Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Vincenzo Monti
In morte di Ugo Bassville, canto II (La decapitazione di Luigi XVI)
Fu allora il tuo, che di morte vedesti
L’atro vessillo volteggiarsi al vento?
E il terribile palco erto scorgesti,
Ed alzata la scure, e al gran misfatto
Salir bramosi i manigoldi e presti;
E il tuo buon rege, il re piú grande, in atto
D’agno innocente fra digiuni lupi,
Sul letto de’ ladroni a morir tratto;
E fra i silenzi delle turbe cupi
Lui sereno avanzar la fronte e il passo
In vista che spetrar potea le rupi?
Spetrar le rupi e sciorre in pianto un sasso:
Non le galliche tigri. Ahi! dove spinto
L’avete, o crude? Ed ei v’amava! oh lasso!
Ma piangea il sole di gramaglia cinto,
E stava in forse di voltar le rote
Da questa Tebe che l’antica ha vinto.
Piangevan l’aure per terrore immote,
E l’anime del cielo cittadine
Scendean col pianto anch’esse in su le gote;
L’anime che costanti e pellegrine
Per la causa di Cristo e di Luigi
Lassú per sangue diventâr divine.
Il duol di Francia intanto e i gran litigi
Mirava Iddio dall’alto, e giusto e buono
Pesava il fato della rea Parigi.
Sedea sublime sul tremendo trono;
E sulla lance d’òr quinci ponea
L’alta sua pazienza e il suo perdono,
Dell’iniqua città quindi mettea
Le scelleranze tutte; e nullo ancora
Piegar de’ due gran carchi si vedea.
Quando il mortal giudizio e l’ultim’ora
Dell’augusto infelice alfin v’impose
L’Onnipotente. Cigolando allora
Traboccâr le bilancie ponderose:
Grave in terra cozzò la mortal sorte,
Balzò l’altra alle sfere, e si nascose.
In quel punto al feral palco di morte
Giunge Luigi. Ei v’alza il guardo, e viene
Fermo alla scala, imperturbato e forte.
Già vi monta, già il sommo egli ne tiene;
E va sí pien di maestà l’aspetto,
Ch’ai manigoldi fa tremar le vene.
E già battea furtiva ad ogni petto
La pietà rinascente, ed anco parve
Che del furor svïato avría l’effetto.
Ma fier portento in questo mezzo apparve:
Sul patibolo infame all’improvviso
Asceser quattro smisurate larve.
Stringe ognuna un pugnal di sangue intriso;
Alla strozza un capestro le molesta;
Torvo il cipiglio, dispietato il viso,
E scomposte le chiome in sulla testa,
Come campo di biada già matura
Nel cui mezzo passata è la tempesta.
E sulla fronte arroncigliata e scura
Scritto in sangue ciascuna il nome avea,
Nome terror de’ regi e di natura.
Damiens l’uno, Ankastrom l’altro dicea,
E l’altro Ravagliacco; ed il suo scritto
Il quarto colla man si nascondea.
Da queste Dire avvinto il derelitto
Sire Capeto dal maggior de’ troni
Alla mannaia già facea tragitto.
E a quel giusto simíl che fra’ ladroni
Perdonando spirava ed esclamando:
Padre, padre, perché tu m’abbandoni?,
Per chi a morte lo tragge anch’ei pregando,
Il popol mio, dicea, che sí delira,
E il mio spirto, Signor, ti raccomando.
In questo dir con impeto e con ira
Un degli spettri sospingendo il venne
Sotto il taglio fatal; l’altro ve ’l tira.
Per le sacrate auguste chiome il tenne
La terza furia, e la sottil rudente
Quella quarta recise alla bipenne.
Alla caduta dell’acciar tagliente
S’aprí tonando il cielo, e la vermiglia
Terra si scosse e il mare orribilmente.
Tremonne il mondo, e per la maraviglia
E pel terror dal freddo al caldo polo
Palpitando i potenti alzâr le ciglia.
Tremò levante ed occidente. Il solo
Barbaro celta, in suo furor piú saldo,
Del ciel derise e della terra il duolo;
E di sua libertà spietato e baldo
Tuffò le stolte insegne e le man ladre
Nel sangue del suo re fumante e caldo;
E si dolse che misto a quel del padre
Quello pur anco non scorreva, ahi rabbia!,
Del regal figlio e dell’augusta madre.
L’atro vessillo volteggiarsi al vento?
E il terribile palco erto scorgesti,
Ed alzata la scure, e al gran misfatto
Salir bramosi i manigoldi e presti;
E il tuo buon rege, il re piú grande, in atto
D’agno innocente fra digiuni lupi,
Sul letto de’ ladroni a morir tratto;
E fra i silenzi delle turbe cupi
Lui sereno avanzar la fronte e il passo
In vista che spetrar potea le rupi?
