Poesie di questo tema
Il tempo e il suo passaggio
Giuseppe Ungaretti
da Monologhetto
[...]
Poeti, poeti, ci siamo messi
Tutte le maschere;
Ma uno non è che la propria persona.
Per atroce impazienza
In quel vuoto che per natura
Ogni anno accade di Febbraio
Sul lunario fissandosi per termini:
Il giorno della Candelora
Con il riapparso da penombra
Fioco tremore di fiammelle
Di sull’ardore
Di poca cera vergine,
E il giorno, dopo qualche settimana,
Del Sei polvere e ritornerai in polvere;
Nel vuoto, e per impazienza d’uscirne,
Ognuno, e noi vecchi compresi
Con i nostri rimpianti,
E non sa senza propria prova niuno
Quanto strozzi illusione
Che di solo rimpianto viva;
Impaziente, nel vuoto, ognuno smania,
S’affanna, futile,
A reincarnarsi in qualche fantasia
Che anch’essa sarà vana,
E ne è sgomento,
Troppo in fretta svariando nei suoi inganni
Il tempo, per potersene ammonire.
Solo ai fanciulli i sogni s’addirebbero:
Posseggono la grazia del candore
Che da ogni guasto sana, se rinnova
O se le voci in sé, svaria d’un soffio.
Ma perché fanciullezza
È subito ricordo?
Non c’è, altro non c’è su questa terra
Che un barlume di vero
E il nulla della polvere,
Anche se, matto incorreggibile,
Incontro al lampo dei miraggi
Nell’intimo e nei gesti, il vivo
Tendersi sembra sempre.
Poeti, poeti, ci siamo messi
Tutte le maschere;
Ma uno non è che la propria persona.
Per atroce impazienza
In quel vuoto che per natura
Ogni anno accade di Febbraio
Sul lunario fissandosi per termini:
Il giorno della Candelora
Con il riapparso da penombra
Fioco tremore di fiammelle
Di sull’ardore
Di poca cera vergine,
E il giorno, dopo qualche settimana,
Del Sei polvere e ritornerai in polvere;
Nel vuoto, e per impazienza d’uscirne,
Ognuno, e noi vecchi compresi
Con i nostri rimpianti,
E non sa senza propria prova niuno
Quanto strozzi illusione
Che di solo rimpianto viva;
Impaziente, nel vuoto, ognuno smania,
S’affanna, futile,
A reincarnarsi in qualche fantasia
Che anch’essa sarà vana,
E ne è sgomento,
Troppo in fretta svariando nei suoi inganni
Il tempo, per potersene ammonire.
Solo ai fanciulli i sogni s’addirebbero:
Posseggono la grazia del candore
Che da ogni guasto sana, se rinnova
O se le voci in sé, svaria d’un soffio.
Ma perché fanciullezza
È subito ricordo?
Non c’è, altro non c’è su questa terra
Che un barlume di vero
E il nulla della polvere,
Anche se, matto incorreggibile,
Incontro al lampo dei miraggi
Nell’intimo e nei gesti, il vivo
Tendersi sembra sempre.
Giuseppe Ungaretti
Finché dei tuoi capelli emulo vano
Finché dei tuoi capelli emulo vano,
Vada splendendo oro brunito al Sole,
Finché negletto la tua fronte bianca
In mezzo al piano ammiri il giglio bello,
Finché per coglierlo gli sguardi inseguano
Più il labbro tuo che il primulo garofano,
Finché più dell’avorio, in allegria
Sdegnosa luca il tuo gentile collo,
La bocca, e chioma e collo e fronte godi,
Prima che quanto fu in età dorata,
Oro, garofano, cristallo e giglio
Non in troncata viola solo o argento,
Ma si volga, con essi tu confusa,
In terra, fumo, polvere, ombra, niente.
Vada splendendo oro brunito al Sole,
Finché negletto la tua fronte bianca
In mezzo al piano ammiri il giglio bello,
Finché per coglierlo gli sguardi inseguano
Più il labbro tuo che il primulo garofano,
Finché più dell’avorio, in allegria
Sdegnosa luca il tuo gentile collo,
La bocca, e chioma e collo e fronte godi,
Prima che quanto fu in età dorata,
Oro, garofano, cristallo e giglio
Non in troncata viola solo o argento,
Ma si volga, con essi tu confusa,
In terra, fumo, polvere, ombra, niente.
Giuseppe Ungaretti
Il tempo è muto
Il tempo è muto fra canneti immoti...
Lungi d’approdi errava una canoa...
Stremato, inerte il rematore... I cieli
Già decaduti a baratri di fumi...
Proteso invano all’orlo dei ricordi,
Cadere forse fu mercé...
Non seppe
Ch’è la stessa illusione mondo e mente,
Che nel mistero delle proprie onde .
1° Ogni terrena voce fa naufragio.
Lungi d’approdi errava una canoa...
Stremato, inerte il rematore... I cieli
Già decaduti a baratri di fumi...
Proteso invano all’orlo dei ricordi,
Cadere forse fu mercé...
Non seppe
Ch’è la stessa illusione mondo e mente,
Che nel mistero delle proprie onde .
1° Ogni terrena voce fa naufragio.
