Poesie di questo tema
Il tempo e il suo passaggio
Alberto Cappi
Imperfetto
teneva testo e la tela
palmo l’orca addentava
tesseva tèndine l’ora
arco il lampo attendeva
palmo l’orca addentava
tesseva tèndine l’ora
arco il lampo attendeva
Alberto Cappi
Soglie
dove vanno le cose del mondo
che vanno che vanno che vanno?
dove cade la notte del mondo
che cade che cade che cade?
le cose
la notte
il vano dell’ade
che vanno che vanno che vanno?
dove cade la notte del mondo
che cade che cade che cade?
le cose
la notte
il vano dell’ade
Aldo Palazzeschi
Il palatino
Sui morbidi cuscini del tempo
il corpo riposa
nel torrido meriggio d’estate.
Il pensiero
non ha la forza di evocare
nè ombre nè fantasmi,
e l’occhio appena sorprende
dei vapori trasparenti
che salgono dalla terra
e che il calore discioglie nella luce.
Bevute dal sole
le pietre sono bianche
come tombe anonime e deserte
riarse
e le fronde palpitano leggere
di un’aspirazione celeste.
Pel cocente abbandono
i sensi
percepiscono soltanto un profumo:
Il presente puzza
e il futuro è termine vago...
il passato non puzza più,
ha un vago profumo di foglie secche
il passato.
il corpo riposa
nel torrido meriggio d’estate.
Il pensiero
non ha la forza di evocare
nè ombre nè fantasmi,
e l’occhio appena sorprende
dei vapori trasparenti
che salgono dalla terra
e che il calore discioglie nella luce.
Bevute dal sole
le pietre sono bianche
come tombe anonime e deserte
riarse
e le fronde palpitano leggere
di un’aspirazione celeste.
Pel cocente abbandono
i sensi
percepiscono soltanto un profumo:
Il presente puzza
e il futuro è termine vago...
il passato non puzza più,
ha un vago profumo di foglie secche
il passato.
Aldo Palazzeschi
La dame du métro
Levant la tête
rapidement
à chaque station
et non pour lire
sur les grands tableaux
blancs et bleus
«Volontaire Vaugirard Convention...»
mais pour marquer les étapes
du temps perdu
avec empressement
la dame travaille
à son tricot.
Et lorsqu’à l’automne prochain
avec un air d’importance
elle passera autour de son cou
son écharpe blanche et bleue
comme les tableaux du métro:
«Concorde Palais-Royal Châtelet...»
non pas «quelle beauté!»
vous dira
son regard suffisant
mais
«voyez monsieur
le temps retrouvé».
rapidement
à chaque station
et non pour lire
sur les grands tableaux
blancs et bleus
«Volontaire Vaugirard Convention...»
mais pour marquer les étapes
du temps perdu
avec empressement
la dame travaille
à son tricot.
Et lorsqu’à l’automne prochain
avec un air d’importance
elle passera autour de son cou
son écharpe blanche et bleue
comme les tableaux du métro:
«Concorde Palais-Royal Châtelet...»
non pas «quelle beauté!»
vous dira
son regard suffisant
mais
«voyez monsieur
le temps retrouvé».
Alessandro Parronchi
Ora un anno tramonta
Ora un anno tramonta, sorge un anno
e della stessa luce ove tra i colli
fosti viva. non più che un fiotto d’ombra
viene a me che ti vidi. Ah mi sorgeva
’ una speranza! Mandano le siepi
profumi intorno, volge un’ora mille
sogni, ma come povera la pietra
riflette ora il giardino ebbro di rose!
e della stessa luce ove tra i colli
fosti viva. non più che un fiotto d’ombra
viene a me che ti vidi. Ah mi sorgeva
’ una speranza! Mandano le siepi
profumi intorno, volge un’ora mille
sogni, ma come povera la pietra
riflette ora il giardino ebbro di rose!
