Anton Francesco Grazzini

Anton Francesco Grazzini

1504–1584 · visse 79 anni IT IT

n. 1504-03-22, Florença · m. 1584-02-18, Florença

Del gallo

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Io me l’ho allevato da piccino,
che gl’era barbigliuto e marzaiuolo,
vago, gentil, vezzoso, agevolino;
or che gl’è grande salta e piglia il volo
e imbizzarrisce e non può più star solo
ed un peccato sarebbe a tarpallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Egli ha un occhio vigoroso in testa,
ed ha al primo veduto una gallina
che valle incontro ardito e falle festa,
con lei stariesi in fino alla mattina,
ma non fa danno mai, donne, in cucina,
per che non becca ov’ è fante o vassallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Chi ’l toccasse con man, di nulla teme,
anzi è più vigoroso e più fa festa,
sol che per allegrezza quasi geme,
e quando becca tien ritta la cresta;
e ad ogn’ora della notte si desta,
e becca al buio e non si può sfamallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Se voi ’l vedessi, e’ v’innamorerebbe:
prima ch’ei becchi, le galline alletta,
e senz’una di lor non beccherebbe,
e tanto che con lui bécchin l’aspetta;
ma non gli piace già beccare in fretta:
chi becca adagio suol molto gustallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Da piccin, donne, e’ mi beccava la mano,
or vuol il beccatoio piccolo e stretto,
né più vuol beccar solo e in luogo strano,
e poco cura se gl’è intriso o netto;
molto gli piace beccar in sul letto,
chi nol crede di voi, possa provallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Delle galline vecchie egli è nemico,
e d’una sola non si fiderebbe,
ma gli è delle pollastre tanto amico,
che solo a più di quattro basterebbe,
con le più bianche assai più scherzerebbe
menandole con seco a festa e ballo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Se voi ’l vedessi un po’ ’l gru contraffare,
come gli sta ben ritto in sur un piede,
poi gonfia, e stende il collo ch’un gru pare;
la gallina stiamazza, s’ella ’l vede:
provar lo possa, donne, chi nol crede,
e non lo creda alcuno in questo ballo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

E per che da piccin gli posi amore
nol venderei, chi mi coprisse d’oro,
s’io lo perdessi, morrei di dolore,
ma io lo presto, e non ne vo’ ristoro
ed a voi gentilmente mi rincuoro,
quando piacer vi sia un dì prestallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo,
e vorrei con le vostre accompagnallo.
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Poesie

3

Del gallo

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Io me l’ho allevato da piccino,
che gl’era barbigliuto e marzaiuolo,
vago, gentil, vezzoso, agevolino;
or che gl’è grande salta e piglia il volo
e imbizzarrisce e non può più star solo
ed un peccato sarebbe a tarpallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Egli ha un occhio vigoroso in testa,
ed ha al primo veduto una gallina
che valle incontro ardito e falle festa,
con lei stariesi in fino alla mattina,
ma non fa danno mai, donne, in cucina,
per che non becca ov’ è fante o vassallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Chi ’l toccasse con man, di nulla teme,
anzi è più vigoroso e più fa festa,
sol che per allegrezza quasi geme,
e quando becca tien ritta la cresta;
e ad ogn’ora della notte si desta,
e becca al buio e non si può sfamallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Se voi ’l vedessi, e’ v’innamorerebbe:
prima ch’ei becchi, le galline alletta,
e senz’una di lor non beccherebbe,
e tanto che con lui bécchin l’aspetta;
ma non gli piace già beccare in fretta:
chi becca adagio suol molto gustallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Da piccin, donne, e’ mi beccava la mano,
or vuol il beccatoio piccolo e stretto,
né più vuol beccar solo e in luogo strano,
e poco cura se gl’è intriso o netto;
molto gli piace beccar in sul letto,
chi nol crede di voi, possa provallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Delle galline vecchie egli è nemico,
e d’una sola non si fiderebbe,
ma gli è delle pollastre tanto amico,
che solo a più di quattro basterebbe,
con le più bianche assai più scherzerebbe
menandole con seco a festa e ballo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Se voi ’l vedessi un po’ ’l gru contraffare,
come gli sta ben ritto in sur un piede,
poi gonfia, e stende il collo ch’un gru pare;
la gallina stiamazza, s’ella ’l vede:
provar lo possa, donne, chi nol crede,
e non lo creda alcuno in questo ballo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

E per che da piccin gli posi amore
nol venderei, chi mi coprisse d’oro,
s’io lo perdessi, morrei di dolore,
ma io lo presto, e non ne vo’ ristoro
ed a voi gentilmente mi rincuoro,
quando piacer vi sia un dì prestallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo,
e vorrei con le vostre accompagnallo.

