sale,
e le mosche sapea tôrsi dal naso.
Costui narrar sentendo istoria tale,
non mostrò darle fede o farne caso,
perché volea, send’egli un buon umore,
coll’inganno punir l’ingannatore.
Più d’un disegno fé, ma sempre in forse
stette se proprio ed eseguibil era;
quando dell’arsenal le chiavi scòrse
che a lui portar solevansi ogni sera
ciò pensier nuovo e nuova idea gli porse,
e già divisa i mezzi e la maniera,
che con quelle mandar vuole ad effetto
un suo capricciosissimo progetto.
Di San Pietro la figura prende,
come l’immagin sua vediam dipinta;
il giudaico manto a piè gli scende,
in mano ha due gran chiavi, e dalla cinta
al manco lato la coltella pende,
tosi ha i capelli e la barbetta finta;
e a ben guardarlo dinanzi e di dietro
detto avresti: «Per Dio! questi è san Pietro».
E poscia a casa andò della cognata
intabarrato in così strano arnese,
e trovando che aperta era l’entrata,
guardò d’intorno, e poscia su v’ascese,
e nascostosi in parte inosservata
l’apparizion di Gabrïello attese,
qual fra boscaglie collo schioppo carco
attende il cacciator la lepre al varco.
Gran calpestio su per le scale sente,
e vede Gabrïel che se ne viene,
che spinto da carnal stimolo ardente
negli occhi impresse avea le voglie oscene.
Se gli fa avanti, ed improvvisamente
per un braccio l’afferra e forte il tiene,
e con sdegno scotendolo, gli affisse
in volto il guardo minaccioso, e disse:
«Tu qui? Tu ancor senza il permesso mio
ardisti uscir dalle celesti porte?
Guardami in volto ben: Pietro son io,
il portinaio dell’eterea corte;
ma se non fo che tu ne paghi il fio,
disonor dell’angelica coorte,
vo’ questa volta che mi mangi l’orco,
angiolo puttaniero, angiolo porco!»
Le chiavi in questo dir gli dié sul muso
con forza tal che l’ebbe a sbalordire;
indi replica il colpo, e quel confuso
scappar voleva, e non sapeva ov’ire,
ché ogni passaggio da colui gli è chiuso:
or qua s’aggira, or là, né può fuggire
dal tempestar delle sonore e gravi
percosse ree delle terribil chiavi.
Quale in agosto alla campagna aprica
l’industrioso e provvido villano,
lieto il frutto in veder di sua fatica,
di doppio legno arma la dura mano,
e dà frequenti colpi in sulla spica,
acciò la paglia separi dal grano;
tal con fieri percosse replicate
messer Tommaso percoteva il frate.
Pel naso e per la bocca il sangue spande,
l’ossa e la carne in ogni parte ha pesta,
ed inutile è ch’ei si raccomande;
ché colui non l’ascolta e non s’arresta.
D’un veron che sporgea sul canal grande
alfin s’avvede, e poiché ornai non resta
altro scampo, altra via, là corre in fretta,
e disperatamente giù si getta.
Allora andò l’apostolo benedetto
là dove udendo il suon delle percosse
stava Lucrezia rannicchiata in letto,
né potendo capir che mai ciò fosse,
timido il cor le palpitava in petto.
Vèr lei con faccia burbera si mosse
dicendo: «E tu non te n’andrai impunita
d’aver gli angioli indotti a mala vita».
E nuda la discopre, indi la chiappa,
la rivolge sul letto in giù boccone:
frem’ella e si contorce e si rattrappa,
ma colui senz’usar compassïone
mena le chiavi, e or l’una or l’altra chiappa,
or le reni le scuote, or il groppone.
«Misericordia!» con amaro pianto,
«misericordia!» ella gridava intanto.
E poscia ch’egli l’ebbe concia a segno
che mezza morta è per dolor rimasa;
avendo a fin condotto il suo disegno,
se ne tornò tranquillamente, a casa,
lieto d’avere con astuto ingegno
convinta la cognata e persuasa
di san Pietro per sempre a ricordarsi,
né più a voler con angioli impacciarsi.
Or quivi, o Conte, generoso e degno,
cui venerare io mi compiaccio e vanto,
so ben che a voi non piace e avete a sdegno
un tratto di rigore aspro cotanto,
che giustamente lo credete indegno
d’alma ben nata e molto più di un santo;
ché fare offesa e torto al gentil sesso
dalla terra e dal ciel non è permesso.
E ben conviene a voi simil pensiero,
che siete di bontà, di cortesia,
e di ogni gentilezza esempio vero,
né vi fa d’uopo della lode mia,
e odiar solete ogn’incivil severo
atto di crudeltà, di villania:
onde a riguardo vostro, ad ogni patto
meglio mi volli assicurar del fatto.
E vidi i manoscritti tutti quanti,
consultai le persone illuminate
nelle materie lubriche e galanti,
e sulle nozïon da me acquistate
tutte collazionai le varianti.
Chi dice che colui, sparito il frate,
data a Lucrezia una tremenda occhiata,
partì, e lasciolla tutta spaventata.
Chi dice che in scoprir le belle e bianche
membra di lei che piange e si desola,
l’ira ammorzò, s’intenerì pur anche
della beltà che a riguardar consola.
Le nude cosce, il corpo, il petto e l’anche
sbirciò lascivo e gliene venne gola:
ma si vinse e partì, né la toccò:
chi dice ch’altre chiavi adoperò.
Di queste lezïon ch’io ritrovai,
qual vi aggrada, signor, sceglier potrete
che al vostro gusto son conformi assai,
perché più moderate e più discrete.
Se il fatto altramente io raccontai,
spero che voi scusar me ne vorrete,
ché in materia cotanto dilicata,
credei meglio tenermi alla volgata.
Ma ritorniamo al nostro fra Pasquale
che nel canal caduto era dall’alto,
e per fuggir più periglioso male
erasi posto al disperato salto.
Cadde giù a piombo, e benché avesse l’ale,
non si potette equilibrar in alto,
poiché per sollevare umana ciccia
o poco o nulla giova ala posticcia.
Non altrimenti che Icaro nel mare
al certo il frate nel canal periva,
ma buon per lui che sapea ben nuotare;
onde il coraggio quanto può ravviva,
che a maggior uopo non gli può giovare;
e tanto fe’ che alfin si trasse a riva,
e con lena affannata ed a gran stento
bel bel si ricondusse indi al convento.
A riprender le vesti e la sottana
da monna Cornificia ei sarebb’ito,
ma la sua casa troppo era lontana,
ed egli è sì mal concio e rifinito
che miracol sarà se ne risana;
onde credette l’unico partito
drittamente al convento andar ben tosto,
che non era di là molto discosto.
Lasciato ha strani segni, ovunque ha colto
la grandine de’ colpi a cui soggiacque;
livido, pesto e sfigurato ha il volto.
L’alta caduta a contrastar coll’acque
le vesti e ciò che indosso avea gli ha tolto,
onde rimasto è nudo come nacque;
e del convento la chiave ha perduta,
che avea seco infin allor tenuta.
Onde suonò la campanella, e a un tratto
venne ad aprirgli il portinar fra Elia,
che a prima vista lo credette un matto;
l’osserva poi, né sa capir chi sia,
perch’egli è sì malconcio e contraffatto
che par non abbia d’uom fisonomia;
ond’ei che toglier di stupor lo vuole,
gli favella con fievoli parole:
«Non mi riconosci? Fra Pasqual son io,
sì, quel purtroppo son, fratello in Cristo,
io quel servo indegnissimo di Dio.
Il Diavolo per far di me l’acquisto,
come vedi ha ridotto il corpo mio
in questo stato doloroso e tristo;
e perché sii di ciò più persuaso,
narrar ti voglio il deplorabil caso.
Mentre guari non è, come ogni sera
far soglio, di cristian gli obblighi adempio,
e fisso son nella mental preghiera,
il nemico comun perverso ed empio
me nudo, e non so dirti in qual maniera,
portò sopra il pinnacolo del tempio,
come allo stesso Salvator già feo,
secondo scrisser già Marco e Matteo.
E di lassù tutte al mio guardo espose
le venete ricchezze insiem ridutte,
in oltre le più belle e più vezzose
vedove donne e maritate e putte;
e disse: ‘Vedi tutte queste cose?
Se tu m’adori te le vo’ dar tutte’,
io con disprezzo e collera lo guardo,
poi gli dico: ‘Eh! va via, che sei bugiardo!’
Ma quei non fece a me come a Gesù,
né volle come a lui riguardi usarmi.
‘Così’, riprese, ‘mi rispondi tu?’
E gran pugno avventommi indi col darmi
un calcio in cul precipitommi giù.
Un angiol, cred’io, venne a sollevarmi,
poiché, a terra cadendo dal pinnacolo
io viver non potea senza un miracolo.
