Poesie di questo tema
Umorismo e ironia
Niccolò Capasso
Per far piacere
Per far piacere alla novella sposa,
prendi un cotal di vetro e di velluto?…
Caro Giannini mio, quest’è una cosa
da farti diventar becco fottuto!
Piuttosto quando al bujo ella riposa,
qualche frate da ben trova in ajuto,
ché per grattar la parte vergognosa
ci vuol un cazzo vero e nerboruto!
Oh! Se sapesse il successor di Pietro
questo d’un sacramento alto strapazzo
fatto con cazzo di velluto e vetro,
gridarla da’ balconi di Palazzo:
al marito coglion pongasi dietro
e trovisi alla moglie un altro cazzo!…
prendi un cotal di vetro e di velluto?…
Caro Giannini mio, quest’è una cosa
da farti diventar becco fottuto!
Piuttosto quando al bujo ella riposa,
qualche frate da ben trova in ajuto,
ché per grattar la parte vergognosa
ci vuol un cazzo vero e nerboruto!
Oh! Se sapesse il successor di Pietro
questo d’un sacramento alto strapazzo
fatto con cazzo di velluto e vetro,
gridarla da’ balconi di Palazzo:
al marito coglion pongasi dietro
e trovisi alla moglie un altro cazzo!…
Pieraccio Tedaldi
Oggi abbiàn lunedì, come tu sai
Oggi abbiàn lunedì, come tu sai;
domani è martedì, com’è usato;
mercoledì è l’altro nominato;
poi giovedf el qual non falla mai.
Ser Durante
domani è martedì, com’è usato;
mercoledì è l’altro nominato;
poi giovedf el qual non falla mai.
Ser Durante
Pietro Metastasio
Scherzo estemporaneo
Regina superba
de’ fiori è la rosa,
regina d’ogn’erba
l’ortica spinosa
diviene oggidì;
ché il bel piè di Venere
se quella piagò,
il bel cul di Fillide
or questa ferì.
Cantando ognun dica:
«Evviva l’ortica
e ’l cul che toccò».
Fu bianco qual giglio
quel fior; ma si crede
che il rese vermiglio
col sangue del piede
la madre d’Amor.
Così per memoria
quest’erba immortal
del cul ch’ebbe a tangere
ritiene l’odor.
Dell’arabe rive
le piante native
non danno l’ugual.
Col dolce suo canto
destando ne’ cuori
un nobile incanto,
fra ninfe e pastori
sedea Fille un dì.
Poi tacque e a nascondere
nel bosco s’andò,
le gonne dal margine
sul fianco riunì,
e quel che si mangia
in ciò che si cangia
a luce tornò.
La ninfa gentile
due scogli ha di neve,
che come è suo stile
da macchia ancor lieve
suol netti serbar.
Ricerca, ma inutile,
con che si forbir,
né vuol così sordida
frattanto restar.
Ond’ella raccoglie
a ciò varie foglie
per farle servir.
La rosa vermiglia,
il bel gelsomino,
la vaga giunchiglia
del nobil destino
gelosi ne fur.
D’invidia il cocomero
diviene maggior,
la rapa ed il ravano
s’accrebbero pur.
La fava ed il gionco,
il palo e ogni tronco
bramò quell’onor.
Ma Fille fra tante
di fiori e di foglie
degnissime piante
incauta raccoglie
l’ortica crudel.
E dove stropiccia
s’accende un ardor,
per cui se n’arriccia
il prossimo pel,
e grida: «Un cotale
prurito mortale
non diedesi ancor».
Ai noti clamori
lasciar la capanna
le ninfe e i pastori,
e ognuno s’affanna
a chieder che fu.
Il caso non solito
la bella narrò,
il culo ad un albero
strisciando su e giù.
Quel fatto curioso,
quell’atto grazioso
quai risa destò!
Allora un bifolco
propose alla bella
che debba in un solco
d’erbetta novella
la parte fregar.
Qual vista piacevole
vederla infuriata,
sospesa su i gomiti
il culo a girar!
«Oh erbette felici!»
a Fille gli amici
gridavano allor.
