Poesie di questo tema
Madre e maternità
Alda Merini
Il grembiule
Mia madre invece aveva un vecchio grembiule
per la festa e per il lavoro,
a lui si consolava vivendo.
In quel grembiule noi trovammo ristoro
fu dato agli straccivendoli
dopo la morte, ma un barbone
riconoscendone la maternità
ne fece un molle cuscino
per le sue esequie vive.
Da BALLATE NON PAGATE
per la festa e per il lavoro,
a lui si consolava vivendo.
In quel grembiule noi trovammo ristoro
fu dato agli straccivendoli
dopo la morte, ma un barbone
riconoscendone la maternità
ne fece un molle cuscino
per le sue esequie vive.
Da BALLATE NON PAGATE
Alda Merini
Invocazione
Perché lasciate vostra madre sola
ferma in un canto come una moneta da spendere
senza darle il buongiorno e metterle
un lume sulla parete
che guidi i suoi passi stanchi...
Perché non andare a vegliare
la sua solitudine di vecchia
che pensa che 1] suo letto è vuoto
da molti anni e le coperte scendono
su un pavimento ormai senza livore...
Perché non sfiorare i suoi pensieri di carne
da cui siete nati?
Perché in manicomio ho messo fonde radici
al fine di pensarvi.
ferma in un canto come una moneta da spendere
senza darle il buongiorno e metterle
un lume sulla parete
che guidi i suoi passi stanchi...
Perché non andare a vegliare
la sua solitudine di vecchia
che pensa che 1] suo letto è vuoto
da molti anni e le coperte scendono
su un pavimento ormai senza livore...
Perché non sfiorare i suoi pensieri di carne
da cui siete nati?
Perché in manicomio ho messo fonde radici
al fine di pensarvi.
Alfonso Gatto
Alla mia bambina
Lo sguardo delle marine
serene fino alla morte,
povere notti supine
cantate sulle porte
alla deriva del vento
ti resero nata d’amore.
Ad ascoltare, eri il lento
respiro che trema nel cuore
nelle foglie, nel mare,
silenzio caduto sul volto
di mamma che pare
bambina in sé sola rivolta
e ridente. Tu, nata,
compivi il sereno,
la sua notte incarnata
nel rigoglio del seno.
serene fino alla morte,
povere notti supine
cantate sulle porte
alla deriva del vento
ti resero nata d’amore.
Ad ascoltare, eri il lento
respiro che trema nel cuore
nelle foglie, nel mare,
silenzio caduto sul volto
di mamma che pare
bambina in sé sola rivolta
e ridente. Tu, nata,
compivi il sereno,
la sua notte incarnata
nel rigoglio del seno.
Arturo Onofri
Confondersi della natura
Madre, ch’io mi disvincoli dalla mia forma umana
per confondermi in te, nella tua vita immensa,
ch’io rompa la strettoia della mia fosca tana,
ove sto nella triste obliquità che pensa.
Le altrui futili gioie, ch’emulo ognuno ostenta,
non mi compenserebbero né della brina che irrora
trepidamente i tuoi calici nel brivido dell’aurora,
né dei languori lunari nell’aria che s’inargenta.
Concedimi ch’io guardi il fumo salire in pace
dai camini dei semplici casali di campagna,
ispirami nel sangue il balsamo della montagna,
se dalle valli in fiore giunga odore d’acacie.
per confondermi in te, nella tua vita immensa,
ch’io rompa la strettoia della mia fosca tana,
ove sto nella triste obliquità che pensa.
Le altrui futili gioie, ch’emulo ognuno ostenta,
non mi compenserebbero né della brina che irrora
trepidamente i tuoi calici nel brivido dell’aurora,
né dei languori lunari nell’aria che s’inargenta.
Concedimi ch’io guardi il fumo salire in pace
dai camini dei semplici casali di campagna,
ispirami nel sangue il balsamo della montagna,
se dalle valli in fiore giunga odore d’acacie.
Cesare Zavattini
A l’arcnosi
I dis: al scriveva mei na volta,
ca sum dvantà volgare.
A l’arcnosi e an po’ am’ g’afeziuni.
Da pütlet a santiva me padar
bravà cmi sant e la madona, l’era grand,
ad not l’impiniva la camara
di bramiti, e pr’amur quasi
al strusava me madar (a naseva i me fradei),
le la murmurava frasi a metà
dna dulsesa che ad dé
a n’an catava pò li pesti.
ca sum dvantà volgare.
A l’arcnosi e an po’ am’ g’afeziuni.
Da pütlet a santiva me padar
bravà cmi sant e la madona, l’era grand,
ad not l’impiniva la camara
di bramiti, e pr’amur quasi
al strusava me madar (a naseva i me fradei),
le la murmurava frasi a metà
dna dulsesa che ad dé
a n’an catava pò li pesti.
Elio Pecora
Da Nove poesie per mia madre
Madre da te mi parte
questo amore che avvolge
e stravolge i miei giorni,
voglia e bisogno insieme,
vicinanza e rancore,
cupa attesa di morte
che ghermisca chi amo.
Madre da te mi viene
un destino di canto:
che arresti le ore brevi
in un’estasi eterna.
E come te misuro
l’attimo dell’amore,
l’illusione del canto:
maledico e sospiro
e modulo richiami
dalla mia stanza ombrosa.
questo amore che avvolge
e stravolge i miei giorni,
voglia e bisogno insieme,
vicinanza e rancore,
cupa attesa di morte
che ghermisca chi amo.
Madre da te mi viene
un destino di canto:
che arresti le ore brevi
in un’estasi eterna.
E come te misuro
l’attimo dell’amore,
l’illusione del canto:
maledico e sospiro
e modulo richiami
dalla mia stanza ombrosa.
Gabriele D'Annunzio
Consolazione
Non pianger più. Torna il diletto" figlio
a la tua casa. È stanco di mentire.
Vieni; usciamo. Tempo è di rifiorire.
Troppo sei bianca: il volto è quasi un giglio.
Vieni; usciamo. Il giardino abbandonato
serba ancéra per noi qualche sentiero.
Ti dirò come sia dolce il mistero
che vela certe cose del passato.
Ancéra qualche rosa è ne’ rosai,
ancéra qualche timida erba odora.
Ne l’abbandono il caro luogo ancéra
sorriderà, se tu sorriderai.
Ti dirò come sia dolce il sorriso
di certe cose che l’oblìo afflisse.
Che proveresti tu se ti fiorisse
la terra sotto i piedi, all’improvviso?
Tanto accadrà, ben che non sia d’aprile.
Usciamo. Non coprirti il capo. È un lento
sol di settembre; e ancor non vedo argento
su ’l tuo capo, e la riga è ancor sottile.
Perché ti neghi? con lo sguardo stanco?
La madre fa quel che il buon figlio vuole.
Bisogna che tu prenda un po di sole,
un po di sole su quel viso bianco.
Bisogna che tu sia forte; bisogna
che tu non pensi a le cattive cose ...
Se noi andiamo verso quelle rose,
io parlo piano, l’anima tua sogna.