Giuseppe Ungaretti
Sentimento del tempo
E per la luce giusta,
Cadendo solo un’ombra viola
Sopra il giogo meno alto,
La lontananza aperta alla misura,
Ogni mio palpito, come usa il cuore,
Mea ora l’ascolto,
T’affretta, tempo, a pormi sulle labbra
Le tue labbra ultime.
Cadendo solo un’ombra viola
Sopra il giogo meno alto,
La lontananza aperta alla misura,
Ogni mio palpito, come usa il cuore,
Mea ora l’ascolto,
T’affretta, tempo, a pormi sulle labbra
Le tue labbra ultime.
Giuseppe Ungaretti
Ultimi cori per la terra promessa
Verso meta si fugge:
Chi la conoscerà?
Non d’Itaca si sogna
Smarriti in vario mare,
Ma va la mira al Sinai sopra sabbie
Che novera monotone giornate.
Si percorre il deserto con residui
Di qualche immagine di prima in mente,
Della Terra Promessa
Nient’altro un vivo sa.
Sovente mi domando
Come eri ed ero prima.
Vagammo forse vittime del sonno?
Gli atti nostri eseguiti
Furono da sonnambuli, in quei tempi?
Siamo lontani, in quell’alone d’echi,
E mentre in me riemergi, nel brusio
Mi ascolto che da un sonno ti sollevi
Che ci previde a lungo.
L’Ovest all’incupita spalla sente
Macchie di sangue che si fanno larghe,
Che, dal fondo di notti di memoria,
Ricuperate, in vuoto
S’isoleranno presto,
Sole sanguineranno.
Da quella stella all’altra
Si carcera la notte
In turbinante vuota nia
Da quella solitudine di stella
A quella solitudine di stella.
Rilucere inveduto d’abbagliati
Spazi ove immemorabile
Vita passano gli astri
Dal peso pazzi della solitudine.
Mi afferri nelle grinfie azzurre il nibbio
E, all’apice del sole,
Mi lasci sulla sabbia
Cadere in pasto ai corvi.
Non porterò più sulle spalle il fango,
Mondo mi avranno il fuoco,
I rostri crocidanti
L’azzannare afroroso di sciacalli.
Poi mostrerà il beduino,
Dalla sabbia scoprendolo
Frugando col bastone,
Un ossame bianchissimo.
Soffocata da rantoli scompare,
Torna, ritorna, fuori di sé torna,
E sempre l’odo più addentro di me
Farsi sempre più viva,
Chiara, affettuosa, più amata, terribile,
La tua parola spenta.
L’amore non è più quella tempesta
Che nel notturno abbaglio
Ancora mi avvinceva poco fa
Tra l’insonnia e le smanie,
Balugina da un faro
Verso cui va tranquillo
Il vecchio capitano.
Chi la conoscerà?
Non d’Itaca si sogna
Smarriti in vario mare,
Ma va la mira al Sinai sopra sabbie
Che novera monotone giornate.
Si percorre il deserto con residui
Di qualche immagine di prima in mente,
Della Terra Promessa
Nient’altro un vivo sa.
Sovente mi domando
Come eri ed ero prima.
Vagammo forse vittime del sonno?
Gli atti nostri eseguiti
Furono da sonnambuli, in quei tempi?
Siamo lontani, in quell’alone d’echi,
E mentre in me riemergi, nel brusio
Mi ascolto che da un sonno ti sollevi
Che ci previde a lungo.
L’Ovest all’incupita spalla sente
Macchie di sangue che si fanno larghe,
Che, dal fondo di notti di memoria,
Ricuperate, in vuoto
S’isoleranno presto,
Sole sanguineranno.
Da quella stella all’altra
Si carcera la notte
In turbinante vuota nia
Da quella solitudine di stella
A quella solitudine di stella.
Rilucere inveduto d’abbagliati
Spazi ove immemorabile
Vita passano gli astri
Dal peso pazzi della solitudine.
Mi afferri nelle grinfie azzurre il nibbio
E, all’apice del sole,
Mi lasci sulla sabbia
Cadere in pasto ai corvi.
Non porterò più sulle spalle il fango,
Mondo mi avranno il fuoco,
I rostri crocidanti
L’azzannare afroroso di sciacalli.
Poi mostrerà il beduino,
Dalla sabbia scoprendolo
Frugando col bastone,
Un ossame bianchissimo.
Soffocata da rantoli scompare,
Torna, ritorna, fuori di sé torna,
E sempre l’odo più addentro di me
Farsi sempre più viva,
Chiara, affettuosa, più amata, terribile,
La tua parola spenta.
L’amore non è più quella tempesta
Che nel notturno abbaglio
Ancora mi avvinceva poco fa
Tra l’insonnia e le smanie,
Balugina da un faro
Verso cui va tranquillo
Il vecchio capitano.
Giuseppe Ungaretti
Vanità
D’improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell’immensità
E l’uomo
curvato
sull’acqua
sorpresa
dal sole
si rinviene
un’ombra
Cullata e
piano
franta
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell’immensità
E l’uomo
curvato
sull’acqua
sorpresa
dal sole
si rinviene
un’ombra
Cullata e
piano
franta
Giuseppe Ungaretti
Variazioni su nulla
Quel nonnulla di sabbia che trascorre
Dalla clessidra muto e va posandosi,
E, fugaci, le impronte sul carnato,
Sul carnato che muore, d’una nube...