E Tirsi suo nume,
su l’Istro adorato,
dal dolce costume
di Fille allettato,
sì mesto ne fu,
poiché refrigerio
la bella trovò,
esclama con giubilo:
«Pastori, via su,
cantando ognun dica:
‘Evviva l’ortica
e ’l cul che toccò!’»
de’ fiori è la rosa,
regina d’ogn’erba
l’ortica spinosa
diviene oggidì;
ché il bel piè di Venere
se quella piagò,
il bel cul di Fillide
or questa ferì.
Cantando ognun dica:
«Evviva l’ortica
e ’l cul che toccò».
Fu bianco qual giglio
quel fior; ma si crede
che il rese vermiglio
col sangue del piede
la madre d’Amor.
Così per memoria
quest’erba immortal
del cul ch’ebbe a tangere
ritiene l’odor.
Dell’arabe rive
le piante native
non danno l’ugual.
Col dolce suo canto
destando ne’ cuori
un nobile incanto,
fra ninfe e pastori
sedea Fille un dì.
Poi tacque e a nascondere
nel bosco s’andò,
le gonne dal margine
sul fianco riunì,
e quel che si mangia
in ciò che si cangia
a luce tornò.
La ninfa gentile
due scogli ha di neve,
che come è suo stile
da macchia ancor lieve
suol netti serbar.
Ricerca, ma inutile,
con che si forbir,
né vuol così sordida
frattanto restar.
Ond’ella raccoglie
a ciò varie foglie
per farle servir.
La rosa vermiglia,
il bel gelsomino,
la vaga giunchiglia
del nobil destino
gelosi ne fur.
D’invidia il cocomero
diviene maggior,
la rapa ed il ravano
s’accrebbero pur.
La fava ed il gionco,
il palo e ogni tronco
bramò quell’onor.
Ma Fille fra tante
di fiori e di foglie
degnissime piante
incauta raccoglie
l’ortica crudel.
E dove stropiccia
s’accende un ardor,
per cui se n’arriccia
il prossimo pel,
e grida: «Un cotale
prurito mortale
non diedesi ancor».
Ai noti clamori
lasciar la capanna
le ninfe e i pastori,
e ognuno s’affanna
a chieder che fu.
Il caso non solito
la bella narrò,
il culo ad un albero
strisciando su e giù.
Quel fatto curioso,
quell’atto grazioso
quai risa destò!
Allora un bifolco
propose alla bella
che debba in un solco
d’erbetta novella
la parte fregar.
Qual vista piacevole
vederla infuriata,
sospesa su i gomiti
il culo a girar!
«Oh erbette felici!»
a Fille gli amici
gridavano allor.
E Tirsi suo nume,
su l’Istro adorato,
dal dolce costume
di Fille allettato,
sì mesto ne fu,
poiché refrigerio
la bella trovò,
esclama con giubilo:
«Pastori, via su,
cantando ognun dica:
‘Evviva l’ortica
e ’l cul che toccò!’»
Raffaele Petra
A’ confessione ’e Taniello
Taniello, ch’ave scupole
mo che se vo’ nzorà,
piglia e da Fra Liborio
va pe se confessà.
«Patre», le dice, «i’ roseco
e pe nniente me mpesto;
ma po’ dico ’o rosario,
e chello va pe’ cchesto…
Patre, ’ncuolla li ffemmene
campo e ’ncopp’ ’o bburdello;
me sento messe e ppredeche,
e chesto va pe’ cchello…
Jastemmo, arrobbo… ’O prossimo
spoglio e le dongo ’o riesto;
ma po’ faccio ’a llemmosena,
e chello va pe’ cchesto…
mo che se vo’ nzorà,
piglia e da Fra Liborio
va pe se confessà.
«Patre», le dice, «i’ roseco
e pe nniente me mpesto;
ma po’ dico ’o rosario,
e chello va pe’ cchesto…
Patre, ’ncuolla li ffemmene
campo e ’ncopp’ ’o bburdello;
me sento messe e ppredeche,
e chesto va pe’ cchello…
Jastemmo, arrobbo… ’O prossimo
spoglio e le dongo ’o riesto;
ma po’ faccio ’a llemmosena,
e chello va pe’ cchesto…
Raffaele Petra
Dalla Culeide
Non canterò di favolosi Numi
gli oracoli bugiardi; o di feroci
mentiti eroi le gesta, ed i costumi;
le gloriose colpe, o i casi atroci.
