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Orlando innamorato
Matteo Maria Boiardo
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Orlando innamorato

Dall’ Orlando innamorato (Libro primo, canto XIX, ottave 55-64)

Ma lei sol Brandimarte va cercando,
che già de tutti gli altri non ha cura;
e mentre che va intorno remirando,
vedel soletto sopra alla pianura.
Tratto se era da parte alora quando
fu cominciata la battaglia dura;
ché a lui parria vergogna e cosa fella
cotanta gente offender la donzella.

Però stava da largo a riguardare,
e di vergogna avea rossa la faccia.
De’ compagni se aveva a vergognare,
non già di sé, che di nulla se impaccia;
ma come Fiordelisa ebbe a mirare,
corsegli incontra e ben stretta l’abbraccia;
già molto tempo non l’avea veduta:
credia nel tutto di averla perduta.

Egli ha sì grande e subita allegrezza,
che ogni altra cosa alor dimenticava;
né più Marfisa, né Ranaldo aprezza,
né di lor guerra più si racordava.
Il scudo e l’elmo via gettò con frezza,
e mille volte la dama baciava;
stretta l’abbraccia in su quella campagna:
de ciò la dama se lamenta e lagna.

Molto era Fiordelisa vergognosa,
et esser vista in tal modo gli duole.
Impetra adunque questa grazïosa
da Brandimarte, con dolce parole,
de gir con esso ad una selva ombrosa,
dove eran l’erbe fresche e le vïole:
staran con zoia insieme e con diletto,
senza aver tema, o di guerra sospetto.

Prese ben presto il cavallier lo invito,
e, forte caminando, fôrno agionti
dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito,
che d’ogni lato è chiuso da duo monti,
de fior diversi pinto e colorito,
fresco de ombre vicine e de bei fonti.
Lo ardito cavalliero e la donzella
presto smontarno in su l’erba novella.

E la donzella con dolce sembiante
comincia il cavalliero a disarmare.
Lui mille volte la baciò, davante
che se potesse un pezzo d’arme trare;
né tratte ancor se gli ebbe tutte quante,
che quella abraccia, e non puote aspettare;
ma ancor di maglia e de le gambe armato
con essa in braccio se colcò su il prato.

Stavan sì stretti quei duo amanti insieme,
che l’aria non potrebbe tra lor gire;
e l’uno e l’altro sì forte se preme,
che non vi serìa forza a dipartire.
Come ciascun sospira e ciascun geme
de alta dolcezza, non saprebbi io dire;
lor lo dican per me, poi che a lor tocca,
che ciascaduno avea due lingue in bocca.

Parve nïente a lor il primo gioco,
tanto per la gran fretta era passato;
e, nel secondo assalto, intrarno al loco
che al primo ascontro apena fu toccato.
Sospirando de amore, a poco a poco
se fu ciascun di loro abandonato,
con la faccia suave insieme stretta,
tanto il fiato de l’un l’altro diletta.

Sei volte ritornarno a quel danzare,
prima che il lor desir ben fosse spento;
poi cominciarno dolce ragionare
de’ loro affanni e passato tormento;
il fresco loco gli invita a posare,
perché in quel prato sospirava un vento,
che sibillava tra le verde fronde
del bel boschetto che li amanti asconde,

e un ruscelletto di fontana viva
mormorando passava per quel prato.
Brandimarte, che stava in quella riva,
per molto affanno in quel giorno durato,
nel bel pensar de amor qui se adormiva;
e Fiordelisa che gli era da lato,
che di guardarlo uno attimo non perde,
se dormentò con lui su l’erba verde.

Fu gloriosa Bertagna la grande

Fu gloriosa Bertagna la grande
una stagion per l’arme e per l’amore,
onde ancor oggi il nome suo si spande
sì che al re Artuse fa portare onore,
quando i buon cavalieri a quelle bande
mostrarno in più battaglie il suo valore,
andando con lor dame in avventura,
ed or sua fama al nostro tempo dura.

Libro primo, canto XXII, ottave 23-28

Queste parole e molte altre dicia
sempre fra denti, con voce orgogliosa.
Ordauro al suo parlar non attendia,
ma con mente scaltrita et amorosa
sotto la terra avea fatto una via,
a ciascuno altro incognita e nascosa.
Per una tomba chiusa intorno e scura
gionse una notte dentro ad Altamura.