Poi mano che rovescia la clessidra,
Il ritorno per muoversi, di sabbia,
Il farsi argentea tacito di nube
Ai primi brevi lividi dell’alba...
La mano in ombra la clessidra volse,
E, di sabbia, il nonnulla che trascorre
Silente, è unica cosa che ormai s’oda
E, essendo udita, in buio non scompaia.
Dalla clessidra muto e va posandosi,
E, fugaci, le impronte sul carnato,
Sul carnato che muore, d’una nube...
Poi mano che rovescia la clessidra,
Il ritorno per muoversi, di sabbia,
Il farsi argentea tacito di nube
Ai primi brevi lividi dell’alba...
La mano in ombra la clessidra volse,
E, di sabbia, il nonnulla che trascorre
Silente, è unica cosa che ormai s’oda
E, essendo udita, in buio non scompaia.
Guido Gozzano
Federico de maria templi di agrigento
Rovine, non più vive di canti, di danze, di preci,
d’incensi ai piedi dei propizi numi,
eppure eterne. Tutto trascorso è nel mondo: la gloria
di capitani insigni, di Empedocle e Terone;
perfino gli dei sono svaniti per sempre. Soltanto
l’opera eretta a gara con Dio resta, sì, rotta
e frantumata, ma tuttora in cospetto del mare,
baciata dalla luce, carezzata dal vento.
d’incensi ai piedi dei propizi numi,
eppure eterne. Tutto trascorso è nel mondo: la gloria
di capitani insigni, di Empedocle e Terone;
perfino gli dei sono svaniti per sempre. Soltanto
l’opera eretta a gara con Dio resta, sì, rotta
e frantumata, ma tuttora in cospetto del mare,
baciata dalla luce, carezzata dal vento.
Guido Gozzano
I collogui
I
«I collogui» ... Rifatto agile e sano
aduna i versi, rimaneggia, lima,
bilancia il manoscritto nella mano.
—Pochi giochi di sillaba e di rima:
questo rimane dell’età fugace?
È tutta qui la giovinezza prima?
Meglio tacere, dileguare in pace
or che finito ancora è il mio giardino,
or che non punta ancora invidia tace.
Meglio sostare a mezzo del cammino,
or che il mondo alla mia Musa maldestra,
quasi a mima che canta il suo mattino,
soccorrevole ancor porge la destra.
II
Ma la mia Musa non sarà l’attrice
annosa che si trucca e pargoleggia,
e la folla deride l’infelice;
giovine tacerà nella sua reggia,
come quella Contessa Castiglione
bellissima, di cui si favoleggia.
Allo sfiorire della sua stagione,
disparve al mondo, sigillò le porte
della dimora, e ne restò prigione.
Sola col Tempo, tra le stoffe smorte,
attese gli anni, senz’amici, senza
specchi, celando al Popolo, alla Corte
l’onta suprema della decadenza.
III
L’immagine di me voglio che sia
sempre ventenne, come in un ritratto;
amici miei, non mi vedrete in via,
curvo dagli anni, tremulo e disfatto!
Col mio silenzio resterò l’amico
che vi fu caro, un poco mentecatto;
il fanciullo sarò tenero e antico
che sospirava al raggio delle stelle,
che meditava Arturo e Federico,
ma lasciava la pagina ribelle
per seppellir le rondini insepolte,
per dare un’erba alle zampine delle
«I collogui» ... Rifatto agile e sano
aduna i versi, rimaneggia, lima,
bilancia il manoscritto nella mano.
—Pochi giochi di sillaba e di rima:
questo rimane dell’età fugace?
È tutta qui la giovinezza prima?
Meglio tacere, dileguare in pace
or che finito ancora è il mio giardino,
or che non punta ancora invidia tace.
Meglio sostare a mezzo del cammino,
or che il mondo alla mia Musa maldestra,
quasi a mima che canta il suo mattino,
soccorrevole ancor porge la destra.
II
Ma la mia Musa non sarà l’attrice
annosa che si trucca e pargoleggia,
e la folla deride l’infelice;
giovine tacerà nella sua reggia,
come quella Contessa Castiglione
bellissima, di cui si favoleggia.
Allo sfiorire della sua stagione,
disparve al mondo, sigillò le porte
della dimora, e ne restò prigione.
Sola col Tempo, tra le stoffe smorte,
attese gli anni, senz’amici, senza
specchi, celando al Popolo, alla Corte
l’onta suprema della decadenza.
III
L’immagine di me voglio che sia
sempre ventenne, come in un ritratto;
amici miei, non mi vedrete in via,
curvo dagli anni, tremulo e disfatto!
Col mio silenzio resterò l’amico
che vi fu caro, un poco mentecatto;
il fanciullo sarò tenero e antico
che sospirava al raggio delle stelle,
che meditava Arturo e Federico,
ma lasciava la pagina ribelle
per seppellir le rondini insepolte,
per dare un’erba alle zampine delle
Guido Gozzano
I Colloqui
i
Venticinqu’ anni ...Sono vecchio, sono
vecchio! Passò la giovinezza prima,
e in dono mi lasciò, nell’ abbandono,
un libro di passato, ov’io reprima
il mio singhiozzo e il pallido vestigio
riconosca di lei, tra rima e rima.
Venticinqu’anni! Medito il prodigio
biblico ..., guardo il sole che declina
già lentamente sul mio cielo grigio.
