Poesie di questo tema
Il tempo e il suo passaggio
Eugenio Montale
La storia
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
" molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
a
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
II
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più d’un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glien’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
" molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
a
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
II
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più d’un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glien’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.
Eugenio Montale
Sarcofaghi
Dove se ne vanno le ricciute donzelle
che recano le colme anfore su le spalle
ed hanno il fermo passo si leggero;
e in fondo uno sbocco di valle
invano attende le belle
cui adombra una pergola di vigna
e i grappoli ne pendono oscillando.
Il sole che va in alto,
le intraviste pendici
non han tinte: nel blando
minuto la natura fulminata
atteggia le felici
sue creature, madre non matrigna,
in levità di forme.
Mondo che dorme o mondo che si gloria
d’immutata esistenza, chi può dire?,
uomo che passi, e tu dagli
il meglio ramicello del tuo orto.
Poi segui: in questa valle
non è vicenda di buio e di luce.
Lungi di qui la tua vita ti conduce,
non c’è asilo per te, sei troppo morto:
seguita il giro delle tue stelle.
E dunque addio, infanti ricciutelle,
portate le colme anfore su le spalle.
che recano le colme anfore su le spalle
ed hanno il fermo passo si leggero;
e in fondo uno sbocco di valle
invano attende le belle
cui adombra una pergola di vigna
e i grappoli ne pendono oscillando.
Il sole che va in alto,
le intraviste pendici
non han tinte: nel blando
minuto la natura fulminata
atteggia le felici
sue creature, madre non matrigna,
in levità di forme.
Mondo che dorme o mondo che si gloria
d’immutata esistenza, chi può dire?,
uomo che passi, e tu dagli
il meglio ramicello del tuo orto.
Poi segui: in questa valle
non è vicenda di buio e di luce.
Lungi di qui la tua vita ti conduce,
non c’è asilo per te, sei troppo morto:
seguita il giro delle tue stelle.
E dunque addio, infanti ricciutelle,
portate le colme anfore su le spalle.
Francesco Petrarca
La vita fugge e non s’arresta un’ora
La vita fugge e non s’arresta un’ora,
E la morte vien dietro a gran giornate,
E le cose presenti e le passate
Mi danno guerra, e le future ancora;
E ’l rimembrar e l’aspettar m’accora
Or quinci or quindi sì, che ’n veritate,
Se non ch’i’ ho di me stesso pietate,
I’ sarei già di questi pensier fòra.
Tornami avanti s’alcun dolce mai
Ebbe ’l cor tristo; e poi da l’altra parte
Veggio al mio navigar turbati i venti:
Veggio fortuna in porto, e stanco omai
Il mio nocchier, e rotte arbore e sarte,
E i lumi bei, che mirar soglio, spenti.
E la morte vien dietro a gran giornate,
E le cose presenti e le passate
Mi danno guerra, e le future ancora;
E ’l rimembrar e l’aspettar m’accora
Or quinci or quindi sì, che ’n veritate,
Se non ch’i’ ho di me stesso pietate,
I’ sarei già di questi pensier fòra.
Tornami avanti s’alcun dolce mai
Ebbe ’l cor tristo; e poi da l’altra parte
Veggio al mio navigar turbati i venti:
Veggio fortuna in porto, e stanco omai
Il mio nocchier, e rotte arbore e sarte,
E i lumi bei, che mirar soglio, spenti.
Franco Fortini
Foglio di via
Foglio di via’
Dunque nulla di nuovo da questa altezza?
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.
Dunque nessun cammino per discendere?
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.
Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.
Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.
From POESIA E ERRORE
Dunque nulla di nuovo da questa altezza?
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.
Dunque nessun cammino per discendere?
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.
Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.
Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.
From POESIA E ERRORE
Franco Fortini
Gli ospiti
1 presupposti da cui moviamo non sono arbitrari.
La sola cosa che importa è
il movimento reale che abolisce
lo stato di cose presente.
Tutto è divenuto gravemente oscuro.
Nulla che prima non sia perduto ci serve.
La verità cade fuori della coscienza.
Non sapremo se avremo avuto ragione.
Ma guarda come già stendono le loro stuoie
attraverso la tua stanza.
Come distribuiscono le loro masserizie,
come spartiscono il loro bene, come
fra poco mangeranno la nostra verità!
Di noi spiriti curiosi in ascolto
prima del sonno parleranno.
La sola cosa che importa è
il movimento reale che abolisce
lo stato di cose presente.
Tutto è divenuto gravemente oscuro.
Nulla che prima non sia perduto ci serve.
La verità cade fuori della coscienza.
Non sapremo se avremo avuto ragione.
Ma guarda come già stendono le loro stuoie
attraverso la tua stanza.
Come distribuiscono le loro masserizie,
come spartiscono il loro bene, come
fra poco mangeranno la nostra verità!
Di noi spiriti curiosi in ascolto
prima del sonno parleranno.
Franco Fortini
Il verbo al presente
Il verbo al presente porta tutto il mondo.
Mi chiedo dove sono i popoli scomparsi.