Sogna, sogna, mia cara anima! Tutto,
tutto sarà come al tempo lontano.
lo metterò ne la tua pura mano
tutto il mio cuore. Nulla è ancor distrutto.
Sogna, sogna! Io vivrò de la tua vita.
In una vita semplice e profonda
io rivivrò. La lieve ostia che monda?
io la riceverò da le tue dita.
Sogna. ché il tempo di sognare è giunto.
lo parlo. Di”: l’anima tua m’intende?
Vedi? Ne l’aria fluttua e s’accende
quasi il fantasma d’un april defunto."
Settembre (di”’: l’anima tua m’ascolta?)
ha ne l’odore suo, nel suo pallore,
non so, quasi l’odore ed il pallore
di qualche primavera dissepolta.
Sogniamo, poi ch’è" tempo di sognare.
Sorridiamo. È la nostra primavera,
questa. A casa, più tardi, verso sera,
vo’’ riaprire il cembalo" e sonare.
Quanto ha dormito, il cembalo! Mancava,
allora, qualche corda; qualche corda
ancora manca. È l’ebano ricorda
le lunghe dita ceree de l’ava.’É
Mentre che fra le tende scolorate
vagherà qualche odore delicato,
(m’odi tu?) qualche cosa come un fiato
debole di viole un po’ passate,
sonerò qualche vecchia aria di danza,
assai vecchia, assai nobile, anche un poco
triste; e il suono sarà velato, fioco,
quasi venisse da quell’altra stanza.
Poi per te sola io vo’ comporre un canto
che ti raccolga come in una cuna,
sopra un antico metro, ”° ma con una
grazia che sia vaga e negletta alquanto.
Tutto sarà come al tempo lontano.
L’anima sarà semplice com’era;
e a te verrà, quando vorrai, leggera
come vien“ l’acqua al cavo de la mano.
From LAUS VITAE"
a la tua casa. È stanco di mentire.
Vieni; usciamo. Tempo è di rifiorire.
Troppo sei bianca: il volto è quasi un giglio.
Vieni; usciamo. Il giardino abbandonato
serba ancéra per noi qualche sentiero.
Ti dirò come sia dolce il mistero
che vela certe cose del passato.
Ancéra qualche rosa è ne’ rosai,
ancéra qualche timida erba odora.
Ne l’abbandono il caro luogo ancéra
sorriderà, se tu sorriderai.
Ti dirò come sia dolce il sorriso
di certe cose che l’oblìo afflisse.
Che proveresti tu se ti fiorisse
la terra sotto i piedi, all’improvviso?
Tanto accadrà, ben che non sia d’aprile.
Usciamo. Non coprirti il capo. È un lento
sol di settembre; e ancor non vedo argento
su ’l tuo capo, e la riga è ancor sottile.
Perché ti neghi? con lo sguardo stanco?
La madre fa quel che il buon figlio vuole.
Bisogna che tu prenda un po di sole,
un po di sole su quel viso bianco.
Bisogna che tu sia forte; bisogna
che tu non pensi a le cattive cose ...
Se noi andiamo verso quelle rose,
io parlo piano, l’anima tua sogna.
Sogna, sogna, mia cara anima! Tutto,
tutto sarà come al tempo lontano.
lo metterò ne la tua pura mano
tutto il mio cuore. Nulla è ancor distrutto.
Sogna, sogna! Io vivrò de la tua vita.
In una vita semplice e profonda
io rivivrò. La lieve ostia che monda?
io la riceverò da le tue dita.
Sogna. ché il tempo di sognare è giunto.
lo parlo. Di”: l’anima tua m’intende?
Vedi? Ne l’aria fluttua e s’accende
quasi il fantasma d’un april defunto."
Settembre (di”’: l’anima tua m’ascolta?)
ha ne l’odore suo, nel suo pallore,
non so, quasi l’odore ed il pallore
di qualche primavera dissepolta.
Sogniamo, poi ch’è" tempo di sognare.
Sorridiamo. È la nostra primavera,
questa. A casa, più tardi, verso sera,
vo’’ riaprire il cembalo" e sonare.
Quanto ha dormito, il cembalo! Mancava,
allora, qualche corda; qualche corda
ancora manca. È l’ebano ricorda
le lunghe dita ceree de l’ava.’É
Mentre che fra le tende scolorate
vagherà qualche odore delicato,
(m’odi tu?) qualche cosa come un fiato
debole di viole un po’ passate,
sonerò qualche vecchia aria di danza,
assai vecchia, assai nobile, anche un poco
triste; e il suono sarà velato, fioco,
quasi venisse da quell’altra stanza.
Poi per te sola io vo’ comporre un canto
che ti raccolga come in una cuna,
sopra un antico metro, ”° ma con una
grazia che sia vaga e negletta alquanto.
Tutto sarà come al tempo lontano.
L’anima sarà semplice com’era;
e a te verrà, quando vorrai, leggera
come vien“ l’acqua al cavo de la mano.
From LAUS VITAE"
Giorgio Caproni
Ad Olga Franzoni
Questo che in madreperla
di lacrime nei tuoi morenti
occhi si chiuse chiaro
paese,
ora che spenti
già sono e giochi e alterchi
chiassosi, e di trafelate
bocche per gaie rincorse
sa l’aria, e per scalmanate
risse,
stasera ancora
rimuore sfocando il lume
nel fiume, qui dove bassa
canta una donna china
sopra l’acqua che passa.
di lacrime nei tuoi morenti
occhi si chiuse chiaro
paese,
ora che spenti
già sono e giochi e alterchi
chiassosi, e di trafelate
bocche per gaie rincorse
sa l’aria, e per scalmanate
risse,
stasera ancora
rimuore sfocando il lume
nel fiume, qui dove bassa
canta una donna china
sopra l’acqua che passa.
Giorgio Caproni
L’ascensore
Quando andrò in paradiso
non voglio che una campana
lunga sappia di tegola
all’alba – d’acqua piovana.
Quando mi sarò deciso
d’andarci, in paradiso
ci andrò con l’ascensore
di Castelletto, nelle ore
notturne, rubando un poco
di tempo al mio riposo.
Ci andrò rubando (forse
di bocca) dei pezzettini
di pane ai miei due bambini.
Ma là sentirò alitare
la luce nera del mare
fra le mie ciglia, e... forse
(forse) sul belvedere
dove si sta in vestaglia,
chissà che fra la ragazzaglia
aizzata (fra le leggiadre
giovani in libera uscita
con cipria e odor di vita
viva) non riconosca
sotto un fanale mia madre.
Con lei mi metterò a guardare
le candide luci sul mare.
Staremo alla ringhiera
di ferro – saremo soli
e fidanzati, come
mai in tanti anni siam stati.
E quando le si farà a puntini,
al brivido della ringhiera,
la pelle lungo le braccia,
allora con la sua diaccia
spalla se n’andrà lontana:
la voce le si farà di cera
nel buio che la assottiglia
dicendo «Giorgio, oh mio Giorgio
caro: tu hai una famiglia».
E io dovrò ridiscendere,
forse tornare a Roma.
