Giacomo Zanella

Giacomo Zanella

1820–1888 · visse 67 anni IT IT

n. 1820-09-09, Chiampo · m. 1888-05-17, Monticello Conte Otto

E’ fresca la polve

E’ fresca la polve
che il fasto caduto
de’ Cesari involve.
Si crede canuto
appena all’Artefice
uscito di mano
il genere umano!

Tu, prima che desta
all’aure feconde
Italia la testa
levasse dall’onde,
tu, suora de’ polipi,
de’ rosei coralli,
pascevi le valli.

Riflesso nel seno
de’ ceruli piani
ardeva il baleno
di cento vulcani:
le dighe squarciavano
di pelaghi ignoti
rubesti tremoti.

Nell’imo dei laghi
le palme sepolte,
nel sasso de’ draghi
le spire rinvolte,
e l’orme ne parlano
de’ profughi cigni
sugli ardui macigni.
[195 1]
Pur baldo di speme
Puom, ultimo giunto,
le ceneri preme
di un mondo defunto:
incalza di secoli
non anco maturi
i fulgidi auguri.
Sui tumuli il piede,
ne” cieli lo sguardo,
all’ombra procede
di santo stendardo:
per golfi reconditi,
per vergini lande
ardente si spande.
T’avanza, t’avanza,
divino straniero;
conosci la stanza
che i fati ti dièro:
se schiavi, se lagrime
ancora rinsertra,
e’ giovin la terra.
Eccelsa, segreta
nel buio degli anni
Dio pose la mèta
de’ nobili affanni.
Con brando e con fiaccola
sull’erta fatale,
ascendi, mortale!

Poi quando disceso
sui mari redenti
lo Spitito atteso
ripurghi le genti,
e splenda de’ liberi
un solo vessillo
sul mondo tranquillo;

compiute le sorti,
allora de’ cieli
ne’ lucidi porti
la terra si celi:
attenda sull’àncora
il cenno divino
per novo cammino.
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Poesie

3

E’ fresca la polve

E’ fresca la polve
che il fasto caduto
de’ Cesari involve.
Si crede canuto
appena all’Artefice
uscito di mano
il genere umano!

Tu, prima che desta
all’aure feconde
Italia la testa
levasse dall’onde,
tu, suora de’ polipi,
de’ rosei coralli,
pascevi le valli.

Riflesso nel seno
de’ ceruli piani
ardeva il baleno
di cento vulcani:
le dighe squarciavano
di pelaghi ignoti
rubesti tremoti.

Nell’imo dei laghi
le palme sepolte,
nel sasso de’ draghi
le spire rinvolte,
e l’orme ne parlano
de’ profughi cigni
sugli ardui macigni.
[195 1]
Pur baldo di speme
Puom, ultimo giunto,
le ceneri preme
di un mondo defunto:
incalza di secoli
non anco maturi
i fulgidi auguri.
Sui tumuli il piede,
ne” cieli lo sguardo,
all’ombra procede
di santo stendardo:
per golfi reconditi,
per vergini lande
ardente si spande.
T’avanza, t’avanza,
divino straniero;
conosci la stanza
che i fati ti dièro:
se schiavi, se lagrime
ancora rinsertra,
e’ giovin la terra.
Eccelsa, segreta
nel buio degli anni
Dio pose la mèta
de’ nobili affanni.
Con brando e con fiaccola
sull’erta fatale,
ascendi, mortale!

Poi quando disceso
sui mari redenti
lo Spitito atteso
ripurghi le genti,
e splenda de’ liberi
un solo vessillo
sul mondo tranquillo;

compiute le sorti,
allora de’ cieli
ne’ lucidi porti
la terra si celi:
attenda sull’àncora
il cenno divino
per novo cammino.

La veglia

Batte sul cavo porfido una goccia;

Tal con assiduo suono
Dall’oscillante pendolo il minuto
Scendere ascolto, e prono
Nell’abisso del tempo andar perduto.

Più liete voci in questa
Stanza fanciullo udia, quando nel verno
Erami immensa festa
Cinger cogli altri il focolar paterno.

Morte per sempre ha chiusi
Gli amati labbri. Ma tu già non taci,
Bronzo fedel, che accusi
Col tuo squillo immortal l’ore fugaci,

E notte e dì rammenti,
Che se al sonno mal vigili la testa
Inchinano i viventi,
L’universo non dorme e non si arresta.

Che son? che fui? Pel clivo
Della vita discendo, e parmi un’ora
Che garzoncel furtivo
Correa sui monti a prevenir l’aurora.

Giovani ancor del bosco,
Nato con me, verdeggiano le chiome;
Ma più non riconosco
Di me, cangiata larva, altro che il nome.

Precipitoso io varco
Di lustro in lustro: della vecchia creta
Da sè scotendo il carco
Lo spirto avido anela alla sua meta.

Non io, non io, se l'alma
Da’ suoi nodi si sferra e si sublima,
Lamenterò la salma
Che sente degl’infesti anni la lima.

Indocile sospira
A più perfetta vita e senza posa
Sale per lunga spira
Al suo merigge ogni creata cosa.

In fior si volge il germe,
In frutto il fiore: dalla cava pianta
Esce ronzando il verme
Che april di vellutate iridi ammanta.

Non quale la rischiari
Da’ tuoi remoti padiglioni, o sole,
Era di terre e mari
Opaca un dì questa rotante mole;

Sopra una conchiglia fossile nel mio studio

Sul chiuso quaderno
Di vati famosi,
Dal musco materno
Lontana riposi,
Riposi marmorea,
Dell’onde già figlia,
Ritorta conchiglia.

Occulta nel fondo
D’un antro marino
Del giovane mondo
Vedesti il mattino;
Vagavi co’ nautili,
Co’ murici a schiera;
E l’uomo non era.

Per quanta vicenda
Di lente stagioni
Arcana leggenda

D’immani tenzoni
Impresse volubile
Sul niveo tuo dorso
De’ secoli il corso!

Noi siamo di ieri:
Dell’Indo pur ora
Sui taciti imperi
Splendeva l’aurora:
Pur ora del Tevere
A’ lidi tendea
La vela di Enea.

Libri

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