Poesie di questo tema
Incontri e occasioni perse
Elio Pecora
Per quale caso, o ragione
Per quale caso, o ragione, o sogno,
c’incontrammo una sera di novembre
e restammo a parlarci fino all’alba
Da allora abitiamo questo limbo
di porte finte, di luci appannate,
dove m’affanno a cercare l’uscita,
dove t’aggiri incredulo nell’ombra.
c’incontrammo una sera di novembre
e restammo a parlarci fino all’alba
Da allora abitiamo questo limbo
di porte finte, di luci appannate,
dove m’affanno a cercare l’uscita,
dove t’aggiri incredulo nell’ombra.
Giovanni Francesco Busenello
Idillio notturno
La sera se ghe va sotto i balconi,
le se saluda che nissun ve osserva;
le ve dise: «Signor, ve resto serva»,
o che parole è queste, o che bocconi!
Che mandorle, confetti e marzapani!
Che conditi e pignoli! No ghè gola!
Più de questi me piase sta parola:
co la coa fazzo festa co fa i cani.
Ma pian, che vegna un poco qualche sera,
che a una finestra le possa vegnir
per contarve el so amor, el so patir,
o vedemo che cosa che è «far ciera»!
Quel saludar coll’inchinar la testa,
quel sbassar d’occhi, tra quattro sospiri
me fa desmentegar tutti i raziri
e creder ch’ogni dì sia dì de festa.
Malcomposte in le veste, el pie descalzo,
tutte spaurose co una lume in man,
le vien zo della scala a pian a pian,
dalla scala al balcon; e xe in un sbalzo.
Le ve saluda co un’occhià pietosa;
se gh’ingroppa el so cuor per la dolcezza;
amoroso languir per tenerezza
vien all’amante e quella sta pensosa.
Così se sta senza parlar un pezzo,
tutto un tempo se ingroppa i sentimenti,
se parla senza tanti complimenti,
ché amor ve i lassa tutti per un bezzo.
«Che feu, signor? Steu come stago mi?»
qua la trà un sospiretto e la repìa:
«Credel, se sé cristian, no so che sia
pase: smanio per vu la notte e ’l dì.
El dì, co no ve vedo, mi son morta,
e la notte per vu sempre zavario.
Ho paura che vu me sie contrario,
che me serré in tel muso un dì la porta.
Moveve a compassion, vardé se v’amo:
che me metto a pericolo evidente
dei mii, dei mii visini e della zente.
Ma no ghe penso, e vu sospiro et amo».
Qua se fa pausa un poco e se respira,
se varda se alcun vien, e su la man
se sol dar qualche baso a pian a pian,
se aspetta che le arfìa, che le respira.
Imagineve vu, che avé provà
e che sé stà in frangente in sto mestier,
come se scotta là, come el pensier
co la mente e ’l cervel resta insensà.
Le xe delicie queste che rapisce
in estasi el mortal al terzo cielo;
no so più se sia un altro o se ’l sia ello,
così astratto al so ben la riverisce:
«Cosa aveu? Come steu? Che cosa xe?
No sospiré, son qua». La trà un soriso
la fenisce de darve el paradiso,
quando co un baso dise: «Respondé».
E po qua la ve fa copia del petto,
un’iride la forma col so riso,
la ve mostra la porta in tel so viso,
dove senza magnar ghe xe banchetto.
le se saluda che nissun ve osserva;
le ve dise: «Signor, ve resto serva»,
o che parole è queste, o che bocconi!
Che mandorle, confetti e marzapani!
Che conditi e pignoli! No ghè gola!
Più de questi me piase sta parola:
co la coa fazzo festa co fa i cani.
Ma pian, che vegna un poco qualche sera,
che a una finestra le possa vegnir
per contarve el so amor, el so patir,
o vedemo che cosa che è «far ciera»!
Quel saludar coll’inchinar la testa,
quel sbassar d’occhi, tra quattro sospiri
me fa desmentegar tutti i raziri
e creder ch’ogni dì sia dì de festa.
Malcomposte in le veste, el pie descalzo,
tutte spaurose co una lume in man,
le vien zo della scala a pian a pian,
dalla scala al balcon; e xe in un sbalzo.
Le ve saluda co un’occhià pietosa;
se gh’ingroppa el so cuor per la dolcezza;
amoroso languir per tenerezza
vien all’amante e quella sta pensosa.
Così se sta senza parlar un pezzo,
tutto un tempo se ingroppa i sentimenti,
se parla senza tanti complimenti,
ché amor ve i lassa tutti per un bezzo.
