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Poesie di questo tema

Il tempo e il suo passaggio

Franco Fortini

Franco Fortini

Una facile allegoria

I
Vedi questo pezzo di legno secco
che la mano tocca, non molto pesante,
per bruciarlo in mezzo a quest’aria d’inverno.
Se domandi perché scrivo le parole
e ascolto dove le scrivo gli accordi e i riposi,
e come mai questo piacere e fatica,
guarda questo pezzo di legno, la scheggia
che la mano tocca, il secco della corteccia,
e vedrai che è una facile allegoria.

Presto la neve dai carri di ferro sarà
in gola alle fogne, la schiuma delle piene
alle prue dei ponti. Sui tumulti dei monti
la primavera, pianto e risa. E poi, ultima,
l’inquietudine. Allora non sarà
più facile questa parola, ragazzo, che ti dico
senza canto senza voce quasi morta
per insegnarti...

II
Vedi questo pezzo di legno secco.
Il carbonaio, quando d’ottobre ai castagni
foglie mezze e ricci cascano nei giardini,
porta alle case il carbone delle miniere.

. . .

Lontani dai nostri occhi vivono i boschi
chiusi con antiche parole, rovine d’altri tempi,
vivono dove non siamo più noi.
E i rami respirano le arie diverse
delle stagioni, ora molli di pelli, ora scaglie,
al tronco tanto stretti che la burrasca non li crolla
o fini che li fletta, se vi posa, lo scricciolo.

. . .

Rimane disteso in mezzo alle radici
che hanno odore di fungo e di fragola
e a poco a poco si addormenta. Evapora
nel caldo ogni parte d’acqua. Dimentica
i mesi umorosi, la sete delle ràdiche, il moto
delle comete sulla corona. Scende
in sé più stretto, unito e senza peso
come la pomice o la canna.

III
Quaggiù croste di neve dai carri di ferro le pale
l’hanno calate in gola alle fogne gli uomini d’incerati e stivali
che raschiano i binari. Finito l’inverno
battono i piedi davanti a caserme e conventi. Tra poco
i viali avranno fiori e polvere, sole e giornali,
la primavera delle officine di acciai speciali, di acidi.
I disoccupati ridono tra i manifesti,
sventola la biancheria, i giornali dalle edicole gialle
dicono che domani avremo le mosche alle labbra,
e chi va sui bastioni alle cinque del pomeriggio
porta un’ombra lunga come un palo.

. . .

IV
Legna e carbone, calore futuro, disgregata vivezza!
Inariditi morendo per stagioni e stagioni
diverremo realtà compatte leggere, arderemo
sino al nido dell’ambra, alla fibra del tarlo.
Ogni anno del libro una parola,
ogni sigillo di delusa storia una sillaba luminosa,
in fiamma alito aria
tutta tramuterà questa sostanza;
e quella che ora ti reco quasi opaca eco sarà
lo strido d’uno spirito,
un grido acuto e sommesso nel cuore degli altri.
Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi

Il tramonto della luna

Quale in notte solinga,
sovra campagne inargentate ed acque,
lá ’ve zefiro aleggia,
e mille vaghi aspetti
e ingannevoli obbietti
fingon l’ombre lontane
infra l’onde tranquille
e rami e siepi e collinette e ville;
giunta al confin del cielo,
dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
nell’infinito seno
scende la luna; e si scolora il mondo;
spariscon l’ombre, ed una
oscuritá la valle e il monte imbruna;
orba la notte resta,
e cantando, con mesta melodia,
l’estremo albor della fuggente luce,
che dianzi gli fu duce,
saluta il carrettier dalla sua via;

tal si dilegua, e tale
lascia l’etá mortale
la giovinezza. In fuga
van l’ombre e le sembianze

dei dilettosi inganni; e vengon meno
le lontane speranze,
ove s’appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
resta la vita. In lei porgendo il guardo,
cerca il confuso viatore invano
del cammin lungo che avanzar si sente
meta o ragione; e vede
ch'a sé l’umana sede,
esso a lei veramente è fatto estrano.

Troppo felice e lieta
nostra misera sorte
parve lassú, se il giovanile stato,
dove ogni ben di mille pene è frutto
durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
quel che sentenzia ogni animale a morte,
s’anco mezza la via
lor non si desse in pria,
della terribil morte assai piú dura.
D’intelletti immortali
degno trovato, estremo
di tutti i mali, ritrovâr gli eterni
la vecchiezza, ove fosse
incolume il desio, la speme estinta,
secche le fonti del piacer, le pene
maggiori sempre, e non piú dato il bene.

Voi, collinette e piagge,
caduto lo splendor che all’occidente
inargentava della notte il velo,
orfane ancor gran tempo
non resterete, che dall’altra parte
tosto vedrete il cielo
Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi

La sera del dì di festa

Doncg e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
già tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi che t’accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze, e non ti morde
cura nessuna; e già non sai nè pensi
quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel che sì benigno
appare in vista, a salutar m’affaccio,
che mi fece all’affanno. A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non già chio speri,
al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi
in così verde etate! Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto
dell’artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
al pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dì festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov’è il suono
di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
de” nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l’armi e il fragorio
che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia
ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto che s’udia per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
già similmente mi stringeva il core.
Giuliano Gramigna

Giuliano Gramigna

L’annata dei poeti morti

L’annata dei poeti morti

A Mosca a Pietroburgo sull’Isar
con ponti di glicini —
forse soltanto lungo il piccolo Reno d’Emilia
sere in cui s’accendeva la luna diaccia e felice

Sul continente en marche! come su un iceberg
derivando con speranze e terrori
e bigliettini strapazzati di versi
cartoline della Posta Militare e il cattivo inchiostro
anticipava un poco il sangue delle fucilate

En marche! Altra voce! Perché l’epoca non gli permise
che la marcia ai cingoli all’ Arbeit macht frei
allora tutti scrissero in un momento
in un nanosecondo - il tempo
di tracciare un’asta un ricciolo

Avevano fatto poemi del resto
coi piedi nudi nell’erba durante le soste
le fasce intorno alla fronte come paracleto
o immaginari lawrence d’arabia “che non vedrete la fine del secolo!”

Così arrivano a visitarci
Così li escludiamo dal sonno

Parli confuso: e di chi?
in questa sosta intermedia
di un errore giornaliero. Si
torce la mente sulla sedia
della smemoria. Quelli
i coetanei restati
per strada i gemelli

SI
all’ultimo sparigliati
senza tuo merito. Qui
sta la questione. Se scelta
o predestinazione o così
semplicemente la svelta
mano del Prestigiatore.
Sono spariti (non morti?)
Filtrano per linee storte.
Tu ti sei chiamato fuori

“compagni, cari, seguiti per tante acque
e tanti venti - ma non è vero che vi ho lasciati andare
dentro venti di polvere dove il contenitore
si sfrangiava e un rossore di fuoco
sbarrava le notti...” Altro rossore
aveva appena sfiorato le loro fronti.
Grondavano sudori d’agonia per visi infantili.
Pure furono visti sorridere
passando di mano in mano la sigaretta.
Chi era invece chi infelice
che li scongiurava rimasto escluso?