Poesie di questo tema
Amore a distanza
Biagio Marin
L’ora granda
Xe ferme l’aque che le par speciera:
drento le ha ‘l siel co’ garghe nuvoleta:
là sui árzini alti fa l’erbeta
che ‘l silensio valisa a so maniera.
Lontan, de là de le marine e i dossi,
un respirâ del mar solene e largo;
un svolo a l’orizonte, a mar, de ciossi
e più lontan un bastimento cargo.
El sol va in alto: l’aqua xe un brilante
co’ foghi virdi e sangue de rubini,
e svola in sielo l’órdola a scalini
per dî ‘l so ben al dolse amor distante.
‘Desso ‘l silensio drento l’aria trema
e la zogia fa môve i fili d’erba:
adesso la mantina xe superba
de la luse che duta la diadema.
E me son l’aqua che fa specio terso
e l’órdola che canta ‘l sovo ben,
e me son l’aria e son el canto perso
che fa tremâ fin l’erba sul teren.
drento le ha ‘l siel co’ garghe nuvoleta:
là sui árzini alti fa l’erbeta
che ‘l silensio valisa a so maniera.
Lontan, de là de le marine e i dossi,
un respirâ del mar solene e largo;
un svolo a l’orizonte, a mar, de ciossi
e più lontan un bastimento cargo.
El sol va in alto: l’aqua xe un brilante
co’ foghi virdi e sangue de rubini,
e svola in sielo l’órdola a scalini
per dî ‘l so ben al dolse amor distante.
‘Desso ‘l silensio drento l’aria trema
e la zogia fa môve i fili d’erba:
adesso la mantina xe superba
de la luse che duta la diadema.
E me son l’aqua che fa specio terso
e l’órdola che canta ‘l sovo ben,
e me son l’aria e son el canto perso
che fa tremâ fin l’erba sul teren.
Biagio Marin
Me ‘speto senpre, ‘speto incora
Me ‘speto senpre, ‘speto incora,
che fassa l’alba, che fassa aurora,
e che la vegna a dâme un baso,
a ufrîme el so geranio in vaso,
prima che ‘l nuòlo incora rosso
de l’ultima zornâ sia disparìo,
sora del lìo,
sora del dosso.
Xe za l’ultima ora:
la score calma e sita,
la porta via la luse de la vita,
e me son qua che ‘speto incora.
che fassa l’alba, che fassa aurora,
e che la vegna a dâme un baso,
a ufrîme el so geranio in vaso,
prima che ‘l nuòlo incora rosso
de l’ultima zornâ sia disparìo,
sora del lìo,
sora del dosso.
Xe za l’ultima ora:
la score calma e sita,
la porta via la luse de la vita,
e me son qua che ‘speto incora.
Contessa Lara
Aspettando
Mi susurrò: «Domani?» Ed io: «Domani
m’avrai ne le tue braccia a l’istessa ora;
fra i tuoi capelli passerò le mani,
tu, sognando, dirai che m’ami ancora».
Ecco, son qui. Lo attendo. A i più lontani
passi, a ogni lieve suon che vien da fuora
tendo l’orecchio, e in desidèri arcani
frugo con gli occhi la gentil dimora.
È un vago nido. Le finestre aperte
di primavera invitano a l’incanto:
scherza il sole tra i fiori e su ’l velluto.
Io, l’armi antiche e i quadri, onde coperte
son le mura, contemplo; e penso intanto
qual tesoro di baci ho già perduto.
m’avrai ne le tue braccia a l’istessa ora;
fra i tuoi capelli passerò le mani,
tu, sognando, dirai che m’ami ancora».
Ecco, son qui. Lo attendo. A i più lontani
passi, a ogni lieve suon che vien da fuora
tendo l’orecchio, e in desidèri arcani
frugo con gli occhi la gentil dimora.
È un vago nido. Le finestre aperte
di primavera invitano a l’incanto:
scherza il sole tra i fiori e su ’l velluto.
Io, l’armi antiche e i quadri, onde coperte
son le mura, contemplo; e penso intanto
qual tesoro di baci ho già perduto.
Fausto Maria Martini
Vigilia di partenza
Dunque, è deciso: si parte. Qualcuno
mormora già nel piccolo paese...
«Davvero, andate via... perché ?» mi chiese
con velata perfidia qualcuno.
Ora, a tutti bisogna pur ch’io dica
che noi siamo compagni di viaggio...
che partiamo per un pellegrinaggio...
che tu sei sempre la mia buona amica.
Amica, sì; null’altro! ma, chi crede?
1° Dicono che tu m’ami, che ti prese
la passione... Che strano paese!
Oh! Quella gente che non presta fede...
Non t’han veduto mai partire! Nonna
tua qui nacque e mori: partiva il padre
!° dietro la sua bandiera, ma la madre
volle tessuta qui l’ultima gonna...
Or dimmi, tu: che pensi mai del nostro
viaggio? hai tutte pronte le tue vesti?
che cosa sogni mai tu, che vivesti
nella casa solinga come un chiostro ?
Tu che sempre mi parli sottovoce
come la buona monaca al malato,
che sempre porti il tuo rosario a lato,
con gli ave in bosso e la brunita croce...
Insieme sgraneremo altro rosario,
RI
diverse pregheremo orazioni,
un rosario d’eguali stazioni
bianche lungo un cammino solitario...
fra siepi andremo eternamente eguali,
3? su cui ballano strani eterni fili;
pregheremo pei rassegnati esilî
di rosee stazioni provinciali...
Vieni per questo, è vero ? Senza meta
partiamo: vieni tu perché ti piace
spezzare il ritmo dell’usata pace,
e vuoi piangere un po’ col tuo poeta...
Ecco: t’appare un lago e sogni tu
di stare e senti che si fugge via...
