Dialogo dell’angelo e del giovine morto
L’angelo
Andiamo, vieni! Vola! Resta immobile!
E presto, è tardi, è l’ora.
Non ancora, e sempre più.
Solo tutto con te; solo con me!
Il giovine morto
Reggimi dunque tu
nei primi ubbriachi passi
dei miei poveri piedi intirizziti,
perchè son come cieco.
Dimmi tu dove sono siepi e sassi
ponti e guadi erte e abissi:
tu non sai quanto peso con me reco
di sensi ancor non bene inceneriti ...
L’angelo
Seguimi in fretta, non aver paura!
Non ci sono gli ostacoli che credi.
Non odi la mia voce? Non mi vedi?
Il giovine morto
Come d’un subito posso
comprenderti, angelo, se ancora
il caldo semprerosso
mi fiorisce il giardino delle vene
recise ed ai sensi mi legano
così dolci catene?
Sono troppo confuso ed assorto
nel mio sonno di giovine morto;
e ancor non è cessato
quel ronzio insistente di fuso
che mi riempie il cervello
di visioni vocali:
mamma, sole, fratello;
dopo la frana d’irruente sangue
che mi apri nella nuca
quel colpo assassino di fulmine ...
Nella mia cecità veggente
sei dunque tu, angelo nuovo,
questo soffio di luce
che sui miei primi passi di tenebre trovo?
L’angelo
Nel regno del sole di ghiaccio dei morti
nero, a una sola faccia,
patria, mamma e fratello,
non hanno più alcun senso
con la nube strappata
e con l’albero fermo.
Se la vita non fu che un imparare
faticoso e accanito sulla terra:
imparar fiore, albero, sole e mamma
sarà solo quassù un dimenticare
facile e rapidissimo.
Soltanto allora mi comprenderai
nella mia forma d’angelo perfetto.
Il giovine morto
La corona di vetro della mamma,
non più la funicella del martirio
mi lega sopra il petto gli ossicini
delle mani troncate.
Tu comandi che in fretta io cammini;
ed io nel buio brancolar non so.
Come posso, se ho ancora la testa,
tu sai, angelo, come mi è scoppiata,
tutta piena del rombo della mina
che di colpo mi fece rovinare addosso
tutto il peso di sangue
della fossa carnaia ardeatina?
L’angelo
Mamma, sangue, paese natio,
laboriose parole
inzuppate di sole
che tu imparasti lentamente in terra,
qui non hanno più senso,
come sarebbe giù tra i vivi chi dicesse
cimitero del vento
castello di fantasmi dei profumi...
Meno di niente di quel niente
muffe vaganti, proliferazioni-
di fuochi fatui,
ch’è laggiù sull’umano abitato
il vostro silenzio stellato.
Il giovine morto
Ma abbandonar per sempre
così anche il dolce ricordo
di vita con le dolci pene ...
persino ai dolci sogni essere sordo
per sempre, a quelle dolci
voci terrene ...
dolce vita, dolce terra...
L’angelo
Credevi dunque quello il paradiso,
dove anche il puro sfavillante fuoco
lascia il suo brutto sterco?
Dove quanto più olezza e brilla e sogna
il fantasioso fiore e tanto
più fetente ha la piccola carogna?
Rimpiangi ancora quella vita d’uomini
condannati a vagare chiusi
tra la terra e la pioggia,
con la lor stanca maschera
con tagli di sole, luna e stelle?
Quella tua vita fatta
solo d’inerti e di delusi ieri
quasi forma e patire
paziente di mnemonico corallo
di cui l’albero morto e sommerso
è tutto l’avvenire?
Il giovine morto
Aiutami tu, angelo, non vedi
come sono inesperto di morire?
Com’ero ancora poco preparato
a imparar questa morte eterna,
mandata a mente come una parola
senz’eco e senza volto,
guardata solo come un’ombra libera,
sfuggita come una vergogna umana,
taciuta come una tremenda colpa
già scontata sul punto della nascita?
L’angelo
Non temere, cammina! Vola!
E resta eternamente immoto.
Presto mi imparerai,
quando sarà per te il veder senz’occhi
un più vasto vedere
e un sentire infinito il non sentire.
Conoscerai ben presto
che dolce fatica è imparare
l’analfabeta lingua del silenzio.
Il giovine morto
Sento una luce intorno a me, un calore
umidamente umano
che s’ostina così sulla mia fuga:
mi scorre sulla gota come un bacio,
mi riempie di sole una mano...
Con la sua triste lampada di pianto
è la mia dolce mamma
che le gelide tenebre fruga...
Verrò dunque con te, angelo mio;
ma se tu vuoi che non mi penta,
lasciami ancora una volta gridare
così forte che tutta la terra mi senta
quel dolcissimo nome di mamma
che in terra è tutto: patria, amore, Dio.
L’angelo
Tu non sai che non posso più piangere... Vieni!
Il giovine morto
Angelo cieco, sordo e ignoto,
perchè più non rispondi?
Or finalmente sento e vedo,
io freddo e oscuro,
che tu per sempre sei già entrato in me:
indifferente angelo di vuoto,
angelo tutto muro.