Dovrò tornare a attendere
(forse) che una paloma
blanca da una canzone
per radio, sulla mia stanca
spalla si posi. E alfine
(alfine) dovrò riporre
la penna, chiuder la càntera:
«È festa,» dire a Rina
e al maschio, e alla mia bambina.
E il cuore lo avrò di cenere
udendo quella campana,
udendo sapor di tegole,
l’inverno dell’acqua piovana.
Ma no! se mi sarò deciso
un giorno, pel paradiso
io prenderò l’ascensore
di Castelletto, nelle ore
notturne, rubando un poco
di tempo al mio riposo.
Ruberò anche una rosa
che poi, dolce mia sposa,
ti muterò in veleno
lasciandoti a pianterreno
mite per dirmi: «Ciao,
scrivimi qualche volta,»
mentre chiusa la porta
e allentatosi il freno
un brivido il vetro ha scosso.
E allora sarò commosso
fino a rompermi il cuore:
io sentirò crollare
sui tegoli le mie più amare
lacrime, e dirò «Chi suona,
chi suona questa campana
d’acqua che lava altr’acqua
piovana e non mi perdona?».
E mentre, stando a terreno,
mite tu dirai: «Ciao, scrivi,»
ancora scuotendo il freno
un poco i vetri, tra i vivi
viva col tuo fazzoletto
timida a sospirare
io ti vedrò restare
sola sopra la terra:
proprio come il giorno stesso
che ti lasciai per la guerra.
non voglio che una campana
lunga sappia di tegola
all’alba – d’acqua piovana.
Quando mi sarò deciso
d’andarci, in paradiso
ci andrò con l’ascensore
di Castelletto, nelle ore
notturne, rubando un poco
di tempo al mio riposo.
Ci andrò rubando (forse
di bocca) dei pezzettini
di pane ai miei due bambini.
Ma là sentirò alitare
la luce nera del mare
fra le mie ciglia, e... forse
(forse) sul belvedere
dove si sta in vestaglia,
chissà che fra la ragazzaglia
aizzata (fra le leggiadre
giovani in libera uscita
con cipria e odor di vita
viva) non riconosca
sotto un fanale mia madre.
Con lei mi metterò a guardare
le candide luci sul mare.
Staremo alla ringhiera
di ferro – saremo soli
e fidanzati, come
mai in tanti anni siam stati.
E quando le si farà a puntini,
al brivido della ringhiera,
la pelle lungo le braccia,
allora con la sua diaccia
spalla se n’andrà lontana:
la voce le si farà di cera
nel buio che la assottiglia
dicendo «Giorgio, oh mio Giorgio
caro: tu hai una famiglia».
E io dovrò ridiscendere,
forse tornare a Roma.
Dovrò tornare a attendere
(forse) che una paloma
blanca da una canzone
per radio, sulla mia stanca
spalla si posi. E alfine
(alfine) dovrò riporre
la penna, chiuder la càntera:
«È festa,» dire a Rina
e al maschio, e alla mia bambina.
E il cuore lo avrò di cenere
udendo quella campana,
udendo sapor di tegole,
l’inverno dell’acqua piovana.
Ma no! se mi sarò deciso
un giorno, pel paradiso
io prenderò l’ascensore
di Castelletto, nelle ore
notturne, rubando un poco
di tempo al mio riposo.
Ruberò anche una rosa
che poi, dolce mia sposa,
ti muterò in veleno
lasciandoti a pianterreno
mite per dirmi: «Ciao,
scrivimi qualche volta,»
mentre chiusa la porta
e allentatosi il freno
un brivido il vetro ha scosso.
E allora sarò commosso
fino a rompermi il cuore:
io sentirò crollare
sui tegoli le mie più amare
lacrime, e dirò «Chi suona,
chi suona questa campana
d’acqua che lava altr’acqua
piovana e non mi perdona?».
E mentre, stando a terreno,
mite tu dirai: «Ciao, scrivi,»
ancora scuotendo il freno
un poco i vetri, tra i vivi
viva col tuo fazzoletto
timida a sospirare
io ti vedrò restare
sola sopra la terra:
proprio come il giorno stesso
che ti lasciai per la guerra.
Giovanni Dominici
Dr, Maria dolce, con quanto disio
Dr, Maria dolce, con quanto disio
miravi il tuo figliuol, Cristo mio Dio.
Quando tu il partoristi senza pena,
la prima cosa, credo, che facesti,
tu l’adorasti, o di grazia piena,
poi sopra il fien nel presepio il ponesti;
con pochi e pover panni lo involgesti,
maravigliando e godendo, cred’io.
Oh quanto gaudio avevi, o quanto bene
quando tu lo tenevi nelle braccia!
Dimmi, Maria, che forse si conviene
che un poco per pietà mi sadisfaccia.
Baciavilo tu allora nella faccia?
Sì ben, cred’io, e dicei: “ O figliuol mio! ”
Quando figliuol, quando padre e signore,
quando Iddio, quando Gesù il chiamavi;
oh quanto dolce amor sentivi al core
quando il grembo il tenevi e lattavi!
Oh, quanti atti d’amore soavi
avesti, essendo col tuo figliuol pio!
Quando talora un poco il dì dormia,
e tu, destar volendo il paradiso,
pian piano andavi, che non ti sentia,
e poi ponevi il viso al santo viso;
poi gli dicevi con materno riso:
“Non dormir più che ti sarebbe rio.”
Quando tu ti sentivi chiamar mamma,
come non ti morivi di dolcezza?
Come d’amor non t’ardeva una fiamma,
che t’avessi scoppiata d’allegrezza?
Da ver che grande fu la tua fortezza
poichè la vita allor non ti finio.
E la figlia del sommo eterno padre,
e lo signor la sua umile ancilla
pietosamente la chiamava madre,
che sol pensando il cor mi si distilla.
Chi vuol sentir qualche dolce favilla
ponga nel buon Gesù ogni desio.
miravi il tuo figliuol, Cristo mio Dio.
Quando tu il partoristi senza pena,
la prima cosa, credo, che facesti,
tu l’adorasti, o di grazia piena,
poi sopra il fien nel presepio il ponesti;
con pochi e pover panni lo involgesti,
maravigliando e godendo, cred’io.
Oh quanto gaudio avevi, o quanto bene
quando tu lo tenevi nelle braccia!
Dimmi, Maria, che forse si conviene
che un poco per pietà mi sadisfaccia.
Baciavilo tu allora nella faccia?
Sì ben, cred’io, e dicei: “ O figliuol mio! ”
Quando figliuol, quando padre e signore,
quando Iddio, quando Gesù il chiamavi;
oh quanto dolce amor sentivi al core
quando il grembo il tenevi e lattavi!
Oh, quanti atti d’amore soavi
avesti, essendo col tuo figliuol pio!
Quando talora un poco il dì dormia,
e tu, destar volendo il paradiso,
pian piano andavi, che non ti sentia,
e poi ponevi il viso al santo viso;
poi gli dicevi con materno riso:
“Non dormir più che ti sarebbe rio.”
Quando tu ti sentivi chiamar mamma,
come non ti morivi di dolcezza?
Come d’amor non t’ardeva una fiamma,
che t’avessi scoppiata d’allegrezza?