È un pianto che si perde nella via,
“‘° è un pianto che non si ricorda più!
Se si ricorda, si tramuta in gioia,
perché vedi che ‘l tuo piacer lontano
tanto più dolce fu quanto più vano,
e non ti strinse la tenace noia.
Or, mentre io parlo, già l’aria s’oscura,
quasi è compiuto il giorno di vigilia...
Domani, all’alba! E intanto pueril-
mente io mi fingo la nostra avventura...
Voglio darmi domani l’aria stanca
dell’uomo disilluso e viziato...
il fumo del convoglio avrà velato
quella tua camicetta troppo bianca,
e tu, leggendo con silenzio grave
una qualche rassegna d’altri tempi,
(se ti penso così, mi si riempie
il cuore di malinconia soave...)
mi sembrerai l’ignota che non sa
dove ella voglia giungere, venuta
d’assai lontano, un’anima sperduta
in cerca della sua felicità...
è
«Ella è malata di nevrastenia!...»
dirò fra me, guardando alle profonde
occhiaie sotto larghe ciocche bionde...
Oh! Dolce inganno della fantasia!
Quella, rosata come a marzo un pesco,
che prega o canta quando mi prepara
la buona cena! quella umile e cara,
che sorride se ny’offra il pane fresco!
mormora già nel piccolo paese...
«Davvero, andate via... perché ?» mi chiese
con velata perfidia qualcuno.
Ora, a tutti bisogna pur ch’io dica
che noi siamo compagni di viaggio...
che partiamo per un pellegrinaggio...
che tu sei sempre la mia buona amica.
Amica, sì; null’altro! ma, chi crede?
1° Dicono che tu m’ami, che ti prese
la passione... Che strano paese!
Oh! Quella gente che non presta fede...
Non t’han veduto mai partire! Nonna
tua qui nacque e mori: partiva il padre
!° dietro la sua bandiera, ma la madre
volle tessuta qui l’ultima gonna...
Or dimmi, tu: che pensi mai del nostro
viaggio? hai tutte pronte le tue vesti?
che cosa sogni mai tu, che vivesti
nella casa solinga come un chiostro ?
Tu che sempre mi parli sottovoce
come la buona monaca al malato,
che sempre porti il tuo rosario a lato,
con gli ave in bosso e la brunita croce...
Insieme sgraneremo altro rosario,
RI
diverse pregheremo orazioni,
un rosario d’eguali stazioni
bianche lungo un cammino solitario...
fra siepi andremo eternamente eguali,
3? su cui ballano strani eterni fili;
pregheremo pei rassegnati esilî
di rosee stazioni provinciali...
Vieni per questo, è vero ? Senza meta
partiamo: vieni tu perché ti piace
spezzare il ritmo dell’usata pace,
e vuoi piangere un po’ col tuo poeta...
Ecco: t’appare un lago e sogni tu
di stare e senti che si fugge via...
È un pianto che si perde nella via,
“‘° è un pianto che non si ricorda più!
Se si ricorda, si tramuta in gioia,
perché vedi che ‘l tuo piacer lontano
tanto più dolce fu quanto più vano,
e non ti strinse la tenace noia.
Or, mentre io parlo, già l’aria s’oscura,
quasi è compiuto il giorno di vigilia...
Domani, all’alba! E intanto pueril-
mente io mi fingo la nostra avventura...
Voglio darmi domani l’aria stanca
dell’uomo disilluso e viziato...
il fumo del convoglio avrà velato
quella tua camicetta troppo bianca,
e tu, leggendo con silenzio grave
una qualche rassegna d’altri tempi,
(se ti penso così, mi si riempie
il cuore di malinconia soave...)
mi sembrerai l’ignota che non sa
dove ella voglia giungere, venuta
d’assai lontano, un’anima sperduta
in cerca della sua felicità...
è
«Ella è malata di nevrastenia!...»
dirò fra me, guardando alle profonde
occhiaie sotto larghe ciocche bionde...
Oh! Dolce inganno della fantasia!
Quella, rosata come a marzo un pesco,
che prega o canta quando mi prepara
la buona cena! quella umile e cara,
che sorride se ny’offra il pane fresco!
Federico II di Svevia
Farò come l’augello
Farò come l’augello
quand’altri lo distene,
che vive ne la spene
la quale ha ne lo core
e no more — sperando di campare.
E aspettando quello,
viveragio con pene,
chio non credo aver bene;
tant’è lo fino amore,
e ’l grande — ardore cl’agio di tornare
a voi, donna, d’amare,
di tutte gioi’ compita,
chl’avete la mia vita
da gioia dipartita — e da alegranza.
E mille anni mi pare
che fu la dipartita;
e parmi la redita
quasi fallita per la disianza.
quand’altri lo distene,
che vive ne la spene
la quale ha ne lo core
e no more — sperando di campare.
E aspettando quello,
viveragio con pene,
chio non credo aver bene;
tant’è lo fino amore,
e ’l grande — ardore cl’agio di tornare
a voi, donna, d’amare,
di tutte gioi’ compita,
chl’avete la mia vita
da gioia dipartita — e da alegranza.
E mille anni mi pare
che fu la dipartita;
e parmi la redita
quasi fallita per la disianza.
Francesco Petrarca
Canzoni
Di pensier în pensier, di monte in monte
mi guida Amor; ch’ogni segnato calle
provo contrario a la tranquilla vita.
Se in solitaria piaggia rivo o fonte,
se in fra due poggi siede ombrosa valle,
ivi s’acqueta l’alma sbigottita;
e, come Amor l’invita,
qualche riposo; ogni abitato loco
è nemico mortal degli occhi miei.