Venticinqu’anni!...Ed ecco la trentina
inquietante, torbida d’istinti
moribondi ...ecco poi la quarantina
spaventosa, l’età cupa dei vinti;
poi la vecchiezza, l’orrida vecchiezza
dai denti finti e dai capelli tinti.
O non assai goduta giovinezza,
oggi ti vedo quale fosti, vedo
il tuo sorriso, amante che s’apprezza
solo nell’ ora triste del congedo!
Venticinqu’anni!... Come più m’avanzo
all’altra meta, gioventù, m’avvedo
che fosti bella come un bel romanzo!
Il
Ma un bel romanzo che non fu vissuto
da me, ch’io vidi vivere da quello
che mi seguì, dal mio fratello muto.
lo piansi e risi per quel mio fratello
che pianse e rise, e fu come lo spetro
ideale di me, giovine e bello.
A ciascun passo mi rivolsi indietro
curioso di lui, con occhi fissi
spiando il suo pensiero, or gaio or tetro.
Egli pensò le cose ch’io ridissi,
confortò la mia pena in sè romita,
e visse quella vita che non vissi.
Egli ama e vive la sua dolce vita;
non io che, solo nei miei sogni d’arte,
narrai la bella favola compita.
Non vissi. Muto sulle mute carte
ritrassi lui, meravigliando spesso.
Non vivo. Solo, gelido, in disparte,
sorrido e guardo vivere me stesso.
Venticinqu’ anni ...Sono vecchio, sono
vecchio! Passò la giovinezza prima,
e in dono mi lasciò, nell’ abbandono,
un libro di passato, ov’io reprima
il mio singhiozzo e il pallido vestigio
riconosca di lei, tra rima e rima.
Venticinqu’anni! Medito il prodigio
biblico ..., guardo il sole che declina
già lentamente sul mio cielo grigio.
Venticinqu’anni!...Ed ecco la trentina
inquietante, torbida d’istinti
moribondi ...ecco poi la quarantina
spaventosa, l’età cupa dei vinti;
poi la vecchiezza, l’orrida vecchiezza
dai denti finti e dai capelli tinti.
O non assai goduta giovinezza,
oggi ti vedo quale fosti, vedo
il tuo sorriso, amante che s’apprezza
solo nell’ ora triste del congedo!
Venticinqu’anni!... Come più m’avanzo
all’altra meta, gioventù, m’avvedo
che fosti bella come un bel romanzo!
Il
Ma un bel romanzo che non fu vissuto
da me, ch’io vidi vivere da quello
che mi seguì, dal mio fratello muto.
lo piansi e risi per quel mio fratello
che pianse e rise, e fu come lo spetro
ideale di me, giovine e bello.
A ciascun passo mi rivolsi indietro
curioso di lui, con occhi fissi
spiando il suo pensiero, or gaio or tetro.
Egli pensò le cose ch’io ridissi,
confortò la mia pena in sè romita,
e visse quella vita che non vissi.
Egli ama e vive la sua dolce vita;
non io che, solo nei miei sogni d’arte,
narrai la bella favola compita.
Non vissi. Muto sulle mute carte
ritrassi lui, meravigliando spesso.
Non vivo. Solo, gelido, in disparte,
sorrido e guardo vivere me stesso.
Luciano Erba
Suite ferroviaria
Siepe di robinia
che segui la strada ferrata
ti lascio i miei pensieri
sulle tue foglie verdi, sottili.
Sul treno che mi portava veloce
a quest’ora del tramonto
pensavo al mio destino
povero, meraviglioso
al cammino
che non so se farò.
Ma mi accompagna il tuo verde filare, ora
lo guardo
e la campagna stanca:
così spesso fuggono
sogni e visioni del mio viaggiare.
Leggevo negli occhi dei famuli
il mio destino la mia certa condanna
andavo in montagna
scarponi e paltò
volevo fuggire
l’Italia e Salò.
Sei nel Giura e guardi dal treno
il convento in mezzo agli abeti
chi è in preghiera? la suora toriera
o il ragazzo che va alla frontiera?
Da NELLA TERRA DI MEZZO
che segui la strada ferrata
ti lascio i miei pensieri
sulle tue foglie verdi, sottili.
Sul treno che mi portava veloce
a quest’ora del tramonto
pensavo al mio destino
povero, meraviglioso
al cammino
che non so se farò.
Ma mi accompagna il tuo verde filare, ora
lo guardo
e la campagna stanca:
così spesso fuggono
sogni e visioni del mio viaggiare.
Leggevo negli occhi dei famuli
il mio destino la mia certa condanna
andavo in montagna
scarponi e paltò
volevo fuggire
l’Italia e Salò.
Sei nel Giura e guardi dal treno
il convento in mezzo agli abeti
chi è in preghiera? la suora toriera
o il ragazzo che va alla frontiera?
Da NELLA TERRA DI MEZZO
Luigi Pulci
Profezia sull’america
Passarto il fiume Bagrade ch’io dico,
presso allo stretto son di Gibilterra,
dove pose i suoi segni il Greco antico
Abila e Calpe, a dimostrar ch’egli erra,
non per iscogli o per vento nimico
ma perchè il globo cala della terra,
chi va più oltre; e non trova poi fondo;
tanto che cade giù nel basso mondo.