Alfredo Giuliani
Perché questa formica
Perché questa formica cammina così in fretta
il tempo è un luogo se indugia a consumarsi
il fuoco fa la pioggia il vento non ha testa
per fare una sorgente ci vuole anche un badile
il nome sa il suo nome quando lo chiamano?
il tempo è un luogo se indugia a consumarsi
il fuoco fa la pioggia il vento non ha testa
per fare una sorgente ci vuole anche un badile
il nome sa il suo nome quando lo chiamano?
Attilio Bertolucci
Verso Casarola
Lasciate che m’incammini per la strada in salita
e al primo batticuore mi volga,
già da stanchezza e gioia esaltato ed oppresso,
a guardare le valli azzurre per la lontananza,
azzurre le valli e gli anni
che spazio e tempo distanziano.
Così a una curva, vicina
tanto che la frescura dei fitti noccioli e d’un’acqua
pullulante perenne nel cavo gomito d’ombra
giunge sin qui dove sole e aria baciano la fronte le mani
di chi ha saputo vincere la tentazione al riposo,
io veda la compagnia sbucare e meravigliarsi di tutto
con l’inquieta speranza dei migratori e dei profughi
scoccando nel cielo il mezzogiorno montano
del 9 settembre ‘43. Oh, campane
di Montebello Belasola Villula Agna ignare,
stordite noi che camminiamo in fuga
mentre immobili guardano da destra e da sinistra
più in alto più in basso nel faticato appennino
dell’aratura quelli cui toccherà pagare
anche per noi insolventi,
ma ora pacificamente lasciano splendere il vomere
a solco incompiuto, asciugare il sudore, arrestarsi
il tempo per speculare sul fatto
che un padre e una madre giovani un bambino e una serva
s’arrampicano svelti, villeggianti fuori stagione
(o gentile inganno ottico del caldo mezzodì),
verso Casarola ricca d’asini di castagni e di sassi.
Potessero ascoltare, questi che non sanno ancora nulla,
noi che parliamo, rimasti un po’ indietro,
perdutisi la ragazza e il bambino più sù in un trionfo
inviolato di more ritardatarie e dolcissime,
potessi io, separato da quel giovane
intrepido consiglio di famiglia in cammino,
tenuto dopo aver deciso già tutto, tutto gettato nel piatto
della bilancia con santo senso del giusto,
oggi che nell’orecchio invecchiato e smagrito mi romba
il vuoto di questi anni buttati via. Perché,
chi meglio di un uomo e di una donna in età
di amarsi e amare il frutto dell’amore,
avrebbe potuto scegliere, maturando quel caldo
e troppo calmo giorno di settembre, la strada
per la salvezza dell’anima e del corpo congiunti
strettamente come sposa e sposo nell’abbraccio?
Scende, o sale, verso casa dai campi
gente di Montebello prima, poi di Belasola, assorta
in un lento pensiero, e già la compagnia forestiera
s’è ricomposta, appare impicciolita più in alto
finché l’inghiotte la bocca fresca d’un bosco
di cerri: là
c’è una fontana fresca nel ricordo
di chi guida e ha deciso
una sosta nell’ombra sino a quando i rondoni
irromperanno nel cielo che fu delle allodole. Allora
sarà tempo di caricare il figlio in cima alle spalle,
che all’uscita del folto veda con meraviglia
mischiarsi fumo e stelle su Casarola raggiunta.
e al primo batticuore mi volga,
già da stanchezza e gioia esaltato ed oppresso,
a guardare le valli azzurre per la lontananza,
azzurre le valli e gli anni
che spazio e tempo distanziano.
Così a una curva, vicina
tanto che la frescura dei fitti noccioli e d’un’acqua
pullulante perenne nel cavo gomito d’ombra
giunge sin qui dove sole e aria baciano la fronte le mani
di chi ha saputo vincere la tentazione al riposo,
io veda la compagnia sbucare e meravigliarsi di tutto
con l’inquieta speranza dei migratori e dei profughi
scoccando nel cielo il mezzogiorno montano
del 9 settembre ‘43. Oh, campane
di Montebello Belasola Villula Agna ignare,
stordite noi che camminiamo in fuga
mentre immobili guardano da destra e da sinistra
più in alto più in basso nel faticato appennino
dell’aratura quelli cui toccherà pagare
anche per noi insolventi,
ma ora pacificamente lasciano splendere il vomere
a solco incompiuto, asciugare il sudore, arrestarsi
il tempo per speculare sul fatto
che un padre e una madre giovani un bambino e una serva
s’arrampicano svelti, villeggianti fuori stagione
(o gentile inganno ottico del caldo mezzodì),
verso Casarola ricca d’asini di castagni e di sassi.
