Temi
Poesie di questo tema

Amore a distanza

Fausto Maria Martini

Fausto Maria Martini

Vigilia di partenza

Dunque, è deciso: si parte. Qualcuno
mormora già nel piccolo paese...
«Davvero, andate via... perché ?» mi chiese
con velata perfidia qualcuno.

Ora, a tutti bisogna pur ch’io dica
che noi siamo compagni di viaggio...
che partiamo per un pellegrinaggio...
che tu sei sempre la mia buona amica.

Amica, sì; null’altro! ma, chi crede?
1° Dicono che tu m’ami, che ti prese
la passione... Che strano paese!
Oh! Quella gente che non presta fede...

Non t’han veduto mai partire! Nonna
tua qui nacque e mori: partiva il padre
!° dietro la sua bandiera, ma la madre
volle tessuta qui l’ultima gonna...

Or dimmi, tu: che pensi mai del nostro
viaggio? hai tutte pronte le tue vesti?
che cosa sogni mai tu, che vivesti
nella casa solinga come un chiostro ?

Tu che sempre mi parli sottovoce
come la buona monaca al malato,
che sempre porti il tuo rosario a lato,
con gli ave in bosso e la brunita croce...

Insieme sgraneremo altro rosario,
RI
diverse pregheremo orazioni,
un rosario d’eguali stazioni
bianche lungo un cammino solitario...

fra siepi andremo eternamente eguali,
3? su cui ballano strani eterni fili;
pregheremo pei rassegnati esilî
di rosee stazioni provinciali...

Vieni per questo, è vero ? Senza meta
partiamo: vieni tu perché ti piace
spezzare il ritmo dell’usata pace,
e vuoi piangere un po’ col tuo poeta...

Ecco: t’appare un lago e sogni tu
di stare e senti che si fugge via...
È un pianto che si perde nella via,
“‘° è un pianto che non si ricorda più!

Se si ricorda, si tramuta in gioia,
perché vedi che ‘l tuo piacer lontano
tanto più dolce fu quanto più vano,
e non ti strinse la tenace noia.

Or, mentre io parlo, già l’aria s’oscura,
quasi è compiuto il giorno di vigilia...
Domani, all’alba! E intanto pueril-
mente io mi fingo la nostra avventura...

Voglio darmi domani l’aria stanca
dell’uomo disilluso e viziato...
il fumo del convoglio avrà velato
quella tua camicetta troppo bianca,

e tu, leggendo con silenzio grave
una qualche rassegna d’altri tempi,
(se ti penso così, mi si riempie
il cuore di malinconia soave...)

mi sembrerai l’ignota che non sa
dove ella voglia giungere, venuta
d’assai lontano, un’anima sperduta
in cerca della sua felicità...
è

«Ella è malata di nevrastenia!...»
dirò fra me, guardando alle profonde
occhiaie sotto larghe ciocche bionde...
Oh! Dolce inganno della fantasia!

Quella, rosata come a marzo un pesco,
che prega o canta quando mi prepara
la buona cena! quella umile e cara,
che sorride se ny’offra il pane fresco!
Francesco Petrarca

Francesco Petrarca

Canzoni

Di pensier în pensier, di monte in monte
mi guida Amor; ch’ogni segnato calle
provo contrario a la tranquilla vita.
Se in solitaria piaggia rivo o fonte,
se in fra due poggi siede ombrosa valle,
ivi s’acqueta l’alma sbigottita;
e, come Amor l’invita,
qualche riposo; ogni abitato loco
è nemico mortal degli occhi miei.
A ciascun passo nasce un pensier novo
de la mia donna, che sovente in gioco
gira il tormento chio porto per lei;
ed a pena vorrei
cangiar questo mio viver dolce amaro,
cl’io dico: “ Forse anco ti serva Amore
ad un tempo migliore;
forse, a te stesso vile, altrui sei caro ”;
ed in questa trapasso sospirando:
e quanto in più selvaggio
loco mi trovo e in più deserto lido,
tanto più bella il mio pensier l’adombra;
poi, quando il vero sgombra
quel dolce error, pur lì medesmo assido
me freddo, pietra morta in pietra viva,
in guisa d’uom che pensi e pianga e scriva.