«Che feu, signor? Steu come stago mi?»
qua la trà un sospiretto e la repìa:
«Credel, se sé cristian, no so che sia
pase: smanio per vu la notte e ’l dì.
El dì, co no ve vedo, mi son morta,
e la notte per vu sempre zavario.
Ho paura che vu me sie contrario,
che me serré in tel muso un dì la porta.
Moveve a compassion, vardé se v’amo:
che me metto a pericolo evidente
dei mii, dei mii visini e della zente.
Ma no ghe penso, e vu sospiro et amo».
Qua se fa pausa un poco e se respira,
se varda se alcun vien, e su la man
se sol dar qualche baso a pian a pian,
se aspetta che le arfìa, che le respira.
Imagineve vu, che avé provà
e che sé stà in frangente in sto mestier,
come se scotta là, come el pensier
co la mente e ’l cervel resta insensà.
Le xe delicie queste che rapisce
in estasi el mortal al terzo cielo;
no so più se sia un altro o se ’l sia ello,
così astratto al so ben la riverisce:
«Cosa aveu? Come steu? Che cosa xe?
No sospiré, son qua». La trà un soriso
la fenisce de darve el paradiso,
quando co un baso dise: «Respondé».
E po qua la ve fa copia del petto,
un’iride la forma col so riso,
la ve mostra la porta in tel so viso,
dove senza magnar ghe xe banchetto.
Guido Gozzano
Le due strade
I
Tra bande verdigialle d’innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle.
Ecco, nel lento oblio, rapidamente in vista,
apparve una ciclista a sommo del pendio.
Ci venne incontro: scese. «Signora: sono Grazia!»
Sorrise nella grazia dell’abito scozzese.
«Tu? Grazia? la bambina?» – «Mi riconosce ancora?»
«Ma certo!» E la Signora baciò la Signorina.
«La bimba Graziella! Diciott’anni? Di già?
La mamma come sta? E ti sei fatta bella!
La bimba Graziella: così cattiva e ingorda!...»
«Signora, si ricorda quelli anni?» – «E così bella
vai senza cavalieri in bicicletta?...» – «Vede...»
«Ci segui un tratto a piede?» – «Signora, volentieri...»
«Ah! Ti presento, aspetta, l’avvocato: un amico
caro di mio marito. Dagli la bicicletta...»
Sorrise e non rispose. Condussi nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.
E la Signora scaltra e la bambina ardita
si mossero: la vita una allacciò dell’altra.
II
Adolescente l’una nelle gonnelle corte,
eppur già donna: forte bella vivace bruna
e balda nel solino dritto, nella cravatta,
la gran chioma disfatta nel tocco da fantino.
Ed io godevo, senza parlare, con l’aroma
degli abeti l’aroma di quell’adolescenza.
– O via della salute, o vergine apparita,
o via tutta fiorita di gioie non mietute,
forse la buona via saresti al mio passaggio,
un dolce beveraggio alla malinconia!
O bimba nelle palme tu chiudi la mia sorte;
discendere alla Morte come per rive calme,
discendere al Niente pel mio sentiero umano,
ma avere te per mano, o dolcesorridente!
Così dicevo senza parola. E l’altra intanto
vedevo: triste accanto a quell’adolescenza!
Da troppo tempo bella, non più bella tra poco
colei che vide al gioco la bimba Graziella.
Belli i belli occhi strani della bellezza ancora
d’un fiore che disfiora, e non avrà domani.
Sotto l’aperto cielo, presso l’adolescente
come terribilmente m’apparve lo sfacelo!
Nulla fu più sinistro che la bocca vermiglia
troppo, le tinte ciglia e l’opera del bistro
intorno all’occhio stanco, la piega di quei labri,
l’inganno dei cinabri sul volto troppo bianco,
gli accesi dal veleno biondissimi capelli:
in altro tempo belli d’un bel biondo sereno.
Da troppo tempo bella, non più bella tra poco,
colei che vide al gioco la bimba Graziella!
– O mio cuore che valse la luce mattutina
raggiante sulla china tutte le strade talse?
Cuore che non fioristi, è vano che t’affretti
verso miraggi schietti in orti meno tristi;
tu senti che non giova all’uomo soffermarsi,
gettare i sogni sparsi per una vita nuova.
Discenderai al Niente pel tuo sentiere umano
e non avrai per mano la dolcesorridente,
ma l’altro beveraggio avrai fino alla morte:
il tempo è già più forte di tutto il tuo coraggio.
Queste pensavo cose, guidando nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.