Potessero ascoltare, questi che non sanno ancora nulla,
noi che parliamo, rimasti un po’ indietro,
perdutisi la ragazza e il bambino più sù in un trionfo
inviolato di more ritardatarie e dolcissime,
potessi io, separato da quel giovane
intrepido consiglio di famiglia in cammino,
tenuto dopo aver deciso già tutto, tutto gettato nel piatto
della bilancia con santo senso del giusto,
oggi che nell’orecchio invecchiato e smagrito mi romba
il vuoto di questi anni buttati via. Perché,
chi meglio di un uomo e di una donna in età
di amarsi e amare il frutto dell’amore,
avrebbe potuto scegliere, maturando quel caldo
e troppo calmo giorno di settembre, la strada
per la salvezza dell’anima e del corpo congiunti
strettamente come sposa e sposo nell’abbraccio?
Scende, o sale, verso casa dai campi
gente di Montebello prima, poi di Belasola, assorta
in un lento pensiero, e già la compagnia forestiera
s’è ricomposta, appare impicciolita più in alto
finché l’inghiotte la bocca fresca d’un bosco
di cerri: là
c’è una fontana fresca nel ricordo
di chi guida e ha deciso
una sosta nell’ombra sino a quando i rondoni
irromperanno nel cielo che fu delle allodole. Allora
sarà tempo di caricare il figlio in cima alle spalle,
che all’uscita del folto veda con meraviglia
mischiarsi fumo e stelle su Casarola raggiunta.
Camillo Sbarbaro
A volte sulla sponda della via
A volte sulla sponda della via
preso da un infinito scoramento
mi seggo; e dove vado mi domando,
perché cammino. E penso la mia morte
e mi vedo già steso nella bara
troppo stretta fantoccio inanimato...
Quant’albe nasceranno ancora al mondo
dopo di noi!
Di ciò che abbiam sofferto
di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore
non rimarrà il più piccolo ricordo.
Le generazioni passan come
onde di fiume...
Una mortale pesantezza il cuore
m’opprime.
Inerte vorrei esser fatto
come qualche antichissima rovina
e guardare succedersi le ore,
e gli uomini mutare i passi, i cieli
all’alba colorirsi, scolorirsi
a sera...
preso da un infinito scoramento
mi seggo; e dove vado mi domando,
perché cammino. E penso la mia morte
e mi vedo già steso nella bara
troppo stretta fantoccio inanimato...
Quant’albe nasceranno ancora al mondo
dopo di noi!
Di ciò che abbiam sofferto
di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore
non rimarrà il più piccolo ricordo.
Le generazioni passan come
onde di fiume...
Una mortale pesantezza il cuore
m’opprime.
Inerte vorrei esser fatto
come qualche antichissima rovina
e guardare succedersi le ore,
e gli uomini mutare i passi, i cieli
all’alba colorirsi, scolorirsi
a sera...
Carlo Betocchi
Dai tetti
È un mare fermo, rosso,
un mare cotto, in un’increspatura
di tegole. È un mare di pensieri.
Arido mare. E mi basta vederlo
tra le persiane appena schiuse: e sento
che mi parla. Da una tegola all’altra,
come da bocca a bocca, l’acre
discorso fulmina il mio cuore.
Il suo muto discorso: quel suo esistere
anonimo. Quel provocarmi verso
la molteplice essenza del dolore:
dell’unico dolore:
immerso nel sopore,
unico anch’esso, del cielo. E vi posa
ora una luce come di colomba,
quieta, che vi si spiuma: ed ora l’ira
sterminata, la vampa che rimbalza
d’embrice in embrice. E sempre la stessa
risposta, da mille bocche d’ombra.