Spetrar le rupi e sciorre in pianto un sasso:
Non le galliche tigri. Ahi! dove spinto
L’avete, o crude? Ed ei v’amava! oh lasso!
Ma piangea il sole di gramaglia cinto,
E stava in forse di voltar le rote
Da questa Tebe che l’antica ha vinto.
Piangevan l’aure per terrore immote,
E l’anime del cielo cittadine
Scendean col pianto anch’esse in su le gote;
L’anime che costanti e pellegrine
Per la causa di Cristo e di Luigi
Lassú per sangue diventâr divine.
Il duol di Francia intanto e i gran litigi
Mirava Iddio dall’alto, e giusto e buono
Pesava il fato della rea Parigi.
Sedea sublime sul tremendo trono;
E sulla lance d’òr quinci ponea
L’alta sua pazienza e il suo perdono,
Dell’iniqua città quindi mettea
Le scelleranze tutte; e nullo ancora
Piegar de’ due gran carchi si vedea.
Quando il mortal giudizio e l’ultim’ora
Dell’augusto infelice alfin v’impose
L’Onnipotente. Cigolando allora
Traboccâr le bilancie ponderose:
Grave in terra cozzò la mortal sorte,
Balzò l’altra alle sfere, e si nascose.
In quel punto al feral palco di morte
Giunge Luigi. Ei v’alza il guardo, e viene
Fermo alla scala, imperturbato e forte.
Già vi monta, già il sommo egli ne tiene;
E va sí pien di maestà l’aspetto,
Ch’ai manigoldi fa tremar le vene.
E già battea furtiva ad ogni petto
La pietà rinascente, ed anco parve
Che del furor svïato avría l’effetto.
Ma fier portento in questo mezzo apparve:
Sul patibolo infame all’improvviso
Asceser quattro smisurate larve.
Stringe ognuna un pugnal di sangue intriso;
Alla strozza un capestro le molesta;
Torvo il cipiglio, dispietato il viso,
E scomposte le chiome in sulla testa,
Come campo di biada già matura
Nel cui mezzo passata è la tempesta.
E sulla fronte arroncigliata e scura
Scritto in sangue ciascuna il nome avea,
Nome terror de’ regi e di natura.
Damiens l’uno, Ankastrom l’altro dicea,
E l’altro Ravagliacco; ed il suo scritto
Il quarto colla man si nascondea.
Da queste Dire avvinto il derelitto
Sire Capeto dal maggior de’ troni
Alla mannaia già facea tragitto.
E a quel giusto simíl che fra’ ladroni
Perdonando spirava ed esclamando:
Padre, padre, perché tu m’abbandoni?,
Per chi a morte lo tragge anch’ei pregando,
Il popol mio, dicea, che sí delira,
E il mio spirto, Signor, ti raccomando.
In questo dir con impeto e con ira
Un degli spettri sospingendo il venne
Sotto il taglio fatal; l’altro ve ’l tira.
Per le sacrate auguste chiome il tenne
La terza furia, e la sottil rudente
Quella quarta recise alla bipenne.
Alla caduta dell’acciar tagliente
S’aprí tonando il cielo, e la vermiglia
Terra si scosse e il mare orribilmente.
Tremonne il mondo, e per la maraviglia
E pel terror dal freddo al caldo polo
Palpitando i potenti alzâr le ciglia.
Tremò levante ed occidente. Il solo
Barbaro celta, in suo furor piú saldo,
Del ciel derise e della terra il duolo;
E di sua libertà spietato e baldo
Tuffò le stolte insegne e le man ladre
Nel sangue del suo re fumante e caldo;
E si dolse che misto a quel del padre
Quello pur anco non scorreva, ahi rabbia!,
Del regal figlio e dell’augusta madre.
Virgilio Giotti
I veci che ‘speta la morte
I veci che ‘speta la morte.
I la ‘speta sentai su le porte
de le cesete svode d’i paesi;
davanti, sui mureti,
co’ fra i labri la pipa.
E par ch’i vardi el fumo,
par ch’i fissi el ziel bianco inuvolado
col sol che va e che vien,
ch’i vardi in giro le campagne e, soto,
i copi e le stradete del paese.
Le pipe se ghe studa,
ma lori istesso i le tien ‘vanti in boca.
Pipe,
che le xe squasi de butarle via,
meze rote, brusade,
che le ciama altre nove:
ma za
le bastarà.