Rinaldo allor riconosciuto il Îoco,
perchè altra volta l’aveva veduto,
dicea con Astarotte: “ Dimmi un poco,
a quel che questo segno ha provveduto.”
Disse Astarotte: “ Un error lungo e fioco,
per molti secol non ben conosciuto,
fa, che si dice d’Etcol le colonne,
e che più là molti periti sonne.
Sappi, che questa opinione è vana;
perchè più oltre navicar si puote,
però che l’acqua in ogni parte è piana,
benchè la terra abbia forma di ruote:
era più grossa allor la gente umana;
tal che potrebbe arrossirne le gote
Ercole ancor d’aver posto quei segni;
perchè più oltre passeranno i legni.
E puossi andar giù nell’altro emisperio
però che al centro ogni cosa reprime;
sicchè la terra per divin misterio
sospesa sta fra le stelle sublime:
e laggiù son città, castella e imperio;
ma nol cognobbon quelle genti prime.
Vedi, che il Sol di camminar s’affretta,
dove io ti dico, che laggiù s’aspetta.
E come un segno surge in Oriente,
un altro cade con mirabil arte,
come si vede, qua nell’Occidente,
però che il ciel giustamente comparte:
Antipodi appellata è quella gente:
adora il Sole, e Juppiterre e Matte;
e piante e animal come voi hanno,
e spesso insieme gran battaglie fanno.”
presso allo stretto son di Gibilterra,
dove pose i suoi segni il Greco antico
Abila e Calpe, a dimostrar ch’egli erra,
non per iscogli o per vento nimico
ma perchè il globo cala della terra,
chi va più oltre; e non trova poi fondo;
tanto che cade giù nel basso mondo.
Rinaldo allor riconosciuto il Îoco,
perchè altra volta l’aveva veduto,
dicea con Astarotte: “ Dimmi un poco,
a quel che questo segno ha provveduto.”
Disse Astarotte: “ Un error lungo e fioco,
per molti secol non ben conosciuto,
fa, che si dice d’Etcol le colonne,
e che più là molti periti sonne.
Sappi, che questa opinione è vana;
perchè più oltre navicar si puote,
però che l’acqua in ogni parte è piana,
benchè la terra abbia forma di ruote:
era più grossa allor la gente umana;
tal che potrebbe arrossirne le gote
Ercole ancor d’aver posto quei segni;
perchè più oltre passeranno i legni.
E puossi andar giù nell’altro emisperio
però che al centro ogni cosa reprime;
sicchè la terra per divin misterio
sospesa sta fra le stelle sublime:
e laggiù son città, castella e imperio;
ma nol cognobbon quelle genti prime.
Vedi, che il Sol di camminar s’affretta,
dove io ti dico, che laggiù s’aspetta.
E come un segno surge in Oriente,
un altro cade con mirabil arte,
come si vede, qua nell’Occidente,
però che il ciel giustamente comparte:
Antipodi appellata è quella gente:
adora il Sole, e Juppiterre e Matte;
e piante e animal come voi hanno,
e spesso insieme gran battaglie fanno.”
Maria Luisa Spaziani
Sono schiava del tempo
Sono schiava del tempo, le ore e i giorni
sono cilizi dalle punte aguzze.
Vorrei essere il fulmine che serpeggia
in un attimo fra tutte le stanze —
un laccio incandescente che condensi
il discorso essenziale, non più tramiti,
parole ritmi musiche semantiche,
solo labbra di fuoco.
sono cilizi dalle punte aguzze.
Vorrei essere il fulmine che serpeggia
in un attimo fra tutte le stanze —
un laccio incandescente che condensi
il discorso essenziale, non più tramiti,
parole ritmi musiche semantiche,
solo labbra di fuoco.
Mario Luzi
Di che era maceria
Di che era maceria
quel silenzio?
della storia
dell’uomo —
perfino
della sua memoria —
oppure del collasso
estremo della materia...?
E lui
ergo dov’era,
perché non rispondeva
neppure da un barbaglio
della sua passata gloria...?
Mai stato? —
sussultava
a un tratto
la mente presa dal panico —
o morto
pietrificato nella nera roccia
della fine del vocabolo
e dalla nullità
del canto, della parabola...
Ma quella era la sua vittoria,
quel brivido,
quel no! Detto al non essere
da tutte le cellule, era il seme
quello, il fermento.
Da quelle numerose morti parla
quando noi parliamo.
quel silenzio?
della storia
dell’uomo —
perfino
della sua memoria —
oppure del collasso
estremo della materia...?
E lui
ergo dov’era,
perché non rispondeva
neppure da un barbaglio
della sua passata gloria...?
Mai stato? —
sussultava
a un tratto
la mente presa dal panico —
o morto
pietrificato nella nera roccia
della fine del vocabolo
e dalla nullità
del canto, della parabola...
Ma quella era la sua vittoria,
quel brivido,
quel no! Detto al non essere
da tutte le cellule, era il seme
quello, il fermento.
Da quelle numerose morti parla
quando noi parliamo.
Mario Luzi
L’immensità dell’attimo
Quando tra estreme ombre profonda
in aperti paesi l’estate
rapisce il canto agli armenti
e la memoria dei pastori e ovunque tace
la segreta alacrità delle specie,
i nascituri avvallano
nella dolce volontà delle madri
e preme i rami dei colli e le pianure
aride il progressivo esser dei frutti.