Il fattorino vestito di grigio in cortile mi dice
che alcuni stanno nascosti sotto il primo sottoscala.
Ho portato con me sotto il primo sottoscala
le ceneri di Alessandro, i] pianto di Rachele.
Il verbo al presente mi permette di scomparire.
Il fattorino non vede più dove sono scomparso.
From PAESAGGIO CON SERPENTE
Mi chiedo dove sono i popoli scomparsi.
Il fattorino vestito di grigio in cortile mi dice
che alcuni stanno nascosti sotto il primo sottoscala.
Ho portato con me sotto il primo sottoscala
le ceneri di Alessandro, i] pianto di Rachele.
Il verbo al presente mi permette di scomparire.
Il fattorino non vede più dove sono scomparso.
From PAESAGGIO CON SERPENTE
Franco Fortini
La gronda
Scopro dalla finestra lo spigolo d’una gronda,
in una casa invecchiata, ch’è di legno corroso
e piegato da strati di tegoli. Rondini vi sostano
qualche volta. Qua e là, sul tetto, sui giunti
e lungo i tubi, gore di catrame, calcine
di misere riparazioni. Ma vento e neve,
se stancano il piombo delle docce, la trave marcita
non la spezzano ancora.
Penso con qualche gioia
che un giorno, e non importa
se non ci sarò io, basterà che una rondine
si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti
irreparabilmente, quella volando via.
in una casa invecchiata, ch’è di legno corroso
e piegato da strati di tegoli. Rondini vi sostano
qualche volta. Qua e là, sul tetto, sui giunti
e lungo i tubi, gore di catrame, calcine
di misere riparazioni. Ma vento e neve,
se stancano il piombo delle docce, la trave marcita
non la spezzano ancora.
Penso con qualche gioia
che un giorno, e non importa
se non ci sarò io, basterà che una rondine
si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti
irreparabilmente, quella volando via.
Franco Fortini
Una facile allegoria
I
Vedi questo pezzo di legno secco
che la mano tocca, non molto pesante,
per bruciarlo in mezzo a quest’aria d’inverno.
Se domandi perché scrivo le parole
e ascolto dove le scrivo gli accordi e i riposi,
e come mai questo piacere e fatica,
guarda questo pezzo di legno, la scheggia
che la mano tocca, il secco della corteccia,
e vedrai che è una facile allegoria.
Presto la neve dai carri di ferro sarà
in gola alle fogne, la schiuma delle piene
alle prue dei ponti. Sui tumulti dei monti
la primavera, pianto e risa. E poi, ultima,
l’inquietudine. Allora non sarà
più facile questa parola, ragazzo, che ti dico
senza canto senza voce quasi morta
per insegnarti...
II
Vedi questo pezzo di legno secco.
Il carbonaio, quando d’ottobre ai castagni
foglie mezze e ricci cascano nei giardini,
porta alle case il carbone delle miniere.
. . .
Lontani dai nostri occhi vivono i boschi
chiusi con antiche parole, rovine d’altri tempi,
vivono dove non siamo più noi.
E i rami respirano le arie diverse
delle stagioni, ora molli di pelli, ora scaglie,
al tronco tanto stretti che la burrasca non li crolla
o fini che li fletta, se vi posa, lo scricciolo.
. . .
Rimane disteso in mezzo alle radici
che hanno odore di fungo e di fragola
e a poco a poco si addormenta. Evapora
nel caldo ogni parte d’acqua. Dimentica
i mesi umorosi, la sete delle ràdiche, il moto
delle comete sulla corona. Scende
in sé più stretto, unito e senza peso
come la pomice o la canna.
III
Quaggiù croste di neve dai carri di ferro le pale
l’hanno calate in gola alle fogne gli uomini d’incerati e stivali
che raschiano i binari. Finito l’inverno
battono i piedi davanti a caserme e conventi. Tra poco
i viali avranno fiori e polvere, sole e giornali,
la primavera delle officine di acciai speciali, di acidi.
I disoccupati ridono tra i manifesti,
sventola la biancheria, i giornali dalle edicole gialle
dicono che domani avremo le mosche alle labbra,
e chi va sui bastioni alle cinque del pomeriggio
porta un’ombra lunga come un palo.
. . .
IV
Legna e carbone, calore futuro, disgregata vivezza!
Inariditi morendo per stagioni e stagioni
diverremo realtà compatte leggere, arderemo
sino al nido dell’ambra, alla fibra del tarlo.
Ogni anno del libro una parola,
ogni sigillo di delusa storia una sillaba luminosa,
in fiamma alito aria
tutta tramuterà questa sostanza;
e quella che ora ti reco quasi opaca eco sarà
lo strido d’uno spirito,
un grido acuto e sommesso nel cuore degli altri.
Vedi questo pezzo di legno secco
che la mano tocca, non molto pesante,
per bruciarlo in mezzo a quest’aria d’inverno.
Se domandi perché scrivo le parole
e ascolto dove le scrivo gli accordi e i riposi,
e come mai questo piacere e fatica,
guarda questo pezzo di legno, la scheggia
che la mano tocca, il secco della corteccia,
e vedrai che è una facile allegoria.