Nondimen la caduta e le percosse
mi han ridotto così, caro fratello».
Frate Elia che a pietà di lui si mosse,
lo ricoprì col proprio suo mantello,
poi nella cella sua seco portosse
e sopra il letto l’adagiò bel bello.
Sparsasi pel convento la novella,
tutti a vederlo corsero alla cella.
Facevangli corona i frati attorno:
un frate gli dicea: «Beato te
che ti protegge il ciel!» «Beato, un corno!»
tacitamente ei rispondea fra sé.
L’altro: «Vedrem te sugli altari un giorno,
la palma del martirio ti si de’».
«Ma se tu», disse alcun, «martire invitto,
battevi la collottola, eri fritto.»
E in guisa tal il giusto premio ottenne
l’ipocrisia del frate e l’impostura,
e poscia infin che visse ei si sovvenne
di quella memorabile avventura,
e non mai più la fantasia gli venne
di usurparsi l’angelica figura:
e le sue falsità fattesi note,
più non poté ingannar l’alme divote.
Ché il fatto, come avvien, si divulgò
in pochi giorni per tutta Venezia,
e per gran pezzo ciaschedun parlò
dell’angiol, di san Pietro e di Lucrezia,
e altamente da tutti si lodò
di Tommaso la provvida facezia,
con che dell’un l’inganno a un tempo volle,
e dell’altra punir l’orgoglio folle.
Benedette pur voi, che m’ascoltate,
il di cui cor quanta superbia abbomini
io sollo, e quanta, o Donne mie garbate,
modestia e saviezza in voi predomini;
né per amanti gli angioli cercate,
ma siete paghe dell’amor degli uomini.
Sì, Donne care, stiam quaggiù fra noi,
gli Angioli li godremo in cielo poi.
Giorgio Baffo
Mercede pretesa dall’autore
Me lambico el cervello zorno, e notte
per far Sonetti grassi, e buttirosi,
per divertir le Donne, e i so morosi,
ma mi fazzo i Sonetti, e i altri fotte.
Dei me versi i se val, delle mie botte,
e con queste i se fà più coraggiosi,
e, co le sente versi lussuriosi,
ste Donne le và zò, come marmotte.
Mi, se voi Donne, hò da pagar ruffiani,
e i altri se diverte alle mie spese,
che i me versi ghe serve da mezzani.
Delle Mone, che i fotte in sto paese,
almanco, come che se dà ai Piovani,
la Decima i me dasse, o ’l mio Quartese.
per far Sonetti grassi, e buttirosi,
per divertir le Donne, e i so morosi,
ma mi fazzo i Sonetti, e i altri fotte.
Dei me versi i se val, delle mie botte,
e con queste i se fà più coraggiosi,
e, co le sente versi lussuriosi,
ste Donne le và zò, come marmotte.
Mi, se voi Donne, hò da pagar ruffiani,
e i altri se diverte alle mie spese,
che i me versi ghe serve da mezzani.
Delle Mone, che i fotte in sto paese,
almanco, come che se dà ai Piovani,
la Decima i me dasse, o ’l mio Quartese.
Giorgio Baffo
Tutto ’l male nasce dalla mona
Senza starve a cantar d’arme, e d’amor,
senza dirve de guerre, e de fracassi,
per soddisfar el genio, e un certo umor
voggio cantarve della Mona i spassi;
no voi però che ve metté in rumor,
siben che sti me versi è troppo grassi,
perché ve voi provar con rason bona,
che tutti i mali nasce dalla Mona.
Tiolemo esempio prima in Salamon,
che per la Mona hà dà in te le pazzìe,
e privo de giudizio, e de rason
hà fatto tante e tante idolatrìe;
Orlando, che coll’arme giera bon
far tremar un Golia da capo a pie,
zeloso per la Mona l’è stà visto
andar matto per strada per sto acquisto.
Sanson per un tantin de quel servizio
a Dalida infedel si fà soggetto,
tanto se gà oscurà tutto ’l giudizio,
che ’l trovava in la Mona ogni diletto;
l’è andà per una Mona in precipizio,
orbo, senza cavei, a so despetto,
l’hà copà i Filistei colla colonna
per la Mona fatal della so Donna.
Neron, che se puol dir Rè de tiranni,
del popolo roman strage, e rovina,
dopo aver fatto tanti gran malanni,
hà fatto avrir so Mare una mattina,
fà Seneca svenar, che per tanti anni
xe stà ’l maestro, che gà dà dottrina,
e pò alfin el l’hà fatta alla so Dea
per la semplice Mona de Popea.
Per gelosìa Ermolao della consorte
Brusò Troja una notte all’improviso,
ma nel so primo amor costante, e forte
nol podeva aver ben per quel bel viso,
anzi l’hà stabilìo piuttosto a morte
riddurse, che lassarla ad un Narciso,
e per quanto che lù gabbia studià,
la sorte ria gà tutto rovinà.
Ruggier xe andà più volte in man d’Alcina,
credendo che la fusse Bradamante,
el gustava la Mona ogni mattina
per farse publicar un vero amante.
Priamo per una Mona è andà in rovina
dopo aver bù dolori, e pene tante,
e Giove senza onor, senza decoro
hà lassà d’esser Dio per farse un toro.
Paris Omo da ben per ogni conto
per la Mona de Vienna è andà in deliri,
Alfonso per Biancafior xe stà a dir pronto
che ’l viveva de lagreme, e sospiri,
Marte, che al mio parlar no resta sconto,
lù hà fatto colla lanza dei bei tiri,
Marte, ch’è stà costante a ogni cimento,
hà fatto el Dio Vulcan becco contento.
Anca Ercole hà invidià molti bravazzi,
che perdea per la Mona le so glorie;
col cuor intento sempre a più solazzi
trova là in un canton palme, e vittorie;
Scipion, Cesare, e tant’altri Omenazzi,
ch’ai so eredi hà lassà grande memorie,
s’hà lassà dominar da più proriti,
che fà tirar el Cazzo anca ai Romiti.
Lassa Alcide el so sdegno, e la so ira
a debellar i mostri avezzo, ed uso,
e perché della Mona gà la mira
abbandona le guerre, e tiol el fuso.
Orfeo col son della so dolce lira
frenetico d’amor, mesto, e confuso
per placar colla Mona el duol interno
và Euridice a cavar fuor dell’Inferno.
Monarchi, Potentati, e Imperatori
gà fatto de capello a sta gran Mona;
filosofi, sapienti, e gran Dottori
l’hà fatta del so cuor sola parona;
Rè, Duchi, Gardenali, e gran Signori
s’hà cavà riverenti la corona,
e xe stà messi i regni a ferro, e fuogo
per trovar in la Mona un pò de liogo.
Donca bisogna dir che sta Pottazza
sia ’l giubilo, e ’l contento dei mortali,
giubila tanti, e tanti se ne ammazza,
per la Mona sbasisce i Dei immortali.
La Mona infame d’una scarabazza
fà nascer tante risse, e tanti mali;
donca ve provarò con bona frase
che la Mona è un boccon, ch’a tutti piase.
Mona, manna del Ciel, e dolce vita,
refrigerio dei Cazzi, ch’è languenti;
Mona, che dell’Osel xe calamita,
Mona, consolatrice nei tormenti,
Mona, cara, soave, e assae gradita,
che morsega l’Osello, e no gà denti,
Mona del miel più dolce, e delicata,
o dolcissima Mona, o Mona amata.
No se puol aver gusti, né dileti,
se no se gà ’na Mona al so comando;
Mona, che divertisce i Frati, e i Preti,
boccon curà, che tutti và cercando.
Scrivé in lettere d’oro, o vù Poeti,
che ’l gusto della Mona xe ’l più grando;
e acciò che no credè che ve cogiona,
metto zoso la penna, e vago in Mona.
senza dirve de guerre, e de fracassi,
per soddisfar el genio, e un certo umor
voggio cantarve della Mona i spassi;
no voi però che ve metté in rumor,
siben che sti me versi è troppo grassi,
perché ve voi provar con rason bona,
che tutti i mali nasce dalla Mona.
Tiolemo esempio prima in Salamon,
che per la Mona hà dà in te le pazzìe,
e privo de giudizio, e de rason
hà fatto tante e tante idolatrìe;
Orlando, che coll’arme giera bon
far tremar un Golia da capo a pie,
zeloso per la Mona l’è stà visto
andar matto per strada per sto acquisto.
Sanson per un tantin de quel servizio
a Dalida infedel si fà soggetto,
tanto se gà oscurà tutto ’l giudizio,
che ’l trovava in la Mona ogni diletto;
l’è andà per una Mona in precipizio,
orbo, senza cavei, a so despetto,
l’hà copà i Filistei colla colonna
per la Mona fatal della so Donna.