Sulla terra accadono senza luogo,
senza perché le indelebili
verità, in quel soffio ove affondan
leggere il peso le fronde
le navi inclinano il fianco
e l’ansia de’ naviganti a strane coste,
il suono d’ogni voce
perde sé nel suo grembo, al mare al vento.
in aperti paesi l’estate
rapisce il canto agli armenti
e la memoria dei pastori e ovunque tace
la segreta alacrità delle specie,
i nascituri avvallano
nella dolce volontà delle madri
e preme i rami dei colli e le pianure
aride il progressivo esser dei frutti.
Sulla terra accadono senza luogo,
senza perché le indelebili
verità, in quel soffio ove affondan
leggere il peso le fronde
le navi inclinano il fianco
e l’ansia de’ naviganti a strane coste,
il suono d’ogni voce
perde sé nel suo grembo, al mare al vento.
Mario Luzi
Nell’imminenza dei quarant’anni
Il pensiero m’insegue in questo borgo
cupo ove corre un vento d’altipiano
e il tuffo del rondone taglia il filo
sottile in lontananza dei monti.
Sono tra poco quarant’anni d’ansia,
d’uggia, d’ilarità improvvise, rapide
com’è rapida a marzo la ventata
che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
lo strappo a mani tese dai miei cari,
dai miei luoghi, abitudini di anni
rotte a un tratto che devo ora comprendere.
L’albero di dolore scuote i rami...
Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l’opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d’incontri effimeri e di perdite
o d’amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.
E detto questo posso incamminarmi
spedito tra l’eterna compresenza
del tutto nella vita nella morte,
sparire nella polvere o nel fuoco
se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.
cupo ove corre un vento d’altipiano
e il tuffo del rondone taglia il filo
sottile in lontananza dei monti.
Sono tra poco quarant’anni d’ansia,
d’uggia, d’ilarità improvvise, rapide
com’è rapida a marzo la ventata
che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
lo strappo a mani tese dai miei cari,
dai miei luoghi, abitudini di anni
rotte a un tratto che devo ora comprendere.
L’albero di dolore scuote i rami...
Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l’opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d’incontri effimeri e di perdite
o d’amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.
E detto questo posso incamminarmi
spedito tra l’eterna compresenza
del tutto nella vita nella morte,
sparire nella polvere o nel fuoco
se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.
Michelangelo
Giunto è già ’l corso della vita mia
Giunto è già ’l corso della vita mia,
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.
Onde l’affettüosa fantasia
che l’arte mi fece idol e monarca
conosco or ben com’era d’error carca
e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.
Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fien or, s’a duo morte m’avvicino?
D’una so ’l certo, e l’altra mi minaccia.
Né pinger né scolpir fie più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
c’aperse, a prender noi, ’n croce le braccia.
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.
Onde l’affettüosa fantasia
che l’arte mi fece idol e monarca
conosco or ben com’era d’error carca
e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.
Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fien or, s’a duo morte m’avvicino?
D’una so ’l certo, e l’altra mi minaccia.
Né pinger né scolpir fie più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
c’aperse, a prender noi, ’n croce le braccia.
Michele Sovente
Dilà
Di là, stretta nella sua pelle, come la
pietra antica e la clessidra che si ostina
a misurare 1] trascorrere rovinoso
dei venti, dei pensieri, nel lattiginoso
silenzio, nell’immensa brina, di là
sta Cuma, la Sibilla che delira.
pietra antica e la clessidra che si ostina
a misurare 1] trascorrere rovinoso
dei venti, dei pensieri, nel lattiginoso
silenzio, nell’immensa brina, di là
sta Cuma, la Sibilla che delira.
Pier Paolo Pasolini
La Ricchezza, 3:
Dio, cos’è quella coltre silenziosa
che fiammeggia sopra l’orizzonte...
quel nevaio di muffa – rosa
di sangue – qui, da sotto i monti
fino alle cieche increspature del mare...
quella cavalcata di fiamme sepolte
nella nebbia, che fa sembrare il piano
da Vetralla al Circeo, una palude
africana, che esali in un mortale
arancio... È velame di sbadiglianti, sudice
foschie, attorcigliate in pallide
vene, divampanti righe,
gangli in fiamme: là dove le valli
dell’Appennino sboccano tra dighe
di cielo, sull’Agro vaporoso
e il mare: ma, quasi arche o spighe
sul mare, sul nero mare granuloso,
la Sardegna o la Catalogna,
da secoli bruciate in un grandioso
incendio, sull’acqua, che le sogna
più che specchiarle, scivolando,
sembrano giunte a rovesciare ogni
loro legname ancora ardente, ogni candido
bracere di città o capanna divorata
dal fuoco, a smorire in queste lande
di nubi sopra il Lazio.
Ma tutto ormai è fumo, e stupiresti
se, dentro quel rudere d’incendio,
sentissi richiami di freschi
bambini, tra le stalle, o stupendi
colpi di campana, di fattoria
in fattoria, lungo i saliscendi
desolati, che già intravedi dalla Via
Salaria – come sospesa in cielo –
lungo quel fuoco di malinconia
perduto in un gigantesco sfacelo.