III
Erano folti intorno gli abeti nell’assalto
dei greppi fino all’alto nevaio disadorno.
I greggi, sparsi a picco, in lenti beli e mugli
brucavano ai cespugli di menta il latte ricco;
e prossimi e lontani univan sonnolenti
al ritmo dei torrenti un ritmo di campani.
Lungi i pensieri foschi! Se non verrà l’amore
che importa? Giunge al cuore il buon odor dei boschi.
Di quali aromi opimo odore non si sa:
di resina? di timo? o di serenità?...
IV
Sostammo accanto a un prato e la Signora, china,
baciò la Signorina, ridendo nel commiato.
«Bada che aspetterò, che aspetteremo te;
si prende un po’ di the, si cicaleccia un po’...»
«Verrò, Signora; grazie!» Dalle mie mani, in fretta,
tolse la bicicletta. E non mi disse grazie.
Non mi parlò. D’un balzo salì, prese l’avvio;
la macchina il fruscìo ebbe d’un piede scalzo,
d’un batter d’ali ignote, come seguita a lato
da un non so che d’alato volgente con le rote.
Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
sottile d’alabastro, scendeva nella valle.
«Signora!... Arrivederla!...» gridò di lungi, ai venti.
Di lungi ebbero i denti un balenio di perla.
Tra la verzura folta disparve, apparve ancora.
Ancor s’udì: «...Signora!...» E fu l’ultima volta.
Grazia è scomparsa. Vola – dove? – la bicicletta...
«Amica, e non m’ha detta una parola sola!»
«Te ne duole?» – «Chi sa!» – «Fu taciturna, amore
per te, come il Dolore...» – «O la Felicità...»
Tra bande verdigialle d’innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle.
Ecco, nel lento oblio, rapidamente in vista,
apparve una ciclista a sommo del pendio.
Ci venne incontro: scese. «Signora: sono Grazia!»
Sorrise nella grazia dell’abito scozzese.
«Tu? Grazia? la bambina?» – «Mi riconosce ancora?»
«Ma certo!» E la Signora baciò la Signorina.
«La bimba Graziella! Diciott’anni? Di già?
La mamma come sta? E ti sei fatta bella!
La bimba Graziella: così cattiva e ingorda!...»
«Signora, si ricorda quelli anni?» – «E così bella
vai senza cavalieri in bicicletta?...» – «Vede...»
«Ci segui un tratto a piede?» – «Signora, volentieri...»
«Ah! Ti presento, aspetta, l’avvocato: un amico
caro di mio marito. Dagli la bicicletta...»
Sorrise e non rispose. Condussi nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.
E la Signora scaltra e la bambina ardita
si mossero: la vita una allacciò dell’altra.
II
Adolescente l’una nelle gonnelle corte,
eppur già donna: forte bella vivace bruna
e balda nel solino dritto, nella cravatta,
la gran chioma disfatta nel tocco da fantino.
Ed io godevo, senza parlare, con l’aroma
degli abeti l’aroma di quell’adolescenza.
– O via della salute, o vergine apparita,
o via tutta fiorita di gioie non mietute,
forse la buona via saresti al mio passaggio,
un dolce beveraggio alla malinconia!
O bimba nelle palme tu chiudi la mia sorte;
discendere alla Morte come per rive calme,
discendere al Niente pel mio sentiero umano,
ma avere te per mano, o dolcesorridente!
Così dicevo senza parola. E l’altra intanto
vedevo: triste accanto a quell’adolescenza!
Da troppo tempo bella, non più bella tra poco
colei che vide al gioco la bimba Graziella.
Belli i belli occhi strani della bellezza ancora
d’un fiore che disfiora, e non avrà domani.
Sotto l’aperto cielo, presso l’adolescente
come terribilmente m’apparve lo sfacelo!
Nulla fu più sinistro che la bocca vermiglia
troppo, le tinte ciglia e l’opera del bistro
intorno all’occhio stanco, la piega di quei labri,
l’inganno dei cinabri sul volto troppo bianco,
gli accesi dal veleno biondissimi capelli:
in altro tempo belli d’un bel biondo sereno.
Da troppo tempo bella, non più bella tra poco,
colei che vide al gioco la bimba Graziella!
– O mio cuore che valse la luce mattutina
raggiante sulla china tutte le strade talse?
Cuore che non fioristi, è vano che t’affretti
verso miraggi schietti in orti meno tristi;
tu senti che non giova all’uomo soffermarsi,
gettare i sogni sparsi per una vita nuova.