Gli orrori, o i sogni d’una età ferina
non vo’ cantar; ma il cul di Carolina.
Che se lodare un cul non sia decente;
che dirò mai di Quei che lodò tanto
parti men belle, e che a noi fur sovente
cagion funesta di tristezza e pianto?
E sia Cocito di sanguigna urina
laudabil più del cul di Carolina?
E come in oggi esser si suole autore
comunque, ond’esser detto uom di calibro;
e tutti han di comporre il pizzicore,
mel sento anch’io d’impastocchiare un libro;
né avendo in sacco altra miglior farina,
mi spazierò sul cul di Carolina.
Chi di donna lodò il leggiadro viso;
chi gli occhi, i denti, il labbro, e chi il capello;
chi la dolce favella; e chi ’l sorriso;
chi la mano gentil; chi ’l piede snello:
se niun lodonne il cul, ben s’indovina
perché: niuna ebbe il cul di Carolina.
Fu un bel cul sempremai laudabil cosa.
E sia una donna pur di poco ingegno:
siale fortuna e Venere ritrosa,
sempre di lode il suo bel culo è degno.
Che val beltà? Che val ricca propina
senza un cul come quel di Carolina?
Esopo, ch’io credeva uom di giudizio,
nelle favole sue, con naso fino,
iva frusciando il culo a Caio e Tizio.
Io non così: né come Costantino,
che dà per vacca carne pecorina,
farò, cantando il cul di Carolina.
Fa’ ch’io dipinga un culo immalleabile,
atlantico, pittorico, ed atletico,
classico, erculeo, magico, intoccabile,
magnifico, simpatico, e magnetico,
in bei versi, e qual’onda Caballina
fluidi, e degni del cul di Carolina.
Ma, o che mi creda o no, non mi bisogna
la credenza del volgo e sciocco e ignaro.
So ben, che a voi non sembrerà menzogna,
a voi che avete l’intelletto chiaro
né siete letterati da dozzina,
quel ch’esporrò sul cul di Carolina.
Quando un tal cul dal sen materno uscì,
feto e culo tastando allor sbucciati,
sclamò: che strano parto! e impallidì
credendoli due feti aggravignati:
ma vistol coll’occhial poi la mammina,
lieta gridò: oh! il gran cul che ha Carolina!
Culo non v’è; né fuvvi mai nel Mondo
fra quanti più bei culi unqua fioriro,
più tornito, più vago, e più giocondo.
Né fra le statue del Museo rimiro,
scavate là in Pompei, Stabia, e Resina,
simile un culo a quel di Carolina.
Napoli, è ver, di belle donne è piena
impareggiabil per la grazia e ’l brio,
che han di angelica forma, e non terrena,
e spalle e petto e seno, e che so io?
Ma non si ammira da Capodichina
a Miseno, che il cul di Carolina.
Né allor che tutto il Mondo a Carditello
va alla gran festa, e né a Capodimonte;
né a Piedigrotta in mostra, o ad Architello;
né al Vomer mai si vide, o a Vergin-monte;
né ai passeggi di Chiaja e Mergellina
più bel culo di quel di Carolina.
Te Napol non produsse: e non sei nato
del bel Sebeto tu: te una Befana
e ’l Vesuvio produsse in fiamme irato;
e le mamme allattar di ruffiana:
che hai cor bastardo in petto, alma canina
dispregiando il bel cul di Carolina.
Armida, Bradamante, Olimpia, Alzira,
Laura, Leonora, Angelica, Virginia,
Tamiri, Semiramide, Zaira,
Ersilia, Clitennestra, Argene, Erminia,
Giulia, Marzia, Aristea, Fulvia, Agrippina,
non ebbero il bel cul di Carolina.
Né Solimena, o Guido, e né Bastiano
dipinser mai, né Vinci, o Polignoto
né Rubens, Michelangel, né Tiziano,
né Apelle pur, tanto famoso e noto,
né il sommo genio della terra Urbina,
bello un cul come quel di Carolina.
Quando il fulgor d’un sì bel cul t’irradia,
senti fuggir la noia, il duol, l’inedia.