Neron, che se puol dir Rè de tiranni,
del popolo roman strage, e rovina,
dopo aver fatto tanti gran malanni,
hà fatto avrir so Mare una mattina,
fà Seneca svenar, che per tanti anni
xe stà ’l maestro, che gà dà dottrina,
e pò alfin el l’hà fatta alla so Dea
per la semplice Mona de Popea.
Per gelosìa Ermolao della consorte
Brusò Troja una notte all’improviso,
ma nel so primo amor costante, e forte
nol podeva aver ben per quel bel viso,
anzi l’hà stabilìo piuttosto a morte
riddurse, che lassarla ad un Narciso,
e per quanto che lù gabbia studià,
la sorte ria gà tutto rovinà.
Ruggier xe andà più volte in man d’Alcina,
credendo che la fusse Bradamante,
el gustava la Mona ogni mattina
per farse publicar un vero amante.
Priamo per una Mona è andà in rovina
dopo aver bù dolori, e pene tante,
e Giove senza onor, senza decoro
hà lassà d’esser Dio per farse un toro.
Paris Omo da ben per ogni conto
per la Mona de Vienna è andà in deliri,
Alfonso per Biancafior xe stà a dir pronto
che ’l viveva de lagreme, e sospiri,
Marte, che al mio parlar no resta sconto,
lù hà fatto colla lanza dei bei tiri,
Marte, ch’è stà costante a ogni cimento,
hà fatto el Dio Vulcan becco contento.
Anca Ercole hà invidià molti bravazzi,
che perdea per la Mona le so glorie;
col cuor intento sempre a più solazzi
trova là in un canton palme, e vittorie;
Scipion, Cesare, e tant’altri Omenazzi,
ch’ai so eredi hà lassà grande memorie,
s’hà lassà dominar da più proriti,
che fà tirar el Cazzo anca ai Romiti.
Lassa Alcide el so sdegno, e la so ira
a debellar i mostri avezzo, ed uso,
e perché della Mona gà la mira
abbandona le guerre, e tiol el fuso.
Orfeo col son della so dolce lira
frenetico d’amor, mesto, e confuso
per placar colla Mona el duol interno
và Euridice a cavar fuor dell’Inferno.
Monarchi, Potentati, e Imperatori
gà fatto de capello a sta gran Mona;
filosofi, sapienti, e gran Dottori
l’hà fatta del so cuor sola parona;
Rè, Duchi, Gardenali, e gran Signori
s’hà cavà riverenti la corona,
e xe stà messi i regni a ferro, e fuogo
per trovar in la Mona un pò de liogo.
Donca bisogna dir che sta Pottazza
sia ’l giubilo, e ’l contento dei mortali,
giubila tanti, e tanti se ne ammazza,
per la Mona sbasisce i Dei immortali.
La Mona infame d’una scarabazza
fà nascer tante risse, e tanti mali;
donca ve provarò con bona frase
che la Mona è un boccon, ch’a tutti piase.
Mona, manna del Ciel, e dolce vita,
refrigerio dei Cazzi, ch’è languenti;
Mona, che dell’Osel xe calamita,
Mona, consolatrice nei tormenti,
Mona, cara, soave, e assae gradita,
che morsega l’Osello, e no gà denti,
Mona del miel più dolce, e delicata,
o dolcissima Mona, o Mona amata.
No se puol aver gusti, né dileti,
se no se gà ’na Mona al so comando;
Mona, che divertisce i Frati, e i Preti,
boccon curà, che tutti và cercando.
Scrivé in lettere d’oro, o vù Poeti,
che ’l gusto della Mona xe ’l più grando;
e acciò che no credè che ve cogiona,
metto zoso la penna, e vago in Mona.
Giovanni Giudici
Sul trespolo
Zac – e con uno sciancato saltello
si issa sul trespolo dal quale sulle prime
per gioco dando a vedere che è un gioco
mima l’indefinito bipede fratello.
Volatile tra da cortile (per l’odore
e la palpebra grinzosa che ambirebbe
chiudersi da sotto in su)
e notturno – ma imbelle ma non rapace.
Ma di ciò vedremo – per adesso
siamo sul trespolo dove umanamente
scorriamo come su una tastiera le unghiette
tentiamo note di ilarità.
L’odore verrà col cibo col sonno e oltre.
E tuttavia sul trespolo ci recitiamo
maestri della parte che fingiamo.
Di noi sarà corpo e morte.
Issati anche tu se non vuoi perire di demenza.
Assumi dallo sterco la squama.
Impiastrìcciati addosso le piumette del piumino.
Ci sono stecchi e pidocchi per quanti trespoli vuoi.
Rattrappisci nella tua pancia
le zampette, rilassa culo e dorso,
da’ un morso all’aria che lo scambino per sbadiglio
e non si tengano offesi quelli che guardi passare.
Il muso di bulldog del segretario generale.
Il muso atlantico. Il muso spaziale.
Il musetto volpino del più cretino.
Al muro dell’amore e del dolore.
Infossa il corto collo
a protezione del mento contro il montante eventuale.
Giù gli occhi – ma non ciechi completamente.
Deridi il buffo animale.
Sul trespolo eravamo uno.
Sul trespolo eravamo due.
Sul trespolo allocchiti e sepolti.
Eravamo molti.
si issa sul trespolo dal quale sulle prime
per gioco dando a vedere che è un gioco
mima l’indefinito bipede fratello.
Volatile tra da cortile (per l’odore
e la palpebra grinzosa che ambirebbe
chiudersi da sotto in su)
e notturno – ma imbelle ma non rapace.
Ma di ciò vedremo – per adesso
siamo sul trespolo dove umanamente
scorriamo come su una tastiera le unghiette
tentiamo note di ilarità.
L’odore verrà col cibo col sonno e oltre.
E tuttavia sul trespolo ci recitiamo
maestri della parte che fingiamo.
Di noi sarà corpo e morte.
Issati anche tu se non vuoi perire di demenza.
Assumi dallo sterco la squama.
Impiastrìcciati addosso le piumette del piumino.
Ci sono stecchi e pidocchi per quanti trespoli vuoi.
Rattrappisci nella tua pancia
le zampette, rilassa culo e dorso,
da’ un morso all’aria che lo scambino per sbadiglio
e non si tengano offesi quelli che guardi passare.
Il muso di bulldog del segretario generale.
Il muso atlantico. Il muso spaziale.
Il musetto volpino del più cretino.
Al muro dell’amore e del dolore.
Infossa il corto collo
a protezione del mento contro il montante eventuale.
Giù gli occhi – ma non ciechi completamente.
Deridi il buffo animale.
Sul trespolo eravamo uno.
Sul trespolo eravamo due.
Sul trespolo allocchiti e sepolti.
Eravamo molti.
Gherardo Patecchio
De mateza e de mati
De mateza e de mati voig dir mescladament,
per q’ig è plu per nomero qe tuta l’autra zent,
et anc del so contrario, zo è sen e saver:
cui tien l’un, lassa l’autro; tuti n’à que veder.
Lo mat om pur riando fai matez e folia:
tut zo qe ’l cor ie dis a lui par dreta via.
Plui zôa qi castiga un savio, zo m’è viso,
qe qi bates un mato oto dì o un miso.
Que val al mat riqeza né quant el pò aver,
da q’el no pò comprar de l’or sen e saver?
Mai se ’l mat omo tase, q’el no diga niente,
savio fi computado per gran part de la zente.
Qi respondes al mato segondo soa stolteza,
deventa tal com’ lui e dopla la mateza;
anz dé responder sen, tal parola è sì dreta,
q’el fia tegnudo savio, e quel mat ge l’à dita.
Sì con’ la nef no dura d’istat per lo calore,
sì desdes ad un mato s’el à gloria et onore.
Tanto val ad un mato donar onor del mondo
com’ una copa d’aigua zetar en mar perfondo.
Un mat om qe redise la mateza doi ora,
fai como ’l can qe manza zo ch’à gitado fora.
Sì con’ se volze l’usso enl pileng o’ el sta,
sì fa ’l mat en mateze, c’altro penser non à.
per q’ig è plu per nomero qe tuta l’autra zent,
et anc del so contrario, zo è sen e saver:
cui tien l’un, lassa l’autro; tuti n’à que veder.
Lo mat om pur riando fai matez e folia:
tut zo qe ’l cor ie dis a lui par dreta via.
Plui zôa qi castiga un savio, zo m’è viso,
qe qi bates un mato oto dì o un miso.
Que val al mat riqeza né quant el pò aver,
da q’el no pò comprar de l’or sen e saver?
Mai se ’l mat omo tase, q’el no diga niente,
savio fi computado per gran part de la zente.
Qi respondes al mato segondo soa stolteza,
deventa tal com’ lui e dopla la mateza;
anz dé responder sen, tal parola è sì dreta,
q’el fia tegnudo savio, e quel mat ge l’à dita.
Sì con’ la nef no dura d’istat per lo calore,
sì desdes ad un mato s’el à gloria et onore.