Da ver che grande fu la tua fortezza
poichè la vita allor non ti finio.
E la figlia del sommo eterno padre,
e lo signor la sua umile ancilla
pietosamente la chiamava madre,
che sol pensando il cor mi si distilla.
Chi vuol sentir qualche dolce favilla
ponga nel buon Gesù ogni desio.
Giovanni Pascoli
Fides
Quando brillava il vespero vermiglio,
e il cipresso pareva oro, oro fino,
la madre disse al piccoletto figlio:
Così fatto è lassù tutto un giardino.
Il bimbo dorme, e sogna i rami d’oro,
gli alberi d’oro, le foreste d’oro;
mentre il cipresso nella notte nera
scagliasi al vento, piange alla bufera.
e il cipresso pareva oro, oro fino,
la madre disse al piccoletto figlio:
Così fatto è lassù tutto un giardino.
Il bimbo dorme, e sogna i rami d’oro,
gli alberi d’oro, le foreste d’oro;
mentre il cipresso nella notte nera
scagliasi al vento, piange alla bufera.
Giovanni Pascoli
La cavalla storna
Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del rio Salto.
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.
Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
‘““O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.
Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla.”
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.
O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perchè facesse in pace l’agonia...”
La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dovè pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
lo riportavi tra il morir del sole,
perchè udissimo noi le sue parole.”
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera.
“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui, nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come.”
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome ... Sonò alto un nitrito.
Sussurravano i pioppi del rio Salto.
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.
Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
‘““O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.
Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla.”
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.
O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perchè facesse in pace l’agonia...”
La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dovè pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
lo riportavi tra il morir del sole,
perchè udissimo noi le sue parole.”
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera.
“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui, nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come.”
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome ... Sonò alto un nitrito.
Jacopone da Todi
Donna de Paradiso
“Donna de Paradiso,
lo tuo figliolo è preso
Test Cristo beato.
Accurre, donna, e vide
che la gente l’allide:
credo che lo s’occide,
tanto l’ho flagellato.”
“Com’essere portia,
ché non fece follia,
Cristo, la spene mia,
om l’avesse pigliato?”
“Madonna, ell’ è traduto:
Tuda si l’ha venduto;
trenta denar mha avuto,
fatto n’ha gran mercato.’
i
“Soccurri, Maddalena!
Tonta m’è adosso piena:
Cristo figlio se mena,
com’è annunziato.”
“Soccutrre, donna, adiuta,
ca ’l tuo figlio se sputa
e la gente lo muta;
hòlo dato a Pilato.”
“O Pilato, non fare
el figlio mio tormentare,
clio te pozzo mustrare
como a torto è accusato.”
“Crucifige, crucifige!
Omo che se fa rege,
secondo nostra lege
contradice al senato.”
“Prego che me ’ntennate,
nel mio dolor pensate:
forsa mo vo mutate
de che avete pensato.”
“Traàm for li ladruni,
che sian suoi compagnuni:
de spine se cotuni,
ché rege s’è chiamato!”
“O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio!
figlio, chi dà consiglio
al cor mio angustiato?
Figlio occhi iocundi,
figlio, co’ non respundi?
Figlio, perché t’ascundi
al petto o’ si’ lattato?”
“Madonna, ecco la croce,
che la gente l’aduce,
ove la vera luce
dèi essere levato.”
“O croce, e che farai?
El figlio mio torrai?
Como tu ponirai
”
chi non ha en sé peccato?
“Soccurri, piena de doglia,
ca ’]l tuo figlio se spoglia:
la gente par che voglia
che sia martirizzato!”
“Se i tollete el vestire,
lassatelme vedere,
como el crudel ferire
tutto l’ha ensanguenato!”
“Donna, la man li è presa,
ennella croce è stesa;
con un bollon l’ho fesa,
tanto lo ci ho ficcato.
L’altta mano se prende,
ennella croce se stende
e lo dolor s’accende,
ch’è più moltiplicato.
‘
Donna, li pè se prenno
e chiavellanse al lenno:
onne iontur’ aprenno,
tutto l’ho sdenodato.”
“E io comenzo el corrotto:
figlio, lo mio depotto,
figlio, chi me t’ha morto,
figlio mio dilicato?
Meglio averiano fatto
che ’l cor m’avesser tratto,
che ne la croce è tratto,
stace desciliato!”
“Mamma, ove si’ venuta?
Mortal me dài feruta,
ca ’l tuo planger me stuta,
che ’l veio sì afferrato.”
“Figlio, che m’aio anvito,
figlio, pate e marito!
Figlio, chi t’ha ferito?
Figlio, chi t’ha spogliato?”
“Mamma, perché te lagni?
Voglio che tu remagni,
che serve ei mei compagni,
ch’al mondo aio acquistato.”
“Figlio, questo non dire:
voglio teco morire;
non me voglio partire
fin che mo m’esce *’l fiato.
C’una aiam sepoltura,
figlio de mamma scura:
trovarse en afrantura
mate e figlio affocato!”
“Mamma col core afflitto,
entro le man te metto
de Ioanne, mio eletto:
sia tuo figlio appellato.
Toanni, èsto mia mate:
tollela en caritate,
aggine pietate,
ca °l cor sì ha furato.”
“Figlio, l’alma t’è ’scita,
figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,
figlio attossecato!
Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, a chi m’apiglio?
Figlio, pur m’hai lassato!
Figlio bianco e biondo,
figlio volto iocondo,
figlio, per che t’ha ’1 mondo,
figlio, così sprezzato?
Figlio dolze e placente,
figlio de la dolente,
figlio, hatte la gente
malamente trattato!
Toanni, figlio novello,
mort’è lo tuo fratello:
100. Che ci seppelliscano insieme (in una stessa tomba). 101. scuri
103, affocato: soffocat
infelice.
102. afrantura: prostrazione.
108. èsto: ecco. 109. ricevila caritatevolmente. 111. furato: lac
rato, strappato via. 114. sparita: disperata. 130-131. La profezia
ora sento *’l coltello
che fo profitizzato.
Che moga figlio e mate
d’una morte affertrate:
trovarse abraccecate
mate e figlio impiccato.”
lo tuo figliolo è preso
Test Cristo beato.
Accurre, donna, e vide
che la gente l’allide:
credo che lo s’occide,
tanto l’ho flagellato.”
“Com’essere portia,
ché non fece follia,
Cristo, la spene mia,
om l’avesse pigliato?”
“Madonna, ell’ è traduto:
Tuda si l’ha venduto;
trenta denar mha avuto,
fatto n’ha gran mercato.’
i
“Soccurri, Maddalena!
Tonta m’è adosso piena:
Cristo figlio se mena,
com’è annunziato.”
“Soccutrre, donna, adiuta,
ca ’l tuo figlio se sputa
e la gente lo muta;
hòlo dato a Pilato.”
“O Pilato, non fare
el figlio mio tormentare,
clio te pozzo mustrare
como a torto è accusato.”
“Crucifige, crucifige!
Omo che se fa rege,
secondo nostra lege
contradice al senato.”