Ché ormai la sua furia, scolorando, come
dissanguata, dà più ansia al mistero,
dove, sotto quei ròsi polveroni
fiammeggianti, quasi un’empirea coltre,
cova Roma gli invisibili rioni.
che fiammeggia sopra l’orizzonte...
quel nevaio di muffa – rosa
di sangue – qui, da sotto i monti
fino alle cieche increspature del mare...
quella cavalcata di fiamme sepolte
nella nebbia, che fa sembrare il piano
da Vetralla al Circeo, una palude
africana, che esali in un mortale
arancio... È velame di sbadiglianti, sudice
foschie, attorcigliate in pallide
vene, divampanti righe,
gangli in fiamme: là dove le valli
dell’Appennino sboccano tra dighe
di cielo, sull’Agro vaporoso
e il mare: ma, quasi arche o spighe
sul mare, sul nero mare granuloso,
la Sardegna o la Catalogna,
da secoli bruciate in un grandioso
incendio, sull’acqua, che le sogna
più che specchiarle, scivolando,
sembrano giunte a rovesciare ogni
loro legname ancora ardente, ogni candido
bracere di città o capanna divorata
dal fuoco, a smorire in queste lande
di nubi sopra il Lazio.
Ma tutto ormai è fumo, e stupiresti
se, dentro quel rudere d’incendio,
sentissi richiami di freschi
bambini, tra le stalle, o stupendi
colpi di campana, di fattoria
in fattoria, lungo i saliscendi
desolati, che già intravedi dalla Via
Salaria – come sospesa in cielo –
lungo quel fuoco di malinconia
perduto in un gigantesco sfacelo.
Ché ormai la sua furia, scolorando, come
dissanguata, dà più ansia al mistero,
dove, sotto quei ròsi polveroni
fiammeggianti, quasi un’empirea coltre,
cova Roma gli invisibili rioni.
Roberto Roversi
È in atto la scancellazione (29)
È in atto la scancellazione del presente.
O del passato prossimo.
È in atto la scancellazione del passato tutto intero.
Quindi vecchio. Absolument. E in atto
la scancellazione generale si cerca di sovrapporre l’
armatura di un linguaggio comune
mimetizzato da giovane grido
un linguaggio disincantato.
Piacente primavera.
Pixies sortivano leggere.
O del passato prossimo.
È in atto la scancellazione del passato tutto intero.
Quindi vecchio. Absolument. E in atto
la scancellazione generale si cerca di sovrapporre l’
armatura di un linguaggio comune
mimetizzato da giovane grido
un linguaggio disincantato.
Piacente primavera.
Pixies sortivano leggere.
Ugo Foscolo
Le Grazie, inno terzo (Il velo delle Grazie)
Mesci, odorosa Dea, rosee le fila;
e nel mezzo del velo ardita balli,
canti fra ’l coro delle sue speranze
Giovinezza: percote a spessi tocchi
antico un plettro il Tempo; e la danzante
discende un clivo onde nessun risale.
Le Grazie a’ piedi suoi destano fiori,
a fiorir sue ghirlande: e quando il biondo
crin t’abbandoni e perderai ’l tuo nome,
vivran que’ fiori, o Giovinezza, e intorno
l’urna funerea spireranno odore.
Or mesci, amabil Dea, nivee le fila;
e ad un lato del velo Espero sorga
dal lavor di tue dita; escono errando
fra l’ombre e i raggi fuor d’un mìrteo bosco
due tortorelle mormorando ai baci;
mirale occulto un rosignuol, e ascolta
silenzïoso, e poi canta imenei:
fuggono quelle vereconde al bosco.
Mesci, madre dei fior, lauri alle fila;
e sul contrario lato erri co’ specchi
dell’alba il sogno; e mandi a le pupille
sopite del guerrier miseri i volti
de la madre e del padre allor che all’are
recan lagrime e voti; e quei si desta,
e i prigionieri suoi guarda e sospira.
Mesci, o Flora gentile, oro alle fila;
e il destro lembo istorïato esulti
d’un festante convito: il Genio in volta
prime coroni agli esuli le tazze.
Or libera è la gioia, ilare il biasmo,
e candida è la lode. A parte siede
bello il Silenzio arguto in viso e accenna
che non volino i detti oltre le soglie.
Mesci cerulee, Dea, mesci le fila;
e pinta il lembo estremo abbia una donna
che con l’ombre e i silenzi unica veglia;
nutre una lampa su la culla, e teme
non i vagiti del suo primo infante
sien presagi di morte; e in quell’errore
non manda a tutto il cielo altro che pianti.
Beata! ancor non sa quanto agl’infanti
provido è il sonno eterno, e que’ vagiti
presagi son di dolorosa vita.
e nel mezzo del velo ardita balli,
canti fra ’l coro delle sue speranze
Giovinezza: percote a spessi tocchi
antico un plettro il Tempo; e la danzante
discende un clivo onde nessun risale.
Le Grazie a’ piedi suoi destano fiori,
a fiorir sue ghirlande: e quando il biondo
crin t’abbandoni e perderai ’l tuo nome,
vivran que’ fiori, o Giovinezza, e intorno
l’urna funerea spireranno odore.
Or mesci, amabil Dea, nivee le fila;
e ad un lato del velo Espero sorga
dal lavor di tue dita; escono errando
fra l’ombre e i raggi fuor d’un mìrteo bosco
due tortorelle mormorando ai baci;
mirale occulto un rosignuol, e ascolta
silenzïoso, e poi canta imenei:
fuggono quelle vereconde al bosco.