– Siamo – dicono al cielo i tetti –
la tua infima progenie. Copriamo
la custodita messe ai tuoi granai.
O come divino spazia su di noi
il tuo occhio, dal senso inafferrabile.
un mare cotto, in un’increspatura
di tegole. È un mare di pensieri.
Arido mare. E mi basta vederlo
tra le persiane appena schiuse: e sento
che mi parla. Da una tegola all’altra,
come da bocca a bocca, l’acre
discorso fulmina il mio cuore.
Il suo muto discorso: quel suo esistere
anonimo. Quel provocarmi verso
la molteplice essenza del dolore:
dell’unico dolore:
immerso nel sopore,
unico anch’esso, del cielo. E vi posa
ora una luce come di colomba,
quieta, che vi si spiuma: ed ora l’ira
sterminata, la vampa che rimbalza
d’embrice in embrice. E sempre la stessa
risposta, da mille bocche d’ombra.
– Siamo – dicono al cielo i tetti –
la tua infima progenie. Copriamo
la custodita messe ai tuoi granai.
O come divino spazia su di noi
il tuo occhio, dal senso inafferrabile.
Carlo Betocchi
Il tempo ci rapisce, e il cielo è solo
Il tempo ci rapisce, e il cielo è solo
anche di queste rondini che il volo
intrecciano, pericolosamente,
come chi va cercando nella mente
qualche nome perduto... e il ritrovarlo
nemmeno conta, poiché ormai è già sera.
Eh sì! s’invecchia, e ritorna più vera
la vita che già fu, rosa da un tarlo...
un tarlo che la monda. E vien la sera.
E i pensieri s’intrecciano, e le rondini.
E non siamo più noi; siamo i profondi
cieli dell’esistenza, ahi come intera
e profondissima, cupa, nel suo indaco.
anche di queste rondini che il volo
intrecciano, pericolosamente,
come chi va cercando nella mente
qualche nome perduto... e il ritrovarlo
nemmeno conta, poiché ormai è già sera.
Eh sì! s’invecchia, e ritorna più vera
la vita che già fu, rosa da un tarlo...
un tarlo che la monda. E vien la sera.
E i pensieri s’intrecciano, e le rondini.
E non siamo più noi; siamo i profondi
cieli dell’esistenza, ahi come intera
e profondissima, cupa, nel suo indaco.
Carlo Betocchi
Non sei contento del possesso dei giorni?
Non sei contento del possesso dei giorni?
Temi di perderlo? Credi d’esser da più
di ciò che sempre muta e viene disfatto?
Non ti basta quel po’ di sole che ancora
investe il tuo corpo che invecchia? Guarda,
stamani disfano il tetto della casa di fronte.
Mettono a nudo i correnti, ch’erano marci.
Li mutano. E intanto ripiove. Lesti li ricoprono,
con le tegole vecchie. E i coppi restano,
a mucchi, sul colmigno. E subito il sole
che torna luccica sulle tegole ignude,
e tu ti senti in cuore un di più che ti strugge
– vergógnati – d’amore per te, mentre in cielo
rulla un tamburo lontanissimo, azzurro,
per la tua libertà, che è un grido che vola.
Temi di perderlo? Credi d’esser da più
di ciò che sempre muta e viene disfatto?
Non ti basta quel po’ di sole che ancora
investe il tuo corpo che invecchia? Guarda,
stamani disfano il tetto della casa di fronte.
Mettono a nudo i correnti, ch’erano marci.
Li mutano. E intanto ripiove. Lesti li ricoprono,
con le tegole vecchie. E i coppi restano,
a mucchi, sul colmigno. E subito il sole
che torna luccica sulle tegole ignude,
e tu ti senti in cuore un di più che ti strugge
– vergógnati – d’amore per te, mentre in cielo
rulla un tamburo lontanissimo, azzurro,
per la tua libertà, che è un grido che vola.
Carlo Porta
La monizzione
Lassa ste vanità: làssele, sposa.
Ar monno, bella mia, tutto finisce.