La cortigiana e il giurista

La Milla è fatta come il Calefato,
ella fra le puttane, ei fra i dottori;
e per dare a ciascun debiti onori
lei sia fottuta, e lui sia buggerato.
Tra più nuovi bordelli ella ha trovato
nuove foie, nuove arti e nuovi amori,
ed ei con nuovi titoli e splendori
ha colle leggi gli uomini ammorbato.
Ella co i finti sguardi i cuori invola,
e dove è più quattrin, gli occhi sfavilla;
oh fra l’altre puttane unica e sola!;
egli nelle miserie si distilla:
per unir dunque il bordello e la scuola,
sposisi il Calefato colla Milla.

Qual più diversa e nuova

Qual più diversa e nuova
fu mai disgrazia in qualche stranio clima,
quella, se ben si stima,
più mi rassembra; a tal son giunto, oh Dio!,
che ’l viril membro mio
non sento più fra le gambe a far prova
di quel che più ne giova;
poi che l’iniquo veramente e rio,
scostumato e scortese
tiranno malfranzese
me n’ha privato totalmente; ond’io
vo per tutto gridando come pazzo:
«Ohimè!, ohimè!, ohimè!, dov’è il mio cazzo?»

Più caro assai che ’l naso
l’avea, più che la barba e più che ’l mento,
e di lui più contento
prendeva assai che degli occhi e de’ denti;
né dei piedi altrimenti,
delle mani e del cul fatto arei caso,
senza sendo rimaso,
lasso!, come di lui, che dalle genti
mi facea riverire:
or non mi puon patire
uomini e donne, e ’nfino i miei parenti
dicono, ohimè!, ch’io non vaglio una frulla,
per che chi non ha pinco, non ha nulla.

Già mi ricorda, ahi lasso!,
quand’era ancor, si può dire, un bambino,
sentir piacer divino
di toccarlo e tener sovente in mano,
stropicciandol pian piano,
tanto ch’alfin gli alzava il capo basso:
allor per dolce spasso
lo rimirava con sembiante umano,
tal che mia madre ardita
mi dette in su le dita
più di mille scopate e mille invano,
ché sempre mi teneva le man sotto,
sì mi pareva il giuoco bello e ghiotto.

Ma di poi che crescendo
venne alla terza sua fiorita etade,
leggiadria né beltade
tanta non vide giamai, credo, il sole;
cotal che ciancie e fole
eran tutt’altre gioie rispetto avendo
a quelle, che traendo,
venia da lui meravigliose e sole:
or ne son privo insieme
colle dolcezze estreme;
pensi dunque ciascun quanto mi duole;
ma nel pisciar raddoppian poi l’angosce,
facendomi le gore in su le cosce.

Deh!, quant’ebbi io diletto!,
quanto piacere ebb’io la prima volta,
che con prestezza molta
lo vidi enfiando diventar maggiore!
E’ mi brillava il cuore,
toccandol or levato ed or nel letto;
ma quel fu ben dispetto
e duol, quando due bolle traditore
voltaro i risi in pianti
e i medici furfanti
tanto me lo impiastrar dentro e di fuore,
che lo fecer tornar livido e mezzo,
infin che poi cascommi a pezzo a pezzo.

Colui che pianse morta
la sua civetta leggiadretta e scaltra,
trovar ne potea un’altra;
e così quei che la sua destra e snella
perdé gatta sì bella:
ma, lasso me!, la mia speranza ha morta
quella maligna e torta,
empia, nimica mia fatale stella;
tal che mai non potrei
trovar quel ch’io vorrei
per oro, per cittadi, o per castella;
onde sempre n’andrò traendo guai,
poi che le membra non rinascon mai.

Color ben puon dolersi
cui fé la malattia rattratti, o biechi,
o da un occhio ciechi,
mutoli, sordi, scrignuti, o sciancati;
pur sono avventurati
rispetto a me, poi che posson vedersi
colui, che gl’Indi e i Persi
fece e gli imperadori e i Mecenati:
col qual ponno impregnare
le mogli, e poi lasciare
altri lor dopo lor nel mondo nati:
così perpetuar possonsi appieno,
se non in sé, nella sua spezie almeno.

Vantar già mi potea
D’avere il più fidato e ’l più sicuro,
il più forte e ’l più duro
cazzon, che fusse mai sotto la luna:
però che all’aria bruna
ed alla chiara, sempre ch’io volea,
levar ritto il facea
senza dar baci o fregagione alcuna:
e non gli era fatica
sfamare ogni gran fica:
or come vuol il cielo e la fortuna,
per che mia vita sia ben trista e grama,
l’ho perduto ad un tratto colla dama.

Crudel chi tanto fia
che non aggia pietà della mia doglia?
Io tremo come foglia,
quando del caso orribil mi ricordo:
da l’ora in qua balordo
son stato sempre e starò tuttavia:
sollazzo e giulleria
m’era egli in questo mondo ladro e lordo;
or m’ha condotto a tale,
ch’io vorrei per men male
la morte, che mi fesse cieco e sordo,
e mi cavasse ormai di tanta noia,
poi che far non lo può ‘l duol e la foia.

Dove tu vai, canzon, piangendo grida:
il mio signore è giunto a sì rea sorte,
che gli spiace egualmente e vita e morte.

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