A ciascun passo nasce un pensier novo
de la mia donna, che sovente in gioco
gira il tormento chio porto per lei;
ed a pena vorrei
cangiar questo mio viver dolce amaro,
cl’io dico: “ Forse anco ti serva Amore
ad un tempo migliore;
forse, a te stesso vile, altrui sei caro ”;
ed in questa trapasso sospirando:
e quanto in più selvaggio
loco mi trovo e in più deserto lido,
tanto più bella il mio pensier l’adombra;
poi, quando il vero sgombra
quel dolce error, pur lì medesmo assido
me freddo, pietra morta in pietra viva,
in guisa d’uom che pensi e pianga e scriva.
Ove d’altra montagna ombra non tocchi,
verso il maggiore e il più spedito giogo,
tirar mi suol un desiderio intenso:
indi i miei danni a misurar con gli occhi
comincio, e intanto lagrimando sfogo
di dolorosa nebbia il cor condenso,
allor cl’io miro e penso
quant’aria dal bel viso mi diparte,
che sempre m’è si presso e sì lontano.
Poscia fra me pian piano:
“ Che fai tu lasso? forse in quella parte
or di tua lontananza si sospira ”;
ed in questo pensier l’alma respira.
Canzone, oltra quell’alpe,
là dove il ciel è più sereno e lieto,
mi rivedrai sovr’un ruscel corrente,
ove l’aura si sente
d’un fresco ed odorifero laureto.
Ivi è il mio cor, e quella che ’l nvinvola;
qui veder puoi l’imagine mia sola.
mi guida Amor; ch’ogni segnato calle
provo contrario a la tranquilla vita.
Se in solitaria piaggia rivo o fonte,
se in fra due poggi siede ombrosa valle,
ivi s’acqueta l’alma sbigottita;
e, come Amor l’invita,
qualche riposo; ogni abitato loco
è nemico mortal degli occhi miei.
A ciascun passo nasce un pensier novo
de la mia donna, che sovente in gioco
gira il tormento chio porto per lei;
ed a pena vorrei
cangiar questo mio viver dolce amaro,
cl’io dico: “ Forse anco ti serva Amore
ad un tempo migliore;
forse, a te stesso vile, altrui sei caro ”;
ed in questa trapasso sospirando:
e quanto in più selvaggio
loco mi trovo e in più deserto lido,
tanto più bella il mio pensier l’adombra;
poi, quando il vero sgombra
quel dolce error, pur lì medesmo assido
me freddo, pietra morta in pietra viva,
in guisa d’uom che pensi e pianga e scriva.
Ove d’altra montagna ombra non tocchi,
verso il maggiore e il più spedito giogo,
tirar mi suol un desiderio intenso:
indi i miei danni a misurar con gli occhi
comincio, e intanto lagrimando sfogo
di dolorosa nebbia il cor condenso,
allor cl’io miro e penso
quant’aria dal bel viso mi diparte,
che sempre m’è si presso e sì lontano.
Poscia fra me pian piano:
“ Che fai tu lasso? forse in quella parte
or di tua lontananza si sospira ”;
ed in questo pensier l’alma respira.
Canzone, oltra quell’alpe,
là dove il ciel è più sereno e lieto,
mi rivedrai sovr’un ruscel corrente,
ove l’aura si sente
d’un fresco ed odorifero laureto.
Ivi è il mio cor, e quella che ’l nvinvola;
qui veder puoi l’imagine mia sola.
Giacomo da Lentini
Dal core mi vene
Dal core mi vene
che gli occhi mi tené — rosata;
spesso m’adivene
che la ciera è bene — bagnata,
quando mi sovene
di mia bona spene — c’è data
in voi, amorosa,
bonaventurosa;
però se m’amate,
già non vi ’ngannate — neienti;
ca pur aspettando
in voi ’maginando,
l’amor c’agio in vui
lo cor mi distrui, — avenenti;
ca, s’io temesse
C’a voi dispiacesse,
ben m’aucideria
e non viveria — a sti tormenti;
ca pur penare
è disiare,
già mai non fare
mia dilettanza:
la rimembranza — di voi, aulente cosa,
gli occhi m’arosa — d’un’aigua d’amore.
Or potess’eo,
o amore meo,
come romeo
venire ascoso
e, disioso, — con voi mi vedisse!
non mi partisse — dal vostro dolzore!
Dal vostro lato
stando allungato,
ben ò provato
mal che non solda:
Tristano a Isolda — non amau sì forte;
ben mi par morte — non vedervi fiore.
Vostra valura — cà torna ed invia
donne e donzelli;
l’avisatura — di voi, donna mia,
so gli occhi belli;
pens’a tuttura — quando vi vedia
con gioi novelli!
“Qi tu meo core — perché non ti more?
rispondi, che fai
pero che doglio — così?”
“Non ti rispondo, — ma ben ti confondo
se tosto non vai
là ove voglio — con mi:
ca Fresca-ciera — tempesta e dispera;
in pensiero m’ài
miso e ’n cordoglio — per ti,”
Così, — bella, — si favella
lo mi’ core corì mico:
di persona — non ragiona
né parla; né dico.
Sì curale — e naturale
amor di voi mi piace,
C’ogni vista — mi par trista
c’altra donna face;
ca s’io viglio — o sonno piglio,
lo mio cor non insonna:
senno scitto — sì m’è stritto
pur di voi, madonna.
Sì m’è dura — e scura — figura
di quantonqu’eo vio,
C’occhi avere — e vedere — e volere
altro non disio:
trecce sciolte — m’à volte, m’à tolte
né bruna, né bianca.
gioi complita, — norita, — mi ’nvita:
voi siete più fina;
ché s’io faccio — sollaccio — ch’io piaccio,
vostro amor mi mina.
Dottrina — è benvolenza:
la vostra benvolenza
mi dona caunoscenza
di servire a chiasenza
quella che più m’agenza,
e agio ritemenza
per troppa sovenenza.