Ove d’altra montagna ombra non tocchi,
verso il maggiore e il più spedito giogo,
tirar mi suol un desiderio intenso:
indi i miei danni a misurar con gli occhi
comincio, e intanto lagrimando sfogo
di dolorosa nebbia il cor condenso,
allor cl’io miro e penso
quant’aria dal bel viso mi diparte,
che sempre m’è si presso e sì lontano.
Poscia fra me pian piano:
“ Che fai tu lasso? forse in quella parte
or di tua lontananza si sospira ”;
ed in questo pensier l’alma respira.

Canzone, oltra quell’alpe,
là dove il ciel è più sereno e lieto,
mi rivedrai sovr’un ruscel corrente,
ove l’aura si sente
d’un fresco ed odorifero laureto.
Ivi è il mio cor, e quella che ’l nvinvola;
qui veder puoi l’imagine mia sola.
Giacomo da Lentini

Giacomo da Lentini

Dal core mi vene

Dal core mi vene
che gli occhi mi tené — rosata;
spesso m’adivene
che la ciera è bene — bagnata,
quando mi sovene
di mia bona spene — c’è data

in voi, amorosa,
bonaventurosa;
però se m’amate,
già non vi ’ngannate — neienti;
ca pur aspettando
in voi ’maginando,
l’amor c’agio in vui
lo cor mi distrui, — avenenti;
ca, s’io temesse
C’a voi dispiacesse,
ben m’aucideria
e non viveria — a sti tormenti;
ca pur penare
è disiare,
già mai non fare
mia dilettanza:
la rimembranza — di voi, aulente cosa,
gli occhi m’arosa — d’un’aigua d’amore.
Or potess’eo,
o amore meo,
come romeo
venire ascoso
e, disioso, — con voi mi vedisse!
non mi partisse — dal vostro dolzore!
Dal vostro lato
stando allungato,
ben ò provato
mal che non solda:
Tristano a Isolda — non amau sì forte;
ben mi par morte — non vedervi fiore.

Vostra valura — cà torna ed invia
donne e donzelli;
l’avisatura — di voi, donna mia,
so gli occhi belli;
pens’a tuttura — quando vi vedia
con gioi novelli!

“Qi tu meo core — perché non ti more?
rispondi, che fai
pero che doglio — così?”
“Non ti rispondo, — ma ben ti confondo
se tosto non vai
là ove voglio — con mi:
ca Fresca-ciera — tempesta e dispera;
in pensiero m’ài
miso e ’n cordoglio — per ti,”

Così, — bella, — si favella
lo mi’ core corì mico:
di persona — non ragiona
né parla; né dico.
Sì curale — e naturale
amor di voi mi piace,
C’ogni vista — mi par trista
c’altra donna face;
ca s’io viglio — o sonno piglio,
lo mio cor non insonna:
senno scitto — sì m’è stritto
pur di voi, madonna.

Sì m’è dura — e scura — figura
di quantonqu’eo vio,
C’occhi avere — e vedere — e volere
altro non disio:
trecce sciolte — m’à volte, m’à tolte
né bruna, né bianca.

gioi complita, — norita, — mi ’nvita:
voi siete più fina;
ché s’io faccio — sollaccio — ch’io piaccio,
vostro amor mi mina.

Dottrina — è benvolenza:
la vostra benvolenza
mi dona caunoscenza
di servire a chiasenza
quella che più m’agenza,
e agio ritemenza
per troppa sovenenza.

Non mi porta — amor che porta
e tira ogne frino;
e non corre, — sì che scotre:
pur amore fino.
Ben verria, — e non lasseria
per nulla leanza,
sio sapisse — ch’io morisse:
si mi stringe amanza!
Tutto credo — e non discredo
che la mia venuta
dea placire — ed alegrite
de la mia veduta.

