Batte sul cavo porfido una goccia;
Tal con assiduo suono
Dall’oscillante pendolo il minuto
Scendere ascolto, e prono
Nell’abisso del tempo andar perduto.
Più liete voci in questa
Stanza fanciullo udia, quando nel verno
Erami immensa festa
Cinger cogli altri il focolar paterno.
Morte per sempre ha chiusi
Gli amati labbri. Ma tu già non taci,
Bronzo fedel, che accusi
Col tuo squillo immortal l’ore fugaci,
E notte e dì rammenti,
Che se al sonno mal vigili la testa
Inchinano i viventi,
L’universo non dorme e non si arresta.
Che son? che fui? Pel clivo
Della vita discendo, e parmi un’ora
Che garzoncel furtivo
Correa sui monti a prevenir l’aurora.
Giovani ancor del bosco,
Nato con me, verdeggiano le chiome;
Ma più non riconosco
Di me, cangiata larva, altro che il nome.
Precipitoso io varco
Di lustro in lustro: della vecchia creta
Da sè scotendo il carco
Lo spirto avido anela alla sua meta.
Non io, non io, se l'alma
Da’ suoi nodi si sferra e si sublima,
Lamenterò la salma
Che sente degl’infesti anni la lima.
Indocile sospira
A più perfetta vita e senza posa
Sale per lunga spira
Al suo merigge ogni creata cosa.
In fior si volge il germe,
In frutto il fiore: dalla cava pianta
Esce ronzando il verme
Che april di vellutate iridi ammanta.
Non quale la rischiari
Da’ tuoi remoti padiglioni, o sole,
Era di terre e mari
Opaca un dì questa rotante mole;
Tal con assiduo suono
Dall’oscillante pendolo il minuto
Scendere ascolto, e prono
Nell’abisso del tempo andar perduto.
Più liete voci in questa
Stanza fanciullo udia, quando nel verno
Erami immensa festa
Cinger cogli altri il focolar paterno.
Morte per sempre ha chiusi
Gli amati labbri. Ma tu già non taci,
Bronzo fedel, che accusi
Col tuo squillo immortal l’ore fugaci,
E notte e dì rammenti,
Che se al sonno mal vigili la testa
Inchinano i viventi,
L’universo non dorme e non si arresta.
Che son? che fui? Pel clivo
Della vita discendo, e parmi un’ora
Che garzoncel furtivo
Correa sui monti a prevenir l’aurora.
Giovani ancor del bosco,
Nato con me, verdeggiano le chiome;
Ma più non riconosco
Di me, cangiata larva, altro che il nome.
Precipitoso io varco
Di lustro in lustro: della vecchia creta
Da sè scotendo il carco
Lo spirto avido anela alla sua meta.
Non io, non io, se l'alma
Da’ suoi nodi si sferra e si sublima,
Lamenterò la salma
Che sente degl’infesti anni la lima.
Indocile sospira
A più perfetta vita e senza posa
Sale per lunga spira
Al suo merigge ogni creata cosa.
In fior si volge il germe,
In frutto il fiore: dalla cava pianta
Esce ronzando il verme
Che april di vellutate iridi ammanta.
Non quale la rischiari
Da’ tuoi remoti padiglioni, o sole,
Era di terre e mari
Opaca un dì questa rotante mole;