Per me, lascio le Muse, e Apollo, e Arcadia;
e più che in San Carlino alla Comedia,
rido se amica sorte mi avvicina
al romantico cul di Carolina.
Come placida viene a lido l’onda
quando lieve sul mar Zeffiro scherza,
che alla prima succede la seconda,
e questa torna e va a lambir la terza,
lieta d’un bacio al sen di Mergellina,
così movesi il cul di Carolina.
E mo, Patre, sentitela
st’urtema cannunata:
la sora vosta, Briggeta,
me l’aggio ’nzaponata…»
Se vota Fra Liborio:
«Guagliò, tu si’ Taniello?…
I’ me ’nzapono a mammeta,
e chesto va pe’ cchello!…»
gli oracoli bugiardi; o di feroci
mentiti eroi le gesta, ed i costumi;
le gloriose colpe, o i casi atroci.
Gli orrori, o i sogni d’una età ferina
non vo’ cantar; ma il cul di Carolina.
Che se lodare un cul non sia decente;
che dirò mai di Quei che lodò tanto
parti men belle, e che a noi fur sovente
cagion funesta di tristezza e pianto?
E sia Cocito di sanguigna urina
laudabil più del cul di Carolina?
E come in oggi esser si suole autore
comunque, ond’esser detto uom di calibro;
e tutti han di comporre il pizzicore,
mel sento anch’io d’impastocchiare un libro;
né avendo in sacco altra miglior farina,
mi spazierò sul cul di Carolina.
Chi di donna lodò il leggiadro viso;
chi gli occhi, i denti, il labbro, e chi il capello;
chi la dolce favella; e chi ’l sorriso;
chi la mano gentil; chi ’l piede snello:
se niun lodonne il cul, ben s’indovina
perché: niuna ebbe il cul di Carolina.
Fu un bel cul sempremai laudabil cosa.
E sia una donna pur di poco ingegno:
siale fortuna e Venere ritrosa,
sempre di lode il suo bel culo è degno.
Che val beltà? Che val ricca propina
senza un cul come quel di Carolina?
Esopo, ch’io credeva uom di giudizio,
nelle favole sue, con naso fino,
iva frusciando il culo a Caio e Tizio.
Io non così: né come Costantino,
che dà per vacca carne pecorina,
farò, cantando il cul di Carolina.
Fa’ ch’io dipinga un culo immalleabile,
atlantico, pittorico, ed atletico,
classico, erculeo, magico, intoccabile,
magnifico, simpatico, e magnetico,
in bei versi, e qual’onda Caballina
fluidi, e degni del cul di Carolina.
Ma, o che mi creda o no, non mi bisogna
la credenza del volgo e sciocco e ignaro.
So ben, che a voi non sembrerà menzogna,
a voi che avete l’intelletto chiaro
né siete letterati da dozzina,
quel ch’esporrò sul cul di Carolina.
Quando un tal cul dal sen materno uscì,
feto e culo tastando allor sbucciati,
sclamò: che strano parto! e impallidì
credendoli due feti aggravignati:
ma vistol coll’occhial poi la mammina,
lieta gridò: oh! il gran cul che ha Carolina!
Culo non v’è; né fuvvi mai nel Mondo
fra quanti più bei culi unqua fioriro,
più tornito, più vago, e più giocondo.
Né fra le statue del Museo rimiro,
scavate là in Pompei, Stabia, e Resina,
simile un culo a quel di Carolina.
Napoli, è ver, di belle donne è piena
impareggiabil per la grazia e ’l brio,
che han di angelica forma, e non terrena,
e spalle e petto e seno, e che so io?
Ma non si ammira da Capodichina
a Miseno, che il cul di Carolina.
Né allor che tutto il Mondo a Carditello
va alla gran festa, e né a Capodimonte;
né a Piedigrotta in mostra, o ad Architello;
né al Vomer mai si vide, o a Vergin-monte;
né ai passeggi di Chiaja e Mergellina
più bel culo di quel di Carolina.
Te Napol non produsse: e non sei nato
del bel Sebeto tu: te una Befana
e ’l Vesuvio produsse in fiamme irato;
e le mamme allattar di ruffiana:
che hai cor bastardo in petto, alma canina
dispregiando il bel cul di Carolina.