Presto la neve dai carri di ferro sarà
in gola alle fogne, la schiuma delle piene
alle prue dei ponti. Sui tumulti dei monti
la primavera, pianto e risa. E poi, ultima,
l’inquietudine. Allora non sarà
più facile questa parola, ragazzo, che ti dico
senza canto senza voce quasi morta
per insegnarti...
II
Vedi questo pezzo di legno secco.
Il carbonaio, quando d’ottobre ai castagni
foglie mezze e ricci cascano nei giardini,
porta alle case il carbone delle miniere.
. . .
Lontani dai nostri occhi vivono i boschi
chiusi con antiche parole, rovine d’altri tempi,
vivono dove non siamo più noi.
E i rami respirano le arie diverse
delle stagioni, ora molli di pelli, ora scaglie,
al tronco tanto stretti che la burrasca non li crolla
o fini che li fletta, se vi posa, lo scricciolo.
. . .
Rimane disteso in mezzo alle radici
che hanno odore di fungo e di fragola
e a poco a poco si addormenta. Evapora
nel caldo ogni parte d’acqua. Dimentica
i mesi umorosi, la sete delle ràdiche, il moto
delle comete sulla corona. Scende
in sé più stretto, unito e senza peso
come la pomice o la canna.
III
Quaggiù croste di neve dai carri di ferro le pale
l’hanno calate in gola alle fogne gli uomini d’incerati e stivali
che raschiano i binari. Finito l’inverno
battono i piedi davanti a caserme e conventi. Tra poco
i viali avranno fiori e polvere, sole e giornali,
la primavera delle officine di acciai speciali, di acidi.
I disoccupati ridono tra i manifesti,
sventola la biancheria, i giornali dalle edicole gialle
dicono che domani avremo le mosche alle labbra,
e chi va sui bastioni alle cinque del pomeriggio
porta un’ombra lunga come un palo.
. . .
IV
Legna e carbone, calore futuro, disgregata vivezza!
Inariditi morendo per stagioni e stagioni
diverremo realtà compatte leggere, arderemo
sino al nido dell’ambra, alla fibra del tarlo.
Ogni anno del libro una parola,
ogni sigillo di delusa storia una sillaba luminosa,
in fiamma alito aria
tutta tramuterà questa sostanza;
e quella che ora ti reco quasi opaca eco sarà
lo strido d’uno spirito,
un grido acuto e sommesso nel cuore degli altri.
Gabriele D'Annunzio
Mad’rigali dell’estate / La sabbia del tempo
La sabbia del tempo
Come scorrea la calda sabbia lieve
E un’ansia repentina il cor m’assalse 5
per l’appressar dell’umido equinozio?
che offusca l’oro delle piagge salse.
Alla sabbia del Tempo urna la mano
era, clessidra" il cor mio palpitante,
l’ombra crescente? d’ogni stelo vano
quasi ombra d’ago in tacito
Come scorrea la calda sabbia lieve
E un’ansia repentina il cor m’assalse 5
per l’appressar dell’umido equinozio?
che offusca l’oro delle piagge salse.
Alla sabbia del Tempo urna la mano
era, clessidra" il cor mio palpitante,
l’ombra crescente? d’ogni stelo vano
quasi ombra d’ago in tacito
Giacomo Leopardi
Il tramonto della luna
Quale in notte solinga,
sovra campagne inargentate ed acque,
lá ’ve zefiro aleggia,
e mille vaghi aspetti
e ingannevoli obbietti
fingon l’ombre lontane
infra l’onde tranquille
e rami e siepi e collinette e ville;
giunta al confin del cielo,
dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
nell’infinito seno
scende la luna; e si scolora il mondo;
spariscon l’ombre, ed una
oscuritá la valle e il monte imbruna;
orba la notte resta,
e cantando, con mesta melodia,
l’estremo albor della fuggente luce,
che dianzi gli fu duce,
saluta il carrettier dalla sua via;
tal si dilegua, e tale
lascia l’etá mortale
la giovinezza. In fuga
van l’ombre e le sembianze
dei dilettosi inganni; e vengon meno
le lontane speranze,
ove s’appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
resta la vita. In lei porgendo il guardo,
cerca il confuso viatore invano
del cammin lungo che avanzar si sente
meta o ragione; e vede
ch'a sé l’umana sede,
esso a lei veramente è fatto estrano.
Troppo felice e lieta
nostra misera sorte
parve lassú, se il giovanile stato,
dove ogni ben di mille pene è frutto
durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
quel che sentenzia ogni animale a morte,
s’anco mezza la via
lor non si desse in pria,
della terribil morte assai piú dura.
D’intelletti immortali
degno trovato, estremo
di tutti i mali, ritrovâr gli eterni
la vecchiezza, ove fosse
incolume il desio, la speme estinta,
secche le fonti del piacer, le pene
maggiori sempre, e non piú dato il bene.