Tanto val ad un mato donar onor del mondo
com’ una copa d’aigua zetar en mar perfondo.
Un mat om qe redise la mateza doi ora,
fai como ’l can qe manza zo ch’à gitado fora.
Sì con’ se volze l’usso enl pileng o’ el sta,
sì fa ’l mat en mateze, c’altro penser non à.
Gherardo Patecchio
Delle femene
La femena fa l’om envriar como ’l vino,
fa-l desperad e nesio e fa-l tornar plui fino.
fa-l desperad e nesio e fa-l tornar plui fino.
Gherardo Patecchio
Enoio
Noioso son, e canto de noio
ge me fai la réa zent noiosa.
Eu vegio l’omo, com’ l’è plui croio,
tant elege vita plui grecosa
en vestir e ’n parlar de regoio
e ’n far ogna causa desdegnosa.
Sì m’è noia, no sai que me faza,
q’eu no trovo compagno gem plaza,
tanta noia me destrenz e abraza,
o’ ge’m sia, enoia me menaza.
Ben me noia e sta contra core
cativo omo podestà de terra;
rico bausaro qe è traitore;
e pover soperbio ge vol guerra;
zascun om ge è reu pagadore;
sescalco q’entro ’l desco me serra.
Molto me noia for de mesura
omo veglo prestar ad usura;
long arengar; via de coltura:
not e zorno me sta en rancura.
Si me noia preved ge s’agenza;
e vilan ge fia post a cavalo;
zascun om ge no me ten credenza;
omo q’è zeloso andar a balo;
pur me noia druda ge no asenza;
e l’entrar de testa quand eo falo;
e gadal ge è ben maridada;
carne grassa e freda peverada;
rico giuglador et om ge vada
a conseio senza invidada.
Grand noia me fai pegro scudero;
d’amigo audir mala novela;
fel segnor e moneg baratero;
soz om e reu aver muier bela;
qgi a pedon me tol lo cavalero;
e l’osberga ge s’adopla en sela;
puitana ge se faza pregar;
menudi passi per prest andar;
lassar lo ponto per temperar;
cavaler per done bagordar.
An’ me noia dona ge retegna
pezor drudo qge’l marido sia;
e vil omo divisar ensegna;
monga ge mantegna drudaria;
cativo om ge don drude mantegna;
contra dona parlar villania;
bel manzar quand eu non ai talent;
quand druda m’engegna a compliment;
dona ge per zoia quer arzent;
aspetar en porto per gran vent.
A noia m’è ancor sovra tuto
omo vil ge vol esser mesclero;
andar en zocole per lo suto;
pissi magri e veglo putanero;
quel ge consume ’l so en reu conduto;
calze ge sovercla lo braghero;
mul ge trota, destrer ge no saia;
fel scuder et om ge trop s’esmaia;
strada rota e rasot ge no taia;
I.
La maior noia ge me demena
è l’ora ge me manca *’l dinar;
e quand autrui vez cazer en pena
lo so ponto quando ven en par;
ea luitan alberg andar a cena;
bel om qe è scarso et avar;
e candela ge no luse clara;
perder bon vin per réa carara;
anc falconer per vent a auselara;
arrogant e soza tavernara.
Enoiar me fai e gran pesanza
omo dge s’adire de niente;
e tason q’eo faza a gi m’avanza;
en car consei poner molta zente;
om laro ge no perde baldanza;
zoven ge per cruciar m’adente,
Pur de noia è fata ’sta canzon:
Mat è quel ge se calza speron
per andar descalzo enl’ talon.
Canzoneta, vaten senza noia
a Ug de Pers, q’è de bona voia:
se noia è remasa, la recoia,
qual ne sa plui ge no è erba ni foia.
No me plas fant en cui è i falanza,
ni prodom qe per fraude s’avanza.
ge me fai la réa zent noiosa.
Eu vegio l’omo, com’ l’è plui croio,
tant elege vita plui grecosa
en vestir e ’n parlar de regoio
e ’n far ogna causa desdegnosa.
Sì m’è noia, no sai que me faza,
q’eu no trovo compagno gem plaza,
tanta noia me destrenz e abraza,
o’ ge’m sia, enoia me menaza.
Ben me noia e sta contra core
cativo omo podestà de terra;
rico bausaro qe è traitore;
e pover soperbio ge vol guerra;
zascun om ge è reu pagadore;
sescalco q’entro ’l desco me serra.
Molto me noia for de mesura
omo veglo prestar ad usura;
long arengar; via de coltura:
not e zorno me sta en rancura.
Si me noia preved ge s’agenza;
e vilan ge fia post a cavalo;
zascun om ge no me ten credenza;
omo q’è zeloso andar a balo;
pur me noia druda ge no asenza;
e l’entrar de testa quand eo falo;
e gadal ge è ben maridada;
carne grassa e freda peverada;
rico giuglador et om ge vada
a conseio senza invidada.
Grand noia me fai pegro scudero;
d’amigo audir mala novela;
fel segnor e moneg baratero;
soz om e reu aver muier bela;
qgi a pedon me tol lo cavalero;
e l’osberga ge s’adopla en sela;
puitana ge se faza pregar;
menudi passi per prest andar;
lassar lo ponto per temperar;
cavaler per done bagordar.
An’ me noia dona ge retegna
pezor drudo qge’l marido sia;
e vil omo divisar ensegna;
monga ge mantegna drudaria;
cativo om ge don drude mantegna;
contra dona parlar villania;
bel manzar quand eu non ai talent;
quand druda m’engegna a compliment;
dona ge per zoia quer arzent;
aspetar en porto per gran vent.
A noia m’è ancor sovra tuto
omo vil ge vol esser mesclero;
andar en zocole per lo suto;
pissi magri e veglo putanero;
quel ge consume ’l so en reu conduto;
calze ge sovercla lo braghero;
mul ge trota, destrer ge no saia;
fel scuder et om ge trop s’esmaia;
strada rota e rasot ge no taia;
I.
La maior noia ge me demena
è l’ora ge me manca *’l dinar;
e quand autrui vez cazer en pena
lo so ponto quando ven en par;
ea luitan alberg andar a cena;
bel om qe è scarso et avar;
e candela ge no luse clara;
perder bon vin per réa carara;
anc falconer per vent a auselara;
arrogant e soza tavernara.
Enoiar me fai e gran pesanza
omo dge s’adire de niente;
e tason q’eo faza a gi m’avanza;
en car consei poner molta zente;
om laro ge no perde baldanza;
zoven ge per cruciar m’adente,
Pur de noia è fata ’sta canzon:
Mat è quel ge se calza speron
per andar descalzo enl’ talon.
Canzoneta, vaten senza noia
a Ug de Pers, q’è de bona voia:
se noia è remasa, la recoia,
qual ne sa plui ge no è erba ni foia.
No me plas fant en cui è i falanza,
ni prodom qe per fraude s’avanza.
Giulia Niccolai
Invece di dire sempre “pronto”
Invece di dire sempre “pronto”
quando si risponde al telefono,
qualche volta
sarebbe anche ora di dire
“non sono ancora pronto”.
Nei politici
la meschinità
è raramente
evidente.
Infatti,
cercano il potere
per poter essere
tutto
fuorché meschini.
Essendo la meschinità
la caratteristica
più spontanea
degli uomini.
Kraft cosa vuole dal mondo?
Un supremo rilassamento
porta al paradiso.
Col tempo
i Frisbees
li vedo
come le monete da 100
che ogni tanto
sì mettono nel salvadanaio.
Non tratto i pezzi da 90.
I DON’T THINK BIG.
Poesia fonetica sul Mercante in fiera
Pesci e uva
e Mare sciallo.
(Ripetere la formula diverse volte
a voce alta. Diventa deliziosamente
insolente. Cicca, cicca! Marescià ...)
Delle volte
guardare la televisione
è come una volta
ascoltare le storie
nelle stalle
d’inverno.
Ah il potere!
Far funzionare le persone.
Ah il potere
di far funzionare le persone!
Guardiamo un po’
la firma di Guttuso?
e quella di Géricault ...
Dico sul serio: confrontatele!
quando si risponde al telefono,
qualche volta
sarebbe anche ora di dire
“non sono ancora pronto”.
Nei politici
la meschinità
è raramente
evidente.
Infatti,
cercano il potere
per poter essere
tutto
fuorché meschini.
Essendo la meschinità
la caratteristica
più spontanea
degli uomini.
Kraft cosa vuole dal mondo?
Un supremo rilassamento
porta al paradiso.
Col tempo
i Frisbees
li vedo
come le monete da 100
che ogni tanto
sì mettono nel salvadanaio.
Non tratto i pezzi da 90.
I DON’T THINK BIG.
Poesia fonetica sul Mercante in fiera
Pesci e uva
e Mare sciallo.