Non mi porta — amor che porta
e tira ogne frino;
e non corre, — sì che scotre:
pur amore fino.
Ben verria, — e non lasseria
per nulla leanza,
sio sapisse — ch’io morisse:
si mi stringe amanza!
Tutto credo — e non discredo
che la mia venuta
dea placire — ed alegrite
de la mia veduta.
Ma sempre mai non sento
vostro comandamento,
e no è confortamento
del vostro avenimento;
ch’i’ mi sto in un canto
sin c’a voi piaccia tanto,
e mandovi infratanto
saluti e dolze pianto:
115 [e] piango per usagio,
già mai non rideragio
mentre non vederagio
lo vostro bel visagio.
Ragione agio,
ed altro non faragio,
né poragio:
tal è lo mi’ coragio,
c’altre parole — non vole,
ma dole — de li parlamenti,
c’a la genti — non consenti
né che parli, né che dolenti.
Ed agio nulla veduta
per lasciare
la tenuta
de lo meo dolce penzare,.
Sicomo — nui
somo — d’un core dui;
ed ora, — plui
ched ancora — non fui,
di vui, — bel viso,
son sì priso — e conquiso,
che ’n dormentare
mi fa levare — e intrare
’n si gran foco, — ca per poco
non m’aucido — de lo strido
ch’io ne gitto — .. ..
clio non vegnra — . . . .
. . . .— là ove siete.
Rimembrando, — bella, quando
con voi mi vedea
sollazando — e in gioia stando
come far solea,
per quant’aio di gioia
tant’aio di mala noia;
la mia vita è croia
sanza voi vedendo;
cantando in gioia aivo,
or vivo pur pensivo
e tutta gente ischivo,
sì chio vo fugendo,
pur cherendo — ond’io m’asconda;
onde lo core m’abonda,
e de gli occhi fuori gronda
e sì dolcemente fonda
come Îo fino or che fonda.
Ormai risponda — mandatemi a diri;
voi che martiri — per me sofferite,
ben vi dovrite — infra lo cor doliri
de mie’ martiri, — se vi sovenite
come site, — lontana,
sovrana, — de lo core prossimana.
che gli occhi mi tené — rosata;
spesso m’adivene
che la ciera è bene — bagnata,
quando mi sovene
di mia bona spene — c’è data
in voi, amorosa,
bonaventurosa;
però se m’amate,
già non vi ’ngannate — neienti;
ca pur aspettando
in voi ’maginando,
l’amor c’agio in vui
lo cor mi distrui, — avenenti;
ca, s’io temesse
C’a voi dispiacesse,
ben m’aucideria
e non viveria — a sti tormenti;
ca pur penare
è disiare,
già mai non fare
mia dilettanza:
la rimembranza — di voi, aulente cosa,
gli occhi m’arosa — d’un’aigua d’amore.
Or potess’eo,
o amore meo,
come romeo
venire ascoso
e, disioso, — con voi mi vedisse!
non mi partisse — dal vostro dolzore!
Dal vostro lato
stando allungato,
ben ò provato
mal che non solda:
Tristano a Isolda — non amau sì forte;
ben mi par morte — non vedervi fiore.
Vostra valura — cà torna ed invia
donne e donzelli;
l’avisatura — di voi, donna mia,
so gli occhi belli;
pens’a tuttura — quando vi vedia
con gioi novelli!
“Qi tu meo core — perché non ti more?
rispondi, che fai
pero che doglio — così?”
“Non ti rispondo, — ma ben ti confondo
se tosto non vai
là ove voglio — con mi:
ca Fresca-ciera — tempesta e dispera;
in pensiero m’ài
miso e ’n cordoglio — per ti,”
Così, — bella, — si favella
lo mi’ core corì mico:
di persona — non ragiona
né parla; né dico.
Sì curale — e naturale
amor di voi mi piace,
C’ogni vista — mi par trista
c’altra donna face;
ca s’io viglio — o sonno piglio,
lo mio cor non insonna:
senno scitto — sì m’è stritto
pur di voi, madonna.
Sì m’è dura — e scura — figura
di quantonqu’eo vio,
C’occhi avere — e vedere — e volere
altro non disio:
trecce sciolte — m’à volte, m’à tolte
né bruna, né bianca.
gioi complita, — norita, — mi ’nvita:
voi siete più fina;
ché s’io faccio — sollaccio — ch’io piaccio,
vostro amor mi mina.
Dottrina — è benvolenza:
la vostra benvolenza
mi dona caunoscenza
di servire a chiasenza
quella che più m’agenza,
e agio ritemenza
per troppa sovenenza.
Non mi porta — amor che porta
e tira ogne frino;
e non corre, — sì che scotre:
pur amore fino.
Ben verria, — e non lasseria
per nulla leanza,
sio sapisse — ch’io morisse:
si mi stringe amanza!
Tutto credo — e non discredo
che la mia venuta
dea placire — ed alegrite
de la mia veduta.
Ma sempre mai non sento
vostro comandamento,
e no è confortamento
del vostro avenimento;
ch’i’ mi sto in un canto
sin c’a voi piaccia tanto,
e mandovi infratanto
saluti e dolze pianto:
115 [e] piango per usagio,
già mai non rideragio
mentre non vederagio
lo vostro bel visagio.
Ragione agio,
ed altro non faragio,
né poragio:
tal è lo mi’ coragio,
c’altre parole — non vole,
ma dole — de li parlamenti,
c’a la genti — non consenti
né che parli, né che dolenti.
Ed agio nulla veduta
per lasciare
la tenuta
de lo meo dolce penzare,.
Sicomo — nui
somo — d’un core dui;
ed ora, — plui
ched ancora — non fui,
di vui, — bel viso,
son sì priso — e conquiso,
che ’n dormentare
mi fa levare — e intrare
’n si gran foco, — ca per poco
non m’aucido — de lo strido
ch’io ne gitto — .. ..
clio non vegnra — . . . .