Come sémo arrivati ar proficisce,
addio vezzi, addio fibbie, addio ’gni cosa.
Quanto te credi de fà la vanosa
co’ ste pietrucce luccichente e lisce?
Diecianni, venti, trenta; eppoi? sparisce
la gioventù, e che fai, povera Rosa?.
Er tempo, fija, è peggio d’una lima.
Rosica sordo sordo e t’assottija,
che gnisun giorno sei quella de prima.
Dunque nun rovinà la tu’ famija:
nun mette a repentajo la tu’ stima,
lassa ste vanità; làssele, fija.
Ar monno, bella mia, tutto finisce.
Come sémo arrivati ar proficisce,
addio vezzi, addio fibbie, addio ’gni cosa.
Quanto te credi de fà la vanosa
co’ ste pietrucce luccichente e lisce?
Diecianni, venti, trenta; eppoi? sparisce
la gioventù, e che fai, povera Rosa?.
Er tempo, fija, è peggio d’una lima.
Rosica sordo sordo e t’assottija,
che gnisun giorno sei quella de prima.
Dunque nun rovinà la tu’ famija:
nun mette a repentajo la tu’ stima,
lassa ste vanità; làssele, fija.
Cesare Viviani
Niente va altrove
Niente va altrove
di questa vita finita, e non c’è la fine -
mentre noi per sempre illusi
di rinviarla
O trattenere qualcosa
o superarla -
come dei frutti la polpa matura
si avvia a disfarsi e a staccarsi
e anche le foglie
seccano e cadono:
ma se lasciate a sé
niente muore.
di questa vita finita, e non c’è la fine -
mentre noi per sempre illusi
di rinviarla
O trattenere qualcosa
o superarla -
come dei frutti la polpa matura
si avvia a disfarsi e a staccarsi
e anche le foglie
seccano e cadono:
ma se lasciate a sé
niente muore.
Clemente Rebora
Vanno
Cade il tempo d’ogni stagione,
e autunno è un nome.
Salma di pioggia,
terra, e una gora
in cateratta al fosso –
il cielo addosso.
Sotto torbido pelo
la gora impigra
tra vermi e pesci
alghe patetiche,
sputi di rane
per sinuose tane,
tenaci ristagni
e a ritroso sgomitanti ragni
simulano la corrente,
ma non si dànno.
Minuzie e foglie
alla rovina intanto
perché non vuole in sé ciascuna
vanno:
movendosi ancora
non sembran perdute;
riviere e piante
non sanno fermare;
salma di un nome,
stagioni cadute,
è l’ora di tutte, son tante a passare;
crollo del tempo,
tracollo di spoglie
ingiallisce la piena,
anonimo gorgo
sull’orlo, così, rigirare –
inabissano al fosso.
e autunno è un nome.
Salma di pioggia,
terra, e una gora
in cateratta al fosso –
il cielo addosso.
Sotto torbido pelo
la gora impigra
tra vermi e pesci
alghe patetiche,
sputi di rane
per sinuose tane,
tenaci ristagni
e a ritroso sgomitanti ragni
simulano la corrente,
ma non si dànno.
Minuzie e foglie
alla rovina intanto
perché non vuole in sé ciascuna
vanno:
movendosi ancora
non sembran perdute;
riviere e piante
non sanno fermare;
salma di un nome,
stagioni cadute,
è l’ora di tutte, son tante a passare;
crollo del tempo,
tracollo di spoglie
ingiallisce la piena,
anonimo gorgo
sull’orlo, così, rigirare –
inabissano al fosso.
Diego Valeri
Transitorietà
Foglia su foglia piove
L’albero della vita.
O colorato mondo,
Come sazi e affatichi
Il nostro cuore, come
Lo sazi e inebrii!
Ciò ch’oggi è fuoco vivo
Domani sarà spento.
Presto sopra il mio tumulo
Bruno stormirà il vento;
Sul suo piccolo figlio
Si curverà la Madre.
Ch’io riveda i suoi occhi,
Che sono la mia stella.