Armida, Bradamante, Olimpia, Alzira,
Laura, Leonora, Angelica, Virginia,
Tamiri, Semiramide, Zaira,
Ersilia, Clitennestra, Argene, Erminia,
Giulia, Marzia, Aristea, Fulvia, Agrippina,
non ebbero il bel cul di Carolina.
Né Solimena, o Guido, e né Bastiano
dipinser mai, né Vinci, o Polignoto
né Rubens, Michelangel, né Tiziano,
né Apelle pur, tanto famoso e noto,
né il sommo genio della terra Urbina,
bello un cul come quel di Carolina.
Quando il fulgor d’un sì bel cul t’irradia,
senti fuggir la noia, il duol, l’inedia.
Per me, lascio le Muse, e Apollo, e Arcadia;
e più che in San Carlino alla Comedia,
rido se amica sorte mi avvicina
al romantico cul di Carolina.
Come placida viene a lido l’onda
quando lieve sul mar Zeffiro scherza,
che alla prima succede la seconda,
e questa torna e va a lambir la terza,
lieta d’un bacio al sen di Mergellina,
così movesi il cul di Carolina.
E mo, Patre, sentitela
st’urtema cannunata:
la sora vosta, Briggeta,
me l’aggio ’nzaponata…»
Se vota Fra Liborio:
«Guagliò, tu si’ Taniello?…
I’ me ’nzapono a mammeta,
e chesto va pe’ cchello!…»
Rustico Filippi
A voi, Chierma, so dire una novella
A voi, Chierma, so dire una novella:
se voi porrete il culo al colombaio,
cad io vi porgerò tal manovella,
se non vi piace, io no ne vo’ danaio.
Ma tornerete volontier per ella,
ch’ella par drittamente d’un somaio;
con tutto che non siate sì zitella,
che troppo colmo paiavi lo staio.
Adunque, Chierma, non ci date indugio,
ché pedir vi farabbo come vacca,
se porrete le natiche al pertugio.
Tutte l’altre torrete poi per acca:
si vi rinzafferò col mio segugio
ch’e’ parrà ch’Arno v’esca de la tacca.
se voi porrete il culo al colombaio,
cad io vi porgerò tal manovella,
se non vi piace, io no ne vo’ danaio.
Ma tornerete volontier per ella,
ch’ella par drittamente d’un somaio;
con tutto che non siate sì zitella,
che troppo colmo paiavi lo staio.
Adunque, Chierma, non ci date indugio,
ché pedir vi farabbo come vacca,
se porrete le natiche al pertugio.
Tutte l’altre torrete poi per acca:
si vi rinzafferò col mio segugio
ch’e’ parrà ch’Arno v’esca de la tacca.
Rustico Filippi
Da che guerra
Da che guerra m’avete incominciata,
paleserò del vostro puttineccio,
de la foia, che tanto v’è montata
che non s’atuteria per pai di lleccio.
Non vi racorda, donna, a la fïata
che noi stemmo a San Sebio in tal gineccio?
E se per moglie v’avesse sposata,
non dubbiate ch’egli era un bel farneccio.
Che foste putta il die che voi nasceste
ed io ne levai saggio ne la stalla:
ché ‘l culo in terra tosto percoteste,
e sed io fosse stato una farfalla,
maraviglia saria, sì mi scoteste:
voi spingate col cul, quando altri balla.
paleserò del vostro puttineccio,
de la foia, che tanto v’è montata
che non s’atuteria per pai di lleccio.
Non vi racorda, donna, a la fïata
che noi stemmo a San Sebio in tal gineccio?
E se per moglie v’avesse sposata,
non dubbiate ch’egli era un bel farneccio.
Che foste putta il die che voi nasceste
ed io ne levai saggio ne la stalla:
ché ‘l culo in terra tosto percoteste,
e sed io fosse stato una farfalla,
maraviglia saria, sì mi scoteste:
voi spingate col cul, quando altri balla.
Rustico Filippi
El Muscia st fa dicere e bandire
EI Muscia sì fa dicere e bandire,
qual donna non avesse buon marito,
ch’aggia picciol dificio da servire,
che vada a-llui, cad e’ n’è ben fornito.