“Prego che me ’ntennate,
nel mio dolor pensate:
forsa mo vo mutate
de che avete pensato.”
“Traàm for li ladruni,
che sian suoi compagnuni:
de spine se cotuni,
ché rege s’è chiamato!”
“O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio!
figlio, chi dà consiglio
al cor mio angustiato?
Figlio occhi iocundi,
figlio, co’ non respundi?
Figlio, perché t’ascundi
al petto o’ si’ lattato?”
“Madonna, ecco la croce,
che la gente l’aduce,
ove la vera luce
dèi essere levato.”
“O croce, e che farai?
El figlio mio torrai?
Como tu ponirai
”
chi non ha en sé peccato?
“Soccurri, piena de doglia,
ca ’]l tuo figlio se spoglia:
la gente par che voglia
che sia martirizzato!”
“Se i tollete el vestire,
lassatelme vedere,
como el crudel ferire
tutto l’ha ensanguenato!”
“Donna, la man li è presa,
ennella croce è stesa;
con un bollon l’ho fesa,
tanto lo ci ho ficcato.
L’altta mano se prende,
ennella croce se stende
e lo dolor s’accende,
ch’è più moltiplicato.
‘
Donna, li pè se prenno
e chiavellanse al lenno:
onne iontur’ aprenno,
tutto l’ho sdenodato.”
“E io comenzo el corrotto:
figlio, lo mio depotto,
figlio, chi me t’ha morto,
figlio mio dilicato?
Meglio averiano fatto
che ’l cor m’avesser tratto,
che ne la croce è tratto,
stace desciliato!”
“Mamma, ove si’ venuta?
Mortal me dài feruta,
ca ’l tuo planger me stuta,
che ’l veio sì afferrato.”
“Figlio, che m’aio anvito,
figlio, pate e marito!
Figlio, chi t’ha ferito?
Figlio, chi t’ha spogliato?”
“Mamma, perché te lagni?
Voglio che tu remagni,
che serve ei mei compagni,
ch’al mondo aio acquistato.”
“Figlio, questo non dire:
voglio teco morire;
non me voglio partire
fin che mo m’esce *’l fiato.
C’una aiam sepoltura,
figlio de mamma scura:
trovarse en afrantura
mate e figlio affocato!”
“Mamma col core afflitto,
entro le man te metto
de Ioanne, mio eletto:
sia tuo figlio appellato.
Toanni, èsto mia mate:
tollela en caritate,
aggine pietate,
ca °l cor sì ha furato.”
“Figlio, l’alma t’è ’scita,
figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,
figlio attossecato!
Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, a chi m’apiglio?
Figlio, pur m’hai lassato!
Figlio bianco e biondo,
figlio volto iocondo,
figlio, per che t’ha ’1 mondo,
figlio, così sprezzato?
Figlio dolze e placente,
figlio de la dolente,
figlio, hatte la gente
malamente trattato!
Toanni, figlio novello,
mort’è lo tuo fratello:
100. Che ci seppelliscano insieme (in una stessa tomba). 101. scuri
103, affocato: soffocat
infelice.
102. afrantura: prostrazione.
108. èsto: ecco. 109. ricevila caritatevolmente. 111. furato: lac
rato, strappato via. 114. sparita: disperata. 130-131. La profezia
ora sento *’l coltello
che fo profitizzato.
Che moga figlio e mate
d’una morte affertrate:
trovarse abraccecate
mate e figlio impiccato.”
Jacopone da Todi
Donna del paradiso
Nunzio
Tesù Cristo beato.
Accurre, donna, e vide—che la gente
Pallide!
Credo che lo s’occide — tanto l’han flagel-
lato.
Madonna Come esser porria — che non fece mai follia,
Cristo, la spene mia, — omo l’avesse pigliato?
Madonna, egli è traduto, — Iuda sì l’ha venduto,
Nunzio
trenta denari n’ha’vuto, — fatto m’ha gran
mercato . . .
Madonna (a Maddalena)
Succurri, Magdalena, — gionta m’è addosso piena!
Cristo figlio se mena, —come nè an-
nunziato.
Succurri, Madonna, aiuta! — ch’al tuo figlio se
Nunzio
sputa
e la gente lo muta, — hanlo dato a Pilato.
Madonna (a Pilato)
O Pilato, non fare — lo figlio mio tormentate,
clio te posso mostrare-—come a torto è
accusato.
La Folla
Crucifige, crucifige! — Omo che si fa rege,
secondo nostra lege, — contradice al senato.
Madonna (alla folla)
Priego che m’entendiàti, — nel mio dolor pensàti;
forse mò ve mutati —da quel ch’avete
pensato.
Traggon fuor li ladroni — che sian suoi com-
Nunzio
pagnoni.
La Folla
De spine se coroni! — Che rege s’è chiamato.
Madonna (a Gesù)
O figlio, figlio, figlio! — figlio, amoroso giglio,
figlio, chi dà consiglio —al cor mio an-
gustiato?
figlio, occhi giocondi, — figlio che non
rispondi?
figlio, perchè t’ascondi — dal petto ove se’
latatto?
Madonna, ecco la cruce, — che la gente l’adduce,
Nunzio
ove la vera luce — dee essere levato.
Tesù Cristo beato.
Accurre, donna, e vide—che la gente
Pallide!
Credo che lo s’occide — tanto l’han flagel-
lato.
Madonna Come esser porria — che non fece mai follia,
Cristo, la spene mia, — omo l’avesse pigliato?
Madonna, egli è traduto, — Iuda sì l’ha venduto,
Nunzio
trenta denari n’ha’vuto, — fatto m’ha gran
mercato . . .
Madonna (a Maddalena)
Succurri, Magdalena, — gionta m’è addosso piena!
Cristo figlio se mena, —come nè an-
nunziato.
Succurri, Madonna, aiuta! — ch’al tuo figlio se
Nunzio
sputa
e la gente lo muta, — hanlo dato a Pilato.
Madonna (a Pilato)
O Pilato, non fare — lo figlio mio tormentate,
clio te posso mostrare-—come a torto è
accusato.
La Folla
Crucifige, crucifige! — Omo che si fa rege,
secondo nostra lege, — contradice al senato.
Madonna (alla folla)
Priego che m’entendiàti, — nel mio dolor pensàti;
forse mò ve mutati —da quel ch’avete
pensato.
Traggon fuor li ladroni — che sian suoi com-
Nunzio
pagnoni.
La Folla
De spine se coroni! — Che rege s’è chiamato.
Madonna (a Gesù)
O figlio, figlio, figlio! — figlio, amoroso giglio,
figlio, chi dà consiglio —al cor mio an-
gustiato?
figlio, occhi giocondi, — figlio che non
rispondi?
figlio, perchè t’ascondi — dal petto ove se’
latatto?
Madonna, ecco la cruce, — che la gente l’adduce,
Nunzio
ove la vera luce — dee essere levato.
Luciano Erba
Quando penso a mia madre
Nulla ho scritto di te quando sei andata
e poco ho scritto dopo, il lungo dopo.