Voi, collinette e piagge,
caduto lo splendor che all’occidente
inargentava della notte il velo,
orfane ancor gran tempo
non resterete, che dall’altra parte
tosto vedrete il cielo
sovra campagne inargentate ed acque,
lá ’ve zefiro aleggia,
e mille vaghi aspetti
e ingannevoli obbietti
fingon l’ombre lontane
infra l’onde tranquille
e rami e siepi e collinette e ville;
giunta al confin del cielo,
dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
nell’infinito seno
scende la luna; e si scolora il mondo;
spariscon l’ombre, ed una
oscuritá la valle e il monte imbruna;
orba la notte resta,
e cantando, con mesta melodia,
l’estremo albor della fuggente luce,
che dianzi gli fu duce,
saluta il carrettier dalla sua via;
tal si dilegua, e tale
lascia l’etá mortale
la giovinezza. In fuga
van l’ombre e le sembianze
dei dilettosi inganni; e vengon meno
le lontane speranze,
ove s’appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
resta la vita. In lei porgendo il guardo,
cerca il confuso viatore invano
del cammin lungo che avanzar si sente
meta o ragione; e vede
ch'a sé l’umana sede,
esso a lei veramente è fatto estrano.
Troppo felice e lieta
nostra misera sorte
parve lassú, se il giovanile stato,
dove ogni ben di mille pene è frutto
durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
quel che sentenzia ogni animale a morte,
s’anco mezza la via
lor non si desse in pria,
della terribil morte assai piú dura.
D’intelletti immortali
degno trovato, estremo
di tutti i mali, ritrovâr gli eterni
la vecchiezza, ove fosse
incolume il desio, la speme estinta,
secche le fonti del piacer, le pene
maggiori sempre, e non piú dato il bene.
Voi, collinette e piagge,
caduto lo splendor che all’occidente
inargentava della notte il velo,
orfane ancor gran tempo
non resterete, che dall’altra parte
tosto vedrete il cielo
Giacomo Leopardi
La sera del dì di festa
Doncg e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
già tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi che t’accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze, e non ti morde
cura nessuna; e già non sai nè pensi
quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel che sì benigno
appare in vista, a salutar m’affaccio,
che mi fece all’affanno. A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non già chio speri,
al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi
in così verde etate! Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto
dell’artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
al pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dì festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov’è il suono
di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
de” nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l’armi e il fragorio
che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia
ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto che s’udia per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
già similmente mi stringeva il core.
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
già tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi che t’accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze, e non ti morde
cura nessuna; e già non sai nè pensi
quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel che sì benigno
appare in vista, a salutar m’affaccio,
che mi fece all’affanno. A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non già chio speri,
al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi
in così verde etate! Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto
dell’artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
al pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dì festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov’è il suono
di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
de” nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l’armi e il fragorio
che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia
ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto che s’udia per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
già similmente mi stringeva il core.
Giacomo Zanella
E’ fresca la polve
E’ fresca la polve
che il fasto caduto
de’ Cesari involve.
Si crede canuto
appena all’Artefice
uscito di mano
il genere umano!
Tu, prima che desta
all’aure feconde
Italia la testa
levasse dall’onde,
tu, suora de’ polipi,
de’ rosei coralli,
pascevi le valli.
Riflesso nel seno
de’ ceruli piani
ardeva il baleno
di cento vulcani:
le dighe squarciavano
di pelaghi ignoti
rubesti tremoti.
Nell’imo dei laghi
le palme sepolte,
nel sasso de’ draghi
le spire rinvolte,
e l’orme ne parlano
de’ profughi cigni
sugli ardui macigni.
[195 1]
Pur baldo di speme
Puom, ultimo giunto,
le ceneri preme
di un mondo defunto:
incalza di secoli
non anco maturi
i fulgidi auguri.
Sui tumuli il piede,
ne” cieli lo sguardo,
all’ombra procede
di santo stendardo:
per golfi reconditi,
per vergini lande
ardente si spande.
T’avanza, t’avanza,
divino straniero;
conosci la stanza
che i fati ti dièro:
se schiavi, se lagrime
ancora rinsertra,
e’ giovin la terra.
Eccelsa, segreta
nel buio degli anni
Dio pose la mèta
de’ nobili affanni.
Con brando e con fiaccola
sull’erta fatale,
ascendi, mortale!
Poi quando disceso
sui mari redenti
lo Spitito atteso
ripurghi le genti,
e splenda de’ liberi
un solo vessillo
sul mondo tranquillo;
compiute le sorti,
allora de’ cieli
ne’ lucidi porti
la terra si celi:
attenda sull’àncora
il cenno divino
per novo cammino.
che il fasto caduto
de’ Cesari involve.
Si crede canuto
appena all’Artefice
uscito di mano
il genere umano!
Tu, prima che desta
all’aure feconde
Italia la testa
levasse dall’onde,
tu, suora de’ polipi,
de’ rosei coralli,
pascevi le valli.
Riflesso nel seno
de’ ceruli piani
ardeva il baleno
di cento vulcani:
le dighe squarciavano
di pelaghi ignoti
rubesti tremoti.
Nell’imo dei laghi
le palme sepolte,
nel sasso de’ draghi
le spire rinvolte,
e l’orme ne parlano
de’ profughi cigni
sugli ardui macigni.