Ed ancor questo fa nel bando dire,
ch’è sedici once, sanza i’rimonito;
e dice ben, se no la fa pedire
a ogni tratto, ch’e’ vuol perder lo ’nvito.
Ma se se ne aterranno al mio consiglio,
inanzi il proveranno ver’ di mezzo,
que’ c’ha la schiena bianca e ’l co vermiglio;
e poi, quando verrà colà ’l da sezzo,
darannovi con ambo man di piglio,
ch’a ben ripalleggiarlo egli è un vezzo.
qual donna non avesse buon marito,
ch’aggia picciol dificio da servire,
che vada a-llui, cad e’ n’è ben fornito.
Ed ancor questo fa nel bando dire,
ch’è sedici once, sanza i’rimonito;
e dice ben, se no la fa pedire
a ogni tratto, ch’e’ vuol perder lo ’nvito.
Ma se se ne aterranno al mio consiglio,
inanzi il proveranno ver’ di mezzo,
que’ c’ha la schiena bianca e ’l co vermiglio;
e poi, quando verrà colà ’l da sezzo,
darannovi con ambo man di piglio,
ch’a ben ripalleggiarlo egli è un vezzo.
Rustico Filippi
Una bestiuola ho vista molto fèra
Una bestiuola ho vista molto fèra,
armata forte d’una nuova guerra,
a cui risiede sì la cervelliera,
che del legnaggio par di Salinguerta.
Se ’nsino ’l mento avesse la gorgiera,
conquisterebbe il mar, non che la terra;
e chi paventa e dotta sua visera
al mio parer non è folle néd erra.
Laida la cera e periglioso ha ’l piglio,
e burfa spesso a guisa di leone:
torrebbe ’l tinto a cui desse di piglio;
e gli occhi ardenti ha via più che leone;
de’ suoi nemici assai mi maraviglio,
sed e’ non muoion sol di pensagione.
armata forte d’una nuova guerra,
a cui risiede sì la cervelliera,
che del legnaggio par di Salinguerta.
Se ’nsino ’l mento avesse la gorgiera,
conquisterebbe il mar, non che la terra;
e chi paventa e dotta sua visera
al mio parer non è folle néd erra.
Laida la cera e periglioso ha ’l piglio,
e burfa spesso a guisa di leone:
torrebbe ’l tinto a cui desse di piglio;
e gli occhi ardenti ha via più che leone;
de’ suoi nemici assai mi maraviglio,
sed e’ non muoion sol di pensagione.
Sergio Corazzini
Bando
Avanti! Si accendano i lumi
nelle sale della mia reggia!
Signori! Ha principio la vendita
delle mie idee.
Avanti! Chi le vuole?
Idee originali
a prezzi normali.
Io vendo perché voglio
raggomitolarmi al sole
come un gatto a dormire
fino alla consumazione
de’ secoli! Avanti! L’occasione
è favorevole. Signori,
non ve ne andate, non ve ne andate;
vendo a così poco prezzo!
Diventerete celebri
con pochi denari.
Pensate: l’occasione è favorevole!
Non si ripeterà.
Oh! non abbiate timore di offendermi
con un’offerta irrisoria!
Che m’importa della gloria!
E non badate, Dio mio, non badate
troppo alla mia voce
piangevole!
nelle sale della mia reggia!
Signori! Ha principio la vendita
delle mie idee.
Avanti! Chi le vuole?
Idee originali
a prezzi normali.
Io vendo perché voglio
raggomitolarmi al sole
come un gatto a dormire
fino alla consumazione
de’ secoli! Avanti! L’occasione
è favorevole. Signori,
non ve ne andate, non ve ne andate;
vendo a così poco prezzo!
Diventerete celebri
con pochi denari.
Pensate: l’occasione è favorevole!
Non si ripeterà.
Oh! non abbiate timore di offendermi
con un’offerta irrisoria!
Che m’importa della gloria!
E non badate, Dio mio, non badate
troppo alla mia voce
piangevole!
Sergio Corazzini
Dialogo di Marionette
– Perché, mia piccola regina,
mi fate morire di freddo?