Ogni altra cosa passa,
Alla morte s’affretta;
Solo l’eterna Madre
Sta, da cui noi venimmo.
Il suo dito lievissimo
Scrive nell’aria labile
Il nostro nome.
L’albero della vita.
O colorato mondo,
Come sazi e affatichi
Il nostro cuore, come
Lo sazi e inebrii!
Ciò ch’oggi è fuoco vivo
Domani sarà spento.
Presto sopra il mio tumulo
Bruno stormirà il vento;
Sul suo piccolo figlio
Si curverà la Madre.
Ch’io riveda i suoi occhi,
Che sono la mia stella.
Ogni altra cosa passa,
Alla morte s’affretta;
Solo l’eterna Madre
Sta, da cui noi venimmo.
Il suo dito lievissimo
Scrive nell’aria labile
Il nostro nome.
Edoardo Sanguineti
in te dormiva come un fibroma asciutto...
in te dormiva come un fibroma asciutto, come una magra tenia,
[un sogno;
ora pesta la ghiaia, ora scuote la propria ombra; ora stride,
deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto
della camomilla, la temperatura della lepre, il rumore della
[grandine,
la forma del tetto, il colore della paglia:
senza rimedio il tempo
si è rivolto verso i suoi giorni; la terra offre immagini confuse;
saprà riconoscere la capra, il contadino, il cannone?
non queste forbici veramente sperava, non questa pera,
quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache.
[un sogno;
ora pesta la ghiaia, ora scuote la propria ombra; ora stride,
deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto
della camomilla, la temperatura della lepre, il rumore della
[grandine,
la forma del tetto, il colore della paglia:
senza rimedio il tempo
si è rivolto verso i suoi giorni; la terra offre immagini confuse;
saprà riconoscere la capra, il contadino, il cannone?
non queste forbici veramente sperava, non questa pera,
quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache.
Elio Pagliarani
IX Allora, se il divenire non possiede
Allora, se il divenire non possiede
stabilità alcuna, in che modo potrai mai
in qualche misura diventare affidabile e sicuro?
In nessun modo credo. Ma così non è possibile
atto mentale puro, scienza nessuna è possibile
del divenire; nulla che possiede in sé
le stimmate del vero.
stabilità alcuna, in che modo potrai mai
in qualche misura diventare affidabile e sicuro?
In nessun modo credo. Ma così non è possibile
atto mentale puro, scienza nessuna è possibile
del divenire; nulla che possiede in sé
le stimmate del vero.
Eugenio Montale
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sè in altrui, il bollore
della vita fugace—uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi
l’opposto in cuore, col suo invito; e forse
m’occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.
Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i groppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai.
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sè in altrui, il bollore
della vita fugace—uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi
l’opposto in cuore, col suo invito; e forse
m’occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.
Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i groppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai.
Eugenio Montale
Casa sul mare
Il viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.
Eugenio Montale
Delta
La vita che si rompe nei travasi
secreti a te ho legata:
quella che si dibatte in sé e par quasi
non ti sappia, presenza soffocata.
Quando il tempo s’ingorga alle sue dighe
la tua vicenda accordi alla sua immensa,
ed affiori, memoria, più palese
dall’oscura regione ove scendevi,
come ora, al dopopioggia, si riaddensa
il verde ai rami, ai muri il cinabrese.
Tutto ignoro di te fuor del messaggio
muto che mi sostenta sulla via:
se forma esisti o ubbia nella fumea
d’un sogno t’alimenta
la riviera che infebbra, torba, e scroscia
incontro alla marea.
Nulla di te nel vacillar dell’ore
bige o squarciate da un vampo di solfo
fuori che il fischio del rimorchiatore
che dalle brume approda al golfo.
secreti a te ho legata:
quella che si dibatte in sé e par quasi
non ti sappia, presenza soffocata.
Quando il tempo s’ingorga alle sue dighe
la tua vicenda accordi alla sua immensa,
ed affiori, memoria, più palese
dall’oscura regione ove scendevi,
come ora, al dopopioggia, si riaddensa
il verde ai rami, ai muri il cinabrese.