E benché egli arivasse d’improviso,
ch’io non stimavo quella cosa mai,
io il ricevetti ben con meglior viso
ch’io non facevo Folderico assai.
Ancora esser mi par nel paradiso,
quando ramento come io lo baciai,
e come lui baciomme nella bocca;
quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.

Questo ti giuro e dico per certanza,
ch’io ero ancora vergine e polzella;
ché Folderico non avea possanza,
et essendo io fanciulla e tenerella,
me avea gabata con menzogna e zanza,
dandomi intender con festa novella,
che sol baciando e sol toccando il petto
de amor si dava l’ultimo diletto.

Alora il suo parlar vidi esser vano,
con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.
Noi cominciammo il gioco a mano a mano;
Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,
sì che al principio pur mi parve strano,
come io avessi morduto un pomo acerbo;
ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,
ch’io me disfeci e credetti morire.

Io credetti morir per gran dolcezza,
né altra cosa da poi stimai nel mondo.
Altri acquisti possanza o ver ricchezza,
altri esser nominato per il mondo.
Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza
e il viver dilettoso e star iocondo;
chi vôle onore o robba con affanno,
me non ascolti, et abbiasene il danno.

Più fiate poi tornammo a questo gioco,
e ciascun giorno più crescìa il diletto;
ma pur il star rinchiusa in questo loco
mi dava estrema noia e gran dispetto;
e il tempo del piacer sempre era poco,
però che quel zeloso maladetto
me ritornava sì ratto a vedere,
che spesso me sturbò di gran piacere.

Libro primo, canto XXV, ottave 37-39

Come fo gionto dentro a l’alta rocca,
Angelica la bella rincontrava.
Lui salta de l’arcion, che nulla tocca;
la dama di sua mano il disarmava,
e nel trargli de l’elmo il bacia in bocca:
non dimandati come Orlando stava;
ché, quando presso si sentì quel viso,
credette esser di certo in paradiso.

Avea la dama un bagno apparecchiato,
troppo gentile e di suave odore,
e di sua mano il conte ebbe spogliato,
baciandol spesse fiate con amore.
Poi l’ungiva d’uno olio delicato,
che caccia de la carne ogni livore;
e quando la persona è afflitta e stanca,
per quel ritorna vigorosa e franca.

Stavasi ’l conte quieto e vergognoso,
mentre la dama intorno il maneggiava;
e benché fosse di questo gioioso,
crescere in alcun loco non mostrava.
Intra nel fine in quel bagno odoroso,
e sé dal collo in giù tutto lavava
e poi che asciutto fu, con gran diletto
per poco spazio se colca nel letto.

Libro terzo, canto VII, ottave 28-99

Così Gradasso al fondo se atuffoe,
e ’l gran caval natando a sommo venne,
poi per la selva via si deleguoe
sì ratto come avesse a’ piè le penne.
Ma il cavallier, che a l’acqua si trovoe,
subito un altro nel suo cor divenne;
scordando tutte le passate cose,
con le Naiàde a festeggiar se pose.

A suon de trombe quivi se trescava
zoiosa danza, che di qua non se usa:
nel contrapasso l’un l’altro baciava,
né se potea tener la bocca chiusa.
A cotale atto se dimenticava
ciascun se stesso; et io faccio la scusa,
e credo che un bel baso a bocca aperta
per la dolcezza ogni anima converta.

Mentre chio canto, o Dio Redentore

Mentre chio canto, o Dio Redentore,
vedo l’Italia tutta a fiamma e fuoco
vengon per disertar non so che loco.
Però vi lascio in questo vano amore
di Fiordispina ardente a poco a poco.
Un’altra fiata, se mi fia concesso
racconterovvi il tutto per espresso.

Re Carlo in Franza poi tenne gran cotte

Re Carlo in Franza poi tenne gran cotte,
ma a quella prima non fu somigliante,
benchè assai fosse ancor robusto e forte
ed avesse Ranaldo e il sir d’Anglante;
perchè tenne ad amor chiuse le porte,
e sol si dette a le battaglie sante,
non fu di quel valore e quella stima,
qual fu quell’altra clio contava in prima.

Im
Però che amore è quel che dà la gloria
e che fa l’uomo degno ed onorato;
amore è quel che dona la vittoria
e dona atrdir al cavaliero armato;
onde mi piace di seguir l’istoria,
qual cominciai di Orlando innamorato,
tornando ov’io ’l lasciai con Sacripante,
convio vi dissi nel cantare avante.

(L’ultima Strofe del Poema)
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