(Ripetere la formula diverse volte
a voce alta. Diventa deliziosamente
insolente. Cicca, cicca! Marescià ...)
Delle volte
guardare la televisione
è come una volta
ascoltare le storie
nelle stalle
d’inverno.
Ah il potere!
Far funzionare le persone.
Ah il potere
di far funzionare le persone!
Guardiamo un po’
la firma di Guttuso?
e quella di Géricault ...
Dico sul serio: confrontatele!
Giuseppe Belli
Li culi
Hai visto er mappamonno de l’ostessa?
Bùggerela, pezzìo!, che vviscnato!
Si cquella se fa mmonica, sagrato,
zompa de posta a ddìventà bbadessa!
Tentela, Cristo!: e, sservo de Pilato,
si nun m’inchiricozzo pe ddì mmessa
e cconfessà sta madre bbattifessa,
pózzi trovà ’ggni bbuscio siggillato.
Ma chi ssa cche vvertecchio s’aridusce,
si ppoi sce levi quarche imbrojjo attorno?
Nun è ttutt’oro quello c’arilusce.
Ne so ttant’antre, che, all’arzà, bbon giorno!
Ma in cammio scianno poi scime de bbusce
da fà ccrepà ppe l’invidiaccia un forno.
Bùggerela, pezzìo!, che vviscnato!
Si cquella se fa mmonica, sagrato,
zompa de posta a ddìventà bbadessa!
Tentela, Cristo!: e, sservo de Pilato,
si nun m’inchiricozzo pe ddì mmessa
e cconfessà sta madre bbattifessa,
pózzi trovà ’ggni bbuscio siggillato.
Ma chi ssa cche vvertecchio s’aridusce,
si ppoi sce levi quarche imbrojjo attorno?
Nun è ttutt’oro quello c’arilusce.
Ne so ttant’antre, che, all’arzà, bbon giorno!
Ma in cammio scianno poi scime de bbusce
da fà ccrepà ppe l’invidiaccia un forno.
Giuseppe Belli
Sant’Orzola
Undiscimila vergine, sagrato!
Undiscimila, cazzo!, e ttutt’inzieme?!
Jèsummaria! ma vvedi cuanto seme
che ppoteva impiegasse, annà spregato!
E a ttempi nostri tanti che jje preme
de pescà un bùscio arcuanto conzervato,
d’undiscimila c’abbino pescato
nun ne troveno dua! Tutte medeme!
Undiscimila vergine! che ppasto
da conzolà un mijjaro de conventi!
Tutte zitelle! Ma cchi è annato ar tasto?
Ce volemo accordà? Pavolo, senti:
o ffra ttante zitelle sc’era er guasto,
o ereno per dio tutt’accidenti.
Undiscimila, cazzo!, e ttutt’inzieme?!
Jèsummaria! ma vvedi cuanto seme
che ppoteva impiegasse, annà spregato!
E a ttempi nostri tanti che jje preme
de pescà un bùscio arcuanto conzervato,
d’undiscimila c’abbino pescato
nun ne troveno dua! Tutte medeme!
Undiscimila vergine! che ppasto
da conzolà un mijjaro de conventi!
Tutte zitelle! Ma cchi è annato ar tasto?
Ce volemo accordà? Pavolo, senti:
o ffra ttante zitelle sc’era er guasto,
o ereno per dio tutt’accidenti.
Giuseppe Belli
Santaccia de Piazza Montanara (I)
Santaccia era una dama de Corneto
da toccà ppe rrispetto co li guanti;
e ppi cche ffussi de castaggno o abbeto,
Lei sapeva dà rresto a ttutti cuanti.
Pijjava li bburrini ppiù screpanti
a cquattr’a cquattro cor un zu’ segreto:
lei stava in piede; e cquelli, uno davanti
fasceva er fatto suo, uno dereto.
Tratanto lei, pe ccontentà er villano,
a ccorno pìstola e a ccorno vangelo
ne sbrigava antri dua, uno pe mmano.
E ppe ffà a ttutti poi commido er prezzo,
dava e ssoffietto, e mmanichino, e ppelo
uno pell’antro a un bajocchetto er pezzo.
da toccà ppe rrispetto co li guanti;
e ppi cche ffussi de castaggno o abbeto,
Lei sapeva dà rresto a ttutti cuanti.
Pijjava li bburrini ppiù screpanti
a cquattr’a cquattro cor un zu’ segreto:
lei stava in piede; e cquelli, uno davanti
fasceva er fatto suo, uno dereto.
Tratanto lei, pe ccontentà er villano,
a ccorno pìstola e a ccorno vangelo
ne sbrigava antri dua, uno pe mmano.
E ppe ffà a ttutti poi commido er prezzo,
dava e ssoffietto, e mmanichino, e ppelo
uno pell’antro a un bajocchetto er pezzo.
Giuseppe Belli
Santaccia de Piazza Montanara (II)
A pproposito duncue de Santaccia
che ddiventava fica da oggni parte,
e ccoll’arma e ccor zanto e eco le bbraccia
t’ingabbiava l’uscelli a cquarte a cquarte;
è dda sapé cc’un giorno de gran caccia,
mentre lei stava assercitanno l’arte,
un burrinello co l’invidia in faccia
s’era messo a ggodessela in disparte.
Fra ttanti uscelli in ner vedé un alocco,
«Oh», disse lei, «e ttu nun pianti maggio?»
«Bella mia», disse lui, «nun ciò er bajocco.»
E cqui Ssantaccia: «Alò, vvièccelo a mmette:
sscéjjete er bùscio, e tte lo do in zoffraggio
de cuell’anime sante e bbenedette».
che ddiventava fica da oggni parte,
e ccoll’arma e ccor zanto e eco le bbraccia
t’ingabbiava l’uscelli a cquarte a cquarte;
è dda sapé cc’un giorno de gran caccia,
mentre lei stava assercitanno l’arte,
un burrinello co l’invidia in faccia
s’era messo a ggodessela in disparte.
Fra ttanti uscelli in ner vedé un alocco,
«Oh», disse lei, «e ttu nun pianti maggio?»
«Bella mia», disse lui, «nun ciò er bajocco.»
E cqui Ssantaccia: «Alò, vvièccelo a mmette:
sscéjjete er bùscio, e tte lo do in zoffraggio
de cuell’anime sante e bbenedette».
Giuseppe Belli
Er ricordo
T’aricordi quer prete cajellone
Ch’annava pe’ le case a ffà le scole,
Cór una buttasù dde bborgonzone
E cqua ssur canterano du’ bbrasciole?
Che sse vedeva co’ le su’ stajole
A ’gni morto che ddassi er moccolone?
Che annava a ppranzo all’Osteria der Zole,
E nnun spenneva mai mezzo testone?
Bbè’, l’hanno trovo jjeri a cquer rampino
Che jj’arreggeva Er Cristo accap’alletto,
Impiccato pe’ un laccio ar collarino.
E vva’ cche smania aveva a sto ggiuchetto,
Ch’er giorn’avanti, pe’ rricordo, inzino
Ce s’era fatto er nodo ar fazzoletto.
Ch’annava pe’ le case a ffà le scole,
Cór una buttasù dde bborgonzone
E cqua ssur canterano du’ bbrasciole?
Che sse vedeva co’ le su’ stajole
A ’gni morto che ddassi er moccolone?
Che annava a ppranzo all’Osteria der Zole,
E nnun spenneva mai mezzo testone?
Bbè’, l’hanno trovo jjeri a cquer rampino
Che jj’arreggeva Er Cristo accap’alletto,
Impiccato pe’ un laccio ar collarino.
E vva’ cche smania aveva a sto ggiuchetto,
Ch’er giorn’avanti, pe’ rricordo, inzino
Ce s’era fatto er nodo ar fazzoletto.
Giuseppe Giusti
Il Brindisi di Girella
dedicato al signor di talleyrand buon’anima sua.
—
Girella (emerito,
Di molto merito),
Sbrigliando a tavola
L’umor faceto,
Perdè la bussola
E l’alfabeto;
E nel trincare
Cantando un brindisi,
Della sua cronaca
Particolare
Gli uscì di bocca
La filastrocca.
Viva Arlecchini
E burattini
Grossi e piccini:
Viva le maschere
D’ogni paese;
Le Giunte, i Club, i Principi e le Chiese.
Da tutti questi
Con mezzi onesti
Barcamenandomi
Tra il vecchio e il nuovo,
Buscai da vivere,
Da farmi il covo.
La gente ferma,
Piena di scrupoli,
Non sa coll’anima
Giocar di scherma;
Non ha pietanza
Dalla Finanza.
Viva Arlecchini
E burattini;
Viva i quattrini!
Viva le maschere
D’ogni paese,
Le imposizioni e l’ultimo del mese.
Io, nelle scosse
Delle sommosse,
Tenni, per áncora
D’ogni burrasca,
Da dieci a dodici
Coccarde in tasca.