Se senti el fabro del paese bàter,
in ostaria ch’i ciàcola,
un contadin che zapa là vizin,
e el rugna
e el se canta qualcossa fra de sè
ch’el sa lu’ solo;
e po’ ogni tanto un sparo,
in quel bianchiz smorto de tuto,
un tiro solo, forte.
I veci che ‘speta la morte.
I la speta sentai ne le corte,
de fora de le case, in strada,
sentai su ‘na carega bassa,
co’ le man sui zenoci.
I fioi che zoga ‘torno.
I zoga coi careti,
i zoga còrerse drio,
i ziga, i urla
che no’ i ghe ne pol più:
e quei più pici i ghe vien fina ‘dosso,
tra le gambe;
i li sburta,
i ghe sburta la sèdia,
i ghe porta la tera e i sassi
fin sui zenoci e su le man.
Passa la gente,
passa i cari de corsa con un strèpito,
pieni, stivai de òmini e de muli
che torna de lavor:
e tra de lori ghe xe un per de fie
mate bacanone,
che in mezo a quei scassoni
le ridi e ridi;
e le ga el rosso del tramonto in fronte.
I veci che ‘speta la morte.
I la ‘speta a marina sui muci
tondi de corde;
ne le ombre d’i casoti,
cuciai par tera,
in tre, in quatro insieme.
Ma ziti.
I se regala qualche cica
vanzada d’ i zigàri de la festa,
o ciolta su, pian pian, par tera,
con un dolor de schena:
i se regala un fulminante
dovù zercar tre ore,
con quele man che trema,
pai scarselini del gilè.
A qualchidun ghe vigniria, sì,
de parlar qualche volta;
ma quel che ghe vien su,
che lu’ el volaria dir,
lo sa anca l’altro,
lo sa anca staltro e staltro.
Nel porto, in fondo, xe ‘na confusion,
un sussuro lontan,
forte che se lo senti istesso.
I vaporeti parti
e riva drïo man.
I ciapa el largo, i va via pieni neri;
i riva driti, i se gira, i se ‘costa,
i sbarca in tera
muci de gente
che se disperdi sùbito.
Resta solo el careto de naranze,
un per de muli
che i se remena tuto el dopopranzo
là ‘torno,
e el scricolar sul sol del ponte.
I veci che ‘speta la morte.
I la ‘speta sentai su le porte
dei boteghini scuri in zitavècia;
nei pìcoli cafè, sentai de fora,
co’ davanti do soldi
de àqua col mistrà;
e i legi el fòglio le ore co’ le ore.
In strada,
ch’el sol la tàia in due,
ghe xe un va e vien contìnuo,
un mòverse, nel sol ne l’ombra,
de musi, de colori.
I legi el fòglio:
ma tute robe xe
che ghe interessa poco;
ma come mi i lo legi,
quando che ‘speto su ‘na cantonada
la mia putela,
che tiro fora el fòglio
par far qualcossa,
ma che lèger, credo de lèger,
ma go el pensier invezi a tuto altro;
e un caminar, ‘na vose,
che me par de sintir,
me fermo e ‘scolto.
I la ‘speta sentai su le porte
de le cesete svode d’i paesi;
davanti, sui mureti,
co’ fra i labri la pipa.
E par ch’i vardi el fumo,
par ch’i fissi el ziel bianco inuvolado
col sol che va e che vien,
ch’i vardi in giro le campagne e, soto,
i copi e le stradete del paese.
Le pipe se ghe studa,
ma lori istesso i le tien ‘vanti in boca.
Pipe,
che le xe squasi de butarle via,
meze rote, brusade,
che le ciama altre nove:
ma za
le bastarà.
Se senti el fabro del paese bàter,
in ostaria ch’i ciàcola,
un contadin che zapa là vizin,
e el rugna
e el se canta qualcossa fra de sè
ch’el sa lu’ solo;
e po’ ogni tanto un sparo,
in quel bianchiz smorto de tuto,
un tiro solo, forte.
I veci che ‘speta la morte.
I la speta sentai ne le corte,
de fora de le case, in strada,
sentai su ‘na carega bassa,
co’ le man sui zenoci.
I fioi che zoga ‘torno.
I zoga coi careti,
i zoga còrerse drio,
i ziga, i urla
che no’ i ghe ne pol più:
e quei più pici i ghe vien fina ‘dosso,
tra le gambe;
i li sburta,
i ghe sburta la sèdia,
i ghe porta la tera e i sassi
fin sui zenoci e su le man.
Passa la gente,
passa i cari de corsa con un strèpito,
pieni, stivai de òmini e de muli
che torna de lavor:
e tra de lori ghe xe un per de fie
mate bacanone,
che in mezo a quei scassoni
le ridi e ridi;
e le ga el rosso del tramonto in fronte.