Tutto ignoro di te fuor del messaggio
muto che mi sostenta sulla via:
se forma esisti o ubbia nella fumea
d’un sogno t’alimenta
la riviera che infebbra, torba, e scroscia
incontro alla marea.
Nulla di te nel vacillar dell’ore
bige o squarciate da un vampo di solfo
fuori che il fischio del rimorchiatore
che dalle brume approda al golfo.
Eugenio Montale
I limoni
Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
Eugenio Montale
I miraggi
Non sempre o quasi mai la nostra identità personale coincide
col tempo misurabile dagli strumenti che abbiamo.
La sala è grande, ha fregi e stucchi barocchi
e la vetrata di fondo rivela un biondo parco di Stiria,
con qualche nebbiolina che il sole dissolve.
L’interno è puro Vermeer più piccolo e più vero
del vero ma di uno smalto incorruttibile.
A sinistra una bimba vestita da paggio
tutta trine e ricami fino al ginocchio
sta giocando col suo adorato scimmiotto.
A destra la sorella di lei maggiore, Arabella,
consulta una cartomante color di fumo
che le svela il suo prossimo futuro.
Sta per giungere l’uomo di nobile prosapia,
l’invincibile eroe ch’ella attendeva.
È questione di poco, di minuti, di attimi,
presto si sentirà lo zoccolìo dei suoi cavalli
e poi qualcuno busserà alla porta...
ma
qui il mio occhio si stanca e si distoglie
dal buco della serratura. Ho visto già troppo
e il nastro temporale si ravvolge in se stesso.
Chi ha operato il miracolo è una spugna di birra,
o tale parve, e il suo sodale è l’ultimo
Cavaliere di grazia della Cristianità.
….
ma ora
se mi rileggo penso che solo l’inidentità
regge il mondo, lo crea e lo distrugge
per poi rifarlo sempre più spettrale
e inconoscibile. Resta lo spiraglio
del quasi fotografico pittore ad ammonirci
che se qualcosa fu non c’è distanza
tra il millennio e l’istante, tra chi apparve
e non apparve, tra chi visse e chi
non giunse al fuoco del suo cannocchiale. È poco
e forse è tutto.
col tempo misurabile dagli strumenti che abbiamo.
La sala è grande, ha fregi e stucchi barocchi
e la vetrata di fondo rivela un biondo parco di Stiria,
con qualche nebbiolina che il sole dissolve.
L’interno è puro Vermeer più piccolo e più vero
del vero ma di uno smalto incorruttibile.
A sinistra una bimba vestita da paggio
tutta trine e ricami fino al ginocchio
sta giocando col suo adorato scimmiotto.
A destra la sorella di lei maggiore, Arabella,
consulta una cartomante color di fumo
che le svela il suo prossimo futuro.
Sta per giungere l’uomo di nobile prosapia,
l’invincibile eroe ch’ella attendeva.
È questione di poco, di minuti, di attimi,
presto si sentirà lo zoccolìo dei suoi cavalli
e poi qualcuno busserà alla porta...
ma
qui il mio occhio si stanca e si distoglie
dal buco della serratura. Ho visto già troppo
e il nastro temporale si ravvolge in se stesso.
Chi ha operato il miracolo è una spugna di birra,
o tale parve, e il suo sodale è l’ultimo
Cavaliere di grazia della Cristianità.
….
ma ora
se mi rileggo penso che solo l’inidentità
regge il mondo, lo crea e lo distrugge
per poi rifarlo sempre più spettrale
e inconoscibile. Resta lo spiraglio
del quasi fotografico pittore ad ammonirci
che se qualcosa fu non c’è distanza
tra il millennio e l’istante, tra chi apparve
e non apparve, tra chi visse e chi
non giunse al fuoco del suo cannocchiale. È poco
e forse è tutto.
Eugenio Montale
L’Arno a Rovezzano
I grandi fiumi sono l’immagine del tempo,
crudele e impersonale. Osservati da un ponte
dichiarano la loro nullità inesorabile.