[195 1]
Pur baldo di speme
Puom, ultimo giunto,
le ceneri preme
di un mondo defunto:
incalza di secoli
non anco maturi
i fulgidi auguri.
Sui tumuli il piede,
ne” cieli lo sguardo,
all’ombra procede
di santo stendardo:
per golfi reconditi,
per vergini lande
ardente si spande.
T’avanza, t’avanza,
divino straniero;
conosci la stanza
che i fati ti dièro:
se schiavi, se lagrime
ancora rinsertra,
e’ giovin la terra.
Eccelsa, segreta
nel buio degli anni
Dio pose la mèta
de’ nobili affanni.
Con brando e con fiaccola
sull’erta fatale,
ascendi, mortale!
Poi quando disceso
sui mari redenti
lo Spitito atteso
ripurghi le genti,
e splenda de’ liberi
un solo vessillo
sul mondo tranquillo;
compiute le sorti,
allora de’ cieli
ne’ lucidi porti
la terra si celi:
attenda sull’àncora
il cenno divino
per novo cammino.
Giacomo Zanella
La veglia
Batte sul cavo porfido una goccia;
Tal con assiduo suono
Dall’oscillante pendolo il minuto
Scendere ascolto, e prono
Nell’abisso del tempo andar perduto.
Più liete voci in questa
Stanza fanciullo udia, quando nel verno
Erami immensa festa
Cinger cogli altri il focolar paterno.
Morte per sempre ha chiusi
Gli amati labbri. Ma tu già non taci,
Bronzo fedel, che accusi
Col tuo squillo immortal l’ore fugaci,
E notte e dì rammenti,
Che se al sonno mal vigili la testa
Inchinano i viventi,
L’universo non dorme e non si arresta.
Che son? che fui? Pel clivo
Della vita discendo, e parmi un’ora
Che garzoncel furtivo
Correa sui monti a prevenir l’aurora.
Giovani ancor del bosco,
Nato con me, verdeggiano le chiome;
Ma più non riconosco
Di me, cangiata larva, altro che il nome.
Precipitoso io varco
Di lustro in lustro: della vecchia creta
Da sè scotendo il carco
Lo spirto avido anela alla sua meta.
Non io, non io, se l'alma
Da’ suoi nodi si sferra e si sublima,
Lamenterò la salma
Che sente degl’infesti anni la lima.
Indocile sospira
A più perfetta vita e senza posa
Sale per lunga spira
Al suo merigge ogni creata cosa.
In fior si volge il germe,
In frutto il fiore: dalla cava pianta
Esce ronzando il verme
Che april di vellutate iridi ammanta.
Non quale la rischiari
Da’ tuoi remoti padiglioni, o sole,
Era di terre e mari
Opaca un dì questa rotante mole;
Tal con assiduo suono
Dall’oscillante pendolo il minuto
Scendere ascolto, e prono
Nell’abisso del tempo andar perduto.
Più liete voci in questa
Stanza fanciullo udia, quando nel verno
Erami immensa festa
Cinger cogli altri il focolar paterno.
Morte per sempre ha chiusi
Gli amati labbri. Ma tu già non taci,
Bronzo fedel, che accusi
Col tuo squillo immortal l’ore fugaci,
E notte e dì rammenti,
Che se al sonno mal vigili la testa
Inchinano i viventi,
L’universo non dorme e non si arresta.
Che son? che fui? Pel clivo
Della vita discendo, e parmi un’ora
Che garzoncel furtivo
Correa sui monti a prevenir l’aurora.
Giovani ancor del bosco,
Nato con me, verdeggiano le chiome;
Ma più non riconosco
Di me, cangiata larva, altro che il nome.
Precipitoso io varco
Di lustro in lustro: della vecchia creta
Da sè scotendo il carco
Lo spirto avido anela alla sua meta.
Non io, non io, se l'alma
Da’ suoi nodi si sferra e si sublima,
Lamenterò la salma
Che sente degl’infesti anni la lima.
Indocile sospira
A più perfetta vita e senza posa
Sale per lunga spira
Al suo merigge ogni creata cosa.
In fior si volge il germe,
In frutto il fiore: dalla cava pianta
Esce ronzando il verme
Che april di vellutate iridi ammanta.
Non quale la rischiari
Da’ tuoi remoti padiglioni, o sole,
Era di terre e mari
Opaca un dì questa rotante mole;
Giacomo Zanella
Sopra una conchiglia fossile nel mio studio
Sul chiuso quaderno
Di vati famosi,
Dal musco materno
Lontana riposi,
Riposi marmorea,
Dell’onde già figlia,
Ritorta conchiglia.
Occulta nel fondo
D’un antro marino
Del giovane mondo
Vedesti il mattino;
Vagavi co’ nautili,
Co’ murici a schiera;
E l’uomo non era.
Per quanta vicenda
Di lente stagioni
Arcana leggenda
D’immani tenzoni
Impresse volubile
Sul niveo tuo dorso
De’ secoli il corso!