Se cadde il prete,
Io feci l’ateo,
Rubando lampade,
Cristi e pianete,
Case e poderi
Di monasteri.
Viva Arlecchini
E burattini,
E Giacobini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Loreto e la Repubblica francese.
Se poi la coda
Tornò di moda,
Ligio al Pontefice
E al mio Sovrano,
Alzai patiboli
Da buon cristiano.
La roba presa
Non fece ostacolo;
Chè col difendere
Corona e Chiesa,
Non resi mai
Quel che rubai.
Viva Arlecchini
E burattini,
E birichini;
Briganti e maschere
D’ogni paese,
Chi processò, chi rese e chi non rese.
Quando ho stampato,
Ho celebrato,
E troni e popoli,
E paci e guerre;
Luigi, l’Albero,
Pitt, Robespierre,
Napoleone,
Pio sesto e settimo,
Murat, Fra Diavolo,
Il Re Nasone,
Mosca e Marengo;
E me ne tengo.
Viva Arlecchini
E burattini,
E Ghibellini,
E Guelfi, e maschere
D’ogni paese;
Evviva chi salì, viva chi scese.
Quando tornò
Lo statu quo
Feci baldorie;
Staccai cavalli,
Mutai le statue
Sui piedestalli.
E adagio adagio
Tra l’onde e i vortici,
Su queste tavole
Del gran naufragio,
Gridando evviva
Chiappai la riva.
Viva Arlecchini
E burattini;
Viva gl’inchini,
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva il gergo d’allora e chi l’intese.
Quando volea
(Che bell’idea!)
Uscito il secolo
Fuor de’ minori,
Levar l’incomodo
Ai suoi tutori,
Fruttò il carbone,
Saputo vendere,
Al cor di Cesare
D’un mio padrone
Titol di Re,
E il nastro a me.
Viva Arlecchini
E burattini
E pasticcini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La candela di sego e chi l’accese.
Dal trenta in poi,
A dirla a voi,
Alzo alle nuvole
Le tre giornate,
Lodo di Modena
Le spacconate;
Leggo Giornali
Di tutti i generi;
Piango l’Italia
Coi liberali;
E se mi torna
Ne dico corna.
Viva Arlecchini
E burattini,
E il Re Chiappini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La Carta, i tre colori e il crimen læsæ.
Ora son vecchio;
Ma coll’orecchio
Per abitudine
E per trastullo,
Certi vocaboli
Pigliando a frullo,
Placidamente
Qua e là m’esercito;
E sotto l’egida
Del Presidente
Godo il papato
Di pensionato.
Viva Arlecchini
E burattini,
E teste fini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva chi sa tener l’orecchie tese.
Quante cadute
Si son vedute!
Chi perse il credito,
Chi perse il fiato,
Chi la collottola
E chi lo Stato.
Ma capofitti
Cascaron gli asini;
Noi valentuomini
Siam sempre ritti,
Mangiando i frutti
Del mal di tutti.
Viva Arlecchini
E burattini,
E gl’indovini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva Brighella che ci fa le spese.
—
Girella (emerito,
Di molto merito),
Sbrigliando a tavola
L’umor faceto,
Perdè la bussola
E l’alfabeto;
E nel trincare
Cantando un brindisi,
Della sua cronaca
Particolare
Gli uscì di bocca
La filastrocca.
Viva Arlecchini
E burattini
Grossi e piccini:
Viva le maschere
D’ogni paese;
Le Giunte, i Club, i Principi e le Chiese.
Da tutti questi
Con mezzi onesti
Barcamenandomi
Tra il vecchio e il nuovo,
Buscai da vivere,
Da farmi il covo.
La gente ferma,
Piena di scrupoli,
Non sa coll’anima
Giocar di scherma;
Non ha pietanza
Dalla Finanza.
Viva Arlecchini
E burattini;
Viva i quattrini!
Viva le maschere
D’ogni paese,
Le imposizioni e l’ultimo del mese.
Io, nelle scosse
Delle sommosse,
Tenni, per áncora
D’ogni burrasca,
Da dieci a dodici
Coccarde in tasca.
Se cadde il prete,
Io feci l’ateo,
Rubando lampade,
Cristi e pianete,
Case e poderi
Di monasteri.
Viva Arlecchini
E burattini,
E Giacobini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Loreto e la Repubblica francese.
Se poi la coda
Tornò di moda,
Ligio al Pontefice
E al mio Sovrano,
Alzai patiboli
Da buon cristiano.
La roba presa
Non fece ostacolo;
Chè col difendere
Corona e Chiesa,
Non resi mai
Quel che rubai.
Viva Arlecchini
E burattini,
E birichini;
Briganti e maschere
D’ogni paese,
Chi processò, chi rese e chi non rese.
Quando ho stampato,
Ho celebrato,
E troni e popoli,
E paci e guerre;
Luigi, l’Albero,
Pitt, Robespierre,
Napoleone,
Pio sesto e settimo,
Murat, Fra Diavolo,
Il Re Nasone,
Mosca e Marengo;
E me ne tengo.
Viva Arlecchini
E burattini,
E Ghibellini,
E Guelfi, e maschere
D’ogni paese;
Evviva chi salì, viva chi scese.
Quando tornò
Lo statu quo
Feci baldorie;
Staccai cavalli,
Mutai le statue
Sui piedestalli.
E adagio adagio
Tra l’onde e i vortici,
Su queste tavole
Del gran naufragio,
Gridando evviva
Chiappai la riva.
Viva Arlecchini
E burattini;
Viva gl’inchini,
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva il gergo d’allora e chi l’intese.
Quando volea
(Che bell’idea!)
Uscito il secolo
Fuor de’ minori,
Levar l’incomodo
Ai suoi tutori,
Fruttò il carbone,
Saputo vendere,
Al cor di Cesare
D’un mio padrone
Titol di Re,
E il nastro a me.
Viva Arlecchini
E burattini
E pasticcini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La candela di sego e chi l’accese.
Dal trenta in poi,
A dirla a voi,
Alzo alle nuvole
Le tre giornate,
Lodo di Modena
Le spacconate;
Leggo Giornali
Di tutti i generi;
Piango l’Italia
Coi liberali;
E se mi torna
Ne dico corna.
Viva Arlecchini
E burattini,
E il Re Chiappini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La Carta, i tre colori e il crimen læsæ.
Ora son vecchio;
Ma coll’orecchio
Per abitudine
E per trastullo,
Certi vocaboli
Pigliando a frullo,
Placidamente
Qua e là m’esercito;
E sotto l’egida
Del Presidente
Godo il papato
Di pensionato.
Viva Arlecchini
E burattini,
E teste fini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva chi sa tener l’orecchie tese.
Quante cadute
Si son vedute!
Chi perse il credito,
Chi perse il fiato,
Chi la collottola
E chi lo Stato.
Ma capofitti
Cascaron gli asini;
Noi valentuomini
Siam sempre ritti,
Mangiando i frutti
Del mal di tutti.
Viva Arlecchini
E burattini,
E gl’indovini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva Brighella che ci fa le spese.
Giuseppe Parini
Dove presso il Tarpeo
Dove presso il Tarpeo
vanta selva di corna il Tebro infame,
e a le Latine dame
corre a sciacquar le puzzolenti fiche
da cazzi reverendi scompisciate,
giunto in cospetto al Culiseo Romano
così cantava un buggeron Toscano:
Il mio genio è buggerone:
non inclina al sesso imbelle:
donerìa cento gonnelle
per un lembo di calzone:
il mio genio è buggerone.
vanta selva di corna il Tebro infame,
e a le Latine dame
corre a sciacquar le puzzolenti fiche
da cazzi reverendi scompisciate,
giunto in cospetto al Culiseo Romano
così cantava un buggeron Toscano:
Il mio genio è buggerone:
non inclina al sesso imbelle:
donerìa cento gonnelle
per un lembo di calzone:
il mio genio è buggerone.
Giuseppe Parini
Una ventola son io
Una ventola son io
che rinfresco ogni calore.
Se una bella ha troppo ardore,
per il manico mi pigli;
mi dimeni qua e là,
e sollievo troverà.
che rinfresco ogni calore.
Se una bella ha troppo ardore,
per il manico mi pigli;
mi dimeni qua e là,
e sollievo troverà.
Guido Cavalcanti
Sonetti
S°ro fossi foco, arderei il mondo;
s’io fossi vento, lo tempesterei;
sio fossi acqua, io l’annegherei;
s’io fossi Dio, ’l manderei in profondo.
S’io fossi papa, allor sarei giocondo
che tutti i cristiani imbrigherei;
s’io fossi imperador, sai che farei?
A tutti mozzerei lo capo a tondo.
S’io fossi morte, anderei da mio padre;
s’io fossi vita, fuggirei da lui:
ro
similemente faria da mia madre.
