Temi
Poesie di questo tema

Il tempo e il suo passaggio

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

Ultimi cori per la terra promessa

Verso meta si fugge:
Chi la conoscerà?

Non d’Itaca si sogna
Smarriti in vario mare,
Ma va la mira al Sinai sopra sabbie
Che novera monotone giornate.

Si percorre il deserto con residui
Di qualche immagine di prima in mente,
Della Terra Promessa
Nient’altro un vivo sa.

Sovente mi domando
Come eri ed ero prima.

Vagammo forse vittime del sonno?

Gli atti nostri eseguiti
Furono da sonnambuli, in quei tempi?
Siamo lontani, in quell’alone d’echi,
E mentre in me riemergi, nel brusio
Mi ascolto che da un sonno ti sollevi
Che ci previde a lungo.

L’Ovest all’incupita spalla sente
Macchie di sangue che si fanno larghe,
Che, dal fondo di notti di memoria,
Ricuperate, in vuoto
S’isoleranno presto,
Sole sanguineranno.
Da quella stella all’altra
Si carcera la notte
In turbinante vuota nia

Da quella solitudine di stella
A quella solitudine di stella.
Rilucere inveduto d’abbagliati
Spazi ove immemorabile
Vita passano gli astri
Dal peso pazzi della solitudine.

Mi afferri nelle grinfie azzurre il nibbio
E, all’apice del sole,
Mi lasci sulla sabbia
Cadere in pasto ai corvi.
Non porterò più sulle spalle il fango,
Mondo mi avranno il fuoco,
I rostri crocidanti
L’azzannare afroroso di sciacalli.

Poi mostrerà il beduino,
Dalla sabbia scoprendolo
Frugando col bastone,
Un ossame bianchissimo.

Soffocata da rantoli scompare,
Torna, ritorna, fuori di sé torna,
E sempre l’odo più addentro di me
Farsi sempre più viva,
Chiara, affettuosa, più amata, terribile,
La tua parola spenta.
L’amore non è più quella tempesta
Che nel notturno abbaglio
Ancora mi avvinceva poco fa
Tra l’insonnia e le smanie,

Balugina da un faro
Verso cui va tranquillo
Il vecchio capitano.
Guido Gozzano

Guido Gozzano

I Colloqui

i
Venticinqu’ anni ...Sono vecchio, sono
vecchio! Passò la giovinezza prima,
e in dono mi lasciò, nell’ abbandono,

un libro di passato, ov’io reprima
il mio singhiozzo e il pallido vestigio
riconosca di lei, tra rima e rima.

Venticinqu’anni! Medito il prodigio
biblico ..., guardo il sole che declina
già lentamente sul mio cielo grigio.

Venticinqu’anni!...Ed ecco la trentina
inquietante, torbida d’istinti
moribondi ...ecco poi la quarantina

spaventosa, l’età cupa dei vinti;
poi la vecchiezza, l’orrida vecchiezza
dai denti finti e dai capelli tinti.

O non assai goduta giovinezza,
oggi ti vedo quale fosti, vedo
il tuo sorriso, amante che s’apprezza

solo nell’ ora triste del congedo!
Venticinqu’anni!... Come più m’avanzo
all’altra meta, gioventù, m’avvedo

che fosti bella come un bel romanzo!

Il
Ma un bel romanzo che non fu vissuto
da me, ch’io vidi vivere da quello
che mi seguì, dal mio fratello muto.

lo piansi e risi per quel mio fratello
che pianse e rise, e fu come lo spetro
ideale di me, giovine e bello.

A ciascun passo mi rivolsi indietro
curioso di lui, con occhi fissi
spiando il suo pensiero, or gaio or tetro.

Egli pensò le cose ch’io ridissi,
confortò la mia pena in sè romita,
e visse quella vita che non vissi.

Egli ama e vive la sua dolce vita;
non io che, solo nei miei sogni d’arte,
narrai la bella favola compita.

