Dal core mi vene
che gli occhi mi tené — rosata;
spesso m’adivene
che la ciera è bene — bagnata,
quando mi sovene
di mia bona spene — c’è data

in voi, amorosa,
bonaventurosa;
però se m’amate,
già non vi ’ngannate — neienti;
ca pur aspettando
in voi ’maginando,
l’amor c’agio in vui
lo cor mi distrui, — avenenti;
ca, s’io temesse
C’a voi dispiacesse,
ben m’aucideria
e non viveria — a sti tormenti;
ca pur penare
è disiare,
già mai non fare
mia dilettanza:
la rimembranza — di voi, aulente cosa,
gli occhi m’arosa — d’un’aigua d’amore.
Or potess’eo,
o amore meo,
come romeo
venire ascoso
e, disioso, — con voi mi vedisse!
non mi partisse — dal vostro dolzore!
Dal vostro lato
stando allungato,
ben ò provato
mal che non solda:
Tristano a Isolda — non amau sì forte;
ben mi par morte — non vedervi fiore.

Vostra valura — cà torna ed invia
donne e donzelli;
l’avisatura — di voi, donna mia,
so gli occhi belli;
pens’a tuttura — quando vi vedia
con gioi novelli!

“Qi tu meo core — perché non ti more?
rispondi, che fai
pero che doglio — così?”
“Non ti rispondo, — ma ben ti confondo
se tosto non vai
là ove voglio — con mi:
ca Fresca-ciera — tempesta e dispera;
in pensiero m’ài
miso e ’n cordoglio — per ti,”

Così, — bella, — si favella
lo mi’ core corì mico:
di persona — non ragiona
né parla; né dico.
Sì curale — e naturale
amor di voi mi piace,
C’ogni vista — mi par trista
c’altra donna face;
ca s’io viglio — o sonno piglio,
lo mio cor non insonna:
senno scitto — sì m’è stritto
pur di voi, madonna.

Sì m’è dura — e scura — figura
di quantonqu’eo vio,
C’occhi avere — e vedere — e volere
altro non disio:
trecce sciolte — m’à volte, m’à tolte
né bruna, né bianca.

gioi complita, — norita, — mi ’nvita:
voi siete più fina;
ché s’io faccio — sollaccio — ch’io piaccio,
vostro amor mi mina.

Dottrina — è benvolenza:
la vostra benvolenza
mi dona caunoscenza
di servire a chiasenza
quella che più m’agenza,
e agio ritemenza
per troppa sovenenza.

Non mi porta — amor che porta
e tira ogne frino;
e non corre, — sì che scotre:
pur amore fino.
Ben verria, — e non lasseria
per nulla leanza,
sio sapisse — ch’io morisse:
si mi stringe amanza!
Tutto credo — e non discredo
che la mia venuta
dea placire — ed alegrite
de la mia veduta.

Ma sempre mai non sento
vostro comandamento,
e no è confortamento
del vostro avenimento;
ch’i’ mi sto in un canto
sin c’a voi piaccia tanto,
e mandovi infratanto
saluti e dolze pianto:
115 [e] piango per usagio,
già mai non rideragio
mentre non vederagio
lo vostro bel visagio.

Ragione agio,
ed altro non faragio,
né poragio:
tal è lo mi’ coragio,
c’altre parole — non vole,
ma dole — de li parlamenti,
c’a la genti — non consenti
né che parli, né che dolenti.

Ed agio nulla veduta
per lasciare
la tenuta
de lo meo dolce penzare,.

Sicomo — nui
somo — d’un core dui;
ed ora, — plui
ched ancora — non fui,
di vui, — bel viso,
son sì priso — e conquiso,
che ’n dormentare
mi fa levare — e intrare

’n si gran foco, — ca per poco
non m’aucido — de lo strido
ch’io ne gitto — .. ..

clio non vegnra — . . . .
. . . .— là ove siete.

Rimembrando, — bella, quando
con voi mi vedea
sollazando — e in gioia stando
come far solea,
per quant’aio di gioia
tant’aio di mala noia;
la mia vita è croia
sanza voi vedendo;
cantando in gioia aivo,
or vivo pur pensivo
e tutta gente ischivo,
sì chio vo fugendo,

pur cherendo — ond’io m’asconda;
onde lo core m’abonda,
e de gli occhi fuori gronda
e sì dolcemente fonda
come Îo fino or che fonda.

Ormai risponda — mandatemi a diri;
voi che martiri — per me sofferite,
ben vi dovrite — infra lo cor doliri
de mie’ martiri, — se vi sovenite
come site, — lontana,
sovrana, — de lo core prossimana.
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