Solo l’ansa esitante di qualche paludoso
giuncheto, qualche specchio
che riluca tra folte sterpaglie e borraccina
può svelare che l’acqua come noi pensa se stessa
prima di farsi vortice e rapina.
Tanto tempo è passato, nulla è scorso
da quando ti cantavo al telefono «tu
che fai l’addormentata» col triplice cachinno.
La tua casa era un lampo visto dal treno. Curva
sull’Arno come l’albero di Giuda
che voleva proteggerla. Forse c’è ancora o
non è che una rovina. Tutta piena,
mi dicevi, di insetti, inabitabile.
Altro comfort fa per noi ora, altro
sconforto.
crudele e impersonale. Osservati da un ponte
dichiarano la loro nullità inesorabile.
Solo l’ansa esitante di qualche paludoso
giuncheto, qualche specchio
che riluca tra folte sterpaglie e borraccina
può svelare che l’acqua come noi pensa se stessa
prima di farsi vortice e rapina.
Tanto tempo è passato, nulla è scorso
da quando ti cantavo al telefono «tu
che fai l’addormentata» col triplice cachinno.
La tua casa era un lampo visto dal treno. Curva
sull’Arno come l’albero di Giuda
che voleva proteggerla. Forse c’è ancora o
non è che una rovina. Tutta piena,
mi dicevi, di insetti, inabitabile.
Altro comfort fa per noi ora, altro
sconforto.
Eugenio Montale
La pendola a carillon
La vecchia pendola a carillon
veniva dalla Francia forse dal tempo
del secondo Impero.
Non dava trilli o rintocchi ma esalava
° più che suonare tanto n’era fioca la voce
l’entrata di Escamillo o le campane
di Corneville: le novità di quando
qualcuno l’acquistò: forse il proavo
finito al manicomio e sotterrato
senza rimpianti, necrologi o altre
notizie che turbassero i suoi non nati nepoti.
I quali vennero poi e vissero senza memoria
di chi portò quell’oggetto tra inospiti mura sferzate
da furibonde libecciate — e chi
° di essi ne udì il richiamo? Era una sveglia
beninteso che mai destò nessuno
che non fosse già sveglio. Io solo un’alba
regolarmente insonne traudii l’ectoplasma
vocale, il soffio della toriada,
°° ma appena per un attimo. Poi la voce
della boîte non si estinse ma si fece parola
poco udibile e disse non c’è molla né carica
che un giorno non si scarichi. Io ch’ero
il Tempo lo abbandono. Ed a te che sei l’unico
mio ascoltatore dico cerca di vivere
j
nel fuordeltempo, quello che nessuno
può misurare. Poi la voce tacque
e l’orologio per molti anni ancora
rimase appeso al muro. Probabilmente
° v’è ancora la sua traccia sull’intonaco.
veniva dalla Francia forse dal tempo
del secondo Impero.
Non dava trilli o rintocchi ma esalava
° più che suonare tanto n’era fioca la voce
l’entrata di Escamillo o le campane
di Corneville: le novità di quando
qualcuno l’acquistò: forse il proavo
finito al manicomio e sotterrato
senza rimpianti, necrologi o altre
notizie che turbassero i suoi non nati nepoti.
I quali vennero poi e vissero senza memoria
di chi portò quell’oggetto tra inospiti mura sferzate
da furibonde libecciate — e chi
° di essi ne udì il richiamo? Era una sveglia
beninteso che mai destò nessuno
che non fosse già sveglio. Io solo un’alba
regolarmente insonne traudii l’ectoplasma
vocale, il soffio della toriada,
°° ma appena per un attimo. Poi la voce
della boîte non si estinse ma si fece parola
poco udibile e disse non c’è molla né carica
che un giorno non si scarichi. Io ch’ero
il Tempo lo abbandono. Ed a te che sei l’unico
mio ascoltatore dico cerca di vivere
j
nel fuordeltempo, quello che nessuno
può misurare. Poi la voce tacque
e l’orologio per molti anni ancora
rimase appeso al muro. Probabilmente
° v’è ancora la sua traccia sull’intonaco.
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