Ritorni solo nei sogni di ogni notte
O, il giorno, a casa, nell’aria di via B.
dopo che è nevicato e si respira;
o in una luce pomeridiana di persiane chiuse
e vi è un fruscio di giornale di grande formato;
o in qualche nome di luogo che si ferma in gola.
Tutto qui? non accetto la morte, mi si dice.
E vero, non riapro i tuoi cassetti, non rileggo
le tue lettere. Che io sia
nient’altro che una pietra
un Giovannino heartless?
Quanto tempo mi resterà ancora per imparare
a sorridere e amare come te?
e poco ho scritto dopo, il lungo dopo.
Ritorni solo nei sogni di ogni notte
O, il giorno, a casa, nell’aria di via B.
dopo che è nevicato e si respira;
o in una luce pomeridiana di persiane chiuse
e vi è un fruscio di giornale di grande formato;
o in qualche nome di luogo che si ferma in gola.
Tutto qui? non accetto la morte, mi si dice.
E vero, non riapro i tuoi cassetti, non rileggo
le tue lettere. Che io sia
nient’altro che una pietra
un Giovannino heartless?
Quanto tempo mi resterà ancora per imparare
a sorridere e amare come te?
Luciano Erba
Vanitas varietatum
Io talvolta mi chiedo
se la terra è la terra
e se queste tra i viali del parco
sono proprio le madri.
Perché passano una mano guantata
sul dorso di cani fedeli?
perché bambini scozzesi
spiano dietro gli alberi
qualcuno, scolaro o soldato
che ora apre un cartoccio
di torrone o di zucchero filato?
Ottobre è rosso e scende dai monti
di villa in villa
e di castagno in castagno
si stringe ai mantelli
accarezza il tricolore sul bungalow
nel giorno che i bersaglieri
entrano ancora a Trieste.
Tutto è dunque morbido sotto gli alberi
presso le madri e i loro mantelli aranciati
la terra, la terra e ogni pena d’amore
esiste altra pena?
sono di là dai cancelli: così le Furie
e le opere non finite.
Ma queste non sono le madri
io lo so, sono i cervi in attesa.
se la terra è la terra
e se queste tra i viali del parco
sono proprio le madri.
Perché passano una mano guantata
sul dorso di cani fedeli?
perché bambini scozzesi
spiano dietro gli alberi
qualcuno, scolaro o soldato
che ora apre un cartoccio
di torrone o di zucchero filato?
Ottobre è rosso e scende dai monti
di villa in villa
e di castagno in castagno
si stringe ai mantelli
accarezza il tricolore sul bungalow
nel giorno che i bersaglieri
entrano ancora a Trieste.
Tutto è dunque morbido sotto gli alberi
presso le madri e i loro mantelli aranciati
la terra, la terra e ogni pena d’amore
esiste altra pena?
sono di là dai cancelli: così le Furie
e le opere non finite.
Ma queste non sono le madri
io lo so, sono i cervi in attesa.
Maria Luisa Spaziani
Mia madre in visita
Morta da un anno, ancora qualche visita mi giunge,
smuove a grandi bracciate la primavera —
polline, incenso e nuvole si mischiano danzando
a parole impigliate ai miei rami —
Telefona messaggi il picchio verde.
Il cuore perde colpi e non lo sa.
Ramo secco, ricorda.
Questa la tua dannazione.
A Montale
Il 12 settembre 1981
Tu ti cancelli e subito in altre forme ti annunci,
falsetto sapienziale di nebbia allegra,
antica pala adolescente, tremula
in un bemolle di acque strane.
La tua scomparsa è scandalo, è messaggio
che sconvolge interi meridiani,
coinvolge il futuro e trascina
pitésfori, bufere e termitai —
Potrà mai dileguarsi il tuo passo
per chi eredità quegli impervi segreti?
Il meglio della seppia è l’osso.
Il resto è per i cuochi.
Da I FASTI DELL’ORTICA
smuove a grandi bracciate la primavera —
polline, incenso e nuvole si mischiano danzando
a parole impigliate ai miei rami —
Telefona messaggi il picchio verde.
Il cuore perde colpi e non lo sa.
Ramo secco, ricorda.
Questa la tua dannazione.
A Montale
Il 12 settembre 1981
Tu ti cancelli e subito in altre forme ti annunci,
falsetto sapienziale di nebbia allegra,
antica pala adolescente, tremula
in un bemolle di acque strane.
La tua scomparsa è scandalo, è messaggio
che sconvolge interi meridiani,
coinvolge il futuro e trascina
pitésfori, bufere e termitai —
Potrà mai dileguarsi il tuo passo
per chi eredità quegli impervi segreti?
Il meglio della seppia è l’osso.
Il resto è per i cuochi.
Da I FASTI DELL’ORTICA
Marino Moretti
Il ricordo più lontano
Forse io ricordo un dolce tempo ch’ero
tutto tuo, del tuo corpo e del tuo cuore,
quando non era in te vivo pensiero
che non fosse di mia vita un bagliore.
Forse io sentivo ciò che tu sentivi
tacito nel mio chiuso nascondiglio;
qualche barlume mi giungea dei vivi
sogni che tu sognavi per tuo figlio:
qualche sussulto ti scotea fors’anche
ch’era per la tua carne un brividìo,
lo smarrimento delle membra stanche
e un improvviso monito di Dio.
Pensandomi, sognandomi, tu davi
al mio viso la sua fisionomia,
ed io sentivo i tuoi segni soavi
che s’imprimevan nella carne mia.
Sentivo il cuore tuo: gli ero vicino
più che al mio cuore che ora inganno o cullo,
ed era così garrulo e piccino
che avrei potuto farmene un trastullo.
Io mi formavo senza il mio selvaggio
impeto, non sapendo esser l’ignoto
atteso che facea lento vïaggio
per giungere alla sua meta nel vuoto;
io mi formavo senza una parola
della mia stessa arcana volontà,
ero come la docile bestiola
che nulla teme e nulla cerca e sa.
Ero felice forse: la mia vita
era il riflesso della tua: ma quanto
era più dolce e quasi indefinita
per la soavità di quell’incanto.
Ma un giorno uscii dal tuo sangue: m’arresi.
Fui cuor che piange, carne che dolora.
Troppo ero vecchio, avevo troppi mesi
per viver quella calda vita ancora.
tutto tuo, del tuo corpo e del tuo cuore,
quando non era in te vivo pensiero
che non fosse di mia vita un bagliore.
Forse io sentivo ciò che tu sentivi
tacito nel mio chiuso nascondiglio;
qualche barlume mi giungea dei vivi
sogni che tu sognavi per tuo figlio:
qualche sussulto ti scotea fors’anche
ch’era per la tua carne un brividìo,
lo smarrimento delle membra stanche
e un improvviso monito di Dio.
Pensandomi, sognandomi, tu davi
al mio viso la sua fisionomia,
ed io sentivo i tuoi segni soavi
che s’imprimevan nella carne mia.
Sentivo il cuore tuo: gli ero vicino
più che al mio cuore che ora inganno o cullo,
ed era così garrulo e piccino
che avrei potuto farmene un trastullo.
