Giacomo da Lentini

Giacomo da Lentini

1210–1260 · visse 50 anni IT IT

n. 1210, Lentini · m. 1260, Lentini

A l’aire claro ò vista ploggia dare

A l’aite claro ò vista ploggia dare
ed a lo scuro rendere clarore,
e foco arzente ghiaccia diventare,
e fredda neve rendere calore,

e dolze cosa molto amareare,
e l’amareza tornare in dolzore,
e dui guerreri in fina pace stare,
e ’ntra dui amici nascere acerore.

Ed ò vista d’Amor cosa più forte:
ch’era feruto e sanòmi ferendo,
lo foco donde ardea stutò con foco,

la vita che mi de’ fue la mia motte,
lo foco che mi stinse ora ne ’ncendo:
ch’Amor mi trasse e misemi in su’ loco.
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Poesie

9

A l’aire claro ò vista ploggia dare

A l’aite claro ò vista ploggia dare
ed a lo scuro rendere clarore,
e foco arzente ghiaccia diventare,
e fredda neve rendere calore,

e dolze cosa molto amareare,
e l’amareza tornare in dolzore,
e dui guerreri in fina pace stare,
e ’ntra dui amici nascere acerore.

Ed ò vista d’Amor cosa più forte:
ch’era feruto e sanòmi ferendo,
lo foco donde ardea stutò con foco,

la vita che mi de’ fue la mia motte,
lo foco che mi stinse ora ne ’ncendo:
ch’Amor mi trasse e misemi in su’ loco.

Amor è un desio che ven da core

Amor è un desio che ven da core
per abundanza de gran plazimento,
e gli ogli en prima generan l’amore,
e lo core li dà nutrigamento.
Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che strenze cum furore
da la vista di gli ogli à nascimento:

ché gli ogli representan a lo core
d’onni cosa che veden, bon’ e ria,
cum’è formata naturalemente;

e lo cor, che di zò è concipitore,
imagina, e qual plaze quel desia;
e questo amore regna fra la zente.

Dal core mi vene

Dal core mi vene
che gli occhi mi tené — rosata;
spesso m’adivene
che la ciera è bene — bagnata,
quando mi sovene
di mia bona spene — c’è data

in voi, amorosa,
bonaventurosa;
però se m’amate,
già non vi ’ngannate — neienti;
ca pur aspettando
in voi ’maginando,
l’amor c’agio in vui
lo cor mi distrui, — avenenti;
ca, s’io temesse
C’a voi dispiacesse,
ben m’aucideria
e non viveria — a sti tormenti;
ca pur penare
è disiare,
già mai non fare
mia dilettanza:
la rimembranza — di voi, aulente cosa,
gli occhi m’arosa — d’un’aigua d’amore.
Or potess’eo,
o amore meo,
come romeo
venire ascoso
e, disioso, — con voi mi vedisse!
non mi partisse — dal vostro dolzore!
Dal vostro lato
stando allungato,
ben ò provato
mal che non solda:
Tristano a Isolda — non amau sì forte;
ben mi par morte — non vedervi fiore.

Vostra valura — cà torna ed invia
donne e donzelli;
l’avisatura — di voi, donna mia,
so gli occhi belli;
pens’a tuttura — quando vi vedia
con gioi novelli!

“Qi tu meo core — perché non ti more?
rispondi, che fai
pero che doglio — così?”
“Non ti rispondo, — ma ben ti confondo
se tosto non vai
là ove voglio — con mi:
ca Fresca-ciera — tempesta e dispera;
in pensiero m’ài
miso e ’n cordoglio — per ti,”

Così, — bella, — si favella
lo mi’ core corì mico:
di persona — non ragiona
né parla; né dico.
Sì curale — e naturale
amor di voi mi piace,
C’ogni vista — mi par trista
c’altra donna face;
ca s’io viglio — o sonno piglio,
lo mio cor non insonna:
senno scitto — sì m’è stritto
pur di voi, madonna.