Il re dorme, potrei, quasi,
cantarvi una canzone,
ché non udrebbe! Oh, fatemi
salire sul balcone!
– Mio grazioso amico,
il balcone è di cartapesta,
non ci sopporterebbe!
Volete farmi morire
senza testa?
– Oh, piccola regina, sciogliete
i lunghi capelli d’oro!
– Poeta! non vedete
che i miei capelli sono
di stoppa?
– Oh, perdonate!
– Perdono.
– Così?
– Così...?
– Non mi dite una parola,
io morirò...
– Come? per questa sola
ragione?
– Siete ironica... addio!
– Vi sembra?
– Oh, non avete rimpianti
per l’ultimo nostro convegno
nella foresta di cartone?
– Io non ricordo, mio
dolce amore... Ve ne andate...
Per sempre? Oh, come
vorrei piangere! Ma che posso farci
se il mio piccolo cuore
è di legno?
mi fate morire di freddo?
Il re dorme, potrei, quasi,
cantarvi una canzone,
ché non udrebbe! Oh, fatemi
salire sul balcone!
– Mio grazioso amico,
il balcone è di cartapesta,
non ci sopporterebbe!
Volete farmi morire
senza testa?
– Oh, piccola regina, sciogliete
i lunghi capelli d’oro!
– Poeta! non vedete
che i miei capelli sono
di stoppa?
– Oh, perdonate!
– Perdono.
– Così?
– Così...?
– Non mi dite una parola,
io morirò...
– Come? per questa sola
ragione?
– Siete ironica... addio!
– Vi sembra?
– Oh, non avete rimpianti
per l’ultimo nostro convegno
nella foresta di cartone?
– Io non ricordo, mio
dolce amore... Ve ne andate...
Per sempre? Oh, come
vorrei piangere! Ma che posso farci
se il mio piccolo cuore
è di legno?
Tommaso Campanella
Della plebe
Il popolo è una bestia varia e grossa,
ch’ignora le sue forze; e però stassi
a pesi e botte di legni e di sassi,
guidato da un fanciul che non ha possa,
ch’egli potria disfar con una scossa:
ma lo teme e lo serve a tutti spassi.
Né sa quanto è temuto, ché i bombassi
fanno un incanto, che i sensi gli ingrossa.
Cosa stupenda! e’ s’appicca e imprigiona
ch’ignora le sue forze; e però stassi
a pesi e botte di legni e di sassi,
guidato da un fanciul che non ha possa,
ch’egli potria disfar con una scossa:
ma lo teme e lo serve a tutti spassi.
Né sa quanto è temuto, ché i bombassi
fanno un incanto, che i sensi gli ingrossa.
Cosa stupenda! e’ s’appicca e imprigiona
Vincenzo Monti
Per un grave incommodo emorroidale
[…]
L’aver guasto, e a mal condotto
tutto il culo, oh rio destino!
altro è ben che l’aver rotto
di Polinnia il chitarrino.
Fôra adesso ignota al mondo
la feroce ira d’Achille
ch’arder Ilio infino al fondo
fe’ di greche atre faville
[…]
Ma qual fallo, qual peccato,
giusto cielo, mai commise
questo cul, che tormentato
vien dì, e notte in tante guise?
Forse accanto al gentil sesso
ei talvolta fu sentito
esalare in suon dimesso
un sospiro proibito?
Forse a qualche nerboruto
cappuccino petulante
ei soggiacque, o ad un futtuto
sodomita zoccolante?
[…]
L’aver guasto, e a mal condotto
tutto il culo, oh rio destino!
altro è ben che l’aver rotto
di Polinnia il chitarrino.
Fôra adesso ignota al mondo
la feroce ira d’Achille
ch’arder Ilio infino al fondo
fe’ di greche atre faville
[…]
Ma qual fallo, qual peccato,
giusto cielo, mai commise
questo cul, che tormentato
vien dì, e notte in tante guise?
Forse accanto al gentil sesso
ei talvolta fu sentito
esalare in suon dimesso
un sospiro proibito?
Forse a qualche nerboruto
cappuccino petulante
ei soggiacque, o ad un futtuto
sodomita zoccolante?
[…]
Precedente
Pagina 4