S’io fossi Cecco, come io sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
e vecchie e laide lascerei altrui.
s’io fossi vento, lo tempesterei;
sio fossi acqua, io l’annegherei;
s’io fossi Dio, ’l manderei in profondo.
S’io fossi papa, allor sarei giocondo
che tutti i cristiani imbrigherei;
s’io fossi imperador, sai che farei?
A tutti mozzerei lo capo a tondo.
S’io fossi morte, anderei da mio padre;
s’io fossi vita, fuggirei da lui:
ro
similemente faria da mia madre.
S’io fossi Cecco, come io sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
e vecchie e laide lascerei altrui.
Iacopo Vittorelli
Da I maccheroni (Strofe X-XI)
A quel gemito d’amore, a quell’angoscia
Simona vergognosa e pusillanima
sente ferita la sinistra coscia
da l’amoroso strale, e si disanima!
Manda fuor due singhiozzi, e grida poscia:
«Qual affanno crudel mi turba l’anima!
Pulcinella, son tua: per lo riverbero
de’ fulgidi occhi miei lo giuro a Cerbero».
E, sì dicendo, gentilmente spruzzola
tutta la faccia di soave mucchero
al bel Pulcinella, che ringalluzzola,
e quasi affoga dentro un mar di zucchero.
Non è tanto odorosa una meluzzola,
né cosi grato fuma il tè nel bucchero,
come quei labbri che allor si dimenano,
e non parlano già, ma cantilenano.
Simona vergognosa e pusillanima
sente ferita la sinistra coscia
da l’amoroso strale, e si disanima!
Manda fuor due singhiozzi, e grida poscia:
«Qual affanno crudel mi turba l’anima!
Pulcinella, son tua: per lo riverbero
de’ fulgidi occhi miei lo giuro a Cerbero».
E, sì dicendo, gentilmente spruzzola
tutta la faccia di soave mucchero
al bel Pulcinella, che ringalluzzola,
e quasi affoga dentro un mar di zucchero.
Non è tanto odorosa una meluzzola,
né cosi grato fuma il tè nel bucchero,
come quei labbri che allor si dimenano,
e non parlano già, ma cantilenano.
Lorenzo Da Ponte
Da Così fan tutte (Atto II)
Despina
Una donna a quindici anni
dee saper ogni gran moda,
dove il diavolo ha la coda,
cosa è bene, e mal cos’è.
Dee saper le maliziette
che innamorano gli amanti,
finger riso, finger pianti,
inventare i bei perché.
Dee in un momento
dar retta a cento,
colle pupille
parlar con mille,
dar speme a tutti,
sien belli e brutti.
saper nascondersi
senza confondersi,
senza arrossire
saper mentire,
e qual regina dall’alto soglio
col «posso e voglio»
farsi ubbidir.
Una donna a quindici anni
dee saper ogni gran moda,
dove il diavolo ha la coda,
cosa è bene, e mal cos’è.
Dee saper le maliziette
che innamorano gli amanti,
finger riso, finger pianti,
inventare i bei perché.
Dee in un momento
dar retta a cento,
colle pupille
parlar con mille,
dar speme a tutti,
sien belli e brutti.
saper nascondersi
senza confondersi,
senza arrossire
saper mentire,
e qual regina dall’alto soglio
col «posso e voglio»
farsi ubbidir.
Lorenzo Venier
Dal Trentuno della Zaffetta
Il giovin nuntio del trentun gentile,
ch’a la libera vive per natura,
la conforta al far animo virile,
tal che la Zaffa stringe, entra in bravura,
e chiama un atto di persona vile
chi vendetta di far con donne cura;
ond’ei, ch’entreria in collera con Dio,
disse: «Voltati in là, potta di Dio».
Voltossi in là col capo umile e basso
Sua Signoria, et ei, rizzato ’l stocco,
dietro la porta glie ’l messe per spasso,
non da lussuria, ma da un grizzol tocco;
e qui è, Signor, da notar un bel passo,
per cui a Chioggia invidia ha Malamocco.
Non so s’è tacerlo o meglio dirlo,
ma serri gli occhi chi non vuole udirlo.
Lo stocco di quel giovane ch’io dico,
essendo duro, parea proprio un sasso;
l’ostreghe ch’inghiottì la Zaffa, amico,
andando vive pel suo corpo a spasso,
a quello s’aggrappar con forte intrico.
Sentendo questo il gentil’uomo, un passo
tirossi in dietro, e ’l stocco dischiavato,
d’ostreghe ’l vide tutto ricamato.
E così, com’egli, uscendo fuora,
il miracolo a i suoi dimostrò chiaro.
Le risa che di ciò fur fatte allora,
non ve le conterebbe un calendaro;
e mentre le reliquie la Signora
tenea scoperte, e facea pianto amaro,
eccoti un pescator pazzo e bestiale,
ch’un mezzo braccio ha lungo il pastorale.
E senza dir: cor mio, né dar conforto,
a lei s’avventa e la gran lancia arresta,
e con un guardo villanesco e torto
le cosce l’apre, ed incartolla a sesta.
Grida la Zaffa: «Matti, tu m’hai morto»;
e su la sponda inchinando la testa,
stette tanto in angoscia ed in dolore,
che venne un altro, in cambio al pescatore.
Questo quarto a chiavarla parse a lei
pur pescator, ma di natura pia,
e inginocchioni lanciosegli a i piei,
dicendo: «Uomo da ben chi tu ti sia,
se mi scampi di man de i farisei,
facendomi fuggir per qualche via,
queste gioie e catene vo donarti,
et diece e venti volte contentarti».
«Non voglio gioie, non voglio catene:
vo’ fottér», disse Marcon, «a la pace»;
et voltatala in giuso con le schiene,
la balestra scarcò due volte in pace.
Dopo costui un barcaruol ne viene,
che la merenda non fa su la barca,
se bee senz’acqua al boccal vin di Marca.
Mentre che ’l barcaruol facea i suoi fatti,
ecco a la porta una quistione appare,
de la camera dico, perché ratti
i chioggiotti son corsi per chiavare,
come su i tetti di genaro i gatti
corron con iscazzito sgaolare
e la Zaffa infelice ahimè dicea,
e ’l gentiluom di fuor le rispondea:
«Madonna mia, il mondo è fatto a scale.
Sempre non ride del ladro la moglie.
A Chioggia scende chi a Venetia sale,
e pur talor la volpe ben si coglie.
Voi rideste di me di carnevale,
quando ch’i’ avea del vostro amor le doglie;
or di quaresima io mi rido di voi,
e così pari il gioco va fra noi».
«Ah! Crudele! Ah! Ingrato, ove, ove sono
le berte date a me, quando volevi
l’arrosto, che parendoti ognor buono:
dammelo, cara mammina, mi dicevi?
E se mi concedete ch’io mi levi
questo trentun daddosso, che m’accora,
vi sarò sempre schiava e servitora.»
Rispose il gentiluom da lei tradito:
«Adesso vien ampia commissione,
ch’avrà il vostro voto esaudito.
State col cor contrito in oratione».
In questo, un ch’avea, com’un romito,
la conscientia senza discretione,
da traditor, da turco e da giudeo,
aprì con la sua chiave il culiseo.
Con il carbon stava un, segnando al muro
tutte le botte ch’eran date a lei:
e quando a lei sei volte giunte furo,
gridò colui ad alta voce: «E sei».
ch’a la libera vive per natura,
la conforta al far animo virile,
tal che la Zaffa stringe, entra in bravura,
e chiama un atto di persona vile
chi vendetta di far con donne cura;
ond’ei, ch’entreria in collera con Dio,
disse: «Voltati in là, potta di Dio».
Voltossi in là col capo umile e basso
Sua Signoria, et ei, rizzato ’l stocco,
dietro la porta glie ’l messe per spasso,
non da lussuria, ma da un grizzol tocco;
e qui è, Signor, da notar un bel passo,
per cui a Chioggia invidia ha Malamocco.
Non so s’è tacerlo o meglio dirlo,
ma serri gli occhi chi non vuole udirlo.
Lo stocco di quel giovane ch’io dico,
essendo duro, parea proprio un sasso;
l’ostreghe ch’inghiottì la Zaffa, amico,
andando vive pel suo corpo a spasso,
a quello s’aggrappar con forte intrico.
Sentendo questo il gentil’uomo, un passo
tirossi in dietro, e ’l stocco dischiavato,
d’ostreghe ’l vide tutto ricamato.
E così, com’egli, uscendo fuora,
il miracolo a i suoi dimostrò chiaro.
Le risa che di ciò fur fatte allora,
non ve le conterebbe un calendaro;
e mentre le reliquie la Signora
tenea scoperte, e facea pianto amaro,
eccoti un pescator pazzo e bestiale,
ch’un mezzo braccio ha lungo il pastorale.