Sì m’è dura — e scura — figura
di quantonqu’eo vio,
C’occhi avere — e vedere — e volere
altro non disio:
trecce sciolte — m’à volte, m’à tolte
né bruna, né bianca.

gioi complita, — norita, — mi ’nvita:
voi siete più fina;
ché s’io faccio — sollaccio — ch’io piaccio,
vostro amor mi mina.

Dottrina — è benvolenza:
la vostra benvolenza
mi dona caunoscenza
di servire a chiasenza
quella che più m’agenza,
e agio ritemenza
per troppa sovenenza.

Non mi porta — amor che porta
e tira ogne frino;
e non corre, — sì che scotre:
pur amore fino.
Ben verria, — e non lasseria
per nulla leanza,
sio sapisse — ch’io morisse:
si mi stringe amanza!
Tutto credo — e non discredo
che la mia venuta
dea placire — ed alegrite
de la mia veduta.

Ma sempre mai non sento
vostro comandamento,
e no è confortamento
del vostro avenimento;
ch’i’ mi sto in un canto
sin c’a voi piaccia tanto,
e mandovi infratanto
saluti e dolze pianto:
115 [e] piango per usagio,
già mai non rideragio
mentre non vederagio
lo vostro bel visagio.

Ragione agio,
ed altro non faragio,
né poragio:
tal è lo mi’ coragio,
c’altre parole — non vole,
ma dole — de li parlamenti,
c’a la genti — non consenti
né che parli, né che dolenti.

Ed agio nulla veduta
per lasciare
la tenuta
de lo meo dolce penzare,.

Sicomo — nui
somo — d’un core dui;
ed ora, — plui
ched ancora — non fui,
di vui, — bel viso,
son sì priso — e conquiso,
che ’n dormentare
mi fa levare — e intrare

’n si gran foco, — ca per poco
non m’aucido — de lo strido
ch’io ne gitto — .. ..

clio non vegnra — . . . .
. . . .— là ove siete.

Rimembrando, — bella, quando
con voi mi vedea
sollazando — e in gioia stando
come far solea,
per quant’aio di gioia
tant’aio di mala noia;
la mia vita è croia
sanza voi vedendo;
cantando in gioia aivo,
or vivo pur pensivo
e tutta gente ischivo,
sì chio vo fugendo,

pur cherendo — ond’io m’asconda;
onde lo core m’abonda,
e de gli occhi fuori gronda
e sì dolcemente fonda
come Îo fino or che fonda.

Ormai risponda — mandatemi a diri;
voi che martiri — per me sofferite,
ben vi dovrite — infra lo cor doliri
de mie’ martiri, — se vi sovenite
come site, — lontana,
sovrana, — de lo core prossimana.

Dolce cominciamento

Dolce cominciamento
canto per la nidi fina
che sia, al mio parimento,
d’Agri infino in Messina,
5: cioè la più avenente.
O stella rilucente,
che levi la maitina,
quando m’apar davanti, -
li tuo’ dolzi sembianti
mi ’ncendon la corina.”
“Dolce meo sir, se ’ncendi,
or io che degio fare?
Tu stesso mi riprendi
se mi ve’ favellare:
ca tu m’ài ’namorata,
a lo cor m’ài lanzata,
sì ca di for non pare.
Rimembrati a la fiata
quand’io t’ebbi abbrazata
a li dolzi basciari!”

“Ed io basciando stava
in gran diletamento
con quella che m’amava,
bionda, viso d’argento.
Presente mi contava,
e non mi si celava,
tutto suo convenente;
e disse: ‘Io t’ameragio
e non ti falliragio
a tutto ’l mio vivente.’”

Al mio vivente, amore,
io non ti falliragio
per lo lusingatote,
che parla di fallagio.
“Ed io sì t’ameragio
per quello ch’è salvagio:
Dio li mandi dolore!
unqua non vegna a magio!
Tant’è di mal usagio
che di stat’à gelore!”