. . . .— là ove siete.
Rimembrando, — bella, quando
con voi mi vedea
sollazando — e in gioia stando
come far solea,
per quant’aio di gioia
tant’aio di mala noia;
la mia vita è croia
sanza voi vedendo;
cantando in gioia aivo,
or vivo pur pensivo
e tutta gente ischivo,
sì chio vo fugendo,
pur cherendo — ond’io m’asconda;
onde lo core m’abonda,
e de gli occhi fuori gronda
e sì dolcemente fonda
come Îo fino or che fonda.
Ormai risponda — mandatemi a diri;
voi che martiri — per me sofferite,
ben vi dovrite — infra lo cor doliri
de mie’ martiri, — se vi sovenite
come site, — lontana,
sovrana, — de lo core prossimana.
Gianni Alfani
Ballatetta dolente
Ballatetta dolente,
va mostrando il mio pianto,
che di dolor mi copre tutto quanto.
Tu te n’andrai in prima a quella gioia
per cui Fiorenza luce ed è pregiata;
e quetamente, che non le sia noia,
la prega che t’ascolti, o sconsolata.
Poi le dirai affannata
come nvha tutto infranto
il triste bando, che m’accolse al canto.
S’ella si volge verso te pietosa
ad ascoltar la pena che tu porti,
traendo guai dolente e vergognosa,
lei pingi come gli occhi miei son morti
per li gran colpi e forti
che ricevetter tanto
dai suoi nel mio partir, ch’or piango in canto.
Poi fa sì cl’entri nella mente a Guido,
perchè egli è sol colui che vede Amore,
e mostragli lo spirto ch’uno strido
mi trae d’angoscia del disfatto core.
E se vedrà il dolore
che il distrugge, io mi vanto
ched ei ne sospirrà di pieta alquanto.
va mostrando il mio pianto,
che di dolor mi copre tutto quanto.
Tu te n’andrai in prima a quella gioia
per cui Fiorenza luce ed è pregiata;
e quetamente, che non le sia noia,
la prega che t’ascolti, o sconsolata.
Poi le dirai affannata
come nvha tutto infranto
il triste bando, che m’accolse al canto.
S’ella si volge verso te pietosa
ad ascoltar la pena che tu porti,
traendo guai dolente e vergognosa,
lei pingi come gli occhi miei son morti
per li gran colpi e forti
che ricevetter tanto
dai suoi nel mio partir, ch’or piango in canto.
Poi fa sì cl’entri nella mente a Guido,
perchè egli è sol colui che vede Amore,
e mostragli lo spirto ch’uno strido
mi trae d’angoscia del disfatto core.
E se vedrà il dolore
che il distrugge, io mi vanto
ched ei ne sospirrà di pieta alquanto.
Giovanni Pascoli
In tanto nell’Epiro aspra e montana
In tanto nell’Epiro aspra e montana
filano le sue vergini sorelle
pel dolce Assente la milesia lana.
A tarda notte, tra le industri ancelle,
torcono il fuso con le ceree dita;
e il vento passa e passano le stelle.
Olympiàs in un sogno smarrita
ascolta il lungo favellìo d’un fonte,
ascolta nella cava ombra infinita
le grandi quercie bisbigliar sul monte.
filano le sue vergini sorelle
pel dolce Assente la milesia lana.
A tarda notte, tra le industri ancelle,
torcono il fuso con le ceree dita;
e il vento passa e passano le stelle.
Olympiàs in un sogno smarrita
ascolta il lungo favellìo d’un fonte,
ascolta nella cava ombra infinita
le grandi quercie bisbigliar sul monte.
Guido Cavalcanti
Perché’io non spero di tornar giammai
Perché’io non spero di tornar giammai,
ballatetta, in "Toscana,
va tu, leggera e piana,
dritta a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.
Tu potterai novelle di sospiri,
piene di doglia e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura,
chè certo per la mia disavventura
tu saresti contesa,
tanto da lei ripresa,
che mi sarebbe angoscia,
dopo la morte poscia
pianto e novel dolore.
Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì che vita m’abbandona,
e senti come il cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona
cl’io non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire
mena l’anima teco,
molto di ciò ti preco,
quando uscirà del core.
Deh! ballatetta, alla tua amistate
quest’anima che trema accomando:
menala teco nella sua pietate
a quella bella donna a cui ti mando.
Deh! ballatetta, dille sospirando,
quando le sei presente:
questa vostra servente
viene per star con vui
pattita da colui
che fu servo d’amore.
Tu, voce sbigottita e deboletta,
ch’esci piangendo de lo cor dolente,
coll’anima e con questa ballatetta
va ragionando della strutta mente.
Voi troverete una Donna piacente,
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
davanti starle ognora.
Anima, e tu l’adora
sempre nel suo valore.
ballatetta, in "Toscana,
va tu, leggera e piana,
dritta a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.
Tu potterai novelle di sospiri,
piene di doglia e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura,
chè certo per la mia disavventura
tu saresti contesa,
tanto da lei ripresa,
che mi sarebbe angoscia,
dopo la morte poscia
pianto e novel dolore.
Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì che vita m’abbandona,
e senti come il cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona
cl’io non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire
mena l’anima teco,
molto di ciò ti preco,
quando uscirà del core.
Deh! ballatetta, alla tua amistate
quest’anima che trema accomando:
menala teco nella sua pietate
a quella bella donna a cui ti mando.
Deh! ballatetta, dille sospirando,
quando le sei presente:
questa vostra servente
viene per star con vui
pattita da colui
che fu servo d’amore.
Tu, voce sbigottita e deboletta,
ch’esci piangendo de lo cor dolente,
coll’anima e con questa ballatetta
va ragionando della strutta mente.