Noi siamo di ieri:
Dell’Indo pur ora
Sui taciti imperi
Splendeva l’aurora:
Pur ora del Tevere
A’ lidi tendea
La vela di Enea.
Di vati famosi,
Dal musco materno
Lontana riposi,
Riposi marmorea,
Dell’onde già figlia,
Ritorta conchiglia.
Occulta nel fondo
D’un antro marino
Del giovane mondo
Vedesti il mattino;
Vagavi co’ nautili,
Co’ murici a schiera;
E l’uomo non era.
Per quanta vicenda
Di lente stagioni
Arcana leggenda
D’immani tenzoni
Impresse volubile
Sul niveo tuo dorso
De’ secoli il corso!
Noi siamo di ieri:
Dell’Indo pur ora
Sui taciti imperi
Splendeva l’aurora:
Pur ora del Tevere
A’ lidi tendea
La vela di Enea.
Giorgio Barberi Squarotti
L’ammonimento
Non è il bambino che gioca col mare
o la ragazza nuda nella luce
del mattino il severo ammonimento
del Tempo, né l’allargarsi dell’ombra
verso il fiume di roccia che chiude
il promontorio estremo, che non superano
il cavalli del Sole, troppo stanchi
dopo la corsa in queste ultime prove
della gara dell’anno. Ti sta dentro,
come una gioia, e non ne è scalfito il dono
del viola del mare, della fiamma
dell’ibisco fiorito, della voce
che tutte le sere mi giunge di lontano
ed è vita vera, che nessuno
può cancellare.
o la ragazza nuda nella luce
del mattino il severo ammonimento
del Tempo, né l’allargarsi dell’ombra
verso il fiume di roccia che chiude
il promontorio estremo, che non superano
il cavalli del Sole, troppo stanchi
dopo la corsa in queste ultime prove
della gara dell’anno. Ti sta dentro,
come una gioia, e non ne è scalfito il dono
del viola del mare, della fiamma
dell’ibisco fiorito, della voce
che tutte le sere mi giunge di lontano
ed è vita vera, che nessuno
può cancellare.
Giosuè Carducci
Presso una Certosa
E con fremito leggero
Par che passi un’anima.
Velo argenteo par la nebbia su ’l ruscello che gorgoglia,
Tra la nebbia ne ’l ruscello cade a perdersi la foglia.
Che sospira il cimitero,
Da’ cipressi, fievole?
Improvviso rompe il sole sopra l’umido mattino,
Navigando tra le bianche nubi l’aere azzurrino:
Si rallegra il bosco austero
Già de ’l verno prèsago.
A me, prima che l’inverno stringa pur l’anima mia
Il tuo riso, o sacra luce, o divina poesia!
Il tuo canto, o padre Omero,
Pria che l’ombra avvolgami!
Par che passi un’anima.
Velo argenteo par la nebbia su ’l ruscello che gorgoglia,
Tra la nebbia ne ’l ruscello cade a perdersi la foglia.
Che sospira il cimitero,
Da’ cipressi, fievole?
Improvviso rompe il sole sopra l’umido mattino,
Navigando tra le bianche nubi l’aere azzurrino:
Si rallegra il bosco austero
Già de ’l verno prèsago.
A me, prima che l’inverno stringa pur l’anima mia
Il tuo riso, o sacra luce, o divina poesia!
Il tuo canto, o padre Omero,
Pria che l’ombra avvolgami!
Giovanni Giudici
Pola
Nell’anno ’33 sul palco del varietà
Una riunione di velocità
Mai vista —
Con l’annunciato neo-campione della pista
Uno di nome Polia dai colori iridati
Con altri eroi sepolto
Nei sogni inappagati —
Però io che m’ingegno di capire
Come si fa
In bicicletta un traguardo inseguire
Dentro una scena stretta
Che mezza pedalata è già finita
In un lampo più presto che dire oh
Va a sbattere — come la vita!
Eh no — fanciulli
Quelli vanno su rulli!
Ogni giro che fa la ruota
Un suo contrario annulla e svuota
Corrono e stanno fermi
Corrono eterni...
Fra essi c’era allora
Rideva in sella al ciclo
Sui manifesti uno di nome Pola
Mai più sentito
Una riunione di velocità
Mai vista —
Con l’annunciato neo-campione della pista
Uno di nome Polia dai colori iridati
Con altri eroi sepolto
Nei sogni inappagati —
Però io che m’ingegno di capire
Come si fa
In bicicletta un traguardo inseguire
Dentro una scena stretta
Che mezza pedalata è già finita
In un lampo più presto che dire oh
Va a sbattere — come la vita!
Eh no — fanciulli
Quelli vanno su rulli!
Ogni giro che fa la ruota
Un suo contrario annulla e svuota
Corrono e stanno fermi
Corrono eterni...
Fra essi c’era allora
Rideva in sella al ciclo
Sui manifesti uno di nome Pola
Mai più sentito
Giovanni Giudici
Vivranno per sempre?
Vivranno per sempre?