Frammento

Amore, paura mi ’ncalza
in manti lochi aventurosi
Pier della Vigna

Io m’agio posto in core a Dio servire

Io m’agio posto in core a Dio servire
conio potesse gire in paradiso,
al santo loco, c’agio audito dire
si mantiene sollazo, gioco e riso;

sanza mia donna non vi vorria gire,
quella c’à blonda testa e claro viso,
ché sanza lei non poteria gaudire,
estando da la mia donna diviso.

Ma no lo dico a tale intendimento
perché’io peccato ci volesse fare,
se non veder lo suo bel portamento,

to: gli (ad amore) fornisce nutrimento.
5. alcuna fiata: talvolta. 6
7. strenze: stringe. 10, bom
ria: o buona o cattiva.
12. di xò: l’immagine formata dal deside
13. imagina: tiene ferma nella mente. 14. e
rio.
questo process
psicologico domina le persone (ecco perché si usa personificare Amo
re quale Signore).
i
e lo bel viso e °l morbido sguardare,
ché lo mi terria in gran consolamento,
vegendo la mia donna in gloria stare.

Lo viso mi fa andare alegramente

Lo viso mi fa andare alegramente,
lo bello viso mi fa rivegliare,
lo viso mi conforta ispessamente,
l’adorno viso che mi fa penare.

Lo chiaro viso de la più avenente,
l’adorno viso riso mi fa fare:
di quello viso parlane la gente,
ché nullo viso a viso li pò stare.

Chi vide mai così begli occhi in viso
né sì amorosi fare li sembianti,
né bocca con cotanto dolce riso?

Quand’eo li parlo moroli davanti,
e paremi ch’i’ vada in paradiso,
e tegnomi sovrano d’ogn’amanti.

Maravigliosamente

Maravigliosamente
un amor mi distringe
e sovenmi ad ogn’ura;
com’om che tene mente
in altra parte, e pinge
la simile pintuta,
così, bella, facc’eo:
dentra lo core meo
porto la tua figura.

In cor par ch’eo vi potti
pinta como parete,
e non pare di fore;
anzi m’asembr ’a motti,
ché non so se sapete
com’io v’amo a bon core;
ca son sì vergognoso
ch’eo pur vi guardo ascoso
e non vi mostro amore.
Avendo gran disio,
dipinsi una figura,
bella, a voi simigliante;
e quando voi non vio
guardo in quella pintura,
e par ch’eo v’agia avante:
si com’om che si crede
salvare per sua fede
ancor non via davante.

Così m’arde una doglia,
com’om che ten lo foco
a lo suo seno ascuso,
che, quando più lo ’nvoglia,
tando prende più loco
e non pò stare incluso;
similimente eo ardo
quando passo e non guardo
a voi, viso amoruso.

Per zo s’io v’ò laudato,
madonna, in molte parti
di belleze c’avite,
non so se v’è contato
ch’eo lo faccia per atti,
che voi ve ne dolite;
sacciatelo per singa
zo cl’eo vi dire’ a linga
‘45 quando voi mi vedite,

Si ’n corpo, quando passo,
inver voi non mi giro,
bella, per isguardare,
andando, ad ogni passo
sì getto uno sospiro
che mi faci ancosciare;
e certo bene ancoscio,
c’a pena mi conoscio,
tanto, bella, mi pare.
Canzonetta novella,
va canta nova cosa
— levati da maitino —
davanti a la più bella,
fiore d’ogni amorosa,
bionda più c’auro fino:
“lo vostro amor, ch’è caro,
donatelo al Notaro,
ch’è nato da Lentino.”

Or come pote si gran donna entrare

Or come pote si gran donna entrare
per gli occhi mei, che sì piccioli sone?
e nel mio core come pote stare,
che ’nentr’esso la porto laonque ì’ vone?

Loco laonde entra già non pare,
ond’io gran meraviglia me ne dòne;
ma voglio lei a lumera asomigliare,
e gli occhi mei al vetro ove sì péne.

Lo foco inchiuso poi passa di fore
lo suo lostrore, sanza far rottura:
cost per gli occhi mi pass’a lo core,
no la persona, ma la sua figura.
Rinovellare mi voglio d’amore,
poi porto insegna di tal criatura.

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