Voi troverete una Donna piacente,
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
davanti starle ognora.
Anima, e tu l’adora
sempre nel suo valore.
Guido Gozzano
L’assenza
Un bacio. Ed è lungi. Dispare
giù in fondo, là dove si perde
la strada boschiva, che pare
un gran corridoio nel verde.
Risalgo qui dove dianzi
vestiva il bell’abito grigio:
rivedo l’uncino, i romanzi
ed ogni sottile vestigio...
Mi piego al balcone. Abbandono
la gota sopra la ringhiera.
E non sono triste. Non sono
più triste. Ritorna stasera.
E intorno declina l’estate.
E sopra un geranio vermiglio,
fremendo le ali caudate
si libra un enorme Papilio...
L’azzurro infinito del giorno
è come una seta ben tesa;
ma sulla serena distesa
la luna già pensa al ritorno.
Lo stagno risplende. Si tace
la rana. Ma guizza un bagliore
d’acceso smeraldo, di brace
azzurra: il martin pescatore...
E non sono triste. Ma sono
stupito se guardo il giardino...
stupito di che? non mi sono
sentito mai tanto bambino...
Stupito di che? Delle cose.
I fiori mi paiono strani:
ci sono pur sempre le rose,
ci sono pur sempre i gerani...
giù in fondo, là dove si perde
la strada boschiva, che pare
un gran corridoio nel verde.
Risalgo qui dove dianzi
vestiva il bell’abito grigio:
rivedo l’uncino, i romanzi
ed ogni sottile vestigio...
Mi piego al balcone. Abbandono
la gota sopra la ringhiera.
E non sono triste. Non sono
più triste. Ritorna stasera.
E intorno declina l’estate.
E sopra un geranio vermiglio,
fremendo le ali caudate
si libra un enorme Papilio...
L’azzurro infinito del giorno
è come una seta ben tesa;
ma sulla serena distesa
la luna già pensa al ritorno.
Lo stagno risplende. Si tace
la rana. Ma guizza un bagliore
d’acceso smeraldo, di brace
azzurra: il martin pescatore...
E non sono triste. Ma sono
stupito se guardo il giardino...
stupito di che? non mi sono
sentito mai tanto bambino...
Stupito di che? Delle cose.
I fiori mi paiono strani:
ci sono pur sempre le rose,
ci sono pur sempre i gerani...
Guittone d'Arezzo
Partito sono dal viso lucente
Partito sono dal viso lucente,
e penso se pote esser veritate.
Pensando miro e guardo infra la gente,
e non mi rende il sole claritate.
Poi sospiro e dico: Ohimè, dolente,
taupino me, che spero vanitate!
Perduto aggio lo core con la mente,
e son silvaggio dell’umanitate,
pensando che Iddio m’avea donato
di ben servire a del mondo la fiore.
E, me partendo, sono sì smartruto,
che, se di presto non son ritornato,
eo moriraggio per lo suo amore.
e penso se pote esser veritate.
Pensando miro e guardo infra la gente,
e non mi rende il sole claritate.
Poi sospiro e dico: Ohimè, dolente,
taupino me, che spero vanitate!
Perduto aggio lo core con la mente,
e son silvaggio dell’umanitate,
pensando che Iddio m’avea donato
di ben servire a del mondo la fiore.
E, me partendo, sono sì smartruto,
che, se di presto non son ritornato,
eo moriraggio per lo suo amore.
Lemmo Orlandi
Lontana dimoranza
Lontana dimoranza
doglia m’ha data al cor lunga stagione:
or mi dobla cagione
di più grave dolor novo pattire.
D’assai lontano gire
isforzami, di ciò, senn’ e ragione
contra l’opinione,
piena di voluntade e di pietanza
con grande smisuranza,
che non alungi me contra ’l volere
più che sia del piacere
vostro, di cui Amor servo mi tene;
e pietanza mi vene .
di voi, ch’avrete del partir dolere.
Così del rimanere
e de l’andar sono diverse pene.
Pietro Morovelli di Firenze
doglia m’ha data al cor lunga stagione:
or mi dobla cagione
di più grave dolor novo pattire.
D’assai lontano gire
isforzami, di ciò, senn’ e ragione
contra l’opinione,
piena di voluntade e di pietanza
con grande smisuranza,
che non alungi me contra ’l volere
più che sia del piacere
vostro, di cui Amor servo mi tene;
e pietanza mi vene .
di voi, ch’avrete del partir dolere.
Così del rimanere
e de l’andar sono diverse pene.
Pietro Morovelli di Firenze
Luciano Erba
Disoccupato
Per te
questa impazienza
la notte ti costringo nei sogni
di giorno la febbre dolceamara.
Poca pioggia
rallenta il passo per strada
incurva il dorso.
Pane e sardine a tarda ora
gli occhi
al fanale di notte dell’albergo
vivo la tua lontananza
meglio così.
questa impazienza
la notte ti costringo nei sogni
di giorno la febbre dolceamara.
Poca pioggia
rallenta il passo per strada
incurva il dorso.
Pane e sardine a tarda ora
gli occhi
al fanale di notte dell’albergo
vivo la tua lontananza
meglio così.
Maestro Francesco
Dolze mia donna, lo vostro partimento
Dolze mia donna, lo vostro partimento
m’ha tolto gioco ed in pensier m’ha miso,
per zo che tutto il mio dilettamento
è di veder lo vostro adorno viso
e lo piagente vostro avenimento
e l’amorosa ciera e ’l dolze riso;
e, dipartendo, sto ’n pene e ’n tormento,
trovandomi da voi, bella, diviso.