Mesci, madre dei fior, lauri alle fila;
e sul contrario lato erri co’ specchi
dell’alba il sogno; e mandi a le pupille
sopite del guerrier miseri i volti
de la madre e del padre allor che all’are
recan lagrime e voti; e quei si desta,
e i prigionieri suoi guarda e sospira.
Mesci, o Flora gentile, oro alle fila;
e il destro lembo istorïato esulti
d’un festante convito: il Genio in volta
prime coroni agli esuli le tazze.
Or libera è la gioia, ilare il biasmo,
e candida è la lode. A parte siede
bello il Silenzio arguto in viso e accenna
che non volino i detti oltre le soglie.
Mesci cerulee, Dea, mesci le fila;
e pinta il lembo estremo abbia una donna
che con l’ombre e i silenzi unica veglia;
nutre una lampa su la culla, e teme
non i vagiti del suo primo infante
sien presagi di morte; e in quell’errore
non manda a tutto il cielo altro che pianti.
Beata! ancor non sa quanto agl’infanti
provido è il sonno eterno, e que’ vagiti
presagi son di dolorosa vita.
Valentino Zeichen
Tempo e moto
Un quadro piuttosto riuscito
nella sua ambigua doppiezza
ci mostra cose in movimento
e contemporaneamente inerti:
due viaggiatori che s’ignorano,
seduti l’uno di fronte all’altro,
guardano fuori dal finestrino
dalle rispettive posizioni;
quello che volge le spalle
al senso di marcia del treno
vede allontanarsi il passato,
l’altro, che gli si contrappone
‘vede farsi incontro il futuro.
Come gemelli, entrambi,
sono immersi nella cellula
d’un medesimo istante
che non perdo di vista
neanche per un attimo,
affinché non mi sfugga
una grande scoperta,
ma ignoro quale essa sia.
Da METAFISICA TASCABILE
nella sua ambigua doppiezza
ci mostra cose in movimento
e contemporaneamente inerti:
due viaggiatori che s’ignorano,
seduti l’uno di fronte all’altro,
guardano fuori dal finestrino
dalle rispettive posizioni;
quello che volge le spalle
al senso di marcia del treno
vede allontanarsi il passato,
l’altro, che gli si contrappone
‘vede farsi incontro il futuro.
Come gemelli, entrambi,
sono immersi nella cellula
d’un medesimo istante
che non perdo di vista
neanche per un attimo,
affinché non mi sfugga
una grande scoperta,
ma ignoro quale essa sia.
Da METAFISICA TASCABILE
Vittorio Sereni
Ancora sulla strada di Zenna
Perché quelle piante turbate m’inteneriscono?
Forse perché ridicono che il verde si rinnova
a ogni primavera, ma non rifiorisce la gioia?
Ma non è questa volta un mio lamento
e non è primavera, è un’estate,
l’estate dei miei anni.
Sotto i miei occhi portata dalla corsa
la costa va formandosi immutata
da sempre e non la muta il mio rumore
né, più fondo, quel repentino vento che la turba
e alla prossima svolta, forse, finirà.
E io potrò per ciò che muta disperarmi
portare attorno il capo bruciante di dolore...
ma l’opaca trafila delle cose
che là dietro indovino: la carrucola nel pozzo,
la spola della teleferica nei boschi,
i minimi atti, i poveri
strumenti umani avvinti alla catena
della necessità, la lenza
buttata a vuoto nei secoli,
le scarse vite, che all’occhio di chi torna
e trova che nulla nulla è veramente mutato
si ripetono identiche,
quelle agitate braccia che presto ricadranno,
quelle inutilmente fresche mani
che si tendono a me e il privilegio
del moto mi rinfacciano...
Dunque pietà per le turbate piante
evocate per poco nella spirale del vento
che presto da me arretreranno via via
salutando salutando.
Ed ecco già mutato il mio rumore
s’impunta un attimo e poi si sfrena
fuori da sonni enormi
e un altro paesaggio gira e passa.
Forse perché ridicono che il verde si rinnova
a ogni primavera, ma non rifiorisce la gioia?
Ma non è questa volta un mio lamento
e non è primavera, è un’estate,
l’estate dei miei anni.
Sotto i miei occhi portata dalla corsa
la costa va formandosi immutata
da sempre e non la muta il mio rumore
né, più fondo, quel repentino vento che la turba
e alla prossima svolta, forse, finirà.
E io potrò per ciò che muta disperarmi
portare attorno il capo bruciante di dolore...
ma l’opaca trafila delle cose
che là dietro indovino: la carrucola nel pozzo,
la spola della teleferica nei boschi,
i minimi atti, i poveri
strumenti umani avvinti alla catena
della necessità, la lenza
buttata a vuoto nei secoli,
le scarse vite, che all’occhio di chi torna
e trova che nulla nulla è veramente mutato
si ripetono identiche,
quelle agitate braccia che presto ricadranno,
quelle inutilmente fresche mani
che si tendono a me e il privilegio
del moto mi rinfacciano...
Dunque pietà per le turbate piante
evocate per poco nella spirale del vento
che presto da me arretreranno via via
salutando salutando.
Ed ecco già mutato il mio rumore
s’impunta un attimo e poi si sfrena
fuori da sonni enormi
e un altro paesaggio gira e passa.