I veci che ‘speta la morte.
I la ‘speta a marina sui muci
tondi de corde;
ne le ombre d’i casoti,
cuciai par tera,
in tre, in quatro insieme.
Ma ziti.
I se regala qualche cica
vanzada d’ i zigàri de la festa,
o ciolta su, pian pian, par tera,
con un dolor de schena:
i se regala un fulminante
dovù zercar tre ore,
con quele man che trema,
pai scarselini del gilè.
A qualchidun ghe vigniria, sì,
de parlar qualche volta;
ma quel che ghe vien su,
che lu’ el volaria dir,
lo sa anca l’altro,
lo sa anca staltro e staltro.
Nel porto, in fondo, xe ‘na confusion,
un sussuro lontan,
forte che se lo senti istesso.
I vaporeti parti
e riva drïo man.
I ciapa el largo, i va via pieni neri;
i riva driti, i se gira, i se ‘costa,
i sbarca in tera
muci de gente
che se disperdi sùbito.
Resta solo el careto de naranze,
un per de muli
che i se remena tuto el dopopranzo
là ‘torno,
e el scricolar sul sol del ponte.
I veci che ‘speta la morte.
I la ‘speta sentai su le porte
dei boteghini scuri in zitavècia;
nei pìcoli cafè, sentai de fora,
co’ davanti do soldi
de àqua col mistrà;
e i legi el fòglio le ore co’ le ore.
In strada,
ch’el sol la tàia in due,
ghe xe un va e vien contìnuo,
un mòverse, nel sol ne l’ombra,
de musi, de colori.
I legi el fòglio:
ma tute robe xe
che ghe interessa poco;
ma come mi i lo legi,
quando che ‘speto su ‘na cantonada
la mia putela,
che tiro fora el fòglio
par far qualcossa,
ma che lèger, credo de lèger,
ma go el pensier invezi a tuto altro;
e un caminar, ‘na vose,
che me par de sintir,
me fermo e ‘scolto.
Virgilio Giotti
La porta serada
Vado su par le scale,
come sempre un scalin
a la volta, pian; pian
più, più che son vizin.
El cuor me sta par bàter.
Chi sa ogi che cossa
che trovarò? El sòlito,
sì, forsi. O qualchecossa
che no’ so ancora. El sol
de le finestre, e, come
sempre, quieta ‘na vose
che me ciama par nome.
O, invezi, xe là el viso
pàlido de la morte
che me ‘speta. Ogi, forsi,
xe ‘sto qua che la sorte
me ga prontà. ‘Sto qua
xe quel che trovarò
drio quela porta scura
che adesso averzirò.
Vado ‘vanti, no’ pian
e no’ sguelto, una scala
drio l’altra, co’ la testa
un poco su ‘na spala,
in pase con mi stesso,
e coi altri, e co’ tuto.
come sempre un scalin
a la volta, pian; pian
più, più che son vizin.
El cuor me sta par bàter.
Chi sa ogi che cossa
che trovarò? El sòlito,
sì, forsi. O qualchecossa
che no’ so ancora. El sol
de le finestre, e, come
sempre, quieta ‘na vose
che me ciama par nome.
O, invezi, xe là el viso
pàlido de la morte
che me ‘speta. Ogi, forsi,
xe ‘sto qua che la sorte
me ga prontà. ‘Sto qua
xe quel che trovarò
drio quela porta scura
che adesso averzirò.
Vado ‘vanti, no’ pian
e no’ sguelto, una scala
drio l’altra, co’ la testa
un poco su ‘na spala,
in pase con mi stesso,
e coi altri, e co’ tuto.
Virgilio Giotti
La strada
Vardo ‘na strada de la mia zità,
che ghe sarò passado mile volte,
e no’ me par de averla vista mai.
Le fazzade zalete, le boteghe,
un bar, dei àuti, e el fiatin de viavai.
Come la nostra vita, sì: vissuda,
finida ormai, e mai ben conossuda.
che ghe sarò passado mile volte,
e no’ me par de averla vista mai.
Le fazzade zalete, le boteghe,
un bar, dei àuti, e el fiatin de viavai.
Come la nostra vita, sì: vissuda,
finida ormai, e mai ben conossuda.
Vittorio Sereni
3 dicembre
All’ultimo tumulto dei binari
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.
Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.
Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.
Vittorio Sereni
Ancora sulla strada di Zenna
Perché quelle piante turbate m’inteneriscono?
Forse perché ridicono che il verde si rinnova
a ogni primavera, ma non rifiorisce la gioia?