Roma, maggio 1945
Andiamo, vieni! Vola! Resta immobile!
E presto, è tardi, è l’ora.
Non ancora, e sempre più.
Solo tutto con te; solo con me!
Il giovine morto
Reggimi dunque tu
nei primi ubbriachi passi
dei miei poveri piedi intirizziti,
perchè son come cieco.
Dimmi tu dove sono siepi e sassi
ponti e guadi erte e abissi:
tu non sai quanto peso con me reco
di sensi ancor non bene inceneriti ...
L’angelo
Seguimi in fretta, non aver paura!
Non ci sono gli ostacoli che credi.
Non odi la mia voce? Non mi vedi?
Il giovine morto
Come d’un subito posso
comprenderti, angelo, se ancora
il caldo semprerosso
mi fiorisce il giardino delle vene
recise ed ai sensi mi legano
così dolci catene?
Sono troppo confuso ed assorto
nel mio sonno di giovine morto;
e ancor non è cessato
quel ronzio insistente di fuso
che mi riempie il cervello
di visioni vocali:
mamma, sole, fratello;
dopo la frana d’irruente sangue
che mi apri nella nuca
quel colpo assassino di fulmine ...
Nella mia cecità veggente
sei dunque tu, angelo nuovo,
questo soffio di luce
che sui miei primi passi di tenebre trovo?
L’angelo
Nel regno del sole di ghiaccio dei morti
nero, a una sola faccia,
patria, mamma e fratello,
non hanno più alcun senso
con la nube strappata
e con l’albero fermo.
Se la vita non fu che un imparare
faticoso e accanito sulla terra:
imparar fiore, albero, sole e mamma
sarà solo quassù un dimenticare
facile e rapidissimo.
Soltanto allora mi comprenderai
nella mia forma d’angelo perfetto.
Il giovine morto
La corona di vetro della mamma,
non più la funicella del martirio
mi lega sopra il petto gli ossicini
delle mani troncate.
Tu comandi che in fretta io cammini;
ed io nel buio brancolar non so.
Come posso, se ho ancora la testa,
tu sai, angelo, come mi è scoppiata,
tutta piena del rombo della mina
che di colpo mi fece rovinare addosso
tutto il peso di sangue
della fossa carnaia ardeatina?
L’angelo
Mamma, sangue, paese natio,
laboriose parole
inzuppate di sole
che tu imparasti lentamente in terra,
qui non hanno più senso,
come sarebbe giù tra i vivi chi dicesse
cimitero del vento
castello di fantasmi dei profumi...
Meno di niente di quel niente
muffe vaganti, proliferazioni-
di fuochi fatui,
ch’è laggiù sull’umano abitato
il vostro silenzio stellato.
Il giovine morto
Ma abbandonar per sempre
così anche il dolce ricordo
di vita con le dolci pene ...
persino ai dolci sogni essere sordo
per sempre, a quelle dolci
voci terrene ...
dolce vita, dolce terra...
L’angelo
Credevi dunque quello il paradiso,
dove anche il puro sfavillante fuoco
lascia il suo brutto sterco?
Dove quanto più olezza e brilla e sogna
il fantasioso fiore e tanto
più fetente ha la piccola carogna?
Rimpiangi ancora quella vita d’uomini
condannati a vagare chiusi
tra la terra e la pioggia,
con la lor stanca maschera
con tagli di sole, luna e stelle?
Quella tua vita fatta
solo d’inerti e di delusi ieri
quasi forma e patire
paziente di mnemonico corallo
di cui l’albero morto e sommerso
è tutto l’avvenire?
Il giovine morto
Aiutami tu, angelo, non vedi
come sono inesperto di morire?
Com’ero ancora poco preparato
a imparar questa morte eterna,
mandata a mente come una parola
senz’eco e senza volto,
guardata solo come un’ombra libera,
sfuggita come una vergogna umana,
taciuta come una tremenda colpa
già scontata sul punto della nascita?
L’angelo
Non temere, cammina! Vola!
E resta eternamente immoto.
Presto mi imparerai,
quando sarà per te il veder senz’occhi
un più vasto vedere
e un sentire infinito il non sentire.
Conoscerai ben presto
che dolce fatica è imparare
l’analfabeta lingua del silenzio.
Il giovine morto
Sento una luce intorno a me, un calore
umidamente umano
che s’ostina così sulla mia fuga:
mi scorre sulla gota come un bacio,
mi riempie di sole una mano...
Con la sua triste lampada di pianto
è la mia dolce mamma
che le gelide tenebre fruga...
Verrò dunque con te, angelo mio;
ma se tu vuoi che non mi penta,
lasciami ancora una volta gridare
così forte che tutta la terra mi senta
quel dolcissimo nome di mamma
che in terra è tutto: patria, amore, Dio.
L’angelo
Tu non sai che non posso più piangere... Vieni!
Il giovine morto
Angelo cieco, sordo e ignoto,
perchè più non rispondi?
Or finalmente sento e vedo,
io freddo e oscuro,
che tu per sempre sei già entrato in me:
indifferente angelo di vuoto,
angelo tutto muro.
Roma, maggio 1945