Ché quando eo parto da voi, amorosa,
dogliosa morte parmi soferire,
ché ’l corpo parte e l’arma sta con vui,
e lo morire non è altra cosa
che l’anima dal corpo dipartire,
ché vita già non è sanz’ambo dui.
m’ha tolto gioco ed in pensier m’ha miso,
per zo che tutto il mio dilettamento
è di veder lo vostro adorno viso
e lo piagente vostro avenimento
e l’amorosa ciera e ’l dolze riso;
e, dipartendo, sto ’n pene e ’n tormento,
trovandomi da voi, bella, diviso.
Ché quando eo parto da voi, amorosa,
dogliosa morte parmi soferire,
ché ’l corpo parte e l’arma sta con vui,
e lo morire non è altra cosa
che l’anima dal corpo dipartire,
ché vita già non è sanz’ambo dui.
Maria Luisa Spaziani
Se gli scalmi tradiscono
Se gli scalmi tradiscono, e si allentano
i cerchioni di ferro dei remi,
e i remi laschi perdono fiducia
e si affloscia la presa della mano,
se sei lontano, e pallidi suoni
dalla terra promessa mi raggiungono,
ah, si gonfi la vela, prenda slancio
lei, la parola, l’unico mio Dio —
i cerchioni di ferro dei remi,
e i remi laschi perdono fiducia
e si affloscia la presa della mano,
se sei lontano, e pallidi suoni
dalla terra promessa mi raggiungono,
ah, si gonfi la vela, prenda slancio
lei, la parola, l’unico mio Dio —
Rinaldo d'Aquino
Già mai non mi conforto
Già mai non mi conforto
né mi voglio ralegrare.
Le navi son giute a porto
e or vogliono collare.
Vassene lo più gente
in terra d’oltramare
ed io, lassa dolente,
come degio fare?
Vassene in altra contrata
e no lo mi manda a diri
ed io rimagno ingannata:
tanti sono li sospiri,
che mi fanno gran guerra
la notte co la dia,
né ’°n celo ned in terra
non mi par chio sia.
Santus, santus, santus Deo,
che ’n la Vergine venisti,
salva e guarda l’amor meo,
poi da me lo dipartisti.
Oit alta potestade
temuta e dottata,
la mia dolze amistade
ti sia acomandata!
La croce salva la gente
e me face disviare,
la croce mi fa dolente
e non mi val Dio pregare.
Qi croce pellegrina,
perché ny’hai si distrutta?
Oimè, lassa tapina,
chi ardo e ’ncendo tutta!
Lo ’mperadore con pace
tutto lo mondo mantene
ed a meve guerra face,
ché m’ha tolta la mia spene.
Oit alta potestate
temuta e dottata,
la mia dolze amistate
vi sia acomandata!
Quando la croce pigliao,
certo no lo mi pensai,
quelli che tanto m’amao
ed illu tanto amai,
chi eo ne fui battuta
e messa in pregionia
e in celata tenuta
per la vita mia!
Le navi sono collate,
in bonor possan. andare
con elle la mia amistate
e la gente che v’ha andare!
Qi padre criatore
a porto le conduci,
ché vanno a servidore
de la santa cruci.
Però ti prego, Duccetto,
tu che sai la pena mia,
che me ne faci un sonetto
41. la croce pigliao:
prese la croce, si fece crociato. 43, m’amao: mi
47: celata:
amava.
segregazione. 49,
sono collate: hanno spiegato
le vele. 54. a porto: a destinazione..
255. a servidore: in servizio.
e mandilo in Soria.
Ch’io non posso abentare
la notte né la dia:
in terra d’oltremare
sta la vita mia!
né mi voglio ralegrare.
Le navi son giute a porto
e or vogliono collare.
Vassene lo più gente
in terra d’oltramare
ed io, lassa dolente,
come degio fare?
Vassene in altra contrata
e no lo mi manda a diri
ed io rimagno ingannata:
tanti sono li sospiri,
che mi fanno gran guerra
la notte co la dia,
né ’°n celo ned in terra
non mi par chio sia.
Santus, santus, santus Deo,
che ’n la Vergine venisti,
salva e guarda l’amor meo,
poi da me lo dipartisti.
Oit alta potestade
temuta e dottata,
la mia dolze amistade
ti sia acomandata!
La croce salva la gente
e me face disviare,
la croce mi fa dolente
e non mi val Dio pregare.
Qi croce pellegrina,
perché ny’hai si distrutta?
Oimè, lassa tapina,
chi ardo e ’ncendo tutta!
Lo ’mperadore con pace
tutto lo mondo mantene
ed a meve guerra face,
ché m’ha tolta la mia spene.
Oit alta potestate
temuta e dottata,
la mia dolze amistate
vi sia acomandata!
Quando la croce pigliao,
certo no lo mi pensai,
quelli che tanto m’amao
ed illu tanto amai,
chi eo ne fui battuta
e messa in pregionia
e in celata tenuta
per la vita mia!
Le navi sono collate,
in bonor possan. andare
con elle la mia amistate
e la gente che v’ha andare!
Qi padre criatore
a porto le conduci,
ché vanno a servidore
de la santa cruci.
Però ti prego, Duccetto,
tu che sai la pena mia,
che me ne faci un sonetto
41. la croce pigliao:
prese la croce, si fece crociato. 43, m’amao: mi
47: celata:
amava.
segregazione. 49,
sono collate: hanno spiegato
le vele. 54. a porto: a destinazione..
255. a servidore: in servizio.
e mandilo in Soria.
Ch’io non posso abentare
la notte né la dia:
in terra d’oltremare
sta la vita mia!
Torquato Tasso
Dalla prigione
Sposa regal, già la stagion ne viene
che gli accorti amatori a’ balli invita,
e ch’essi a° rai di luce alma e gradita
veglian le notti gelide e serene.
Del suo fedel già le secrete pene
nei casti orecchi è di raccorre ardita
la verginella e lui tra morte e vita
soave inforsa e in dolce guerra il tiene.