Ma non è questa volta un mio lamento
e non è primavera, è un’estate,
l’estate dei miei anni.
Sotto i miei occhi portata dalla corsa
la costa va formandosi immutata
da sempre e non la muta il mio rumore
né, più fondo, quel repentino vento che la turba
e alla prossima svolta, forse, finirà.
E io potrò per ciò che muta disperarmi
portare attorno il capo bruciante di dolore...
ma l’opaca trafila delle cose
che là dietro indovino: la carrucola nel pozzo,
la spola della teleferica nei boschi,
i minimi atti, i poveri
strumenti umani avvinti alla catena
della necessità, la lenza
buttata a vuoto nei secoli,
le scarse vite, che all’occhio di chi torna
e trova che nulla nulla è veramente mutato
si ripetono identiche,
quelle agitate braccia che presto ricadranno,
quelle inutilmente fresche mani
che si tendono a me e il privilegio
del moto mi rinfacciano...
Dunque pietà per le turbate piante
evocate per poco nella spirale del vento
che presto da me arretreranno via via
salutando salutando.
Ed ecco già mutato il mio rumore
s’impunta un attimo e poi si sfrena
fuori da sonni enormi
e un altro paesaggio gira e passa.
Forse perché ridicono che il verde si rinnova
a ogni primavera, ma non rifiorisce la gioia?
Ma non è questa volta un mio lamento
e non è primavera, è un’estate,
l’estate dei miei anni.
Sotto i miei occhi portata dalla corsa
la costa va formandosi immutata
da sempre e non la muta il mio rumore
né, più fondo, quel repentino vento che la turba
e alla prossima svolta, forse, finirà.
E io potrò per ciò che muta disperarmi
portare attorno il capo bruciante di dolore...
ma l’opaca trafila delle cose
che là dietro indovino: la carrucola nel pozzo,
la spola della teleferica nei boschi,
i minimi atti, i poveri
strumenti umani avvinti alla catena
della necessità, la lenza
buttata a vuoto nei secoli,
le scarse vite, che all’occhio di chi torna
e trova che nulla nulla è veramente mutato
si ripetono identiche,
quelle agitate braccia che presto ricadranno,
quelle inutilmente fresche mani
che si tendono a me e il privilegio
del moto mi rinfacciano...
Dunque pietà per le turbate piante
evocate per poco nella spirale del vento
che presto da me arretreranno via via
salutando salutando.
Ed ecco già mutato il mio rumore
s’impunta un attimo e poi si sfrena
fuori da sonni enormi
e un altro paesaggio gira e passa.
Vittorio Sereni
Dall’Olanda: Amsterdam
A portarmi fu il caso tra le nove
e le dieci d’una domenica mattina
svoltando a un ponte, uno dei tanti, a destra
lungo il semigelo d’un canale. E non
questa è la casa, ma soltanto
– mille volte già vista –
sul cartello dimesso: «Casa di Anna Frank».
Disse più tardi il mio compagno: quella
di Anna Frank non dev’essere, non è
privilegiata memoria. Ce ne furono tanti
che crollarono per sola fame
senza il tempo di scriverlo.
Lei, è vero, lo scrisse.
Ma a ogni svolta a ogni ponte lungo ogni canale
continuavo a cercarla senza trovarla più
ritrovandola sempre.
Per questo è una e insondabile Amsterdam
nei suoi tre quattro variabili elementi
che fonde in tante unità ricorrenti, nei suoi
tre quattro fradici o acerbi colori
che quanto è grande il suo spazio perpetua,
anima che s’irraggia ferma e limpida
su migliaia d’altri volti, germe
dovunque e germoglio di Anna Frank.
Per questo è sui suoi canali vertiginosa Amsterdam.
e le dieci d’una domenica mattina
svoltando a un ponte, uno dei tanti, a destra
lungo il semigelo d’un canale. E non
questa è la casa, ma soltanto
– mille volte già vista –
sul cartello dimesso: «Casa di Anna Frank».
Disse più tardi il mio compagno: quella
di Anna Frank non dev’essere, non è
privilegiata memoria. Ce ne furono tanti
che crollarono per sola fame
senza il tempo di scriverlo.
Lei, è vero, lo scrisse.
Ma a ogni svolta a ogni ponte lungo ogni canale
continuavo a cercarla senza trovarla più
ritrovandola sempre.
Per questo è una e insondabile Amsterdam
nei suoi tre quattro variabili elementi
che fonde in tante unità ricorrenti, nei suoi
tre quattro fradici o acerbi colori
che quanto è grande il suo spazio perpetua,
anima che s’irraggia ferma e limpida
su migliaia d’altri volti, germe
dovunque e germoglio di Anna Frank.