Ma sempre mai non sento
vostro comandamento,
e no è confortamento
del vostro avenimento;
ch’i’ mi sto in un canto
sin c’a voi piaccia tanto,
e mandovi infratanto
saluti e dolze pianto:
115 [e] piango per usagio,
già mai non rideragio
mentre non vederagio
lo vostro bel visagio.

Ragione agio,
ed altro non faragio,
né poragio:
tal è lo mi’ coragio,
c’altre parole — non vole,
ma dole — de li parlamenti,
c’a la genti — non consenti
né che parli, né che dolenti.

Ed agio nulla veduta
per lasciare
la tenuta
de lo meo dolce penzare,.

Sicomo — nui
somo — d’un core dui;
ed ora, — plui
ched ancora — non fui,
di vui, — bel viso,
son sì priso — e conquiso,
che ’n dormentare
mi fa levare — e intrare

’n si gran foco, — ca per poco
non m’aucido — de lo strido
ch’io ne gitto — .. ..

clio non vegnra — . . . .
. . . .— là ove siete.

Rimembrando, — bella, quando
con voi mi vedea
sollazando — e in gioia stando
come far solea,
per quant’aio di gioia
tant’aio di mala noia;
la mia vita è croia
sanza voi vedendo;
cantando in gioia aivo,
or vivo pur pensivo
e tutta gente ischivo,
sì chio vo fugendo,

pur cherendo — ond’io m’asconda;
onde lo core m’abonda,
e de gli occhi fuori gronda
e sì dolcemente fonda
come Îo fino or che fonda.

Ormai risponda — mandatemi a diri;
voi che martiri — per me sofferite,
ben vi dovrite — infra lo cor doliri
de mie’ martiri, — se vi sovenite
come site, — lontana,
sovrana, — de lo core prossimana.
Rinaldo d'Aquino

Rinaldo d'Aquino

Già mai non mi conforto

Già mai non mi conforto
né mi voglio ralegrare.
Le navi son giute a porto
e or vogliono collare.
Vassene lo più gente
in terra d’oltramare
ed io, lassa dolente,
come degio fare?

Vassene in altra contrata
e no lo mi manda a diri
ed io rimagno ingannata:
tanti sono li sospiri,
che mi fanno gran guerra
la notte co la dia,
né ’°n celo ned in terra
non mi par chio sia.

Santus, santus, santus Deo,
che ’n la Vergine venisti,
salva e guarda l’amor meo,
poi da me lo dipartisti.
Oit alta potestade
temuta e dottata,
la mia dolze amistade
ti sia acomandata!

La croce salva la gente
e me face disviare,
la croce mi fa dolente
e non mi val Dio pregare.
Qi croce pellegrina,
perché ny’hai si distrutta?
Oimè, lassa tapina,
chi ardo e ’ncendo tutta!

Lo ’mperadore con pace
tutto lo mondo mantene
ed a meve guerra face,
ché m’ha tolta la mia spene.
Oit alta potestate
temuta e dottata,
la mia dolze amistate
vi sia acomandata!

Quando la croce pigliao,
certo no lo mi pensai,
quelli che tanto m’amao
ed illu tanto amai,
chi eo ne fui battuta
e messa in pregionia
e in celata tenuta
per la vita mia!

Le navi sono collate,
in bonor possan. andare
con elle la mia amistate
e la gente che v’ha andare!
Qi padre criatore
a porto le conduci,
ché vanno a servidore
de la santa cruci.

Però ti prego, Duccetto,
tu che sai la pena mia,
che me ne faci un sonetto

41. la croce pigliao:
prese la croce, si fece crociato. 43, m’amao: mi
47: celata:
amava.
segregazione. 49,
sono collate: hanno spiegato
le vele. 54. a porto: a destinazione..
255. a servidore: in servizio.
e mandilo in Soria.
Ch’io non posso abentare
la notte né la dia:
in terra d’oltremare
sta la vita mia!
Pagina 1 Successiva