Discenderai al Niente pel tuo sentiere umano
e non avrai per mano la dolcesorridente,
ma l’altro beveraggio avrai fino alla morte:
il tempo è già più forte di tutto il tuo coraggio.
Queste pensavo cose, guidando nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.
III
Erano folti intorno gli abeti nell’assalto
dei greppi fino all’alto nevaio disadorno.
I greggi, sparsi a picco, in lenti beli e mugli
brucavano ai cespugli di menta il latte ricco;
e prossimi e lontani univan sonnolenti
al ritmo dei torrenti un ritmo di campani.
Lungi i pensieri foschi! Se non verrà l’amore
che importa? Giunge al cuore il buon odor dei boschi.
Di quali aromi opimo odore non si sa:
di resina? di timo? o di serenità?...
IV
Sostammo accanto a un prato e la Signora, china,
baciò la Signorina, ridendo nel commiato.
«Bada che aspetterò, che aspetteremo te;
si prende un po’ di the, si cicaleccia un po’...»
«Verrò, Signora; grazie!» Dalle mie mani, in fretta,
tolse la bicicletta. E non mi disse grazie.
Non mi parlò. D’un balzo salì, prese l’avvio;
la macchina il fruscìo ebbe d’un piede scalzo,
d’un batter d’ali ignote, come seguita a lato
da un non so che d’alato volgente con le rote.
Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
sottile d’alabastro, scendeva nella valle.
«Signora!... Arrivederla!...» gridò di lungi, ai venti.
Di lungi ebbero i denti un balenio di perla.
Tra la verzura folta disparve, apparve ancora.
Ancor s’udì: «...Signora!...» E fu l’ultima volta.
Grazia è scomparsa. Vola – dove? – la bicicletta...
«Amica, e non m’ha detta una parola sola!»
«Te ne duole?» – «Chi sa!» – «Fu taciturna, amore
per te, come il Dolore...» – «O la Felicità...»
Maria Luisa Spaziani
Tante tegole in fila
Tante tegole in fila accavallate
i nostri giorni. Qua scheggiate e rotte,
altre azzurre di muschi, e altre assenti
per la furia del vento.
Lo strano calendario anche registra
il nostro incontro e alto lo segnala.
In una fenditura è già fiorito
il giglio rosso.
i nostri giorni. Qua scheggiate e rotte,
altre azzurre di muschi, e altre assenti
per la furia del vento.
Lo strano calendario anche registra
il nostro incontro e alto lo segnala.
In una fenditura è già fiorito
il giglio rosso.
Sandro Penna
La veneta piazzetta
La veneta piazzetta,
antica e mesta, accoglie
odor di mare. E voli
di colombi. Ma resta
nella memoria – e incanta
di sé la luce – il volo
del giovane ciclista
vòlto all’amico: un soffio
melodico: «Vai solo?».
antica e mesta, accoglie
odor di mare. E voli
di colombi. Ma resta
nella memoria – e incanta
di sé la luce – il volo
del giovane ciclista
vòlto all’amico: un soffio
melodico: «Vai solo?».
Umberto Saba
Eros
Sul breve palcoscenico una donna
fa, dopo il Cine, il suo numero.
Applausi,
a scherno credo, ripetuti.
In piedi,
dal loggione in un canto, un giovanetto,
mezzo spinto all’infuori, coi severi
occhi la guarda, che ogni tratto abbassa.
È fascino? È disgusto? È l’una e l’altra
cosa? Chi sa? Forse a sua madre pensa,
pensa se questo è l’amore. I lustrini,
sul gran corpo di lei, col gioco vario
delle luci l’abbagliano. E i severi
occhi riaperti, là più non li volge.
Solo ascolta la musica, leggera
musichetta da trivio, anche a me cara
talvolta, che per lui si è fatta, dentro
l’anima sua popolana ed altera,
una marcia guerriera.
fa, dopo il Cine, il suo numero.
Applausi,
a scherno credo, ripetuti.
In piedi,
dal loggione in un canto, un giovanetto,
mezzo spinto all’infuori, coi severi
occhi la guarda, che ogni tratto abbassa.
È fascino? È disgusto? È l’una e l’altra
cosa? Chi sa? Forse a sua madre pensa,
pensa se questo è l’amore. I lustrini,
sul gran corpo di lei, col gioco vario
delle luci l’abbagliano. E i severi
occhi riaperti, là più non li volge.
Solo ascolta la musica, leggera
musichetta da trivio, anche a me cara
talvolta, che per lui si è fatta, dentro
l’anima sua popolana ed altera,
una marcia guerriera.