Per questo è sui suoi canali vertiginosa Amsterdam.
Vittorio Sereni
Ebbrezza
Terminava la messe d’incidersi
sul rame del sole e nella faglia
del grande vento un’allodola
cantava la sua gioventù prossima a fine.
Tre mesi – e avrebbe l’alba
d’autunno adorna dei suoi specchi
crivellati di spari
echeggiato.
sul rame del sole e nella faglia
del grande vento un’allodola
cantava la sua gioventù prossima a fine.
Tre mesi – e avrebbe l’alba
d’autunno adorna dei suoi specchi
crivellati di spari
echeggiato.
Vittorio Sereni
Il muro
Sono
quasi in sogno a Luino
lungo il muro dei morti.
Qua i nostri volti ardevano nell’ombra
nella luce rosa che sulle nove di sera
piovevano gli alberi a giugno?
Certo chi muore... ma questi che vivono
invece: giocano in notturna, sei
contro sei, quelli di Porto
e delle Verbanesi nuova gioventù.
Io da loro distolto
sento l’animazione delle foglie
e in questa farsi strada la bufera.
Scagliano polvere e fronde scagliano ira
quelli di là dal muro –
e tra essi il più caro.
«Papà – faccio per difendermi
puerilmente – papà...»
Non c’è molto da opporgli, il tuffo
di carità il soprassalto in me quando leggo
di fioriture in pieno inverno sulle alture
che lo cerchiano là nel suo gelo al fondo,
se gli porto notizie delle sue cose
se le sento tarlarsi (la duplice
la subdola fedeltà delle cose:
capaci di resistere oltre una vita d’uomo
e poi si sfaldano trasognandoci anni o momenti dopo)
su qualche mensola
in via Scarlatti 27 a Milano.
Dice che è carità pelosa, di presagio
del mio prossimo ghiaccio, me lo dice come in gloria
rasserenandosi rasserenandomi
mentre riapro gli occhi e lui si ritira ridendo
– e ancora folleggiano quei ragazzi animosi contro bufera e notte –
lo dice con polvere e foglie da tutto il muro
che una sera d’estate è una sera d’estate
e adesso avrà più senso
il canto degli ubriachi dalla parte di Creva.
quasi in sogno a Luino
lungo il muro dei morti.
Qua i nostri volti ardevano nell’ombra
nella luce rosa che sulle nove di sera
piovevano gli alberi a giugno?
Certo chi muore... ma questi che vivono
invece: giocano in notturna, sei
contro sei, quelli di Porto
e delle Verbanesi nuova gioventù.
Io da loro distolto
sento l’animazione delle foglie
e in questa farsi strada la bufera.
Scagliano polvere e fronde scagliano ira
quelli di là dal muro –
e tra essi il più caro.
«Papà – faccio per difendermi
puerilmente – papà...»
Non c’è molto da opporgli, il tuffo
di carità il soprassalto in me quando leggo
di fioriture in pieno inverno sulle alture
che lo cerchiano là nel suo gelo al fondo,
se gli porto notizie delle sue cose
se le sento tarlarsi (la duplice
la subdola fedeltà delle cose:
capaci di resistere oltre una vita d’uomo
e poi si sfaldano trasognandoci anni o momenti dopo)
su qualche mensola
in via Scarlatti 27 a Milano.
Dice che è carità pelosa, di presagio
del mio prossimo ghiaccio, me lo dice come in gloria
rasserenandosi rasserenandomi
mentre riapro gli occhi e lui si ritira ridendo
– e ancora folleggiano quei ragazzi animosi contro bufera e notte –
lo dice con polvere e foglie da tutto il muro
che una sera d’estate è una sera d’estate
e adesso avrà più senso
il canto degli ubriachi dalla parte di Creva.
Vittorio Sereni
La malattia dell’olmo
Se ti importa che ancora sia estate
eccoti in riva al fiume l’albero squamarsi!
delle foglie più deboli: roseogialli
petali di fiori sconosciuti
—e a futura memoria i sempreverdi?
immobili.
Ma più importa che la gente cammini in allegria
che corra al fiume la città e un gabbiano
avventuratosi sin qua si sfogli
in un lampo di candore.
Guidami tu, stella variabile, fin che puoi ...
—e il giorno fonde le rive in miele e oro
le rifonde in un buio oleoso?
fino al pullulare delle luci.
Scocca
da quel formicolio
un atomo ronzante, a colpo
sicuro mi centra
dove più punge e brucia.
Vienmi vicino, parlami, tenerezza,
—dico voltandomi a una
vita fino a ieri a me prossima
oggi così lontana—scaccia
da me questo spino molesto,
la memoria:
non si sfama mai.
