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Poesia della fonte
Maurizio Cucchi
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Poesia della fonte

Al Cairo

*
Le case degli operai
avevano i cortili a sassi
che davano in altri cortili.
Penso al foppone della peste,
osservo il giallo della Polveriera
e ti aspetto qui fuori,
al Cairo, tra le bisce del portone.

*
E siano per sempre benedetti
i nostri cuori senza nome.
Guardo le ossa a croce della Schola
gratto le carte dell’Ornato fabbriche
fiutando un muso di padrone,
le sue pareti di polvere.
E c’era una nonnina bogianen,
le righe nere un ghigno e il cappellino,
forse venuta dalla Portascia delle uova
a un passo dai giardini dei pavoni.
Lei conosceva lo stradone di Loreto,
il pullulare e l’umido, le scale
e la stanzetta di mia madre
la mia finestra di bambino.

*
L’uomo della Bovisa non poteva immaginare
che il suo avvenire, così presto,
sarebbe diventato preistoria.
Torna e rimugina quei nomi: la Società Smeriglio,
l’Officina del Gas e scopre come un monumento
la torre di mattoni altissima,
dove dentro gli operai si arrampicavano.

In un oblio forse sognante, quei diroccamenti
e le navate al sole o nella palta,
gli immensi alberi strani contro il cielo, nelle refezioni,
gli insegnano la muta dignità delle rovine.

*
La casa dei lavandai
offre con calma il suo trapasso,
scivola e gronda alla Martesana,
vicino agli orti luridi,
alle strutture afone e a un bambino
che si incammina quieto nella melma.

Il viaggiatore torna curioso sui suoi passi,
tra i padiglioni che fluttuano ingabbiati,
obliqui, semisommersi dalle alghe.
Pensa a una tinozza di piume e di calore,
tira su il bavero e riflette
su queste transizioni.

Animale acquattato

Nel testone ha due occhi tondi,
gialli, ottusi.
E mi guarda come a chiedere:
“Ma cos’è? cos’è?”
Poi si acquatta
nel corridoio, nell’odore.
Così la tartaruga
annega nel deserto,
si trascina tra tanti corpi di sorelle,
annaspa nell’opposto,
pesante alla sua fine.

O cara madre, gonfia e sfortunata,
dolce fantasia e magone,
come ti specchi in questi muri gialli,
in queste ragnatele
- e io ti ammiro nella tua zavorra —
per resistere?
Curami, non separarmi,
non farmi andare via, morire.

L’ospite bilanciato

da Chagall e Velasquez

Prima persona o terza ben confuse
e le due teste sovrapposte ai vetri verdi:
le due figure sono forse una.
Disteso lunghissimo di legno
il capo nell’erba, il cappello caduto
nel verde spalmato, bagnato,
il pino, il cielo lilla e il tetto dell’infanzia,
le braccia al cuore a croce,
lo steccato:
ma forse è un pretesto di narciso.

Di casa eppure estraneo,
provvisorio e centrale aspirato
in un risucchio di luce
dietro la piccola folla delle damigelle,
i sovrani, il cane, i nani,
I
l’artefice, l’ospite bilanciato.
Eccomi, sono lui,
i piedi sui gradini
della porta a un passo
dalla luce bianca del mondo
che c’è fuori.

Poesia della fonte

Ho fatto il percorso

Ho fatto il percorso della salute
e ho contemplato l’isola militare.
Poi mi sono acquattato
tra queste piante basse e la terra.
Potevo chiedere aiuto e il droghiere
mi avrebbe fatto un sorriso di miele.

Sono già speculare al fondo
immobile di silenzio e radici
fino a spezzarlo, a rasparlo,
a baciarlo, il midollo.
Io ti raggiungo
e tutta questa gente nuda
sorpassa la casa
e il campo dei suicidi
La casa al mare

Non sono più nella mia casa,
ma in questa sede ariosa che mi concede tutto.
La sua tranquilla geometria
dà ingresso al chiaro dei corpi
umidi e leggeri sul terrazzo.
Ascolto da qui le voci della piazza,
osservo come un lago il mare che si apre
nel bosco e se c’è vento
una domestica campagna di cicale
che a mezzogiorno protegge 1 nostri passi.
Dipinta di azzurro e di bianco
la Brise Marine raccoglie gente che non ha
questi giardini riflessi negli occhi,
né le tracce feriali di una pigra incuria.
Mi affaccio distante per vedere
quei musi di pesce e la vernice
azzurra e viola che cola sulla pelle
di chi non sosta quando il tempo
non ha più direzione:
nella pianura totale, deserta,
e nel confine a taglio che si annebbia.
❦ Poesia della fonte · Maurizio Cucchi
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