Io mi formavo senza il mio selvaggio
impeto, non sapendo esser l’ignoto
atteso che facea lento vïaggio
per giungere alla sua meta nel vuoto;
io mi formavo senza una parola
della mia stessa arcana volontà,
ero come la docile bestiola
che nulla teme e nulla cerca e sa.
Ero felice forse: la mia vita
era il riflesso della tua: ma quanto
era più dolce e quasi indefinita
per la soavità di quell’incanto.
Ma un giorno uscii dal tuo sangue: m’arresi.
Fui cuor che piange, carne che dolora.
Troppo ero vecchio, avevo troppi mesi
per viver quella calda vita ancora.
Marino Moretti
In cucina
Madre, se vuoi ch’io t’ami
come ti si conviene,
resta fra i tuoi tegami
smaltati bianchi e blu:
vuoi ch’io ti voglia più
bene, molto più bene?
Resta in cucina dove
la tua dolcezza ha un gaio
riso che mi commuove
quando passa bel bello
dall’acquaio al fornello,
dal fornello all’acquaio;
poi va’, corri in giardino
e coglilo un rametto
d’adusto ramerino
o di scherzoso alloro
o qualche pomodoro
ancora un poco aspretto;
poi trita con un muto
cenno le tue cipolle
giovani pel battuto
e accortamente schiuma
la pentola che bolle,
il bricchetto che fuma;
sì che, mentre la fiamma
si fa sempre più roca
nella cappa segreta,
tu pensa che la mamma
del giovane poeta
sa fare anche la cuoca.
Oh lascia ch’io ti prenda
queste mani che sanno
di carne cotta in forno
e far sempre sapranno
ogni buona faccenda
fino all’ultimo giorno;
oh lascia ch’io ti dica:
«Triste, mammina, triste
sapere troppe cose
e cercar fra l’ortica
o fra le vuote ariste
rose e foglie di rose;
dolce invece sostare
in questi vaghi odori
guardando il focolare
e i fumi di vapori
che con labile volo
escono dal paiuolo».
come ti si conviene,
resta fra i tuoi tegami
smaltati bianchi e blu:
vuoi ch’io ti voglia più
bene, molto più bene?
Resta in cucina dove
la tua dolcezza ha un gaio
riso che mi commuove
quando passa bel bello
dall’acquaio al fornello,
dal fornello all’acquaio;
poi va’, corri in giardino
e coglilo un rametto
d’adusto ramerino
o di scherzoso alloro
o qualche pomodoro
ancora un poco aspretto;
poi trita con un muto
cenno le tue cipolle
giovani pel battuto
e accortamente schiuma
la pentola che bolle,
il bricchetto che fuma;
sì che, mentre la fiamma
si fa sempre più roca
nella cappa segreta,
tu pensa che la mamma
del giovane poeta
sa fare anche la cuoca.
Oh lascia ch’io ti prenda
queste mani che sanno
di carne cotta in forno
e far sempre sapranno
ogni buona faccenda
fino all’ultimo giorno;
oh lascia ch’io ti dica:
«Triste, mammina, triste
sapere troppe cose
e cercar fra l’ortica
o fra le vuote ariste
rose e foglie di rose;
dolce invece sostare
in questi vaghi odori
guardando il focolare
e i fumi di vapori
che con labile volo
escono dal paiuolo».
Maurizio Cucchi
Animale acquattato
Nel testone ha due occhi tondi,
gialli, ottusi.
E mi guarda come a chiedere:
“Ma cos’è? cos’è?”
Poi si acquatta
nel corridoio, nell’odore.
Così la tartaruga
annega nel deserto,
si trascina tra tanti corpi di sorelle,
annaspa nell’opposto,
pesante alla sua fine.
O cara madre, gonfia e sfortunata,
dolce fantasia e magone,
come ti specchi in questi muri gialli,
in queste ragnatele
- e io ti ammiro nella tua zavorra —
per resistere?
Curami, non separarmi,
non farmi andare via, morire.
gialli, ottusi.
E mi guarda come a chiedere:
“Ma cos’è? cos’è?”
Poi si acquatta
nel corridoio, nell’odore.
Così la tartaruga
annega nel deserto,
si trascina tra tanti corpi di sorelle,
annaspa nell’opposto,
pesante alla sua fine.
O cara madre, gonfia e sfortunata,
dolce fantasia e magone,
come ti specchi in questi muri gialli,
in queste ragnatele
- e io ti ammiro nella tua zavorra —
per resistere?
Curami, non separarmi,
non farmi andare via, morire.
Paolo Ruffilli
Sul lungomare
(Sul lungomare
in piena estate.
Lo chemisier
frizzante e
una borsetta bianca.
Si gira e parla.
La guardo che
mi guarda,
è beata).
Mia madre, amata
e, per amarla,
tenuta più lontano.
Taciuta e distaccata
in ogni piano,
sentita straripante
e spesa a rate.
Rivista a tappe
da una mia vita
autonoma distante.
Legata al morso
dell’attesa,
senza resa, tra
noi, di un discorso.
L’altro capo
del filo che mi tira,
la forza di un percorso
senza uscita.
in piena estate.
Lo chemisier
frizzante e
una borsetta bianca.
Si gira e parla.
La guardo che
mi guarda,
è beata).
Mia madre, amata
e, per amarla,
tenuta più lontano.
Taciuta e distaccata
in ogni piano,
sentita straripante
e spesa a rate.
Rivista a tappe
da una mia vita
autonoma distante.
Legata al morso
dell’attesa,
senza resa, tra
noi, di un discorso.
L’altro capo
del filo che mi tira,
la forza di un percorso
senza uscita.
Pier Paolo Pasolini
Carne e cielo
O amore materno,
straziante, per gli ori
di corpi pervasi
dal segreto dei grembi.
E cari atteggiamenti
inconsci del profumo
impudico che ride
nelle membra innocenti.
Pesanti fulgori
di capelli... crudeli
negligenze di sguardi...
attenzioni infedeli...
Snervato da pianti
ben soavi rincaso
con le carni brucianti
di splendidi sorrisi.
E impazzisco nel cuore
della notte feriale
dopo mille altre notti
di questo impuro ardore.
straziante, per gli ori
di corpi pervasi
dal segreto dei grembi.
E cari atteggiamenti
inconsci del profumo
impudico che ride
nelle membra innocenti.
Pesanti fulgori
di capelli... crudeli
negligenze di sguardi...
attenzioni infedeli...
Snervato da pianti
ben soavi rincaso
con le carni brucianti
di splendidi sorrisi.
E impazzisco nel cuore
della notte feriale
dopo mille altre notti
di questo impuro ardore.
Pier Paolo Pasolini
La rabbia
Vado sulla porta del giardino, un piccolo
infossato cunicolo di pietra al piano
terra, contro il suburbano
orto, rimasto lì dai giorni di Mameli,
coi suoi pini, le sue rose, i suoi radicchi.
Intorno, dietro questo paradiso di paesana
tranquillità, compaiono
le facciate gialle dei grattacieli
fascisti, degli ultimi cantieri:
e sotto, oltre spessi lastroni di vetro,
c’è una rimessa, sepolcrale. Sonnecchia
al bel sole, un po’ freddo, il grande orto
con la casetta, in mezzo, ottocentesca,
candida, dove Mameli è morto,
e un merlo cantando, trama la sua tresca.
