Arturo Onofri

Arturo Onofri

1885–1928 · visse 43 anni IT IT

n. 1885-09-15, Roma · m. 1928-12-25, Roma

Confondersi della natura

Madre, ch’io mi disvincoli dalla mia forma umana
per confondermi in te, nella tua vita immensa,
ch’io rompa la strettoia della mia fosca tana,
ove sto nella triste obliquità che pensa.
Le altrui futili gioie, ch’emulo ognuno ostenta,
non mi compenserebbero né della brina che irrora
trepidamente i tuoi calici nel brivido dell’aurora,
né dei languori lunari nell’aria che s’inargenta.

Concedimi ch’io guardi il fumo salire in pace
dai camini dei semplici casali di campagna,
ispirami nel sangue il balsamo della montagna,
se dalle valli in fiore giunga odore d’acacie.
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Poesie

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Confondersi della natura

Madre, ch’io mi disvincoli dalla mia forma umana
per confondermi in te, nella tua vita immensa,
ch’io rompa la strettoia della mia fosca tana,
ove sto nella triste obliquità che pensa.
Le altrui futili gioie, ch’emulo ognuno ostenta,
non mi compenserebbero né della brina che irrora
trepidamente i tuoi calici nel brivido dell’aurora,
né dei languori lunari nell’aria che s’inargenta.

Concedimi ch’io guardi il fumo salire in pace
dai camini dei semplici casali di campagna,
ispirami nel sangue il balsamo della montagna,
se dalle valli in fiore giunga odore d’acacie.

Ecco il ritmo frenetico del sangue

Ecco il ritmo frenetico del sangue,
quando gli azzurri tuonano a distesa,
e qualsiasi colore si fa fiamma
nell’urlo delle tempie.
Ecco il cuor mio nella selvaggia ebbrezza
di svincolare in esseri le forme
disincantate a vortice di danza.
Ecco i visi risòlti in fiabe d’oro
e in lievi organi d’ali.
Ecco gli alberi in forsennate lingue
contorcersi, balzar fra scoppiettii
di verdi fiamme dalla terra urlante.
E fra l’altre manie del mezzogiorno,
ecco me, congelato in stella fissa,
ch’esaspero l’antica aria di piaghe
metalliche, sull’erba di corallo.
(Pulsa il fianco del mare sul granito
come un trotto infinito di cavallo).

L’afa dei mondi opprime i fili d’erba

L’afa dei mondi opprime i fili d’erba.
La violetta sviene sotto il peso
di giganti scarlatti, ubbriacati
dal mezzogiorno, gonfio di salute.
Scoiattoli che saltano tra frutti,
incandescenti più che arcobaleni
soffiati in fretta e furia nei fogliami,
atteggiano i pensieri della terra
che traboccano forme quasi fatue
sotto la spinta dei colori interni.
Fra il trasalìo di tetti in lontananza,
l’acque esalano un Gloria! per gl’istinti
animaleschi, e fin nelle mammelle
delle vergini immaginano amplessi
che traspirano lattee trasparenze.
Poi sull’erba, ch’elude (lingueggiando
verdicce fiamme) il peso degli azzurri,
passa con fluidi piedi la persona
miracolosa d’una donna d’aria,
che assume la follìa del paesaggio
per camminarlo nel suo sangue d’oro.
Ma quand’ella sparisce dietro i pini,
scende la sera sulla terra sazia,
e l’erba è sveglia, come un sole nero.

Le penombre di mammola...

Le penombre di mammola, nei caldi
incavi del tuo viso, hanno stupori
d’aurora nel sorriso delle labbra
e nell’ardore diafano degli occhi.
Il roseo dell’intenta anima affiora
al limite impalpabile che abbraccia
te quasi caldo petalo carnale,
e annuncia i ditirambici abbandoni
della feminea musica segreta
in balìa del volere che m’infiamma
a somigliarti in sillabe di canto.
La tua persona è immagine in silenzio
della nostra vocale ansia di cieli,
e quelle ombre di mammola, nei caldi
incavi del tuo viso, hanno stupori
dorati, a fior degli occhi e delle labbra,
nel sogno di voler rassomigliare
alla forma che, in noi, musica vive.