Suonano i gran palagi e i tetti adorni
di canto; io sol di pianto il carcer tetro
fo risonar. Questa è la data fede?
Son questi i miei bramati alti ritorni?
Lasso! dunque prigion, dunque feretro
chiamate voi pietà, Donna, e mercede?
che gli accorti amatori a’ balli invita,
e ch’essi a° rai di luce alma e gradita
veglian le notti gelide e serene.
Del suo fedel già le secrete pene
nei casti orecchi è di raccorre ardita
la verginella e lui tra morte e vita
soave inforsa e in dolce guerra il tiene.
Suonano i gran palagi e i tetti adorni
di canto; io sol di pianto il carcer tetro
fo risonar. Questa è la data fede?
Son questi i miei bramati alti ritorni?
Lasso! dunque prigion, dunque feretro
chiamate voi pietà, Donna, e mercede?
Torquato Tasso
Erminia dinanzi al campo cristiano
(Canto vi)
CIII
Era la notte e ’l suo stellato velo
chiaro spiegava e senza nube alcuna;
e già spargea rai luminosi e gelo
di vive perle la sorgente luna.
L’innamorata donna iva col cielo
le sue fiamme sfogando ad una ad una;
e secretarj del suo amore antico
fea i muti campi e quel silenzio amico.
CIV
Poi, rimirando il campo, ella dicea:
“O belle agli occhi miei tende latine!
Aura spira da voi che mi ricrea
e mi conforta pur che m’avvicine:
così a mia vita combattuta e rea
qualche onesto riposo il ciel destine,
come in voi solo il cerco, e solo parmi
che trovar pace io possa in mezzo a l’armi.”
CIII
Era la notte e ’l suo stellato velo
chiaro spiegava e senza nube alcuna;
e già spargea rai luminosi e gelo
di vive perle la sorgente luna.
L’innamorata donna iva col cielo
le sue fiamme sfogando ad una ad una;
e secretarj del suo amore antico
fea i muti campi e quel silenzio amico.
CIV
Poi, rimirando il campo, ella dicea:
“O belle agli occhi miei tende latine!
Aura spira da voi che mi ricrea
e mi conforta pur che m’avvicine:
così a mia vita combattuta e rea
qualche onesto riposo il ciel destine,
come in voi solo il cerco, e solo parmi
che trovar pace io possa in mezzo a l’armi.”
Umberto Saba
Durante una marcia: 3
Ed io, se a volte di sì aspra vita
soffro, che i sensi ne son tutti offesi;
credi, non è la gravezza dei pesi,
è l’inutilità della fatica.
E tu questo lo sai, mia bella amica;
sai come in breve a consolarmi appresi.
Lina cui poco detti e molto chiesi
penso, e rinnovo la querela antica.
‘““Saperti amante e non poterti avere,
star lontano da te quando in cor m’ardi,
aver la lingua e non poter parlare,
udir quest’acqua e non chinarsi a bere,
correre in riga quando a lenti e tardi
passi vorrei pensosamente andare”.
soffro, che i sensi ne son tutti offesi;
credi, non è la gravezza dei pesi,
è l’inutilità della fatica.
E tu questo lo sai, mia bella amica;
sai come in breve a consolarmi appresi.
Lina cui poco detti e molto chiesi
penso, e rinnovo la querela antica.
‘““Saperti amante e non poterti avere,
star lontano da te quando in cor m’ardi,
aver la lingua e non poter parlare,
udir quest’acqua e non chinarsi a bere,
correre in riga quando a lenti e tardi
passi vorrei pensosamente andare”.
Umberto Saba
Entello
Per una donna lontana e un ragazzo
che mi ascolta, celeste,
ho scritte, io vecchio, queste
poesie. Ricordo,
come in me lieto le ripenso, antico
pugile. Entello era il suo nome. Vinse
l’ultima volta ai fortunosi giochi
d’Enea, lungo le amene
spiagge della Sicilia, ospite Anceste.
Bianche si rincorrevano sull’onde
schiume che in alto mare eran Sirene.
Era un cuore gagliardo ed era un saggio.
«Qui – disse – i cesti, e qui l’arte depongo.»
che mi ascolta, celeste,
ho scritte, io vecchio, queste
poesie. Ricordo,
come in me lieto le ripenso, antico
pugile. Entello era il suo nome. Vinse
l’ultima volta ai fortunosi giochi
d’Enea, lungo le amene
spiagge della Sicilia, ospite Anceste.
Bianche si rincorrevano sull’onde
schiume che in alto mare eran Sirene.
Era un cuore gagliardo ed era un saggio.
«Qui – disse – i cesti, e qui l’arte depongo.»
Vivian Lamarque
Il signore che non arrivava
Alla finestra di una casa una signora aspettava sempre un
signore che non arrivava.
E allora perché lo aspettava?
Perché la signora non lo sapeva che il signore non arrivava.
Questo lo sappiamo noi, non lei.
signore che non arrivava.
E allora perché lo aspettava?
Perché la signora non lo sapeva che il signore non arrivava.
Questo lo sappiamo noi, non lei.
Vivian Lamarque
Il signore del luogo lontano
Un suo luogo lontano lontano che una volta si partiva al
mattino e si arrivava alla sera era diventato un luogo vicino.
Come mai?
Non si sa, le case e i pergolati si erano ravvicinati. Si partiva e
un minuto si era arrivati.
Strada facendo però un poco ai finestrini la mancanza del
viaggio si affacciava.
mattino e si arrivava alla sera era diventato un luogo vicino.
Come mai?
Non si sa, le case e i pergolati si erano ravvicinati. Si partiva e
un minuto si era arrivati.
Strada facendo però un poco ai finestrini la mancanza del
viaggio si affacciava.
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