Questo mio povero giardino, tutto
di pietra... Ma ho comprato un oleandro
– nuovo orgoglio di mia madre –
e vasi di ogni specie di fiori,
e anche un fraticello di legno, un putto
obbediente e roseo, un po’ malandro,
trovato a Porta Portese, andando
a cercare mobili per la nuova casa. Colori,
pochi, la stagione è così acerba: ori
leggeri di luce, e verdi, tutti i verdi...
Solo un po’ di rosso, torvo e splendido,
seminascosto, amaro, senza gioia:
una rosa. Pende umile
sul ramo adolescente, come a una feritoia,
timido avanzo d’un paradiso in frantumi...
Da vicino, è ancora più dimessa, pare
una povera cosa indifesa e nuda,
una pura attitudine
della natura, che si trova all’aria, al sole,
viva, ma di una vita che la illude,
e la umilia, che la fa quasi vergognare
d’essere così rude
nella sua estrema tenerezza di fiore.
Mi avvicino più ancora, ne sento l’odore...
Ah, gridare è poco, ed è poco tacere:
niente può esprimere una esistenza intera!
Rinuncio a ogni atto... So soltanto
che in questa rosa resto a respirare,
in un solo misero istante,
l’odore della mia vita: l’odore di mia madre...
Perché non reagisco, perché non tremo
di gioia, o godo di qualche pura angoscia?
Perché non so riconoscere
questo antico nodo della mia esistenza?
Lo so: perché in me è ormai chiuso il demone
della rabbia. Un piccolo, sordo, fosco
sentimento che m’intossica:
esaurimento, dicono, febbrile impazienza
dei nervi: ma non ne è libera più la coscienza.
Il dolore che da me a poco a poco mi aliena,
se io mi abbandono appena,
si stacca da me, vortica per conto suo,
mi pulsa disordinato alle tempie,
mi riempie il cuore di pus,
non sono più padrone del mio tempo...
Niente avrebbe potuto, una volta, vincermi.
Ero chiuso nella mia vita come nel ventre
materno, in quest’ardente
odore di umile rosa bagnata.
Ma lottavo per uscirne, là nella provincia
campestre, ventenne poeta, sempre, sempre
a soffrire disperatamente,
disperatamente a gioire... La lotta è terminata
con la vittoria. La mia esistenza privata
non è più racchiusa tra i petali d’una rosa,
– una casa, una madre, una passione affannosa.
È pubblica. Ma anche il mondo che m’era ignoto
mi si è accostato, familiare,
si è fatto conoscere, e, a poco a poco,
mi si è imposto, necessario, brutale.
Non posso ora fingere di non saperlo:
o di non sapere come esso mi vuole.
Che specie di amore
conti in questo rapporto, che intese infami.
Non brucia una fiamma in questo inferno
di aridità, e questo arido furore
che impedisce al mio cuore
di reagire a un profumo, è un rottame
della passione... A quasi quarant’anni,
io mi trovo alla rabbia, come un giovane
che di sé non sa altro che è nuovo,
e si accanisce contro il vecchio mondo.
E, come un giovane, senza pietà
o pudore, io non nascondo
questo mio stato: non avrò pace, mai.
infossato cunicolo di pietra al piano
terra, contro il suburbano
orto, rimasto lì dai giorni di Mameli,
coi suoi pini, le sue rose, i suoi radicchi.
Intorno, dietro questo paradiso di paesana
tranquillità, compaiono
le facciate gialle dei grattacieli
fascisti, degli ultimi cantieri:
e sotto, oltre spessi lastroni di vetro,
c’è una rimessa, sepolcrale. Sonnecchia
al bel sole, un po’ freddo, il grande orto
con la casetta, in mezzo, ottocentesca,
candida, dove Mameli è morto,
e un merlo cantando, trama la sua tresca.
Questo mio povero giardino, tutto
di pietra... Ma ho comprato un oleandro
– nuovo orgoglio di mia madre –
e vasi di ogni specie di fiori,
e anche un fraticello di legno, un putto
obbediente e roseo, un po’ malandro,
trovato a Porta Portese, andando
a cercare mobili per la nuova casa. Colori,
pochi, la stagione è così acerba: ori
leggeri di luce, e verdi, tutti i verdi...
Solo un po’ di rosso, torvo e splendido,
seminascosto, amaro, senza gioia:
una rosa. Pende umile
sul ramo adolescente, come a una feritoia,
timido avanzo d’un paradiso in frantumi...
Da vicino, è ancora più dimessa, pare
una povera cosa indifesa e nuda,
una pura attitudine
della natura, che si trova all’aria, al sole,
viva, ma di una vita che la illude,
e la umilia, che la fa quasi vergognare
d’essere così rude
nella sua estrema tenerezza di fiore.
Mi avvicino più ancora, ne sento l’odore...
Ah, gridare è poco, ed è poco tacere:
niente può esprimere una esistenza intera!
Rinuncio a ogni atto... So soltanto
che in questa rosa resto a respirare,
in un solo misero istante,
l’odore della mia vita: l’odore di mia madre...
Perché non reagisco, perché non tremo
di gioia, o godo di qualche pura angoscia?
Perché non so riconoscere
questo antico nodo della mia esistenza?
Lo so: perché in me è ormai chiuso il demone
della rabbia. Un piccolo, sordo, fosco
sentimento che m’intossica:
esaurimento, dicono, febbrile impazienza
dei nervi: ma non ne è libera più la coscienza.
Il dolore che da me a poco a poco mi aliena,
se io mi abbandono appena,
si stacca da me, vortica per conto suo,
mi pulsa disordinato alle tempie,
mi riempie il cuore di pus,
non sono più padrone del mio tempo...
Niente avrebbe potuto, una volta, vincermi.
Ero chiuso nella mia vita come nel ventre
materno, in quest’ardente
odore di umile rosa bagnata.
Ma lottavo per uscirne, là nella provincia
campestre, ventenne poeta, sempre, sempre
a soffrire disperatamente,
disperatamente a gioire... La lotta è terminata
con la vittoria. La mia esistenza privata
non è più racchiusa tra i petali d’una rosa,
– una casa, una madre, una passione affannosa.
È pubblica. Ma anche il mondo che m’era ignoto
mi si è accostato, familiare,
si è fatto conoscere, e, a poco a poco,
mi si è imposto, necessario, brutale.
Non posso ora fingere di non saperlo:
o di non sapere come esso mi vuole.
Che specie di amore
conti in questo rapporto, che intese infami.
Non brucia una fiamma in questo inferno
di aridità, e questo arido furore
che impedisce al mio cuore
di reagire a un profumo, è un rottame
della passione... A quasi quarant’anni,
io mi trovo alla rabbia, come un giovane
che di sé non sa altro che è nuovo,
e si accanisce contro il vecchio mondo.
E, come un giovane, senza pietà
o pudore, io non nascondo
questo mio stato: non avrò pace, mai.
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