Marzo

Marzo, fanciullo dal lungo sbadiglio,
i tuoi capricci incantevoli
come risa dopo le lacrime
sono trastulli di nuvole e sole.
Col tuo fresco fiato che sa di viole
appanni il verde novizio dei colli,
l’impiumo leggero degli alberi,
per poi rischiararli improvviso.
E il giuoco delle tue dita
dipana il groviglio del cielo
fra nero e sereno,
come in noi rifluisce e s’arresta la vita
divagando sospesa al tuo riso.
Scherzi col nostro cuore,
fanciullo dal lungo sbadiglio,
come fai sulla proda dei campi
con le piccole stille
che le accendi in minuscoli lampi,
per oscurarle di nuvole.

E il fiume che lento induce
i rilievi assolati della terra
verso il sospiro stanco della sera
accompagna il dolce belato
delle pecore al pascolo
secondo le curve indistinte dell’anima
che sogna in se stessa
e sorride al suo proprio pianto,
come te, fanciullo dal lungo sbadiglio.

Ma quando è calato il sole
e resta ancora un chiarore
nell’aria stanca di giuochi,
ecco un soffio più ilare
sgombra il sereno di tutte le nuvole,
e un filo di luce appena
pian piano tira su dall’orizzonte
fin sull’orlo del piccolo colle
la grande luna piena
che s’impiglia fra i rami senza foglie
della rossa robìnia tutta corolle,
come un gran frutto di luce
in mezzo ai suoi fiori.

Allora l’alta pausa notturna
addormenta la terra
dalle montagne lontane,
che sognano ancora turchino,
fino al gorghéggio romito
dell’usignolo fra i lecci,
che saluta il risveglio dell’infinito.

Oggi è sull’anima mia...

Oggi è sull’anima mia come un velo di polvere
sopra un mobile antico... Quanto m’è dolce e triste
passar solo in un luogo dove altre volte ho visto,
pensoso, a capo chino, la mia ombra confondersi

ad un’ombra femminile!... Io amo, dunque, io amo
ancora le donne che amai e di cui m’annoiai?
Oh, no: il mio cuore è come un albero ed ogni ramo
è un ricordo soave d’un giorno che non fu mai:

il ricordo d’un sogno che mi cullò piangente
o che filò il mio cielo come una stella cadente.
Ore, stagioni, secoli, ditemi voi quant’anni
ho io, dunque, vissuto nei miei ventidu’anni!

Sei nell’assopimento di corolle

Sei nell’assopimento di corolle
tenere, appena schiuse, come cieli
brevi sul prato, e nello sguardo folle
dell’arse donne, i cui pallori aneli
traspaiono d’argento
nel dolce portamento.

Nutri ogni desiderio che discorda
col sospiro pacifico dell’erba;
e vibri in seno a questa pietra sorda
l’astro della tua musica superba,
con la quale assecondi
l’ansia di tutti i mondi.

Sei presente, e non sei, come una forma
celeste che vegliando, pur s’oppone
al vegliar delle forme, e vuol che dorma
ciascuna, come dentro una prigione,
nel suo proprio passato,
che in corpo hai modellato.

Simili a melodie rapprese in mondo

Simili a melodie rapprese in mondo,
quand’erano sull’orlo di sfatarsi
nei superni silenzi, ardono pace
nel mezzogiorno torrido le ondate
ferme dei pini, sul brillìo turchino
del mare che smiràcola d’argento.
E ancora dalle masse di smeraldo
divampa un concepirsi incandescenze;
ma un pensiero di su le incenerisce
in quella pausa d’essere ch’è cielo:
azzurreggiar di tenebra, che intìma
(dal massiccio dell’alpe all’orizzonte)
ai duri tronchi èrgersi alati incensi
a un dio sonoro, addormentato, in forma
d’un paese celeste sulla terra.

Un lampo velocissimo d’argento

Un lampo velocissimo d’argento
sfòrbicia a fondo il verde oro solare
degli alberi che oscillano col vento
quasi in un desiderio di parlare;
lampeggia, e si ringoia
nella stessa cesoia.

Un attimo di luna s’è svelato
fulmineamente nell’argenteo sprazzo
di quel volo, che schizza via dal prato,
e squarcia in uno sgarro paonazzo
il giallo della luce,
che un gorghéggio ricuce.

I tronchi, inebbriati alla radice
che succhia suoni, esalano il vocale
fremito in cui la terra parla, e dice,
in un suono d’argento, il nuziale
spirito, che s’è immerso
in lei dall’universo.

Libri

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