Sempre, sì – mi dicevo
e le vedevo
alla distanza del tempo rimpicciolire
lontanissime, in piedi, a braccia conserte
su quelle stesse soglie, o leggendo gli stessi giornali
crollando il capo, scuotendo gli stessi grembiali,
di nero o di grigio vestite e decisamente
fuori di moda come diventerà
ogni persona vivente
– ovunque e su quella stessa
strada fra il mare e una fila di platani
dove quieta ubbidiente e dimessa passò
la mia età infantile
– quelle persone viventi
che passarono poi come l’età
rispondendo di no alla domanda
che avevo dimenticata: no (dicendo)
non vivremo per sempre
– senza notizia alcuna, senza coscienza
di storia o di giustizia, senza il minimo dubbio
che un’altra vita sarebbe stata a venire
più vera, con più intelligenza:
e dunque senza viltà consegnate alla sorte
– alcune con stupore della morte,
con desiderio altre, con sofferenza.
Sempre, sì – mi dicevo
e le vedevo
alla distanza del tempo rimpicciolire
lontanissime, in piedi, a braccia conserte
su quelle stesse soglie, o leggendo gli stessi giornali
crollando il capo, scuotendo gli stessi grembiali,
di nero o di grigio vestite e decisamente
fuori di moda come diventerà
ogni persona vivente
– ovunque e su quella stessa
strada fra il mare e una fila di platani
dove quieta ubbidiente e dimessa passò
la mia età infantile
– quelle persone viventi
che passarono poi come l’età
rispondendo di no alla domanda
che avevo dimenticata: no (dicendo)
non vivremo per sempre
– senza notizia alcuna, senza coscienza
di storia o di giustizia, senza il minimo dubbio
che un’altra vita sarebbe stata a venire
più vera, con più intelligenza:
e dunque senza viltà consegnate alla sorte
– alcune con stupore della morte,
con desiderio altre, con sofferenza.
Giovanni Raboni
Farsi radice, stipite
Farsi radice, stipite, reliquia
verde occultamente se non si può
più essere foglia o fiore, forse so
che è proprio lì, in quella dolcezza attigua
alla morte ma da lei infinita
mente indifferente, lì in quel segreto
di Pulcinella che diventa lieto
il lento crepuscolo della vita
dei bambini. Sta’ buono, mi ripeto,
dimentica per sempre la fatica
di crescere, di chiamarti, l’antica
fissazione di resistere all’impeto
della luce e dell’aria, pensa solo
a leccare ogni goccia del consòlo.
verde occultamente se non si può
più essere foglia o fiore, forse so
che è proprio lì, in quella dolcezza attigua
alla morte ma da lei infinita
mente indifferente, lì in quel segreto
di Pulcinella che diventa lieto
il lento crepuscolo della vita
dei bambini. Sta’ buono, mi ripeto,
dimentica per sempre la fatica
di crescere, di chiamarti, l’antica
fissazione di resistere all’impeto
della luce e dell’aria, pensa solo
a leccare ogni goccia del consòlo.
Giuliano Gramigna
I tuoni
Tuoni lontani luminosi
nel cielo limpidissimo
della fine d’agosto.
Ma che vuol dire fine d’agosto?
che la stagione si chiuse
o che non l’attraverseremo mai più?
La sera s’arrotola in coppa
intorno a un’idea perfettamente morta.
Niente permette di rievocare l’adulescentulo
sdraiato in una certa sera del secolo
a specolare nella gran luce
di un temporale che non arriva mai.
Non ce n’è più di bufere con chiarori
e clangori già dietro il disegno dei monti
nell’eco Domani sarà un giorno splendido
e tutta una schiarita
giorno e notte. Che dici mai:
non ce n’è più di vita.
nel cielo limpidissimo
della fine d’agosto.
Ma che vuol dire fine d’agosto?
che la stagione si chiuse
o che non l’attraverseremo mai più?
La sera s’arrotola in coppa
intorno a un’idea perfettamente morta.
Niente permette di rievocare l’adulescentulo
sdraiato in una certa sera del secolo
a specolare nella gran luce
di un temporale che non arriva mai.
Non ce n’è più di bufere con chiarori
e clangori già dietro il disegno dei monti
nell’eco Domani sarà un giorno splendido
e tutta una schiarita
giorno e notte. Che dici mai:
non ce n’è più di vita.
Giuliano Gramigna
L’annata dei poeti morti
L’annata dei poeti morti
A Mosca a Pietroburgo sull’Isar
con ponti di glicini —
forse soltanto lungo il piccolo Reno d’Emilia
sere in cui s’accendeva la luna diaccia e felice
Sul continente en marche! come su un iceberg
derivando con speranze e terrori
e bigliettini strapazzati di versi
cartoline della Posta Militare e il cattivo inchiostro
anticipava un poco il sangue delle fucilate
En marche! Altra voce! Perché l’epoca non gli permise
che la marcia ai cingoli all’ Arbeit macht frei
allora tutti scrissero in un momento
in un nanosecondo - il tempo
di tracciare un’asta un ricciolo
Avevano fatto poemi del resto
coi piedi nudi nell’erba durante le soste
le fasce intorno alla fronte come paracleto
o immaginari lawrence d’arabia “che non vedrete la fine del secolo!”