E senza dir: cor mio, né dar conforto,
a lei s’avventa e la gran lancia arresta,
e con un guardo villanesco e torto
le cosce l’apre, ed incartolla a sesta.
Grida la Zaffa: «Matti, tu m’hai morto»;
e su la sponda inchinando la testa,
stette tanto in angoscia ed in dolore,
che venne un altro, in cambio al pescatore.
Questo quarto a chiavarla parse a lei
pur pescator, ma di natura pia,
e inginocchioni lanciosegli a i piei,
dicendo: «Uomo da ben chi tu ti sia,
se mi scampi di man de i farisei,
facendomi fuggir per qualche via,
queste gioie e catene vo donarti,
et diece e venti volte contentarti».
«Non voglio gioie, non voglio catene:
vo’ fottér», disse Marcon, «a la pace»;
et voltatala in giuso con le schiene,
la balestra scarcò due volte in pace.
Dopo costui un barcaruol ne viene,
che la merenda non fa su la barca,
se bee senz’acqua al boccal vin di Marca.
Mentre che ’l barcaruol facea i suoi fatti,
ecco a la porta una quistione appare,
de la camera dico, perché ratti
i chioggiotti son corsi per chiavare,
come su i tetti di genaro i gatti
corron con iscazzito sgaolare
e la Zaffa infelice ahimè dicea,
e ’l gentiluom di fuor le rispondea:
«Madonna mia, il mondo è fatto a scale.
Sempre non ride del ladro la moglie.
A Chioggia scende chi a Venetia sale,
e pur talor la volpe ben si coglie.
Voi rideste di me di carnevale,
quando ch’i’ avea del vostro amor le doglie;
or di quaresima io mi rido di voi,
e così pari il gioco va fra noi».
«Ah! Crudele! Ah! Ingrato, ove, ove sono
le berte date a me, quando volevi
l’arrosto, che parendoti ognor buono:
dammelo, cara mammina, mi dicevi?
E se mi concedete ch’io mi levi
questo trentun daddosso, che m’accora,
vi sarò sempre schiava e servitora.»
Rispose il gentiluom da lei tradito:
«Adesso vien ampia commissione,
ch’avrà il vostro voto esaudito.
State col cor contrito in oratione».
In questo, un ch’avea, com’un romito,
la conscientia senza discretione,
da traditor, da turco e da giudeo,
aprì con la sua chiave il culiseo.
Con il carbon stava un, segnando al muro
tutte le botte ch’eran date a lei:
e quando a lei sei volte giunte furo,
gridò colui ad alta voce: «E sei».
Mario Lunetta
Sedia elettrica
È sempre una sensazione neppure troppo mortuaria, ve lo giuro in
[ginocchio
e con le mani sul capo, starsene seduti anche un po’ pigramente,
[annoiati,
in una piccola pozza di contrarietà perché qualcuno vi ha sfilato il
[giornale
con le ultime menzogne della sera, qualcun altro vi guarda storto dal
[finestrino
dell’auto ferma al semaforo, troppi canarini cinguettano, e manca pane
[& mortadella,
e l’inverno è alle porte con la solita maleducazione, e chissà
[cos’altro, poi:
è sempre una sensazione discretamente eccitante starsene seduti, come
[ora stiamo
facendo, sulla sedia elettrica, cara vecchia zia, in attesa paziente che gli
[addetti
si decidano una buona volta a dare corrente al potenziale giusto, senza
strafare, attenti al rispetto dei tempi secondo la lezione dei migliori
[manuali, in modo che
- com’è delicatamente auspicabile - la nostra pelle e le nostre midolla
[risultino
cotte a puntino, un bell’arrosto comme il faut, proprio come piaceva a
[quel maniaco
di Andy Warhol — in questa prima luce dell’alba che ci sfiora,
[ci disorienta, ci coglie
il maledetto cuore.
[ginocchio
e con le mani sul capo, starsene seduti anche un po’ pigramente,
[annoiati,
in una piccola pozza di contrarietà perché qualcuno vi ha sfilato il
[giornale
con le ultime menzogne della sera, qualcun altro vi guarda storto dal
[finestrino
dell’auto ferma al semaforo, troppi canarini cinguettano, e manca pane
[& mortadella,
e l’inverno è alle porte con la solita maleducazione, e chissà
[cos’altro, poi:
è sempre una sensazione discretamente eccitante starsene seduti, come
[ora stiamo
facendo, sulla sedia elettrica, cara vecchia zia, in attesa paziente che gli
[addetti
si decidano una buona volta a dare corrente al potenziale giusto, senza
strafare, attenti al rispetto dei tempi secondo la lezione dei migliori
[manuali, in modo che
- com’è delicatamente auspicabile - la nostra pelle e le nostre midolla
[risultino
cotte a puntino, un bell’arrosto comme il faut, proprio come piaceva a
[quel maniaco
di Andy Warhol — in questa prima luce dell’alba che ci sfiora,
[ci disorienta, ci coglie
il maledetto cuore.
Meo de' Tolomei
L’altrier st mi ferio una tal ticca
L’altrier si mi ferio una tal ticca,
ch’andar mi fece a madonna di corsa:
andava e ritornava com’un’otrsa,
che va arrabbiando e ’n luogo non si ficca.
Quando mi vide, credett’esser ricca;
disse: — Non avresté cavelle in borsa? —
Rispuosi: — No. — Quella mi disse: — Attotrsa
e lèvala pur tosto, o tu t’impicca! —
Mostravas’aspra come cuoi’ di triccio;
e’ le feci una mostra di moneta,
quella mi disse: — Avesti caporiccio? —
Quasi beffava e stava mansueta,
che l’avari’ tenuta un fl di liccio;
ma pur ne venni con la borsa queta.
Folgòre da San Gimignano
da I sonetti dei mesi
ch’andar mi fece a madonna di corsa:
andava e ritornava com’un’otrsa,
che va arrabbiando e ’n luogo non si ficca.
Quando mi vide, credett’esser ricca;
disse: — Non avresté cavelle in borsa? —
Rispuosi: — No. — Quella mi disse: — Attotrsa
e lèvala pur tosto, o tu t’impicca! —
Mostravas’aspra come cuoi’ di triccio;
e’ le feci una mostra di moneta,
quella mi disse: — Avesti caporiccio? —
Quasi beffava e stava mansueta,
che l’avari’ tenuta un fl di liccio;
ma pur ne venni con la borsa queta.
Folgòre da San Gimignano
da I sonetti dei mesi
Meo de' Tolomei
Per Die, Min Zeppa, or son giunte le tue
Per Die, Min Zeppa, or son giunte le tue;
or ti difendi, se sai, d’esto motto:
che ti fu dato d’un matton biscotto
nel capo, ch’e’ ne sara mort’un bue;
e tu, com’uom che non volesti pide,
non ch’una pace n’hai fatta, ma otto:
or ti va’ ’mpicca, sozzo pazzo cotto,
vitoperato più ch’anch’uom non fue,
ché s’tu temessi vergogna niente,
tu anderesti con gli occhi chinati
e non appariresti mai tra gente.
Tu porti ’l gonfalon degli sciaurati,
figliuol di quella c’ha I cul si rodente,
che tutti i cazzi del mondo ha stancati.
or ti difendi, se sai, d’esto motto:
che ti fu dato d’un matton biscotto
nel capo, ch’e’ ne sara mort’un bue;
e tu, com’uom che non volesti pide,
non ch’una pace n’hai fatta, ma otto:
or ti va’ ’mpicca, sozzo pazzo cotto,
vitoperato più ch’anch’uom non fue,
ché s’tu temessi vergogna niente,
tu anderesti con gli occhi chinati
e non appariresti mai tra gente.
Tu porti ’l gonfalon degli sciaurati,
figliuol di quella c’ha I cul si rodente,
che tutti i cazzi del mondo ha stancati.
Meo de' Tolomei
Quando ’l Zeppa entra ‘n santo, usa di dire
E suo’ peccati dice sì, ch’udire
li pò ciascun, non che gli oda Iddeo;
e quand’ e’ se ne vien a dipattire,
cantando m’esce, e omai fatt’è giudeo.
Nel su’ segnar fa dritt’atti di pazza,
ché del dito si dà talor ne l’occhio:
per ciò campa ch’alcuno non l’ammazza.
Fors’è ch’è riguardato per Capocchio;
o per ch’a Branca diè tal d’una mazza
che ben vi sta uma’ dicer finocchio.
li pò ciascun, non che gli oda Iddeo;
e quand’ e’ se ne vien a dipattire,
cantando m’esce, e omai fatt’è giudeo.
Nel su’ segnar fa dritt’atti di pazza,
ché del dito si dà talor ne l’occhio:
per ciò campa ch’alcuno non l’ammazza.
Fors’è ch’è riguardato per Capocchio;
o per ch’a Branca diè tal d’una mazza
che ben vi sta uma’ dicer finocchio.