È fatto —mormora in risposta
nell’ultimo chiaro
quell’ombra— adesso dormi, riposa.
Mi hai
tolto l’aculeo, non
il suo fuoco—sospiro abbandonandomi a lei
in sogno con lei precipitando già.
eccoti in riva al fiume l’albero squamarsi!
delle foglie più deboli: roseogialli
petali di fiori sconosciuti
—e a futura memoria i sempreverdi?
immobili.
Ma più importa che la gente cammini in allegria
che corra al fiume la città e un gabbiano
avventuratosi sin qua si sfogli
in un lampo di candore.
Guidami tu, stella variabile, fin che puoi ...
—e il giorno fonde le rive in miele e oro
le rifonde in un buio oleoso?
fino al pullulare delle luci.
Scocca
da quel formicolio
un atomo ronzante, a colpo
sicuro mi centra
dove più punge e brucia.
Vienmi vicino, parlami, tenerezza,
—dico voltandomi a una
vita fino a ieri a me prossima
oggi così lontana—scaccia
da me questo spino molesto,
la memoria:
non si sfama mai.
È fatto —mormora in risposta
nell’ultimo chiaro
quell’ombra— adesso dormi, riposa.
Mi hai
tolto l’aculeo, non
il suo fuoco—sospiro abbandonandomi a lei
in sogno con lei precipitando già.
Vittorio Sereni
La spiaggia
Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più –
Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari... Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.
I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe d’inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
parleranno.
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più –
Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari... Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.
I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe d’inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
parleranno.
Vittorio Sereni
Le sei del mattino
Tutto, si sa, la morte dissigilla.
E infatti, tornavo,
malchiusa era la porta
appena accostato il battente.
E spento infatti ero da poco,
disfatto in poche ore.
Ma quello vidi che certo
non vedono i defunti:
la casa visitata dalla mia fresca morte,
solo un poco smarrita
calda ancora di me che più non ero,
spezzata la sbarra
inane il chiavistello
e grande un’aria e popolosa attorno
a me piccino nella morte,
i corsi l’uno dopo l’altro desti
di Milano dentro tutto quel vento.
E infatti, tornavo,
malchiusa era la porta
appena accostato il battente.
E spento infatti ero da poco,
disfatto in poche ore.
Ma quello vidi che certo
non vedono i defunti:
la casa visitata dalla mia fresca morte,
solo un poco smarrita
calda ancora di me che più non ero,
spezzata la sbarra
inane il chiavistello
e grande un’aria e popolosa attorno
a me piccino nella morte,
i corsi l’uno dopo l’altro desti
di Milano dentro tutto quel vento.
Vittorio Sereni
Niccolò
Quattro settembre, muore
oggi un mio caro e con lui cortesia
una volta di più e questa forse per sempre.
Ero con altri un’ultima volta in mare
stupefatto che su tanti spettri chiari non posasse
a pieno cielo una nuvola immensa,
definitiva, ma solo un vago di vapori
si ponesse tra noi, pulviscolo
lasciato indietro dall’estate
(dovunque, si sentiva, in terra e in mare era là
affaticato a raggiungerci, a rompere
lo sbiancante diaframma).
Non servirà cercarti sulle spiagge ulteriori
lungo tutta la costiera spingendoci a quella
detta dei Morti per sapere che non verrai.
Adesso
che di te si svuota il mondo e il “tu”
falsovero dei poeti si ricolma di te
adesso so chi mancava nell’alone amaranto
che cosa e chi disertava le acque
di un dieci giorni fa
già in sospetto di settembre. Sospesa ogni ricerca,
i nomi si ritirano dietro le cose
e dicono no dicono no gli oleandri
mossi dal venticello.
E poi rieccoci
alla sfera del celeste, ma non è
la solita endiadi di cielo e mare?
Resta dunque con me, qui ti piace,
e ascoltami, come sai.
oggi un mio caro e con lui cortesia
una volta di più e questa forse per sempre.
Ero con altri un’ultima volta in mare
stupefatto che su tanti spettri chiari non posasse
a pieno cielo una nuvola immensa,
definitiva, ma solo un vago di vapori
si ponesse tra noi, pulviscolo
lasciato indietro dall’estate
(dovunque, si sentiva, in terra e in mare era là
affaticato a raggiungerci, a rompere
lo sbiancante diaframma).
Non servirà cercarti sulle spiagge ulteriori
lungo tutta la costiera spingendoci a quella
detta dei Morti per sapere che non verrai.
