Nel testone ha due occhi tondi,
gialli, ottusi.
E mi guarda come a chiedere:
“Ma cos’è? cos’è?”
Poi si acquatta
nel corridoio, nell’odore.
Così la tartaruga
annega nel deserto,
si trascina tra tanti corpi di sorelle,
annaspa nell’opposto,
pesante alla sua fine.

O cara madre, gonfia e sfortunata,
dolce fantasia e magone,
come ti specchi in questi muri gialli,
in queste ragnatele
- e io ti ammiro nella tua zavorra —
per resistere?
Curami, non separarmi,
non farmi andare via, morire.
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