Non vissi. Muto sulle mute carte
ritrassi lui, meravigliando spesso.
Non vivo. Solo, gelido, in disparte,

sorrido e guardo vivere me stesso.
Luigi Pulci

Luigi Pulci

Profezia sull’america

Passarto il fiume Bagrade ch’io dico,
presso allo stretto son di Gibilterra,
dove pose i suoi segni il Greco antico
Abila e Calpe, a dimostrar ch’egli erra,
non per iscogli o per vento nimico
ma perchè il globo cala della terra,
chi va più oltre; e non trova poi fondo;
tanto che cade giù nel basso mondo.
Rinaldo allor riconosciuto il Îoco,
perchè altra volta l’aveva veduto,
dicea con Astarotte: “ Dimmi un poco,
a quel che questo segno ha provveduto.”
Disse Astarotte: “ Un error lungo e fioco,
per molti secol non ben conosciuto,
fa, che si dice d’Etcol le colonne,
e che più là molti periti sonne.

Sappi, che questa opinione è vana;
perchè più oltre navicar si puote,
però che l’acqua in ogni parte è piana,
benchè la terra abbia forma di ruote:
era più grossa allor la gente umana;
tal che potrebbe arrossirne le gote
Ercole ancor d’aver posto quei segni;
perchè più oltre passeranno i legni.

E puossi andar giù nell’altro emisperio
però che al centro ogni cosa reprime;
sicchè la terra per divin misterio
sospesa sta fra le stelle sublime:
e laggiù son città, castella e imperio;
ma nol cognobbon quelle genti prime.
Vedi, che il Sol di camminar s’affretta,
dove io ti dico, che laggiù s’aspetta.

E come un segno surge in Oriente,
un altro cade con mirabil arte,
come si vede, qua nell’Occidente,
però che il ciel giustamente comparte:
Antipodi appellata è quella gente:
adora il Sole, e Juppiterre e Matte;
e piante e animal come voi hanno,
e spesso insieme gran battaglie fanno.”
Ugo Foscolo

Ugo Foscolo

Le Grazie, inno terzo (Il velo delle Grazie)

Mesci, odorosa Dea, rosee le fila;
e nel mezzo del velo ardita balli,
canti fra ’l coro delle sue speranze
Giovinezza: percote a spessi tocchi
antico un plettro il Tempo; e la danzante
discende un clivo onde nessun risale.
Le Grazie a’ piedi suoi destano fiori,
a fiorir sue ghirlande: e quando il biondo
crin t’abbandoni e perderai ’l tuo nome,
vivran que’ fiori, o Giovinezza, e intorno
l’urna funerea spireranno odore.
Or mesci, amabil Dea, nivee le fila;
e ad un lato del velo Espero sorga
dal lavor di tue dita; escono errando
fra l’ombre e i raggi fuor d’un mìrteo bosco
due tortorelle mormorando ai baci;
mirale occulto un rosignuol, e ascolta
silenzïoso, e poi canta imenei:
fuggono quelle vereconde al bosco.
Mesci, madre dei fior, lauri alle fila;
e sul contrario lato erri co’ specchi
dell’alba il sogno; e mandi a le pupille
sopite del guerrier miseri i volti
de la madre e del padre allor che all’are
recan lagrime e voti; e quei si desta,
e i prigionieri suoi guarda e sospira.
Mesci, o Flora gentile, oro alle fila;
e il destro lembo istorïato esulti
d’un festante convito: il Genio in volta
prime coroni agli esuli le tazze.
Or libera è la gioia, ilare il biasmo,
e candida è la lode. A parte siede
bello il Silenzio arguto in viso e accenna
che non volino i detti oltre le soglie.
Mesci cerulee, Dea, mesci le fila;
e pinta il lembo estremo abbia una donna
che con l’ombre e i silenzi unica veglia;
nutre una lampa su la culla, e teme
non i vagiti del suo primo infante
sien presagi di morte; e in quell’errore
non manda a tutto il cielo altro che pianti.
Beata! ancor non sa quanto agl’infanti
provido è il sonno eterno, e que’ vagiti
presagi son di dolorosa vita.