Adesso
che di te si svuota il mondo e il “tu”
falsovero dei poeti si ricolma di te
adesso so chi mancava nell’alone amaranto
che cosa e chi disertava le acque
di un dieci giorni fa
già in sospetto di settembre. Sospesa ogni ricerca,
i nomi si ritirano dietro le cose
e dicono no dicono no gli oleandri
mossi dal venticello.
E poi rieccoci
alla sfera del celeste, ma non è
la solita endiadi di cielo e mare?
Resta dunque con me, qui ti piace,
e ascoltami, come sai.
Vittorio Sereni
Non sa più nulla, è alto sulle ali
Non sa più nulla, è alto sulle ali
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
mi toccava la spalla mormorando
di pregar per l’Europa
mentre la Nuova Armada
si presentava alla costa di Francia.
Ho risposto nel sonno: – È il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
sola musica e mi basta. –
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
mi toccava la spalla mormorando
di pregar per l’Europa
mentre la Nuova Armada
si presentava alla costa di Francia.
Ho risposto nel sonno: – È il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
sola musica e mi basta. –
Vittorio Sereni
Paura seconda
Niente ha di spavento
la voce che chiama me
proprio me
dalla strada sotto casa
in un’ora di notte:
è un breve risveglio di vento,
una pioggia fuggiasca.
Nel dire il mio nome non enumera
i miei torti, non mi rinfaccia il passato.
Con dolcezza (Vittorio
Vittorio) mi disarma, arma
contro me stesso me.
la voce che chiama me
proprio me
dalla strada sotto casa
in un’ora di notte:
è un breve risveglio di vento,
una pioggia fuggiasca.
Nel dire il mio nome non enumera
i miei torti, non mi rinfaccia il passato.
Con dolcezza (Vittorio
Vittorio) mi disarma, arma
contro me stesso me.
Vittorio Sereni
Settembre
Già l’òlea fragrante nei giardini
d’amarezza ci punge: il lago un poco
si ritira da noi, scopre una spiaggia
d’aride cose,
di remi infranti, di reti strappate.
E il vento che illumina le vigne
già volge ai giorni fermi queste plaghe
da una dubbiosa brulicante estate.
Nella morte già certa
cammineremo con più coraggio,
andremo a lento guado coi cani
nell’onda che rotola minuta.
d’amarezza ci punge: il lago un poco
si ritira da noi, scopre una spiaggia
d’aride cose,
di remi infranti, di reti strappate.
E il vento che illumina le vigne
già volge ai giorni fermi queste plaghe
da una dubbiosa brulicante estate.
Nella morte già certa
cammineremo con più coraggio,
andremo a lento guado coi cani
nell’onda che rotola minuta.
Vittorio Sereni
Verano e solstizio
Perché, tu che sai tutto di Roma,
lo chiamate così quel vostro cimitero
con quel nome spagnolo che significa estate ?
(così — non lo dissi — per durare
porta la sua radice nell’estate
la primavera, morendovi).
L’estate di Roma ci stava davanti
con la più svaporante
la sua più mortale calcinazione.
Ne prendo nota - sorrise — te lo dico la prossima volta.
cicala solista dell’ultima ora di luce
l’abitatrice delle foglie incendiate
di un troppo lungo giorno:
questo è el verano e il Verano,
s’infervora l’infaticabile,
questa l’estate di Roma di Spagna di dovunque
questa la primavera nell’estate,
rincara l’univoca la vermiglia voce abbuiandosi
2? in tutte le Rome di ritorno
di alcune estati prima.
lo chiamate così quel vostro cimitero
con quel nome spagnolo che significa estate ?
(così — non lo dissi — per durare
porta la sua radice nell’estate
la primavera, morendovi).
L’estate di Roma ci stava davanti
con la più svaporante
la sua più mortale calcinazione.
Ne prendo nota - sorrise — te lo dico la prossima volta.
cicala solista dell’ultima ora di luce
l’abitatrice delle foglie incendiate
di un troppo lungo giorno:
questo è el verano e il Verano,
s’infervora l’infaticabile,
questa l’estate di Roma di Spagna di dovunque
questa la primavera nell’estate,
rincara l’univoca la vermiglia voce abbuiandosi
2? in tutte le Rome di ritorno
di alcune estati prima.
Vivian Lamarque
Il signore gentile
’
Era un signore come un cielo gentile, gentilmente col suo
gentile cuore la guardava.
E intanto la vita?
Intanto la vita persempre persempre se ne andava, intanto
la vita come una bella vela quasi era sparita.
Era un signore come un cielo gentile, gentilmente col suo
gentile cuore la guardava.
E intanto la vita?
Intanto la vita persempre persempre se ne andava, intanto
la vita come una bella vela quasi era sparita.
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