Così arrivano a visitarci
Così li escludiamo dal sonno
Parli confuso: e di chi?
in questa sosta intermedia
di un errore giornaliero. Si
torce la mente sulla sedia
della smemoria. Quelli
i coetanei restati
per strada i gemelli
SI
all’ultimo sparigliati
senza tuo merito. Qui
sta la questione. Se scelta
o predestinazione o così
semplicemente la svelta
mano del Prestigiatore.
Sono spariti (non morti?)
Filtrano per linee storte.
Tu ti sei chiamato fuori
“compagni, cari, seguiti per tante acque
e tanti venti - ma non è vero che vi ho lasciati andare
dentro venti di polvere dove il contenitore
si sfrangiava e un rossore di fuoco
sbarrava le notti...” Altro rossore
aveva appena sfiorato le loro fronti.
Grondavano sudori d’agonia per visi infantili.
Pure furono visti sorridere
passando di mano in mano la sigaretta.
Chi era invece chi infelice
che li scongiurava rimasto escluso?
A Mosca a Pietroburgo sull’Isar
con ponti di glicini —
forse soltanto lungo il piccolo Reno d’Emilia
sere in cui s’accendeva la luna diaccia e felice
Sul continente en marche! come su un iceberg
derivando con speranze e terrori
e bigliettini strapazzati di versi
cartoline della Posta Militare e il cattivo inchiostro
anticipava un poco il sangue delle fucilate
En marche! Altra voce! Perché l’epoca non gli permise
che la marcia ai cingoli all’ Arbeit macht frei
allora tutti scrissero in un momento
in un nanosecondo - il tempo
di tracciare un’asta un ricciolo
Avevano fatto poemi del resto
coi piedi nudi nell’erba durante le soste
le fasce intorno alla fronte come paracleto
o immaginari lawrence d’arabia “che non vedrete la fine del secolo!”
Così arrivano a visitarci
Così li escludiamo dal sonno
Parli confuso: e di chi?
in questa sosta intermedia
di un errore giornaliero. Si
torce la mente sulla sedia
della smemoria. Quelli
i coetanei restati
per strada i gemelli
SI
all’ultimo sparigliati
senza tuo merito. Qui
sta la questione. Se scelta
o predestinazione o così
semplicemente la svelta
mano del Prestigiatore.
Sono spariti (non morti?)
Filtrano per linee storte.
Tu ti sei chiamato fuori
“compagni, cari, seguiti per tante acque
e tanti venti - ma non è vero che vi ho lasciati andare
dentro venti di polvere dove il contenitore
si sfrangiava e un rossore di fuoco
sbarrava le notti...” Altro rossore
aveva appena sfiorato le loro fronti.
Grondavano sudori d’agonia per visi infantili.
Pure furono visti sorridere
passando di mano in mano la sigaretta.
Chi era invece chi infelice
che li scongiurava rimasto escluso?
Giuseppe Conte
L’infinitamente mutevole
Come chi volesse in una mano
chiusa a coppa, prendere una spiaggia
di sabbia e un oceano, grano
a grano, goccia a goccia,
come chi volesse sulla fronte
reggere il sole dell’alba
chiuderlo sull’orizzonte
dentro a una foschia scialba,
è chi tenta di sentire
in sé l’essenza della vita,
meglio viaggiare, fuggire
come fa lei, l’infinita-
mente mutevole.
chiusa a coppa, prendere una spiaggia
di sabbia e un oceano, grano
a grano, goccia a goccia,
come chi volesse sulla fronte
reggere il sole dell’alba
chiuderlo sull’orizzonte
dentro a una foschia scialba,
è chi tenta di sentire
in sé l’essenza della vita,
meglio viaggiare, fuggire
come fa lei, l’infinita-
mente mutevole.
Giuseppe Conte
La vite del Canada
Nel giardino di sempreverdi, tu sola porti
le accese, crollanti insegne dell’autunno
al cielo: sei rossa come il sole dei tramonti
ed è veloce il tuo sfacelo.
Risali i cipressi, ti aggrappi alle spalliere
d’edera, abbracci il giovane ulivo:
loro non cambiano, non cadono, sei
tu condannata: resterà vivo
il giardino senza di te: i tuoi acini
scuri, secchi, impolverati
non giungeranno mai alla gioia del vino.
Così accadrà anche di noi.
Rimarrà tutto come prima
quando noi sanguinando ce ne andremo
e anche sognare, allora lo sapremo
che non vale, che è vano, vite del
le accese, crollanti insegne dell’autunno
al cielo: sei rossa come il sole dei tramonti
ed è veloce il tuo sfacelo.
Risali i cipressi, ti aggrappi alle spalliere
d’edera, abbracci il giovane ulivo:
loro non cambiano, non cadono, sei
tu condannata: resterà vivo
il giardino senza di te: i tuoi acini
scuri, secchi, impolverati
non giungeranno mai alla gioia del vino.
Così accadrà anche di noi.
Rimarrà tutto come prima
quando noi sanguinando ce ne andremo
e anche sognare, allora lo sapremo
che non vale, che è vano, vite del